Visualizzazione post con etichetta segreti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta segreti. Mostra tutti i post

giovedì 30 aprile 2015

Two sisters

Regia: Jee Won Kim
Origine: Corea del Sud
Anno:
2003
Durata:
115'





La trama (con parole mie): Bae Soo Mi e Bae Soo Yeon sono due sorelle alle prese con problemi psicologici trovatesi a convivere con il padre e la nuova compagna di quest'ultimo, la crudele matrigna sempre pronta a metterle spalle al muro Eun Joo.
Quando il ritorno dalla clinica di igiene mentale di una delle due ragazze nella casa di campagna della famiglia riapre vecchie ferite, ed apparizioni misteriose segnano nel profondo ogni occupante della stessa, il conflitto tra le sorelle e la "dolce" metà del padre si inasprisce, incrinando i rapporti che le due mantengono con il genitore rimasto, per quanto labili gli stessi siano.
Ma cosa nasconde la dimora dell'improvvisato focolare domestico? Quali segreti si celano dietro l'instabilità delle ragazze e di Eun Joo? E quale ruolo hanno rispetto alla stessa il padre e gli ospiti che la famiglia accoglie?
Soprattutto, chi tra le giovani sorelle e la loro acquisita genitrice avrà davvero la ragione dalla sua parte?








Questo post partecipa all'iniziativa K-Horror Day.





Da che mi ricordi, e da quando ero bambino, il Cinema è sempre stato parte integrante della mia vita e del quotidiano di casa Ford, dai tempi in cui con mio fratello guardavamo una ventina di minuti de I Goonies o qualche altro cult mentre facevamo colazione prima di andare a scuola alla scoperta e riscoperta dei Classici, o dei nuovi autori: all'inizio degli anni zero, per un buon lustro ho attraversato la mia fase più radical chic come spettatore, concedendomi soltanto proposte d'essai ed approfittando della ricerca per scoprire aree geografiche che, cinematograficamente e culturalmente, conoscevo poco o per nulla.
Una delle più gradite tra le suddette scoperte fu la settima arte coreana, che da Kim Ki Duk a Bong Joon Ho riservò chicche davvero notevoli, ed è rimasta, anche dopo il mio risveglio tamarro, nel cuore del sottoscritto: da tanto tempo, però, mancava sugli schermi di casa Ford un ritorno di questo Cinema, ed approfittando della giornata dedicata al K-horror organizzata da Obsidian Mirror ho finito per approfittare ed unire due amori del mio passato di spettatore in un unica visione.
Peccato che, a parte l'eleganza - che già ben conoscevo - di Jee Woon Kim e dei suoi movimenti di macchina ed inquadrature, così come della ricercata fotografia, non mi sia rimasto, di fatto, praticamente nulla da una visione poco incisiva, a tratti decisamente noiosa e prevedibile rispetto alle influenze, recitata quel tanto sopra le righe da scadere, in alcuni passaggi, perfino nel ridicolo involontario: non che Two sisters sia oggettivamente un brutto film, o che sia privo della capacità di spaventare o quantomeno turbare lo spettatore - anche se, sarà l'età o il fatto di aver ormai alle spalle una carriera da veterano del genere, ormai trovo davvero difficile rimanere colpito da fantasmi, apparizioni e squilibri di vario genere -, eppure è come rimbalzato sbattendo forte contro la corazza di questo vecchio cowboy, assumendo i connotati dell'occasione sprecata e della classica pellicola che quasi dispiace di aver buttato sullo schermo, un pò come un appuntamento andato male o due ore tentenzialmente sprecate.
Evidentemente il momento di riavvicinamento al Cinema coreano per il sottoscritto doveva farsi attendere - o approfittare di qualche pezzo da novanta come fu I saw the devil, ad esempio -, così come alla sua componente - molto marcata, del resto - horror, che ha subito agli occhi del vecchio Ford una rovinosa caduta rispetto all'idea di tentare il recupero di qualche altro titolo che negli anni mi sono perso legato alla produzione coreana dei cari, amati film d'orrore.
Certo, a discolpa di Jee Woon Kim andrebbe segnalato che, a ben guardare, Two sisters rappresenta più un ibrido tra un dramma in famiglia legato a rancori e disfunzioni ed il noto cult giapponese The ring, e dunque non sarebbe sulla carta ascrivibile ad un genere fisso ed impostato, ma non basta una certa elasticità per trasmettere la vitalità che necessiterebbe una pellicola che passa e va senza colpo ferire - nonostante, lo ripeto, un grande gusto nella parte tecnica di regia e messa in scena - nonostante si proponga, almeno sulla carta, di lasciare un segno profondo in chi si trova dall'altra parte dello schermo.
Personalmente, con i titoli di coda, ho pensato più ad una liberazione, che non alle cicatrici - positive o negative che possano essere - che quest'opera poteva avermi lasciato negli occhi o nell'anima: e non è davvero mai una buona cosa.
Anzi, dovrebbe seminare il terrore più di qualsiasi horror.



