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lunedì 13 febbraio 2017

The founder (John Lee Hancock, USA, 2016, 115')




Ho l'impressione che tutti, quantomeno nei Paesi in cui è presente ed almeno una volta nella vita - compresi i radical che continuano a mostrare repulsione in confronto, quasi fosse una sorta di versione fastfoodiana di Trump -, abbiano mangiato da McDonald's.
Prima o dopo la serata Cinema, a tarda notte di ritorno da una bella sbronza, in vacanza perchè a corto di soldi, in compagnia quando si è ragazzi e non si hanno ancora l'età o i fondi per girare per locali, e così via.
Personalmente, pur adorando il mangiare sano e completo - di norma i miei pasti vanno dal primo al dolce, senza alcuna portata "saltata", adoro mangiare lentamente e mi godo gli alimenti di prima qualità, quando ci sono -, trovo il fast food e McDonald's - il suo simbolo - assolutamente utili e goduriosi, l'equivalente culinario di quelli che sono i film action tamarri, o le trashate che esaltano senza ritegno: di tanto in tanto, la voglia di schiaffarsi un bel menù come si deve con l'aggiunta di qualche extra mi prende alla gola, specie ora che, lontano dal lavoro e dalla grande città, sto perdendo i ritmi della pausa pranzo.
Nonostante questa mia "debolezza", non conoscevo la storia dietro una delle imprese commerciali di maggior successo al mondo, ovvero l'intuizione che portò, negli anni cinquanta dei grandi sogni e delle grandi opportunità made in USA, il venditore Ray Kroc a creare dalle fondamenta quello che, ad oggi, è un vero e proprio impero multimilionario.
Il lavoro di John Lee Hankcock, già noto per i più che discreti The blind side e Saving Mr. Banks, incensato da buona parte della critica e perfetto ritratto del lato oscuro dell'American Dream, affronta principalmente il tema del confronto tra l'arrivismo grintoso dei perseveranti e la dimessa genialità degli outsiders di talento, che per quanto depositari di idee e, per l'appunto, talento, non giungeranno mai al successo, e saranno dunque destinati a fare da cibo per i veri squali dell'oceano, i loro colleghi e competitors meno dotati ma più decisi.
Un ritratto senza dubbio ben congegnato e critico delle grandi speranze a stelle e strisce, che dietro alle possibilità ed ai sogni celano senza dubbio un sottobosco smisurato di disillusione ed impossibilità di emergere: la storia di McDonald's e di Ray Kroc, in un certo senso, mostra proprio questo. Il percorso di un predatore che non si fermerà di fronte a nulla e quello di due sognatori che hanno avuto la sola colpa di avere un'intuizione clamorosa senza saperla sfruttare, o quantomeno non farlo a scapito di determinati valori.
Avendo avuto esperienza di vendita, probabilmente potrei pensare di essere più simile a Kroc che non ai due fratelli McDonald, eppure comprendo bene - pur se rispetto ad altri ambiti - quanto scomoda sia la verità che dietro un sogno ci sia il fatto incontestabile che spesso e volentieri non abbia l'ultima parola il più talentuoso o chi si merita un successo, quanto chi ha inseguito lo stesso con la determinazione più ferrea e la capacità di osare anche quando si rischia, o si mette a rischio quello che di norma viene considerato, per l'appunto, un valore.
Un film onesto, dritto, importante per certi versi, che ha come unico difetto il fatto di essere uguale a molti altri che toccano le stesse tematiche, e senza dubbio proiettato - malgrado le mancate nominations - alla "zona Oscar": un film da artigiani con le contropalle, ma un film che resta espressione di determinazione e non di talento, supportato per gran parte da un Michael Keaton che pare vivere una seconda giovinezza dopo essere stato sottovalutato per troppi anni.
Curioso che sia proprio lui ad interpretare Ray Kroc.
Perchè uno come Keaton rappresenta alla perfezione quell'immensa categoria di geni votati all'insuccesso.




MrFord




 

mercoledì 22 giugno 2016

Wednesday's child

La trama (con parole mie): è finalmente iniziata l'estate, è arrivato il caldo e purtroppo Cannibal Kid è ancora il co-conduttore di questa rubrica. Eppure, e nonostante le sempre presenti potenziali schifezze, qualche novità interessante potrebbe allietare i primi giorni da vacanza dell'anno.
Riuscirà dunque la settima arte a stupire in positivo bilanciando così i commenti folli preparati per l'occasione dal sottoscritto e dal suo antagonista?
La risposta, come sempre, al grande schermo.


"Noi vi avevamo avvisato: evocare Ford e Cannibal è sempre una iattura."

