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lunedì 23 novembre 2015

Spectre

Regia: Sam Mendes
Origine: UK, USA
Anno: 2015
Durata: 148'






La trama (con parole mie): spinto da un mistero che pare avere radici nel suo passato e coinvolgere tutti i criminali con i quali si è confrontato negli ultimi anni di attività, orfano di M, malvisto dai nuovi vertici dei servizi segreti anglosassoni, James Bond parte da Città del Messico per dipanare la matassa che risponde al nome di Spectre, un'organizzazione criminale con agganci e mezzi pari, se non superiori, a quelli degli stessi servizi segreti.
Viaggiando tra l'Italia, l'Austria ed il Nordafrica, braccato da Hinx, uomo di forza della stessa Spectre, deciso a mettere in salvo Madeleine, figlia di un suo vecchio nemico, Bond sarà costretto a sfruttare tutta la sua abilità, il coraggio e la sfrontatezza, nonchè i pochi agenti ancora fidati all'interno dell'MI6 per portare a casa la pelle, minare le fondamenta dell'organizzazione rivale e portare alla luce i doppiogiochisti all'interno del suo governo prima di prendere una propria strada, magari accanto a Madeleine.









Il personaggio di James Bond mi è sempre piaciuto: bastardo il giusto, uomo d'azione, ottimo bevitore, con un debole per le belle donne, l'agente segreto figlio della penna di Ian Fleming ed ormai parte dell'immaginario collettivo ha da sempre tutte le carte in regola per essere il benvenuto al Saloon.
Qualche anno fa, quando con l'ingaggio di Daniel Craig avvenne una sorta di svolta muscolare nella serie, rimasi letteralmente ammirato dal lavoro fatto sullo strepitoso Casinò Royale, probabilmente uno dei film migliori dedicati allo 007 di sempre, concentrato d'azione eppure in grado di raccontare una storia non banale, tamarro ma allo stesso tempo traboccante stile.
Venne poi il sicuramente meno convincente ma quantomeno divertente da vedere Quantum of solace, prima dell'approdo dietro la macchina da presa di Sam Mendes, regista celebratissimo - e dall'enorme talento - che con Skyfall e questo Spectre ha deciso di portare la dimensione di Bond a quella dell'action d'autore, ambizioni comprese: ed è proprio qui, come si direbbe in Inside man, che sta l'inghippo.
Perchè se da un lato la tecnica è indiscutibile almeno quanto la messa in scena, di fatto Spectre patisce - in misura comunque minore, sia chiaro - gli stessi difetti di Skyfall, celebrato un pò ovunque e da queste parti selvaggiamente bottigliato: minutaggio eccessivo, ambizioni eccessive, eccessiva voglia di dare alla pellicola ed al main charachter uno spessore da film drammatico che appesantisce il complesso dell'opera e finisce per remarle contro decisamente più di quanto non accadrebbe con un approccio più easy e scanzonato.
La sequenza d'apertura, decisamente ottima, di Città del Messico, tutta adrenalina e mistero, è un ottimo esempio dell'approccio che Mendes avrebbe dovuto tenere in tutta la pellicola, senza preoccuparsi troppo di romanticismo, introspezione, spiegoni ed approfondimenti assortiti: dalla logica di alcuni passaggi - perchè, se cominci a presentare un action o un film d'avventura come un prodotto d'autore, è naturale che si comincino a fare le pulci allo stesso - come la resa dei conti con l'Hinx interpretato dall'ex wrestler Dave Bautista - senza dubbio ingaggiato per le sue doti attoriali e premiato per questo con una sola battuta - a bordo di un treno lussuoso in stile Orient Express che viaggia nel deserto nordafricano all'interno del quale paiono non esserci passeggeri o personale anche a fronte di uno scontro che prevede spari e corpo a corpo da corpi speciali all'interpretazione insopportabile di Christophe Waltz, condannato ormai ad essere la caricatura degli indimenticabili charachters di Bastardi senza gloria e Django Unchained, scesa l'adrenalina dell'apertura si assiste ad una lenta, noiosa esibizione di tecnica e budget di quasi due ore e mezza, che non lascia nulla e che, più che rimandare al Classico, pare una sbiadita fotocopia dello stesso.
Personalmente, sono molto dispiaciuto che per la seconda volta Mendes non abbia centrato il bersaglio con Bond - nonostante in molti abbiano sbrodolato parole di giubilo alla vista di Spectre quanto e forse più che rispetto a Skyfall -, perchè la mia speranza era quella di potermi godere Spectre dall'inizio alla fine e, chissà, in una certa misura rivalutare anche il capitolo precedente: invece mi sono trovato a rimpiangere - e molto - Licenza di uccidere, che con classe ma altrettanta leggerezza, regalava un cult d'avventura senza altre pretese se non far evadere il pubblico per un'ora e mezza.
Al contrario, qui ne ho affrontate più di due con il desiderio di evadere.
Dal film.




