Visualizzazione post con etichetta Dean Norris. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dean Norris. Mostra tutti i post

lunedì 28 maggio 2018

Il giustiziere della notte (Eli Roth, USA, 2018, 107')







Il fatto che a Hollywood vada di moda il riciclo delle idee è ormai purtroppo chiaro a molti appassionati, in un'epoca in cui remake, reboot e via discorrendo hanno un ruolo sempre più importante nell'economia delle grandi case di distribuzione: uno degli "ultimi arrivati" in questa purtroppo sempre più nutrita famiglia è il remake de Il giustiziere della notte, cult anni settanta con Charles Bronson, diretto da Eli Roth ed interpretato da Bruce Willis, che senza dubbio appare molto più credibile nella versione Giustiziere - che strizza l'occhio al look di Unbreakable - che non in quella di chirurgo.
Peccato che l'intera operazione risulti inutile e vuota fin dal principio, priva dell'elemento più interessante della versione originale - Bronson era un obiettore di coscienza -, fortemente edulcorata - l'aggressione è davvero blanda, la violenza nascosta o resa quasi grottesca - e nonostante la firma sulla locandina caratterizzata dall'impapabile mano di un Eli Roth probabilmente molto limitato dalla produzione e quasi non pervenuto in termini di stile personale: se, dunque, questo Il giustiziere della notte doveva invertire la tendenza e mostrare, per una volta, un remake con un senso ed uno spessore, l'occasione è stata clamorosamente perduta, scivolando nel banale e nell'inutile nonostante, a conti fatti, non si tratti di un brutto film, quanto di uno uguale a molti altri.
Da una coppia come quella formata da Willis e Roth era lecito aspettarsi davvero molto di più, specialmente ora che, con Trump alla Casa Bianca, la questione delle armi e della "giustizia privata" ha di nuovo assunto grande rilevanza mediatica: invece tutto scorre neanche fossimo all'interno del più scontato degli action movies, non pervengono domande etiche rispetto ad una storia che dovrebbe basarsi proprio su quelle e ci si trascina già consci di quello che accadrà al finale.
Il vero peccato di film come questi è la sensazione di nulla che lasciano una volta conclusi, destinati al dimenticatoio per una questione di carattere assente e pigrizia nel non cercare nuove soluzioni per poi affidarsi a vecchie storie efficaci riuscendo quasi sempre - come in questo caso - a banalizzarle e renderle meno interessanti.
A distanza di qualche giorno, infatti, non solo è difficile trovare argomenti anche vagamente significativi per mettere insieme un post decente, ma anche ricordare passaggi che possano essere davvero degni di menzione, nella peggior tradizione dei titoli non tanto pessimi, quanto clamorosamente inutili.
Personalmente, considerato che sia Willis che Roth mi stanno molto simpatici, spero che questa per loro sia solo una battuta d'arresto momentanea, e che entrambi tornino a far meglio quello che sanno fare meglio, magari regalando agli appassionati titoli che, anche se non cult, possano quantomeno meritare di essere ricordati.
Perchè questo Giustiziere non rende giustizia a nessuno.
Autori e soprattutto spettatori compresi.




MrFord




 

martedì 12 dicembre 2017

Il libro di Henry (Colin Trevorrow, USA, 2017, 105')