Alla ricerca del terrore al mio fianco:
"Whispering Corridors" (1998) su Non c’è paragone
"Whispering Corridors" (1998) su Pensieri Cannibali
“Sorum” (2001) su Mari’s Red Room
“Three...Extremes” (2004) su La Fabbrica dei Sogni
“The Host” (2006) su Recensioni Ribelli
“Hansel & Gretel” (2007) su In Central Perk
“Thirst” (2009) sul Bollalmanacco di Cinema
“I Saw the Devil” (2010) su Delicatamente Perfido
“The Terror Live” (2013) su Cinquecento Film Insieme
“Mourning Grave” (2014) su Director’s Cult




MrFord




"If she looked me deep into my eyes
and softly asked me too
I'd be in her bed and in her flesh
and waste the life I knew."
Pain of salvation - "Sisters" -





venerdì 15 novembre 2013

Under the dome - Stagione 1

 
Produzione: CBS
Origine: USA
Anno: 2013
Episodi: 13




La trama (con parole mie): a Chester's Mill, una piccola cittadina della provincia americana, la vita scorre tranquilla fino a quando una misteriosa cupola invisibile, invalicabile ed apparentemente indistruttibile, cala sulla città isolandola dal resto del mondo, intrappolando al suo interno gli abitanti, di colpo messi di fronte all'idea di una lunga lotta per la sopravvivenza pronta a far uscire allo scoperto segreti e lati oscuri di ognuno di loro.
Il consigliere Big Jim Rennie, da tempo a capo della comunità, si ritroverà a fronteggiare i suoi insospettabili soci nonchè la resistenza della giornalista Julia Shumway e dell'ex militare Dale "Barbie" Barbara, pronti a lottare affinchè le sue menzogne ed i suoi atti criminali vengano rivelati alla luce del sole.
Nel frattempo un gruppo di ragazzi unito da uno strano legame con la cupola cercherà di scoprire il segreto che si cela dietro la misteriosa struttura.