MrFord





"I'm prepared for this
I never shoot to miss
but I feel like a storm is coming
if I'm gonna make it through the day
then there's no more use in running
this is something I gotta face."
Sam Smith - "Writing's on the wall" - 





domenica 31 agosto 2014

007 Collection

 
La trama (con parole mie): nel mondo della settima arte, pochi personaggi sono noti a livello planetario e perfino tra i non appassionati come James Bond.
Nato dalla penna di Ian Fleming, l'affascinante agente segreto ha conosciuto, nel corso degli anni, incarnazioni ed interpretazioni completamente diverse tra loro, eppure unite dallo stile inconfondibile dell'uomo di punta dei servizi segreti di Sua Maestà.
Dal 27 agosto, in edicola con Il Corriere della sera e La Gazzetta dello sport, sarà possibile collezionare le pellicole che hanno visto 007 conquistarsi un pezzo importante della Storia del Cinema.




Pochi charachters, nel corso della lunga Storia della settima arte, hanno segnato l'immaginario pop quanto James Bond, agente segreto con la licenza di uccidere creato dalla penna di Ian Fleming e celebrato una volta ancora ed una volta di più a cinquant'anni di distanza dalla scomparsa del suo creatore: La Gazzetta dello Sport e Il Corriere della sera segnano dunque questa importante ricorrenza presentando in edicola a soli 9,99€ per uscita ventiquattro dvd dedicati alle gesta di Bond, alle sue indimenticabili auto, ai nemici ed alle ancor più indimenticabili Bond girls, che da Ursula Andress a Eva Green hanno fatto sognare gli spettatori forse anche più di quanto gli Sean Connery, i Roger Moore o i Daniel Craig hanno fatto con le spettatrici.
A partire dall'appena trascorso 27 agosto con il recente e di grande successo Skyfall firmato da Sam Mendes avrete dunque la possibilità di completare una delle collezioni più importanti che il Cinema moderno possa offrire, e di conoscere a fondo le gesta di un personaggio che non ha mai fatto mistero delle sue ombre, usandole come ulteriore strumento di seduzione dell'audience.
La guida all'intera operazione è consultabile a questo indirizzo, in modo da trovarvi pronti a decretare quello che, a vostro insindacabile giudizio, sarà stato l'interprete più adatto, la donna più ammaliante, il gadget più curioso, o semplicemente, il film meglio realizzato.
Materiale ce n'è in abbondanza, e soprattutto, c'è sempre lui.
Bond.
James Bond.
Che con un nome così, non potrà certo deludere.
Parola di Ford.
James Ford.