The Conjuring – Il caso Enfield

"Merda, la casa di quella bestia di Ford è anche più inquietante di quanto immaginassi!"
Cannibal dice: Proseguono le indagini dei due esperti del paranormale interpretati da Vera Farmiga e Patrick Wilson. Il primo episodio non era male però, soprattutto dopo il pessimo spinoff Annabelle, avrei anche fatto a meno di un sequel. Comunque lo vedrò, in attesa del terzo capitolo: The Conjuring – Il caso Ford, in cui cercheranno di capire quale diavolo di demone abbia fatto l'errore di impossessarsi di una mente di suo già malata come quella del mio blogger rivale.
Ford dice: il primo capitolo di questa nuova saga horror non era davvero niente male, mentre lo spin off Annabelle era qualcosa di veramente vomitevole. Un po' come White Russian e Pensieri Cannibali, rispettivamente.
Questo secondo capitolo sarà all'altezza del primo o si rivelerà un buco nell'acqua?
Spero vivamente nella prima ipotesi, e nel fatto che James Wan non si sia fatto possedere dal demone dei radical-teen.


Jem e le Holograms

"E adesso posto un bel selfie per far crepare d'invidia quella sgualdrina di Katniss Kid!"
Cannibal dice: Attesa (?) versione live-action del (più o meno) celebre cartone degli anni '80 che io guardavo da bambino e un già anziano Ford seguiva insieme ai suoi nipotini. Devo ammettere che l'ho già visto e presto ve ne parlerò...
Ford dice: versione live action del più o meno famoso cartone che potrei seguire giusto per amarcord, memore dei tempi in cui Cannibal sognava di essere la front-woman delle Holograms e che ora spaccia per il periodo in cui era bambino.


Mother's Day

"Ho portato i bambini qui a Casale per dimostrare loro che Cannibal Kid è solo una facciata, e lui non ha per nulla la loro età."

Cannibal dice: La distribuzione italiana non ne azzecca una. Il giorno della mamma c'è stato da un pezzo, come la neo mamma Ford sa bene, però 'sta pellicola corale arriva soltanto ora. E, nonostante il cast notevole, pare davvero una schifezza.
Ford dice: in questo periodo di parziale lontananza dai film - ma spero di tornare a regime entro la fine degli Europei di calcio - Mother's Day, uscito clamorosamente in ritardo rispetto alle tempistiche della festività in questione, non è certo tra i titoli che attendo con più ansia di vedere. Vorrei però fare un applauso alla mamma di Peppa, che per convivere per trent'anni con questo soggetto poco raccomandabile deve aver avuto una pazienza da santa.


Un mercoledì di maggio

"Quante volte ti ho detto che guardare i film esaltati da Cannibal ti riduce a una schifezza!?"
Cannibal dice: Altro errore delle distribuzione italiana. Perché far uscire un film che si intitola Un mercoledì di maggio un giovedì di giugno?
Ford dice: sono confuso da questo titolo almeno quanto dalla nuova tendenza di Cannibal di suggerire di pubblicare il post dedicato alle uscite in sala di mercoledì. Ad ogni modo, altro film che non sarà in cima alla mia lista.


Kiki & i segreti del sesso

"Mi dispiace, non me la sento a mandarti sola ad un appuntamento con Ford: ci andiamo tutte e due."
Cannibal dice: Finalmente una pellicola spagnola che mi ispira! Sarà per caso per via della tematica sessuale? O sarà perché il puritano Ford potrebbe rimanerne scandalizzato come con Nymphomaniac?
Ford dice: pellicola spagnola che, dato l'argomento trattato, potrebbe essere perfino interessante.
Nella speranza che non si riveli un delirio pseudo autoriale come quello del pazzoide Von Trier.


Segreti di famiglia

"Caro Jesse, hai una faccia da scemo più di Marco Goi!" "Pensa alla tua, che ha più rughe di quella di Ford!"
Cannibal dice: Il segreto della famiglia Ford è la capacità di riprodursi più di un virus mortale. Quello della famiglia Goi invece è...
E che ve lo dico a voi?
Quanto al film Segreti di famiglia, sembra un drammone di livello medio evitabile però, complice il buon cast capitanato da Jesse Eisenberg, potrei anche decidere di vederlo.
Ford dice: siamo in estate, penso già alle ferie e al mare. Dunque il numero di drammoni sarà ridotto ai minimi termini. Un po' come il Cannibale quando finalmente riuscirò a trascinarlo su un ring per un incontro di wrestling. E questo non è certo un segreto.