In un periodo del piccolo schermo teso tra l'inizio della nuova stagione di Homeland e la fine di Breaking bad - che non vedo l'ora passi sugli schermi di casa Ford -, una visione più leggera, votata all'intrattenimento senza se e senza ma riesce sempre ad essere utile per rilassare cuore e cervello e prepararlo a nuove e particolarmente intense emozioni: è il caso di Under the dome, proposta CBS nata da un lavoro di Stephen King prodotta da Steven Spielberg e realizzata da molti dei grossi nomi che resero mitico Lost - in particolare, Brian K. Vaughan e Jack Bender -.
Ibrido tra il drama ed il fantasy con la consueta impronta da cospirazione ed i segreti nascosti sotto la patina del buon vicinato tipica di King, Under the dome non inventa o aggiunge nulla al panorama delle serie tv di genere e non, eppure riesce - pur con alcuni passaggi decisamente poco convincenti dal punto di vista della scrittura - ad accompagnare lo spettatore dal primo all'ultimo episodio senza strafare, ricordando le atmosfere di titoli di nicchia ma ugualmente interessanti come 4400 e pezzi d'antiquariato come L'ombra dello scorpione, sempre ispirata ad un noto lavoro del re dell'horror letterario.
In particolare, l'idea più interessante è quella di non risparmiare ombre a nessuno dei protagonisti, e di opporre un charachter assolutamente negativo che ricorda, in un certo senso, il Ben Linus di Lost, ad un "eroe per forza" dal curioso soprannome - "Barbie" è già a suo modo mitico -, di bella presenza e dal fare decisamente spaccaculi, una sorta di incrocio tra i vecchi Jack e Sawyer.
I difetti, comunque, non mancano, e senza dubbio il prodotto presta il fianco a numerose critiche: il fatto è che, a mio parere, prodotti di questo tipo non andrebbero presi troppo sul serio, e si dovrebbero godere come una serata fuori con gli amici o un weekend in grado di spezzare il ritmo lavorativo normale, una sorta di equivalente delle tamarrate cinematografiche sempre pronte a correre in aiuto per far prendere aria al cervello tra un film d'autore e l'altro: le vicende degli abitanti di Chester's Mill confinati sotto la misteriosa cupola, dunque, andrebbero vissute senza troppe pretese, magari immaginando quello che accadrebbe se la nostra comunità, vicini graditi e non compresi, si trovasse nella stessa situazione a fare fronte ad un destino ignoto in grado di portare una buona parte degli imprigionati a tirare fuori il peggio, sia lo stesso peggio rappresentato dall'approccio giustizialista a quello religioso, quello mosso dalla legge del più forte e quello, al contrario, votato all'approfittarsi del prossimo senza necessariamente dover colpo ferire.
La conferma del titolo ed il finale aperto di stagione aprono ora nuovi interrogativi pronti a consolidare lo status di rivali di Rennie e Barbie, nella speranza che la seconda annata possa dare più spazio agli elementi di maggior interesse - il ben poco equilibrato figlio di Big Jim, decisamente più affascinante degli eventuali alieni, il ruolo da "marionetta" di Linda - e lasciare in secondo piano l'inserimento di elementi da "troppo che stroppia" poco utili perfino all'intrattenimento senza se e senza ma - il personaggio di Maxine ed il suo "fight club" -: se così fosse, ci troveremmo di fronte ad un ottimo riempitivo in grado di non far temere quei tempi morti che intercorrono inevitabilmente tra una grande visione ed un'altra.


MrFord


"Pain, your every stamp
when you fault enough to wanna die
when you cry
you will find
falling stars drain every night
falling stars drain every night
falling stars drain."
Serj Tankjan - "Falling stars" - 



sabato 3 novembre 2012

Lake Mungo

Regia: Joel Anderson
Origine: Australia
Anno: 2008
Durata: 87'




La trama (con parole mie): è il 21 dicembre 2005 quando la famiglia Palmer, nel pieno di un tranquillo picnic nei dintorni di una diga, è sconvolta da un incidente che segnerà le esistenze di tutti i suoi membri. Alice, la figlia sedicenne di June e Russell, entrata in acqua con il fratello Matthew che tornato a riva la perde di vista, muore annegata.
Il corpo viene ritrovato la sera della vigilia di Natale dai sommozzatori della polizia, ed è lo stesso padre ad effettuare il riconoscimento del cadavere.
Da quel momento, però, strani fenomeni paiono verificarsi all'interno della residenza dei Palmer, tanto da muovere ognuno di loro a farsi una differente idea sulla loro origine: casualità, fantasmi, la presenza di Alice.
Attraverso ricerche personali, sogni, richieste ad un sensitivo locale, la famiglia della ragazza scoprirà passo dopo passo i segreti della vita della ragazza, incastrando una dopo l'altra le tessere di un mosaico che potrebbe portarli alla ricostruzione del loro status di famiglia o alla follia.