MrFord



   

martedì 6 novembre 2012

Skyfall

Regia: Sam Mendes
Origine: UK, USA
Anno: 2012
Durata: 143'




La trama (con parole mie): nel corso di una missione ad Istanbul, impegnato in un inseguimento con un agente venuto in possesso di un drive che rivelerebbe ai nemici dell'MI6 la posizione degli agenti del servizio segreto britannico infiltrati in tutto il mondo, James Bond viene "sacrificato" da M in nome della riuscita dell'incarico, peraltro mancata.
Lo 007 si ritira così lasciando che lo diano per morto fino a quando una misteriosa organizzazione attacca la sede della stessa MI6: a quel punto, spinto dal senso del dovere e dai legami quasi "di famiglia" con M, l'agente fa il suo ritorno.
Molte cose, però, minacciano la sua missione oltre ai nemici dell'Inghilterra: Bond non è più brillante come un tempo, e il dubbio che possa essere soltanto un ingranaggio sostituibile rischia di diventare un peso troppo grande con il quale confrontarsi in un momento delicato come quello di una missione potenzialmente senza ritorno.





Quando Daniel Craig raccolse il testimone dello spento Pierce Brosnan - uno degli 007 peggiori di sempre - rimasi piacevolmente stupito dalla scelta di optare per un Bond più rude ed "operaio", più avvezzo allo scontro fisico che non agli aperitivi di lusso: inoltre, Casinò royale si rivelò un ottimo prodotto d'azione, cui seguì il più posticcio ma comunque discreto Quantum of solace.
Skyfall, il terzo capitolo della saga dell'agente segreto più famoso del grande schermo con protagonista l'appena citato Craig, prometteva scintille già dal nome del regista: Sam Mendes, autore di cult come American beauty e Revolutionary road.
Senza passare dal via, dunque, lo stesso giorno dell'uscita casa Ford ha finito per trasferirsi, nonostante la pioggia torrenziale, in sala per gustarsi quello che prometteva di essere uno dei migliori film dedicati a Bond mai realizzati: peccato che la delusione - come spesso accade quando le aspettative sono molto alte - fosse dietro l'angolo, e Skyfall si sia rivelato fondalmentalmente come uno dei prodotti più posticci e senz'anima che abbia potuto osservare negli ultimi mesi.
Certo, la regia ed ogni altro aspetto tecnico risultano impeccabili, la confezione è pressochè perfetta, il cast funziona a meraviglia - con gente come Ralph Fiennes e Javier Bardem, del resto, si va sempre sul sicuro -, eppure l'impressione che si tratti di una gigantesca operazione commerciale completamente priva di spessore è presente dal primo all'ultimo minuto, a braccetto con una terribile sensazione di pesantezza che neppure le sequenze d'azione riescono ad indurre a lasciare da parte: quasi due ore e mezza per un titolo di questo genere sono indubbiamente troppe, specie se il ritmo non si rivela in grado di sostenerle adeguatamente - in questo senso, confesso di aver avuto un momento di panico quando, alla fine dell'interminabile primo tempo, la scritta "intervallo" lasciava presagire un altrettanto interminabile seconda parte -.
Come se non bastasse la noia, poi, Skyfall viene ripetutamente e pesantemente segnato da una delle cose che meno sopporto all'interno di una pellicola: le marchette pubblicitarie.
Posso capire, infatti, che parte dei finanziamenti di un film dalle esigenze produttive di un certo livello - e rese ancor più ostiche dalle numerose difficoltà incontrate da Mendes e i suoi nel corso della lunga gestazione dell'opera - possa giungere dagli sponsor, ma trovarmi ad ogni piè sospinto una bella bottiglia di birra, un orologio, un portatile o un capo d'abbigliamento di questa o di quella marca inquadrati in primissimo piano pare davvero al limite dello scandaloso, neanche ci fossimo ritrovati nel bel mezzo di uno spot televisivo comandato dalla produzione.
Inoltre, l'ironia di fondo che aveva caratterizzato il già citato Casinò royale pare essersi vaporizzata ed aver contribuito con la sua sparizione ad arrossare gli occhi di un Bond decadente e triste, cupo e lontano anni luce dalla versione action vista due capitoli or sono: se, però, questo potrebbe risultare funzionale da un punto di vista narrativo e d'introspezione, dall'altro rende clamorosamente kitsch e fuori luogo tutte le sequenze altamente irreali legate alle imprese dell'agente britannico più famoso del mondo, tanto da farlo apparire posticcio quanto un Liam Neeson qualsiasi in un Taken 2 qualsiasi - l'inseguimento con le moto sugli stessi tetti di Istanbul bombardati con scorte infinite di granate dalla figlia di Mills mi ha fatto venire i brividi quasi quanto il volo dal ponte di Bond dopo essere stato colpito dalla sua partner apparentemente infallibile con il fucile a seguito dell'ordine di M -.
Una delusione su quasi tutta la linea, dunque, per un film che vorrebbe essere un thriller d'autore senza averne il cuore ed un circo d'azione senza mostrarne gli attributi: una vera disdetta, perchè la materia sulla quale lavorare era molta, il talento e la tecnica non hanno dato forfait ed il personaggio è di quelli "di una volta", dalle potenzialità ancora enormi - unico acuto di (auto)ironia, l'utilizzo dell'indimenticata Aston Martin "classica" -.
Speriamo che Craig e tutto il franchise si riprendano in tempo per il prossimo capitolo.
Altrimenti, il dubbio che oltre ad M anche Bond possa finire in pensione rischia di diventare una pericolosa certezza.