I miei giorni più belli

"I nostri giorni più belli saranno quelli in cui Cannibal chiuderà quel suo bloggaccio da finto giovane."
Cannibal dice: Film francese che puzza di radical-chicchismo e che quindi puzza di cannibalata. Non sarà Chanel n°5 o Scianel di Gomorra – La serie, ma sempre meglio del fetore fordiano!
Ford dice: Francia e potenziale radicalchicchismo? Me ne tengo bene alla larga, se voglio che i miei giorni belli proseguano!


Passo falso

"Cannibal si ritira? Questa sì che è una notizia da festeggiare!"
Cannibal dice: Pellicola francese che parla di un tizio che rimane in mezzo al deserto con un piede su una mina e non sa cosa fare. All'incirca la stessa situazione in cui mi trovo io quando leggo un post di WhiteRussian.
Ford dice: ancora Francia, meno radical. Non so se sarà abbastanza per guardarlo, a meno di scoprire che il protagonista di chiama Marco Goi ed il finale sia ovviamente tragico.



La canzone del mare

"Ma Ford ha davvero quattro anni?" "Quattrocento, cara. Quattrocento."
Cannibal dice: Solita pellicola d'animazione per bambinetti che lascio a Ford e ai suoi tentativi di convincere il Fordino a guardarlo, quando lui preferirebbe già godersi qualche bel film adolescenziale consigliato da Pensieri Cannibali.
Ford dice: film d'animazione per i piccoli dal quale cercherò di tenere lontano anche il Fordino, magari ripescando dall'immenso bacino della videoteca di famiglia costruita pazientemente negli anni dal suo vecchio.


Cinque tequila

"Ma dov'è finito Ford? Lo aspettavamo per la festa del suo quattrocentounesimo compleanno!"
Cannibal dice: Un film su un gruppo di vecchietti che si ritrovano tutti i giorni in un bar per giocare a domino?
Se lo intitolavano Cinque WhiteRussian sarebbe stata la fordianata del secolo!
Ford dice: alcool, vecchi e bar. Mi pare proprio materia giusta per White Russian!


Güeros

"Ecco, così siamo perfetti come finti adolescenti cannibali."
Cannibal dice: Non solo Cinque tequila. L'altro film messicano in uscita è Güeros, che pare decisamente più adolescenziale e radical-chic e quindi lo vedo bene come mio film rivelazione della settimana.
Ford dice: Gueros pare la versione made in Cannibaland di Cinque tequila. Lo vedrò sperando di poterlo massacrare.


Lo scambio

"Scambiare il mio ostaggio con Ford e Cannibal? Neanche morto!"
Cannibal dice: Film italiano a tematica mafiosa. Lo cedo a Ford, scambiandolo volentieri con un film teen.
Ford dice: il Cinema italiano, come molti sanno, è ancora "rivedibile" dalle mie parti. Quindi scambio volentieri Lo scambio con un bell'action a neuroni zero, così come Cannibal con Jennifer Lawrence co-conduttrice di questa rubrica.

lunedì 25 gennaio 2016

Fargo - Stagione 2

Produzione: FX
Origine: USA
Anno:
2015
Episodi: 10






La trama (con parole mie): siamo nel millenovecentosettantanove, in Minnesota. La famiglia Gerhardt, da tempo dominatrice della malavita locale, alle prese con la decadenza del suo leader Otto, si trova alle strette rispetto alla Mafia di Kansas City, pronta a mettere le mani sulla loro fetta di territorio a tutti i costi.
Quando Rye, il più giovane della dinastia, decide di imporre il proprio carattere tentando il colpo uccidendo un giudice locale finendo per causare un massacro in un caffè e la propria morte, il caos ha inizio: le forze di polizia locali, rappresentate da Hank Larsson e Lou Solverson, rispettivamente suocero e genero, i coniugi Ed e Peggy Blumquist, macellaio e parrucchiera, e gli stessi Gerhardt, si troveranno a giocare tutte le loro carte al cospetto di un Destino che pare sempre e comunque più grande di quanto potranno mai pensare.













