Ho l'impressione che tutti, quantomeno nei Paesi in cui è presente ed almeno una volta nella vita - compresi i radical che continuano a mostrare repulsione in confronto, quasi fosse una sorta di versione fastfoodiana di Trump -, abbiano mangiato da McDonald's.
Prima o dopo la serata Cinema, a tarda notte di ritorno da una bella sbronza, in vacanza perchè a corto di soldi, in compagnia quando si è ragazzi e non si hanno ancora l'età o i fondi per girare per locali, e così via.
Personalmente, pur adorando il mangiare sano e completo - di norma i miei pasti vanno dal primo al dolce, senza alcuna portata "saltata", adoro mangiare lentamente e mi godo gli alimenti di prima qualità, quando ci sono -, trovo il fast food e McDonald's - il suo simbolo - assolutamente utili e goduriosi, l'equivalente culinario di quelli che sono i film action tamarri, o le trashate che esaltano senza ritegno: di tanto in tanto, la voglia di schiaffarsi un bel menù come si deve con l'aggiunta di qualche extra mi prende alla gola, specie ora che, lontano dal lavoro e dalla grande città, sto perdendo i ritmi della pausa pranzo.
Nonostante questa mia "debolezza", non conoscevo la storia dietro una delle imprese commerciali di maggior successo al mondo, ovvero l'intuizione che portò, negli anni cinquanta dei grandi sogni e delle grandi opportunità made in USA, il venditore Ray Kroc a creare dalle fondamenta quello che, ad oggi, è un vero e proprio impero multimilionario.
Il lavoro di John Lee Hankcock, già noto per i più che discreti The blind side e Saving Mr. Banks, incensato da buona parte della critica e perfetto ritratto del lato oscuro dell'American Dream, affronta principalmente il tema del confronto tra l'arrivismo grintoso dei perseveranti e la dimessa genialità degli outsiders di talento, che per quanto depositari di idee e, per l'appunto, talento, non giungeranno mai al successo, e saranno dunque destinati a fare da cibo per i veri squali dell'oceano, i loro colleghi e competitors meno dotati ma più decisi.
Un ritratto senza dubbio ben congegnato e critico delle grandi speranze a stelle e strisce, che dietro alle possibilità ed ai sogni celano senza dubbio un sottobosco smisurato di disillusione ed impossibilità di emergere: la storia di McDonald's e di Ray Kroc, in un certo senso, mostra proprio questo. Il percorso di un predatore che non si fermerà di fronte a nulla e quello di due sognatori che hanno avuto la sola colpa di avere un'intuizione clamorosa senza saperla sfruttare, o quantomeno non farlo a scapito di determinati valori.
Avendo avuto esperienza di vendita, probabilmente potrei pensare di essere più simile a Kroc che non ai due fratelli McDonald, eppure comprendo bene - pur se rispetto ad altri ambiti - quanto scomoda sia la verità che dietro un sogno ci sia il fatto incontestabile che spesso e volentieri non abbia l'ultima parola il più talentuoso o chi si merita un successo, quanto chi ha inseguito lo stesso con la determinazione più ferrea e la capacità di osare anche quando si rischia, o si mette a rischio quello che di norma viene considerato, per l'appunto, un valore.
Un film onesto, dritto, importante per certi versi, che ha come unico difetto il fatto di essere uguale a molti altri che toccano le stesse tematiche, e senza dubbio proiettato - malgrado le mancate nominations - alla "zona Oscar": un film da artigiani con le contropalle, ma un film che resta espressione di determinazione e non di talento, supportato per gran parte da un Michael Keaton che pare vivere una seconda giovinezza dopo essere stato sottovalutato per troppi anni.
Curioso che sia proprio lui ad interpretare Ray Kroc.
Perchè uno come Keaton rappresenta alla perfezione quell'immensa categoria di geni votati all'insuccesso.
MrFord