Così come accade per piatti e cocktails esistono alcuni film che, pur portando in dote ingredienti perfetti per il nostro palato, finiscono per risultare fuori posto, poco armonici e pronti ad andare di traverso: ma cominciamo dall'inizio.
Colin Trevorrow è entrato nella mia vita di cinefilo qualche anno fa, grazie allo splendido Safety not guaranteed, che con ogni probabilità gli conserverà un giro gratis al Saloon per diverso tempo, e ci è rientrato anni dopo con il divertentissimo Jurassic World, segno che nonostante la profondità indie si trattasse di un regista assolutamente pane e salame: con la direzione dell'Episodio Nove di Star Wars - poi revocata - ad incombere, aveva tutte le carte in regola per sorprendermi di nuovo.
Il libro di Henry, del resto, è una vicenda di formazione che richiama I Goonies, Stand by me e tutte quelle belle cose anni ottanta con le quali sono cresciuto, praticamente una porta spalancata nei gusti del sottoscritto, anche considerato il casting che dalla sua poteva contare la ballerina Maddie Ziggler e gli ottimi Jaeden Lieberher e Jacob Tremblay, senza contare l'elemento dato dall'elaborazione del lutto e dell'analisi del rapporto genitori/figli - può confermare Julez la forza di quella che resta senza dubbio la sequenza più forte della pellicola -.
Eppure, c'è un eppure.
Perchè Il libro di Henry, dopo aver spacciato premesse ed aspettative, minuto dopo minuto si involve senza alcun ritegno e ritorno, e ad una prima parte interessante e coinvolgente unisce un crescendo tra i più retorici ed inutili che ricordi sull'orizzonte indie o quantomeno idealmente alternativo: un vero peccato, perchè la vicenda avrebbe potuto portare a qualcosa con un carattere ed un coraggio maggiori, puntando a diventare un potenziale cult piuttosto che un film da tentata lacrima facile buono per la serata in famiglia su Italia Uno, per quanto ormai possa suonare superato un discorso di questo genere.
Posso soltanto sperare che Trevorrow abbia incontrato ostacoli e subito pressioni in termini di produzione, perchè un lavoro di questo genere per un regista con le sue potenzialità non solo significa un'involuzione, ma anche la prospettiva di un futuro lavoro da mestierante di Hollywood più che da protagonista, più o meno lo stesso discorso applicabile a questo suo ultimo lavoro, che in un primo momento ho pensato fosse stato troppo bacchettato dal Cannibale e dai critici oltreoceano e che per primo, in corso di visione, mi sono ritrovato a maledire.
Nel corso dell'adolescenza - a prescindere da quando inizi o finisca - si pensa fin troppo spesso di essere un gradino sopra tutto il resto e tutti gli altri, finendo per puntare al cielo prima ancora di aver imparato davvero a stare sulle proprie gambe: in questo senso, Il libro di Henry è un film che si adatta perfettamente a quell'età, ma che non per questo debba essere necessariamente giustificato.
Probabilmente io stesso, avessi avuto migliori maestri, sarei maturato prima finendo per faticare meno di quanto non abbia faticato, effettivamente, poi: da questo punto di vista mi sento quasi in dovere di scatenare la più furiosa tempesta di bottigliate su questo film immaturo e sottilmente pretenzioso, che fa del ricatto emotivo la sua arma migliore in barba alla bellezza di spontaneità e semplicità.
E questo non va affatto bene.
Se vorrai entrare da protagonista nel libro di Ford, caro Trevorrow, dovrai impegnarti decisamente di più.



MrFord



 

martedì 10 dicembre 2013

Breaking bad - Stagione 5

Produzione: AMC
Origine: USA
Anno: 2013
Episodi: 16




La trama (con parole mie): la caduta di Gus Fring per mano di Walter White ha creato un vuoto di potere nella grande distribuzione della meth, ma anche una serie di problemi cui lo stesso Walt, Jesse Pinkman ed il loro forzato "socio" Mike non avevano pensato. Privi di un laboratorio all'interno del quale cucinare in sicurezza e di agganci per la distribuzione, con la DEA determinata a smascherare tutti gli appartenenti all'organizzazione del defunto re del pollo fritto, i tre dovranno mettere da parte le tensioni per rimettere in piedi la società cercando di tornare a guadagnare per garantirsi un futuro.
Peccato che quello che avrebbe dovuto trasformarsi nelle fondamenta del loro nuovo impero muti presto in una spirale di violenza, vendetta, morte e rivelazioni sconvolgenti destinata a segnare e distruggere le loro vite per come le avevano conosciute fino a quel momento.
E non solo quelle.