Se si dovesse pensare alla giungla più selvaggia all'interno della quale giocarsi la propria esistenza, non avrei dubbi nel rispondere che si tratti di quella umana.
Allo stesso tempo, credo non ne esista un'altra in grado di smuovere emozioni così forti, o una partecipazione tale, nel bene e nel male, da cambiare una vita intera.
Nel corso della prima stagione di Fargo, avevamo assistito ad un delinearsi progressivo del prototipo del predatore organizzato e consapevole così come di quello pronto a formarsi passo dopo passo, nel pieno rispetto della pellicola che l'aveva ispirata e delle riflessioni che portarono la stessa season one a giocarsi lo scettro di migliore del duemilaquattordici con True Detective.
Con il passo indietro temporale di questo secondo giro di giostra, di fatto, assistiamo ad un approfondimento delle stesse tematiche reso ancor più coinvolgente e di pancia dall'amplificazione che avviene, di fatto, rispetto al concetto di Famiglia da una parte e dall'altra del confine tracciato dalla Legge.
Dai charachters assolutamente perfetti di Ed e Peggy Blumquist alla convinzione distorta della propria forza dei Gerhardt, passando attraverso l'approccio tutto d'un pezzo di Lou Solverson ed Hank Larsson, assistiamo ad un progressivo precipitare tratteggiato alla grande sia in termini di sceneggiatura che di ritmo, impreziosito da episodi destinati a diventare riferimenti del genere - in particolare il settimo e l'ottavo, protagonisti di uno scambio temporale perfetto - e spalle indimenticabili - Hanzee finisce, di fatto, per essere la pietra angolare del bad guy da tutti i punti di vista - pronte a fornire assist perfetti a protagonisti che dalla prima apparizione finiscono per diventare indimenticabili - Mike Milligan, da uomo di forza a uomo di sistema, parabola inquietante e quasi orrorifica del cambiamento legato al mondo del crimine organizzato in tutto il mondo -.
Con la seconda stagione, dunque, Fargo non solo finisce per battere la concorrenza del suo rivale più agguerrito - il già citato True detective -, ma anche per superarlo, trasportando lo spettatore in una provincia da Western profondo e noir sarcastico, quasi comico ed assolutamente grottesco, in grado di raccontare storie profondamente drammatiche e di sdrammatizzarne altre senza darsi alcun tono autoriale e supponente - splendidi, in questo senso, i due dialoghi che vedono protagonista la lettrice accanita addetta alla cassa in macelleria prima e dunque baby sitter dei Solverson confrontarsi con Ed e la moglie di Lou a proposito dell'appoccio "filosofico" alla morte -.
E i sogni californiati di Peggy incarnati da una baia che non si vedrà mai davvero e quelli di un linguaggio universale auspicato da Hank, che sogna per la figlia un futuro che superi il suo, fanno da contraltare a quelli materiali e senza perdono o ritorno dei Gerhardt e di Milligan, delle occasioni pronte a complicare la vita e delle casualità, degli approcci violenti e privi di empatia di chi non sa ancora dove andare, ma sa che si muoverà grazie alla forza come unica risposta.
Ed il fantasma della guerra che popola il tutto di sensi di colpa o tentativi di redenzione finisce per rendere questa seconda stagione di Fargo ancora più intensa e travolgente della prima, tanto da stuzzicare la curiosità non solo di noi spettatori, ma anche di alieni provenienti da chissà quale altro mondo.
Del resto, la passione miete sempre vittime.
C'è da sperare soltanto che, una volta o l'altra, siano quelle giuste, a poter vedere l'alba e sognare un mondo dove non sia necessario lottare per forza per sopravvivere ai predatori.





MrFord





"Up all night long
and there's something very wrong
and I know it must be late
been gone since yesterday
I'm not like you guys
I'm not like you."

Blink 182 - "Aliens exist" - 






mercoledì 9 dicembre 2015

Bone Tomahawk

Regia: S. Craig Zaher
Origine: USA
Anno:
2015
Durata:
132'







La trama (con parole mie): siamo in un paese come gli altri lungo la grande Frontiera, quando una notte un vagabondo che in realtà cela una natura da sciacallo ed omicida giunge in un saloon dopo essere miracolosamente sfuggito all'attacco di misteriosi individui che paiono indiani a seguito di un colpo andato male.
Lo sceriffo del posto, Franklin Hunt, giunto ad indagare, alla reazione dell'uomo lo ferisce e decide di trattenerlo, chiedendo aiuto alla moglie di un cowboy che funge da medico locale quando lo stesso è troppo ubriaco per operare.
Peccato che, durante la notte, lo stalliere del paese venga ucciso brutalmente, e la donna, uno dei due vicesceriffi ed il vagabondo scompaiano, presumibilmente rapiti dagli stessi misteriosi assalitori ai quali il fuggitivo era già scampato una volta: Hunt, dunque, si trova costretto ad organizzare una spedizione verso la valle che pare essere il rifugio di una sorta di tribù di selvaggi senza alcun legame con i nativi americani, dediti al cannibalismo ed a rituali abominevoli.
A lui si aggregano il vecchio vice, il marito della donna scomparsa ed un ex soldato dai modi spicci: riusciranno a salvare i loro parenti e concittadini e riportare a casa la pelle?