Dimenticatevi Oren Peli e quella robetta di Paranormal activity.
Dimenticatevi gli scialbi esempi di mockumentary di cui abbiamo avuto esempio durante l'ultimo anno - su tutti, la schifezza abominevole che fu L'altra faccia del diavolo -.
Lake Mungo è un signor film. 
Nonchè il primo titolo "di genere" da parecchio tempo a questa parte in grado di lasciarmi addosso una profonda sensazione d'inquietudine amplificata senza dubbio dall'atmosfera che ha fatto da cornice alla visione - casa Ford tutta nel mondo dei sogni, orario tra sera e notte, luci spente, solo il Bushmills a tenermi compagnia - ma ugualmente in grado di ricordarmi momenti di turbamento che solo il vecchio Lynch, normalmente, riesce a trasmettermi.
Sarà che il nome Palmer è una garanzia, dopo Twin Peaks, ma le vicende di Alice e della sua famiglia, la "ricerca" del regista ed il percorso che conduce i protagonisti all'accettazione del dolore di una perdita enorme - una figlia ed una sorella - così come al confronto con situazioni decisamente oltre la sfera del quotidiano comunemente noto, ma ho trovato il lavoro di Anderson non solo un ottimo ed ideale proseguo della recente ed ottima tradizione horror australiana - ricordiamo le due chicche Wolf Creek e The loved ones -, ma anche il miglior film prettamente di paura - anche se, per molti versi, definirlo in questo modo è limitante - dell'anno.
Purtroppo, a causa di una scellerata distribuzione italiana, probabilmente non vedremo mai nelle nostre sale - o nell'ambito del mercato home video - un titolo risalente ormai a quasi cinque anni fa, e dovremo accontentarci di continuare ad affidarci alla rete ed alle recensioni di pochi prodi - nel mio caso, Bradipo e Simone Corà - affinchè la curiosità ci spinga a compiere quel minimo sforzo per recuperarlo.
Ma perdersi in lunghi preamboli sarebbe riduttivo, per questo film profondamente angosciante, in grado di spaventare grazie alle suggestioni e alla realtà in misura quasi maggiore rispetto alla sua componente effettivamente horror, ritratto di una teenager apparentemente normale e felice ed al contempo profondamente segnata non soltanto per essere la sfortunata protagonista dell'incidente all'origine delle vicende dei Palmer narrate dal regista.
Il piglio di Anderson è preciso e dettagliato esattamente come se ci trovassimo alle prese con un vero e proprio documentario, ha dalla sua il fascino di un argomento che, in qualche modo, è in grado di attrarre ed affascinare praticamente chiunque - esiste una vita dopo la morte? E' davvero possibile avvertire la presenza di spiriti nel nostro mondo? - senza per questo risparmiare twist clamorosi in grado di dare una svolta alla narrazione per almeno tre volte nel corso dei novanta minuti scarsi della visione.
Del resto, senza considerare l'elemento effettivamente orrorifico di Lake Mungo le domande che si materializzano ben più dei fantasmi di fronte allo spettatore sono molteplici: come decidiamo di affrontare il dolore per una perdita? Quali sono le ragioni di Russell, che in quanto padre ha riconosciuto il cadavere sfigurato di sua figlia, nel rifugiarsi nel lavoro? Quali quelle di June, sconvolta dagli incubi in cui Alice continua a comparire, nel non dormire aggirandosi nelle case del vicinato? Quali quelle di Matthew, che è alla ricerca di una conferma del fatto che quella sia proprio sua sorella?
E soprattutto, quali sono quelle di Alice, "il cui segreto era di avere dei segreti", che nessuno conosceva davvero, che, pur se non strappata da questa vita a causa di qualcuno, ma semplicemente di una tragica casualità, ha lasciato dietro di sè una lunga scia di interrogativi?
Cosa è davvero accaduto, quella notte a Lake Mungo, mesi prima che l'acqua si portasse via la ragazza?
Personalmente, con gli anni, mi sono allontanato sempre di più dal concetto di fede e religione, e ora come ora penso che, nel momento in cui lo spettacolo sarà finito, sarà come addormentarsi per sempre, in un eterno sonno senza sogni.
Eppure, saranno state l'atmosfera o la suggestione, le vicende narrate, il coinvolgimento o l'indubbio mestiere di Anderson, l'ellissi finale che lega madre e figlia, di fronte a Lake Mungo ho avuto la netta sensazione che possa esistere "qualcosa che non riesco a immaginare": e quel brivido lungo la schiena che corre come se non fossi solo di fronte alla tv, l'ho sentito tutto, senza aver bisogno di sedute spiritiche o essere alla ricerca del fantasma di qualche mio caro passato dall'altra parte.
E questo, signori miei, è un potere che ha solo il Cinema della miglior specie.