Nonostante il format della serie televisiva sia qualcosa di noto - ed amato - da un tempo ben più consistente di una ventina d'anni, non si potrebbe dire che sarebbe potuto essere lo stesso senza Twin Peaks. Il gioiello creato da David Lynch, all'inizio degli anni novanta, rivoluzionò totalmente l'immaginario del piccolo schermo, consegnando al pubblico quello che, a tutti gli effetti, è  il primo, grande Capolavoro che sia nato ad uso e consumo dell'allora tubo catodico.
Eppure, con la sua chiusura, tutto parve tornare alla placida routine degli anni ottanta, almeno fino a quando, esattamente il 30 settembre 2004, ebbe inizio la programmazione di Lost.
Discusso, contestato, amato alla follia quanto ferocemente criticato, il serial dedicato alle avventure dei superstiti più noti della pop culture non sarà stato perfetto, ma ha avuto il grande merito di cambiare radicalmente il concetto di serie tv, portando di fatto il Cinema ed il suo essere "larger than life" - nel bene e nel male - sugli schermi degli spettatori comodamente stesi sul loro divano, regalando il cast of charachters più variegato ed amato di tutti i tempi. Capolavoro numero due.
Ma si sa che non c'è due, senza tre: dunque ecco giungere, quasi in sordina, Breaking bad, crime thriller giocato tutto sulla disfunzionale famiglia White venuto alla luce negli anni di maggior lustro del ben più noto Dexter, del quale, di fatto, rappresenta la versione perfetta e non sbracata cui il serial killer dei serial killer ci ha abituati nelle sue ultime - e decisamente fallimentari - tre stagioni.
Due anni per carburare, scaldare i muscoli, e poi via, con un terzo al fumicotone ed un quarto da cardiopalma, prima dell'annuncio che il quinto non solo sarebbe stato la conclusivo - meglio chiudere quando si è in cima, del resto -, ma che, spezzato in due parti, avrebbe prolungato la dolce agonia di tutti i fan di Eisenberg di una season in più.
Dunque, qui al Saloon si è deciso di attendere in modo da poterlo affrontare tutta d'un fiato, senza dover fare i conti con quell'episodio otto che avrebbe significato fiato sospeso per un anno intero giocato tutto sulla dedica a Foglie d'erba di Walt Whitman, un altro magico Walt.
Ed ora, eccomi qui.
A tentare di scrivere qualcosa a proposito di quella che, forse, è la serie televisiva meglio scritta di sempre.
Ma cosa si può scrivere, del resto, di un personaggio come Walter White?
Nessun altro charachter, positivo o negativo che sia, è riuscito ad incarnare gli eccessi di oscurità dell'animo umano meglio di questo professore di chimica cinquantenne vinto dalla vita e dal caso almeno quanto da una remissività per troppo tempo coltivata a scapito del suo genio.
Nella determinazione glaciale e spietata di quest'uomo dedito alla famiglia a tal punto da arrivare a farsi odiare dalla stessa quanto il peggiore dei mali - lo stesso che combatte dalla prima all'ultima puntata - pur di regalare ai suoi membri un bene di cui lui stesso non ha mai goduto davvero, ed emancipando questa sorta di generosità riuscendo al contempo a realizzare i suoi più bassi istinti e pulsioni legate ad egocentrismo e desiderio di rivalsa si trova tutto il "lato oscuro" che ognuno di noi coltiva, più o meno alla luce del sole, per tutta la vita, e per il quale, spesso e volentieri, finisce per sentirsi in colpa cercando di espiarlo nei più comodi modi possibili.
Eppure, la formula di Walter White non sarebbe stabile senza quello che, a conti fatti, rappresenta il suo vero figlio, Jesse Pinkman.
E in quello sguardo, quel cenno d'intesa quasi impercettibile, c'è tutta l'intensità di due spiriti affini che si sono incontrati, combattuti, amati, odiati, presi d'esempio e sacrificati, tirando fuori il meglio ed il peggio l'uno dall'altro, fino alla fine.
Perchè prima o poi le strade si separano, ed è giusto che il figlio prosegua dove il suo cuore lo conduce, lo stesso cuore fermatosi dopo una spettacolare rapina ad un treno che è stata, di fatto, l'inizio della fine.
Ed è altrettanto giusto che il padre ceda il passo, cosciente di avere dato tutto quello che poteva, e anche di più, e, lasciato libero il figlio, si conceda la soddisfazione di godersi una libertà che non ha mai provato prima.
Attimi di commozione e durezza, lucidità ed emozioni travolgenti.
Un istante così intenso da farmi pensare che neppure Clint sarebbe riuscito a fare tanto, in una materia che è sempre stata decisamente sua.
E meno male.
Perchè se non ci fosse stato quello, sarei stato travolto da un finale fin troppo perfetto.