Avrei dovuto sospettare fin dall'inizio, che se l'incontro tra il Western e Kurt Russell - uno dei miti acton della mia infanzia - fosse avvenuto, sarebbero stati fuochi d'artificio.
Non mi sarei mai aspettato, però, che tutto avvenisse grazie ad una produzione assolutamente di nicchia, con un regista praticamente esordiente e misconosciuto come S. Craig Zahler dietro la macchina da presa, lontani da tutti i grandi palcoscenici ma pronti a sfruttare il tam tam delle recensioni degli appassionati in rete: di fatto, è così che Bone Tomahawk è arrivato dalle parti del Saloon.
Ed è arrivato facendosi sentire come un pugno dritto alla bocca dello stomaco.
Perchè questo racconto di Frontiera non privo di difetti - se non ci fosse stato quel finale, probabilmente costruito nel caso in cui la grande distribuzione dovesse mettere gli occhi addosso al prodotto, l'impatto sarebbe stato anche maggiore - è una delle sorprese più cazzute dell'anno, quasi come se Neil Marshall avesse deciso di girare una sua versione di Dead Man, o se Gli spietati avesse incontrato il West pulp di Tarantino, che non ringrazierò mai abbastanza per aver rilanciato l'allora stantìa carriera di Russell grazie al pur non eccezionale Death proof.
Il viaggio dei quattro improbabili giustizieri Kurt Russell - che, tra le altre cose, vedremo tra non molto nell'attesissimo Hateful Eight dell'appena citato, vecchio Quentin -, Matthew Fox - che torna a ricoprire un ruolo di spessore dopo i fasti di Lost -, Patrick Wilson - sempre sottovalutato, a mio parere, e sempre valido - ed il mitico Richard Jenkins, pronti a soccorrere chi per amore, chi per dovere, chi per rigore morale i concittadini rapiti dai selvaggi si mantiene con grande equilibrio tra il Classico, la commedia nera, l'horror ed il revenge movie, pronto ad esplodere, nell'ultima parte, in un crescendo gore dall'ottimo realismo in grado di rivaleggiare perfino con giocattoloni all'apparenza scandalosi come The Green Inferno.
La Frontiera, dunque, vista come la dovevano vedere i pionieri del tempo, pronti a rischiare la vita in spazi sconfinati ed alla mercè della Natura e dell'Uomo, l'animale peggiore che possa essere immaginato libero: la civiltà, dunque, di personaggi come Samantha O'Dwyer contrapposta all'istinto puro e terribile dei selvaggi, la bassezza di Purvis e del suo compare Buddy - il Sid Haig che gli appassionati ricorderanno per i due mitici La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo - faccia a faccia con il senso del dovere dello Sceriffo Hunt e del suo vice, l'apparente e glaciale approccio di Brooder e quello tutto passionale di Arthur O'Dwyer.
Bone Tomahawk, dunque, nasconde molte identità nelle sue immagini, nei tempi apparentemente morti della preparazione allo scontro finale e nella crudele ineluttabilità delle sequenze più violente, da quelle mostrate a quelle lasciate fuori campo: non parliamo di una tamarrata, o di un survival senza ritegno, bensì di un cocktail ottimamente equilibrato all'interno del quale trovano spazio le riflessioni sui massimi sistemi, l'intrattenimento ed un'inquietante interrogativo a proposito di quello che noi tutti, in quanto esseri umani, portiamo dentro.
Poco importa che sia l'uomo civilizzato a tentare di dare una ragione, o quantomeno di usare la stessa per imporsi sulla violenza cieca dei selvaggi, perchè proprio la civiltà - almeno apparente - finisce per risultare la minaccia più pericolosa con la quale fare i conti: dagli sciacalli ai briganti, il sospetto che la ragione finisca per rendere anche più crudeli dell'istinto e della fame puri resta, e nonostante si tifi fino alla fine per i nostri eroi, l'idea che siano loro, in fondo, i più pericolosi del novero, finisce per radicarsi nel cuore dello spettatore anche quando lo stesso muore o esulta al loro fianco gettando una pietra lontana quasi un pericolo fosse scongiurato, e nuovi eroi consacrati alla Storia.






MrFord






"Without an answer, the thunder speaks for the sky, and on the cold, wet dirt I cry.
And on the cold, wet dirt I cry.
Don’t you wanna come with me? Don’t you wanna feel my bones
on your bones?
It's only natural."
The Killers - "Bones" - 






lunedì 9 settembre 2013

The conjuring - L'evocazione

Regia: James Wan
Origine: USA
Anno:
2013
Durata:
112'




La trama (con parole mie): Ed e Lorraine Warren, due studiosi esperti in possessioni, case infestate ed esorcismi di nota fama, sono chiamati ad investigare sulla vicenda della famiglia Perron, trasferitasi in una casa in campagna acquistata ad un'asta e messa alle strette da una serie di misteriosi incidenti ed apparizioni avvenuti proprio tra le mura della loro nuova dimora.
I fenomeni che coinvolgono i Perron e le loro cinque figlie si riveleranno legati allo spirito di una strega suicidatasi proprio nel giardino della proprietà, entità malvagia di spaventosa potenza che riuscirà a mettere a dura prova perfino gli esperti Warren, che per riuscire a scongiurare il pericolo si troveranno a dover mettere in gioco, oltre al loro sapere nel campo del sovrannaturale, anche le loro stesse vite ed anime.