MrFord


"You motherfuckers can't stop me
even if I die I'm gonna be a fuckin' problem
do you believe in ghosts, motherfucker?
real live, black... Ghosts
fear me."
2Pac - "Ghost" -


sabato 14 gennaio 2012

Hard candy

Regia: David Slade
Origine: Usa
Anno: 2005
Durata: 104'



La trama (con parole mie): Hayley, quattordicenne acuta, sveglia ed incline alla provocazione, dopo tre settimane di chat fissa un incontro con Jeff, fotografo poco più che trentenne.
I due si incontrano al centro commerciale, e sempre in bilico tra la curiosità ed il doppio senso approfondiscono il loro appena nato rapporto rompendo il ghiaccio fino a decidere con una scusa di recarsi a casa dell'uomo, che alterna momenti da pseudo fratello maggiore ad altri in cui pare sul punto di cedere alla tentazione rappresentata dalla giovane studentessa.
Nel momento in cui l'alcool pare poter mettere la ragazzina in pericolo, i ruoli si ribaltano, e Jeff si ritrova prigioniero di Hayley, disposta a tutto pur di svelare il segreto celato dall'uomo, legato alla scomparsa di un'altra giovanissima.




Se c'è una cosa che va riconosciuta senza dubbio a David Slade in questo suo pur non riuscito tentativo di portare sullo schermo un tema certo non comodo, è il coraggio.
Ad Hard candy non mancano, oltre al suddetto, una robusta dose d'inventiva accompagnata da una buona padronanza della macchina da presa, interpretazioni importanti dei protagonisti - l'Ellen Page di Juno in versione teen letale spalleggiata da Patrick Wilson - ed una dose assolutamente consistente di riflessioni suscitate negli spettatori.
Eppure, come un incantesimo che si spezza, con il passare dei minuti si assiste ad un progressivo sgretolarsi dei propositi - o quelli che parevano tali - iniziali della pellicola sacrificati per un più sicuro climax che porti a quella che, in qualche modo, pare essere la soluzione più facile: il ribaltamento di ruoli che tanto riesce a turbare prima che Hayley cominci a scatenare il suo desiderio di vendetta su Jeff perde progressivamente di spessore a causa di tentativi non riusciti di mantenere alta la tensione - l'inutile parte affidata a Sandra Oh - e ad un gioco al massacro che si rivela assolutamente ingiustificato perchè mosso da quella che fin dal principio avrebbe potuto assumere i connotati della semplice, fredda vendetta.
Il gioco da "Cappuccetto rosso al contrario" della ragazzina, dunque, diviene sterile quanto la tortura psicologica e non inflitta alla sua vittima, sviluppata - stando alle parole e alle azioni di Hayley - per strappare una confessione a Jeff quando, a conti fatti, la stessa risulta inutile se non ai fini della provocazione da parte del regista: idee niente male come quella d'ispirazione hanekiana di non mostrare in campo l'effettiva violenza perdono consistenza rispetto ad alcune scelte discutibili dal punto di vista della sceneggiatura - i riferimenti e l'utilizzo del primo grande amore di Jeff risultano forzati quanto la scelta di far comparire la donna nel finale, presenza totalmente ingiustificata rispetto a quanto rivelato in precedenza nello script - finendo, più che creare un disturbo nello spettatore rispetto ai temi trattati, per alimentare l'irritazione legata alla mancata "sincerità artistica" dell'autore, alimentata dai dubbi che il tutto sia frutto di un'operazione studiata a tavolino e nei dettagli per fare la parte del regista figo e alternativo che ne sa sempre una più dei poveri stronzi che guardano ammirati i suoi film.
E questo, in casa Ford, non è mai un bene.
Restano il plauso per i già segnalati interpreti - ben diretti e decisamente ispirati -, la cura quasi maniacale per la messa in scena e la fotografia - ottimo l'uso dei colori nei giochi di controcampo nel pieno dei dialoghi - ed un'inquietudine di fondo sollevata dalle domande della prima - e più efficace - metà della pellicola: era Hayley a cacciare Jeff o viceversa? Dove finisce la provocazione ed inizia la vera e propria violenza - non necessariamente fisica -? Jeff ragiona solo seguendo i suoi bassi istinti o rischia il più possibile come se fosse convinto di poter resistere al proibito rappresentato da Hayley?
Se Slade avesse continuato su questi binari evitando di trasformare il suo lavoro in un più banale thriller di vendetta, forse saremmo ancora qui a chiederci fino a che punto potrebbe spingerci una Natura che spesso può essere molto più pericolosa e bassa di quanto si sia disposti ad ammettere.