MrFord


"Guess I got what I deserved
kept you waiting there too long, my love
all that time without a word
didn't know you'd think that I'd forget or I'd regret
the special love I had for you, my baby blue."
Badfinger - "Baby blue" -



venerdì 15 novembre 2013

Under the dome - Stagione 1

 
Produzione: CBS
Origine: USA
Anno: 2013
Episodi: 13




La trama (con parole mie): a Chester's Mill, una piccola cittadina della provincia americana, la vita scorre tranquilla fino a quando una misteriosa cupola invisibile, invalicabile ed apparentemente indistruttibile, cala sulla città isolandola dal resto del mondo, intrappolando al suo interno gli abitanti, di colpo messi di fronte all'idea di una lunga lotta per la sopravvivenza pronta a far uscire allo scoperto segreti e lati oscuri di ognuno di loro.
Il consigliere Big Jim Rennie, da tempo a capo della comunità, si ritroverà a fronteggiare i suoi insospettabili soci nonchè la resistenza della giornalista Julia Shumway e dell'ex militare Dale "Barbie" Barbara, pronti a lottare affinchè le sue menzogne ed i suoi atti criminali vengano rivelati alla luce del sole.
Nel frattempo un gruppo di ragazzi unito da uno strano legame con la cupola cercherà di scoprire il segreto che si cela dietro la misteriosa struttura.




In un periodo del piccolo schermo teso tra l'inizio della nuova stagione di Homeland e la fine di Breaking bad - che non vedo l'ora passi sugli schermi di casa Ford -, una visione più leggera, votata all'intrattenimento senza se e senza ma riesce sempre ad essere utile per rilassare cuore e cervello e prepararlo a nuove e particolarmente intense emozioni: è il caso di Under the dome, proposta CBS nata da un lavoro di Stephen King prodotta da Steven Spielberg e realizzata da molti dei grossi nomi che resero mitico Lost - in particolare, Brian K. Vaughan e Jack Bender -.
Ibrido tra il drama ed il fantasy con la consueta impronta da cospirazione ed i segreti nascosti sotto la patina del buon vicinato tipica di King, Under the dome non inventa o aggiunge nulla al panorama delle serie tv di genere e non, eppure riesce - pur con alcuni passaggi decisamente poco convincenti dal punto di vista della scrittura - ad accompagnare lo spettatore dal primo all'ultimo episodio senza strafare, ricordando le atmosfere di titoli di nicchia ma ugualmente interessanti come 4400 e pezzi d'antiquariato come L'ombra dello scorpione, sempre ispirata ad un noto lavoro del re dell'horror letterario.
In particolare, l'idea più interessante è quella di non risparmiare ombre a nessuno dei protagonisti, e di opporre un charachter assolutamente negativo che ricorda, in un certo senso, il Ben Linus di Lost, ad un "eroe per forza" dal curioso soprannome - "Barbie" è già a suo modo mitico -, di bella presenza e dal fare decisamente spaccaculi, una sorta di incrocio tra i vecchi Jack e Sawyer.
I difetti, comunque, non mancano, e senza dubbio il prodotto presta il fianco a numerose critiche: il fatto è che, a mio parere, prodotti di questo tipo non andrebbero presi troppo sul serio, e si dovrebbero godere come una serata fuori con gli amici o un weekend in grado di spezzare il ritmo lavorativo normale, una sorta di equivalente delle tamarrate cinematografiche sempre pronte a correre in aiuto per far prendere aria al cervello tra un film d'autore e l'altro: le vicende degli abitanti di Chester's Mill confinati sotto la misteriosa cupola, dunque, andrebbero vissute senza troppe pretese, magari immaginando quello che accadrebbe se la nostra comunità, vicini graditi e non compresi, si trovasse nella stessa situazione a fare fronte ad un destino ignoto in grado di portare una buona parte degli imprigionati a tirare fuori il peggio, sia lo stesso peggio rappresentato dall'approccio giustizialista a quello religioso, quello mosso dalla legge del più forte e quello, al contrario, votato all'approfittarsi del prossimo senza necessariamente dover colpo ferire.
La conferma del titolo ed il finale aperto di stagione aprono ora nuovi interrogativi pronti a consolidare lo status di rivali di Rennie e Barbie, nella speranza che la seconda annata possa dare più spazio agli elementi di maggior interesse - il ben poco equilibrato figlio di Big Jim, decisamente più affascinante degli eventuali alieni, il ruolo da "marionetta" di Linda - e lasciare in secondo piano l'inserimento di elementi da "troppo che stroppia" poco utili perfino all'intrattenimento senza se e senza ma - il personaggio di Maxine ed il suo "fight club" -: se così fosse, ci troveremmo di fronte ad un ottimo riempitivo in grado di non far temere quei tempi morti che intercorrono inevitabilmente tra una grande visione ed un'altra.


MrFord


"Pain, your every stamp
when you fault enough to wanna die
when you cry
you will find
falling stars drain every night
falling stars drain every night
falling stars drain."
Serj Tankjan - "Falling stars" - 



Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...