Personalmente, non sono mai stato un grande fan di James Wan: fin dai tempi del suo primo capitolo, infatti, ho sempre considerato il franchise di Saw un'inutile perdita di tempo perfino per un cultore del genere, così come relegato a tentativo fallito il successivo e decisamente più "autoriale" Insidious.
D'altra parte, sono da sempre un amante del genere horror, che ha definito più di un momento della mia formazione di cinefilo fin da bambino.
Si può dire, in un certo senso, che The conjuring sia riuscito nell'impresa di mettere il sottoscritto in pace non solo con il succitato Wan, ma anche con i film "de paura", che negli ultimi anni, eccezion fatta per alcuni casi più unici che rari - Quella casa nel bosco, Lake Mungo -, si sono trovati a dover fare i conti con una crisi di idee e di stimoli profonda almeno quanto quella del Cinema italiano.
Non che The conjuring rappresenti chissà quale nuova frontiera o pietra miliare, o introduca tecniche o nuovi approcci alla narrazione destinati a fare scuola, eppure il lavoro del mio "omonimo" produce una buona dose di scariche di adrenalina - soprattutto nella prima parte -, si avvale di una buona tecnica - bellissimo il piano sequenza durante il trasloco dei Perron nella nuova casa - e tiene botta con una certa dose di attributi per tutta la sua durata anche quando, purtroppo per gli spettatori un pò più smaliziati, le presenze vengono rivelate anche visivamente e l'incantesimo della paura tende a scemare - un vero peccato, a ben guardare, perchè per un buon terzo del film il fatto di affidarsi praticamente solo agli effetti sonori si rivela una scelta quasi perfetta, memore della lezione del Classico dei Classici del settore, quel Gli invasati che ancora oggi riesce a dare ben più di una spanna a qualsiasi produzione legata a fantasmi ed affini -.
Ad ogni modo, e nonostante un progressivo abituarsi all'atmosfera, nel complesso il titolo tiene, ed anche bene, regalando almeno un paio di sequenze da salto sulla sedia - il gioco del battimano con l'armadio che si apre, la disavventura di Carolyn in cantina -, una cornice perfetta che ci riporta dritti dritti agli anni settanta, un cast più che discreto ed un finale più spettacolare in pieno stile Esorcista che riporta alla mente uno dei film più sottovalutati - eppure fondamentali - degli anni ottanta legati alle possessioni: Poltergeist, nonchè aperto ad un potenziale sequel incentrato sempre sui due investigatori del paranormale Ed e Lorraine Warren, realmente esistenti e agli scritti dei quali la pellicola - e non solo questa - è stata ispirata.
Un'esperienza visiva ed in qualche modo emozionale, dunque, sicuramente superiori a quanto l'horror ha da offrire al momento all'audience, nonchè superiori alle aspettative che potevo nutrire rispetto ad un titolo di cui si è parlato benissimo - soprattutto negli States - ma che sulla carta non mi convinceva così come è stato, al contrario, stato fatto dalla visione stessa: senza dubbio i fan hardcore dell'horror potranno storcere il naso a fronte di un prodotto che pare la versione riveduta e corretta di cose come Amityville Horror e che, di fatto, non inventa nulla di nuovo, eppure a volte - soprattutto nei periodi di magra come questo - occorre tirare la cinghia e dare il credito che meritano anche prodotti buoni come questo, seppur privi di quella scintilla che ha reso grandi i cult che li hanno ispirati.
Abbandonate dunque gli indugi e le influenze - per i più esperti - e lasciatevi trasportare da James Wan nell'inquietante mondo delle possessioni demoniache: sono sicuro che le gesta dei Warren torneranno a bussare alla porta delle vostre menti ben più di tre volte.