MrFord


"This is the end
hold your breath and count to ten
feel the earth move and then
hear my heart burst again
for this is the end
I've drowned and dreamed this moment
so overdue, I owe them
swept away, I'm stolen."
Adele - "Skyfall" -


mercoledì 31 ottobre 2012

Big wednesday


La trama (con parole mie): continua il curioso gioco a cambiare il giorno delle uscite in sala dei distributori italiani, che probabilmente sono galoppini prezzolati del Cannibale sempre in cerca di un qualche escamotage per mettermi in difficoltà, ovviamente senza successo come uno di quei cattivi tendenzialmente ridicoli dei vecchi cartoni animati giapponesi.
C'è però di buono che, nonostante tutto, i suddetti distributori a questo giro si fanno perdonare almeno con due pellicole per le quali l'hype del sottoscritto è alle stelle, pronte dunque a salvare una settimana altrimenti piuttosto - e come di consueto - scialba.


"Ieri sera ho guardato un film consigliato dal Cannibale, e stamattina mi sono svegliato così."

Skyfall di Sam Mendes


Il consiglio di Cannibal: il mio nome non è Ford, James Ford
Non ho mai visto per intero un film dedicato a James Bond. Non mi hanno mai attirato. Sarà perché trovo odiosi tutti i vari interpreti, da Sean Connory a Pierce Brosnan per arrivare all’odierno del tutto inespressivo Daniel Craig. L’unica cosa interessante sono le Bond Girls, ma nemmeno quelle bastano per suscitarmi curiosità in un franchise vecchio come il cucco, o come il Ford, che continua a provare a rinnovarsi per ragioni commerciali più che cinematografiche. Mi girano le palle a non vedermi un film firmato da Sam Mendes, regista che apprezzo particolarmente, però tanto di Sam Mendes in questa pellicola ci sarà il 5% a dir tanto, tutto il resto sarà franchise bondiano.
James Bond? Nah, io ne ho già abbastanza di James Ford. E poi preferisco aspettare un nuovo capitolo di Austin Powers…
Il consiglio di Ford: mi chiamo Ford, James Ford
Non sono mai stato un grande fan di 007, nonostante ricordi con piacere alcuni dei capitoli con il mitico Connery, eppure la nuova versione "dura" con il volto di Daniel Craig mi piace parecchio. Casinò Royale era una bomba, Quantum of solace meno efficace ma comunque non male, questo Skyfall diretto da Sam Mendes potrebbe essere anche meglio dei due messi insieme. Dunque lascio alle stronzate come Austin Powers quel Nontroppogold Kid e oggi mi fiondo in sala a vederlo aspettandomi faville.

"Cannibale, sono venuto a prenderti: ora alzi il culo dalla sedia e vieni a fare un giro in macchina con me. Dimenticavo, guida Ford."