MrFord


"She is standing by the water
as her smile begins to curl
in this or any other summer
she is something all together different
never just an ordinary girl."
Counting crows - "Hard candy" -



mercoledì 11 gennaio 2012

J. Edgar

Regia: Clint Eastwood
Origine: Usa
Anno: 2011
 Durata: 137'




La trama (con parole mie):  racconto che incrocia il presente degli ultimi anni di vita ed il passato legato alla carriera dai primi anni venti di J. Edgar Hoover, creatore e direttore dell'FBI per quasi cinquant'anni, simbolo per eccellenza del potere occulto negli Stati Uniti, passato attraverso otto Presidenti, la lotta al comunismo, la caccia ai grandi gangsters, il maccartismo, le rivolte sociali degli anni sessanta, l'assassinio Kennedy e le prime avvisaglie dell'agghiacciante gestione Nixon.
Ma anche la cronaca di una storia d'amore che passa dalla madre al compagno di una vita Clyde, senza dimenticare la fedele segretaria Helen: un ritratto capace di raccontare tutto il grigio di uno degli uomini più potenti degli Usa senza dimenticarne la disarmante umanità.




Ed eccomi qui, reduce dalla visione del nuovo lavoro di Clint dopo le critiche contrastanti legate al meraviglioso Hereafter ed uno scarso entusiasmo che ha contraddistinto tutta l'attesa di J. Edgar, che reputavo potesse essere una sorta di nuovo Changeling - il film del Nostro che ho meno apprezzato negli ultimi dieci anni -.
Cosa dire, dunque?
Si può dire che questa pellicola sia un inno al classicismo del Cinema? Di sicuro.
Si può dire che siamo comunque distanti da Capolavori come Gran Torino o Million dollar baby? Senza dubbio.
Si possono trovare difetti - per presa di posizione, gusto, ostilità, onestà - ? Non ci piove.
Si può definire il vecchio, granitico Eastwood un conservatore del Cinema? Assolutamente sì.
Eppure J. Edgar, biopic che scava nel cuore del suo protagonista certamente più di quanto non fu con il pur ottimo Invictus, è un film solido, tosto, girato benissimo - ho notato solo una sbavatura sul montaggio in una delle prime scene, ma è proprio andare a cercare il pelo nell'uovo -, in grado di ribaltare le limitate aspettative che nutrivo trasformando tra la prima e la seconda parte una cronaca dei fatti principali legati alla carriera e alla vita di Hoover in un profondo viaggio nel cuore di uno degli uomini più potenti ed oscuri della storia Usa, nonchè una dichiarazione d'amore per l'Amore come concetto e per il Cinema.
Attraverso gli episodi più significativi, infatti, della vita di Hoover - legata a doppio filo a quella della sua creatura, il Bureau -, hanno attraversato la mia mente immagini legate a Quarto potere - la corruzione che progressivamente conquista il conquistatore, lasciandolo solo con i suoi intimi sogni irrealizzati, la sua "Rosebud" -, Nemico pubblico - interessanti i riferimenti a Dillinger e alla vicenda fotografata alla grande da Michael Mann nel suo ultimo magistrale lavoro -, il filone gangsteristico rappresentato da James Cagney, The aviator - sottovalutatissimo e bistrattato lavoro di Scorsese, da me amatissimo, con il quale condivide l'attore protagonista -, Psyco e soprattutto Il divo.
L'idea di Eastwood di portare in scena un protagonista certamente negativo, figlio di un'America costruita attraverso inganni, manipolazioni ed una conduzione interna e legalizzata non così dissimile da quella delle organizzazioni che il sistema combatteva mostrando tutta la sua clamorosa - e fragile - umanità risulta assolutamente vincente, supportata da un'interpretazione maiuscola non soltanto di un "titanico" Di Caprio - che sarebbe ora fosse premiato dall'Academy -, ma anche di un'austera Judy Dench, della sempre ottima Naomi Watts e soprattutto della sorpresa Armie Hammer, superlativo nel ruolo di Clyde Tolson, compagno di una vita - sul lavoro e probabilmente ben oltre - dello stesso J. Edgar, già visto nel ruolo dei gemelli Winklevoss in The social network.