MrFord


"Listen as the wind blows
from across the great divide
voices trapped in yearning
memories trapped in time
the night is my companion
and solitude my guide
would I spend forever here
and not be satisfied?"
Sarah McLachlan - "Possession" - 


 

lunedì 26 marzo 2012

Young adult

Regia: Jason Reitman
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 94'



La trama (con parole mie): Mavis Gary, ghost writer di una saga di successo per adolescenti giunta alla sua conclusione, fresca di divorzio e stabilitasi con la sua vita disordinata a Minneapolis, torna al paese natale - un piccolo centro di provincia - in occasione del battesimo della figlia di Buddy, ex fidanzato dei tempi del liceo.
La donna, fingendosi in visita per una transazione immobiliare, cerca in realtà di tornare ai tempi in cui lei era la reginetta della scuola ed il futuro sembrava migliore di quanto la vita le abbia riservato, dal matrimonio fallito all'alcolismo incombente, e la strada perchè ciò accada, ai suoi occhi, è legata alla (ri)conquista del vecchio amore.
Peccato che il Destino - ed il paese - abbiano piani diversi per Mavis.




Crescere non è facile. No davvero.
Ancor di più scoprire di essere diventati adulti, in quel decennio tra i trenta e i quaranta  in cui ci si trova a dover mettere a confronto sogni, aspettative e desideri ancora vivi con responsabilità e cambiamenti che paiono pesare come macigni. Uno stato che si potrebbe definire di consapevolezza ed esperienza cui manca, però, l'equilibrio che soltanto la maturità - e solo a volte - è in grado di dare con il sopraggiungere della vecchiaia.
Mavis Gary questo non l'ha ancora imparato sulla pelle - e chissà, forse non lo imparerà mai -, così, armi e bagagli alla mano, muove guerra al suo vecchio paese di provincia e ad una vita che ad un tempo la porta in palmo di mano e la riduce all'ombra del ricordo che ha di se stessa, concentrandosi sulla conquista della vecchia fiamma Buddy, amore mai dimenticato degli anni del liceo, nel pieno dei nineties che tanto ricordano Giovani, carini e disoccupati.
Diablo Cody - classe 1978 - quel periodo deve ricordarlo davvero bene, un pò come il sottoscritto e tutti quelli che, ai tempi, sognavano Wynona Rider o Ethan Hawke: deve esserci molto, di lei, in Mavis, o almeno i fantasmi che gli inquieti si portano dietro anche quando la loro vita prende una direzione definita o di successo.
Ma la cosa che più mi ha colpito della sceneggiatura della diabolica Cody e di Young adult è la capacità dello script di mostrare il meglio - ma soprattutto ed impietosamente il peggio - dei due lati della barricata: se, infatti, Mavis maschera dietro l'aura del successo cittadino una natura fragile e meschina, il fantasma dell'alcolismo ed un'immaturità imbarazzante - terribili le sequenze dei confronti con l'ex compagno di liceo Matt ed il suddetto Buddy - portati in scena da una stratosferica Charlize Theron, la geografia umana del paese cui fa ritorno appare clamorosamente arida, fatta di ignoranza e banalità, pregiudizi e visioni limitate - se non peggio, come nel caso dei genitori di Mavis o della sorella di Matt -.
Nessuno pare salvarsi, da questo ritratto impietoso che deve la sua efficacia più alla penna della sceneggiatrice che non a Jason Reitman, che continua fondalmentalmente il discorso già iniziato con i lavori precedenti riscattandosi comunque senza dubbio dello scialbo Tra le nuvole, e dai personaggi - quasi tutti in qualche modo perdenti - al pubblico non si esce senza una qualche ferita dalla lotta che ingaggia Mavis rispetto allo status quo del suo passato, e perfino quando la presa di coscienza della protagonista - nella già citata sequenza da brividi della festa per il battesimo della figlia di Buddy - pare dare una qualche speranza rispetto al futuro tutto cambia completamente prospettiva al primo - limitatissimo - riconoscimento del vecchio io della stessa Mavis.
Una fotografia terribile che potrebbe vestire meglio un dramma, più che una commedia, e che ricorda i momenti più oscuri di un altro road movie dell'anima da crisi di mezza età come fu Broken flowers, senza però la stessa carica imprevedibile e sbarazzina in grado di lasciar intravedere una luce in fondo al tunnel.
La partenza di Mavis, infatti, suona come una vittoria di Pirro da entrambe le parti, e la sensazione di essere coccolati e liberi eppure inesorabilmente prigionieri crea un legame quasi empatico con il piccolo cane completamente in balìa di questa scrittrice fantasma non più così giovane come vorrebbe.
Un pò come volere, e non potere.
Niente di più simile ai dolori della crescita.
A qualsiasi età decidano di bussare alla nostra porta.