Silent Hill - Revelation 3D di Michael J. Bassett


Il consiglio di Cannibal: Silent Ford, parla Cannibal
Ho una Revelation da farvi su Mr. Ford, in 3D o meno che sia: il blog WhiteRussian non è scritto da una persona reale, ma da un generatore casuale di frasi su pellicole action e/o per bambini.
Quanto al primo Silent Hill, c’ho anche provato a vederlo, ma mi sono addormentato. Non che fosse particolarmente terribile o altro, però non mi è sembrata una visione proprio delle più coinvolgenti. Questo nuovo capitolo mi sembra poi l’ennesimo sequel non richiesto, anche considerando come il primo film non è che fosse stato tutto ‘sto successone. Un film che si preannuncia utile al cinema quanto il sempre più spento WhiteRussian alla blogosfera. Ahahah!
Il consiglio di Ford: meglio stare silent con il dubbio di essere Ford che aprire bocca e avere la certezza di essere Cannibal.
Ricordo la visione di qualche anno fa di Silent hill come una delle più noiose della mia storia personale di spettatore di film horror: neppure la presenza del fordiano Sean Bean era riuscita a risollevare le sorti di una pellicola che non diceva assolutamente nulla nonostante gli effettoni e la nebbia distribuiti a profusione - un po’ quello che succede tra le pagine di Pensieri cannibali -. Il sequel, dunque, dalle mie parti è meno richiesto di un parere cinematografico, musicale o in materia di alcool e donne del mio rivale.

"Maledizione al momento in cui ho accettato di uscire con quel coniglione del Cannibale!"
E io non pago - L’Italia dei furbetti di Alessandro Capone


Il consiglio di Cannibal: che brutta, l’Italia dei Fordetti
Un cinepanettone giunto in anticipo con un cast di “prestigio” che vanta Valeria Marini, Enzo Salvi e Jerry Calà. Come rinunciarvi? I furbetti del cinema (e a farli rientrare nella categoria cinema sono ancora buono) che cercano di prendere in giro l’Italia degli evasori fiscali?
Mi sembra un’operazione inverosimile, quasi quanto il Ministro Fordero alle prese con una pellicola impegnativa di Terrence Malick o Lars Von Trier.
E io (che mi trovo a dover ospitare i suoi commenti sul mio splendido blog) pago!
Il consiglio di Ford: l'Italia, più che desta, pare in coma!
Film italiano da seppellire a bottigliate della settimana, uno scandalo sul quale non voglio soffermarmi troppo per evitare di deprimermi e non avere la consueta voglia di pestare forte il mio caro, carissimo antagonista su quella sua testa di Von Trier. Sinceramente non mi spiego come possano esistere ancora creature senzienti in grado di cagare fuori dei soldi per andare in sala a vedersi questa roba. O pagare un abbonamento per una linea internet e sforzarsi di scaricarlo.

"Ma 'sti due, Ford e Cannibale, chi credono di essere!? Io gli farei fare una maratona della mia filmografia!"
Oltre le colline di Cristian Mungiu


Il consiglio di Cannibal: passate oltre
Cristian Mungiu è il regista romeno (pensavate fosse sardo, vero?) dell’osannato 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, pellicola che prima o poi magari recupererò, ma che per ora ho sempre evitato perché mi sapeva di solita noiosa fordianata neo-realista. Questa sua nuova pesantissima opera si preannuncia ancora più una mazzata: 155 minuti di drammone ambientati per lo più in un convento…
Magari sarà anche un filmone, ma al momento mi sembra un modo davvero terrorizzante di passare Halloween. Io preferisco di gran lunga andare a tirare uova contro la casa di Ford!
Il consiglio di Ford: meglio nel convento di Mungiu che nel Casale del Cannibale.
Dopo qualche anno di silenzio torna in sala un regista che, con il suo 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni era riuscito a lasciarmi senza parole: una pellicola di potenza impressionante costruita su due interpretazioni femminili da paura che fu giustamente premiata con la Palma d'oro a Cannes.
Oltre le colline pare seguire la stessa strada, e in giro ne ho letto benissimo, tanto che le mie aspettative sono più o meno le stesse che quest'anno ho avuto per il Faust di Sokurov - http://whiterussiancinema.blogspot.it/2012/03/faust.html - e C'era una volta in Anatolia di Ceylan -
http://whiterussiancinema.blogspot.it/2012/09/cera-una-volta-in-anatolia.html -, entrambi filmoni: sicuramente non sarà una passeggiata - sono quasi tre ore, e considerato lo stile di Mungiu, potrebbero apparire come sei -, ma resta uno dei titoli d'autore più attesi dell'anno.