L'incedere della pellicola, partita come un biopic nel senso più classico del termine, si fa serrato ed emotivamente coinvolgente con il passare dei minuti, toccando momenti di grande impatto soprattutto quando l'attenzione del regista si sposta all'interno della sfera più intima del direttore dell'FBI: dai due confronti con la madre - il primo, elegantissimo nel suo passaggio dal passato al presente, con l'Edgar bambino portato su un piedistallo dalla genitrice ed il secondo, alla morte di quest'ultima, in una sequenza allo specchio che è un confronto con se stessi, nonchè l'espressione di un rapporto con l'interno e l'esterno filtrato proprio attraverso giochi di immagini a nascondere il vero io - al rapporto con il Potere costituito e con i Presidenti - il reiterarsi del suo apparire al balcone durante la parata di celebrazione della vittoria del nuovo occupante della Casa Bianca, e la routine del primo colloquio con il Capo di Stato - fino al legame con Clyde - che passa dall'incontro del colloquio in un'atmosfera da commedia romantica anni cinquanta alla lotta nella suite, per culminare nella magnifica sequenza del loro ultimo faccia a faccia, quando, ormai vecchi, tornano a guardare la loro storia negli occhi, e nel passaggio di quel fazzoletto ho visto non soltanto la sensibilità incredibile di un uomo di più di ottant'anni, figlio di un'altra epoca e per giunta di formazione politica decisamente conservatrice mostrare un ritratto dell'amore in grado di andare ben oltre le preferenze sessuali, ma una celebrazione toccante e poetica dello stesso -, senza dimenticare la sequenza potentissima che, sfruttando immagini di repertorio, mostra una parte delle nefandezze compiute dal Bureau quasi a costruire un parallelo con il discorso di Hoover a proposito dello "stare in guardia" che mi ha riportato alla mente le peggiori fobie della più recente era Bush.
Ma, come scrivevo, è quando dall'universale si passa al particolare, che J. Edgar cambia davvero marcia.
E quando la Storia degli Usa diviene la storia tra Edgar e Clyde, ed il Potere diviene lo sfogo di un amore mai vissuto, scopriamo quanta umanità è celata anche dai peggiori individui: così come per i public enemies di Michael Mann, o per l'Howard Hughes di Scorsese, personaggi capaci di grandi imprese e clamorose bassezze trovano la loro più incredibile dimensione mostrando la più semplice, passionale, romantica umanità.
All you need is love, cantavano i Fab Four.
Senza l'amore, la Storia sarebbe forse meno sanguinosa, ma la troveremmo anche priva di tutte le storie che hanno contribuito a scriverla.
Una di questa, lontana dagli States, dai corridoi del Potere, dall'FBI, dagli intrighi, dai delitti e dalle intercettazioni, dai ruoli e dagli incarichi, era quella di due giovani uomini, Edgar e Clyde, che - forse - si sono amati dal primo giorno.
E hanno continuato a farlo per tutta la vita.


MrFord


"Don't need money, don't take fame
don't need no credit card to ride this train
it's strong and it's sudden and it's cruel sometimes
but it might just save your life
that's the power of love,
that's the power of love."
Huey Lewis and The News - "The power of love" -

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...