MrFord


"And so I cry sometimes when I'm lying in bed
just to get it all out, what's in my head
and I, I'm feeling a little peculiar
and so I wake in the morning and I step
outside and I take deep breath
and I get real high
and I scream to the top of my lungs
what's goin' on?"
4 Non Blondes - "What's up" -


sabato 14 gennaio 2012

Hard candy

Regia: David Slade
Origine: Usa
Anno: 2005
Durata: 104'



La trama (con parole mie): Hayley, quattordicenne acuta, sveglia ed incline alla provocazione, dopo tre settimane di chat fissa un incontro con Jeff, fotografo poco più che trentenne.
I due si incontrano al centro commerciale, e sempre in bilico tra la curiosità ed il doppio senso approfondiscono il loro appena nato rapporto rompendo il ghiaccio fino a decidere con una scusa di recarsi a casa dell'uomo, che alterna momenti da pseudo fratello maggiore ad altri in cui pare sul punto di cedere alla tentazione rappresentata dalla giovane studentessa.
Nel momento in cui l'alcool pare poter mettere la ragazzina in pericolo, i ruoli si ribaltano, e Jeff si ritrova prigioniero di Hayley, disposta a tutto pur di svelare il segreto celato dall'uomo, legato alla scomparsa di un'altra giovanissima.




Se c'è una cosa che va riconosciuta senza dubbio a David Slade in questo suo pur non riuscito tentativo di portare sullo schermo un tema certo non comodo, è il coraggio.
Ad Hard candy non mancano, oltre al suddetto, una robusta dose d'inventiva accompagnata da una buona padronanza della macchina da presa, interpretazioni importanti dei protagonisti - l'Ellen Page di Juno in versione teen letale spalleggiata da Patrick Wilson - ed una dose assolutamente consistente di riflessioni suscitate negli spettatori.
Eppure, come un incantesimo che si spezza, con il passare dei minuti si assiste ad un progressivo sgretolarsi dei propositi - o quelli che parevano tali - iniziali della pellicola sacrificati per un più sicuro climax che porti a quella che, in qualche modo, pare essere la soluzione più facile: il ribaltamento di ruoli che tanto riesce a turbare prima che Hayley cominci a scatenare il suo desiderio di vendetta su Jeff perde progressivamente di spessore a causa di tentativi non riusciti di mantenere alta la tensione - l'inutile parte affidata a Sandra Oh - e ad un gioco al massacro che si rivela assolutamente ingiustificato perchè mosso da quella che fin dal principio avrebbe potuto assumere i connotati della semplice, fredda vendetta.
Il gioco da "Cappuccetto rosso al contrario" della ragazzina, dunque, diviene sterile quanto la tortura psicologica e non inflitta alla sua vittima, sviluppata - stando alle parole e alle azioni di Hayley - per strappare una confessione a Jeff quando, a conti fatti, la stessa risulta inutile se non ai fini della provocazione da parte del regista: idee niente male come quella d'ispirazione hanekiana di non mostrare in campo l'effettiva violenza perdono consistenza rispetto ad alcune scelte discutibili dal punto di vista della sceneggiatura - i riferimenti e l'utilizzo del primo grande amore di Jeff risultano forzati quanto la scelta di far comparire la donna nel finale, presenza totalmente ingiustificata rispetto a quanto rivelato in precedenza nello script - finendo, più che creare un disturbo nello spettatore rispetto ai temi trattati, per alimentare l'irritazione legata alla mancata "sincerità artistica" dell'autore, alimentata dai dubbi che il tutto sia frutto di un'operazione studiata a tavolino e nei dettagli per fare la parte del regista figo e alternativo che ne sa sempre una più dei poveri stronzi che guardano ammirati i suoi film.
E questo, in casa Ford, non è mai un bene.
Restano il plauso per i già segnalati interpreti - ben diretti e decisamente ispirati -, la cura quasi maniacale per la messa in scena e la fotografia - ottimo l'uso dei colori nei giochi di controcampo nel pieno dei dialoghi - ed un'inquietudine di fondo sollevata dalle domande della prima - e più efficace - metà della pellicola: era Hayley a cacciare Jeff o viceversa? Dove finisce la provocazione ed inizia la vera e propria violenza - non necessariamente fisica -? Jeff ragiona solo seguendo i suoi bassi istinti o rischia il più possibile come se fosse convinto di poter resistere al proibito rappresentato da Hayley?
Se Slade avesse continuato su questi binari evitando di trasformare il suo lavoro in un più banale thriller di vendetta, forse saremmo ancora qui a chiederci fino a che punto potrebbe spingerci una Natura che spesso può essere molto più pericolosa e bassa di quanto si sia disposti ad ammettere.


MrFord


"She is standing by the water
as her smile begins to curl
in this or any other summer
she is something all together different
never just an ordinary girl."
Counting crows - "Hard candy" -



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