"Finalmente sono arrivata al luogo scelto da Ford per i suoi cineforum dedicati ai film russi!"
Un’estate da giganti di Bouli Lanners

  
Il consiglio di Cannibal: ma vivete fuori dal tempo come Ford? L’estate è finita da un pezzo!
Questo piccolo film belga potrebbe essere a sorpresa, ma mica tanto a sorpresa vista la mancanza di pellicole interessanti, la proposta migliore della settimana.
Un film consigliato dall’ottimo blog OverExposed (http://overexposedcultmovies.blogspot.it/2012/07/les-geants-2011-bouli-lanners.html), altroché WhiteRussian, e che ora approda anche da noi, seppure un po’ fuori stagione.
L’ho visto da poco: è una pellicola carina su un gruppo di ragazzini stile Stand by Me, ma non mi è sembrato altrettanto memorabile. Un film non eccezionale, ma almeno non è la solita bambinata fordiana.
Il consiglio di Ford: l'estate è finita, ma ancora prima era finito il Cannibale.
Lanners è un nome abbastanza sponsorizzato nell'ambiente tendenzialmente radical chic già dai tempi di Eldorado, eppure – sarà la mia stagionalità nel vedere i film, sarà che l'hype per questo titolo è sotto zero - non trovo nulla che possa in qualche modo solleticare la mia curiosità rispetto ad una visione di questo lavoro dalle rimembranze standbymeane. Lascio volentieri la mano al Peter Pan dei poveri che si occupa della metà oscura - e meno efficace - di questa rubrica, considerando che ho altri titoli sui quali puntare sapendo già che non resterò deluso per dare troppa attenzione a questo.

"Ford, sei proprio sicuro di voler guidare tu!?" "Certo Cannibal, mi ha insegnato tutto James Bond!"

martedì 11 settembre 2012

Dream house

Regia: Jim Sheridan
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata:
92'




La trama (con parole mie): Will Atenton, editore di successo, decide di mollare la carriera per passare tutto il suo tempo accanto alla moglie e alle due figlie nella loro nuova casa.
Peccato che già dai primi giorni l'uomo cominci a sospettare che qualcosa non vada: i vicini parlano e guardano con sospetto, gruppi di ragazzi si radunano nello scantinato per celebrare riti pseudo-satanici, la fama dell'abitazione è tutt'altro che buona e le sue donne cominciano ad essere spaventate.
Tutto questo è originato da un terrificante caso di omicidio che vide una famiglia sterminata tra quelle mura, con moglie e due figlie uccise da un pazzo rinchiuso in manicomio e recentemente tornato in libertà: la realtà dei fatti, però, sarà più dura da digerire per Will di quanto non possa credere.




Praticamente al pari di Pulp fiction e Il favoloso mondo di Amelie, Il sesto senso ha fatto, negli anni, così tanti danni al Cinema che verrebbe quasi da chiedere un risarcimento a Shyamalan, se non fosse che ormai lo stesso pare aver deciso di farsi guerra da solo: da The others in poi, infatti, non si contano le pellicole che hanno cercato di sfruttare l'effetto sorpresa del "morto che parla" nel tentativo di lasciare gli spettatori a bocca aperta per lo stupore.
Ci prova, probabilmente per rilanciare una carriera ormai sul viale del tramonto - ricordiamo che i suoi primi lavori furono cose decisamente importanti come Il mio piede sinistro, Nel nome del padre e The boxer - anche Jim Sheridan, regista irlandese bollito ormai da una decina d'anni buoni, sfruttando un cast sulla carta stellare - Daniel Craig, Rachel Weisz, Naomi Watts ed Elias Koteas -: il risultato, per quanto non agghiacciante come potevo aspettarmi alla vigilia, in realtà è risultato decisamente poco degno di nota ed assolutamente lontano da qualunque standard anche soltanto medio.
Già il fatto di optare per una messa in scena patinatissima - roba da film romantico hollywoodiano, per intenderci - e di poggiare molte delle speranze di riuscita su uno script che, seppur non scontato, appare prevedibile e molto televisivo non lasciava intravedere grosse chances fin dalle prime scene: certo, alcune di quelle che paiono mancanze di logica vengono giustificate dalla stessa figura del protagonista e dalla svolta che ribalta le carte in tavola attorno alla metà della pellicola - unica "sorpresa" dell'intera opera, che ci si sarebbe aspettati per la conclusione - e dal punto di vista interpretativo non si può dire che gli attori non portino a casa la loro brava pagnotta - fatta eccezione per l'inguardabile capigliatura di Daniel Craig -, eppure tutto appare statico e decisamente poco coinvolgente, collocandosi nel mucchio di titoli di genere senza infamia o lode, già destinato ad un rapido abbandono nell'oblio delle visioni sostanzialmente inutili.
Dunque, perchè le bottigliate all'indirizzo di un film incapace di fare incazzare il sottoscritto almeno quanto di concedere almeno un salto sulla sedia o una qualche sorpresa che non sapesse di deja-vù? 
Principalmente per il vecchio Jim, veterano che meriterebbe vetrine decisamente più illustri e che, soprattutto, dovrebbe avere la responsabilità di fornire ai suoi spettatori un prodotto decisamente più intenso e profondo di questo scialbo mix mal shakerato di Ghost e i già citati The others e Il sesto senso.
Se non avessi, del resto, già visto ed apprezzato i primi lavori del cineasta di Dublino, relegherei Dream house ad un voto basso e ad un'archiviazione rapida, ma dall'altra parte il dubbio di un'effettiva sopravvalutazione dell'autore comincia a farsi strada a colpi bassi nonostante l'affezione e l'affetto per i suoi titoli più famosi.
Dunque che Sheridan prenda questo come un monito, e cerchi, almeno in uno dei suoi numerosi progetti futuri, di tornare a stupire come spero ancora sia in grado di fare.


MrFord


"There's a ghost down in the hall
there's a ghoul upon the bed
there's something in the walls
there's blood up on the stairs
and it's floating through the room
and there's nothing I can see
and I know that that's the truth
because now it's onto me."
Michael Jackson - "Ghosts" -



martedì 7 febbraio 2012

Millennium - Uomini che odiano le donne

Regia: David Fincher
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 158'



La trama (con parole mie): Mikael Blomqvist è un giornalista investigativo d'assalto che con la sua rivista, Millennium, punta a portare a galla il marcio dei pezzi grossi. 
L'uomo e la sua creatura cartacea vivono un momento di crisi a causa dell'accusa di diffamazione mossa grazie ad un astuto trabocchetto dall'industriale Wennerstrom, quando il patriarca di una famiglia tra le più ricche di Svezia, Henrik Vanger, si offre di fornire un paracadute economico e morale allo stesso Blomqvist in cambio di un'indagine volta a scoprire la causa della scomparsa e della morte della giovane nipote, un fatto che sconvolse la famiglia nei lontani anni sessanta e che continua ancora a tormentarlo.
A dare un supporto al giornalista è chiamata la giovane Lisbeth Salander, sopravvissuta ad un passato e ad un presente di lotta per la sua stessa vita, intelligentissima ed acuta hacker dalla memoria fotografica, che proprio a seguito del caso Wennerstrom aveva indagato sulla vita di Mikael Blomqvist.
I due scopriranno che gli armadi della potente famiglia Vanger nascondono più scheletri di quanti non se ne potessero pensare di trovare.





Ci sono sempre diversi modi di vedere le cose.
Prendiamo, ad esempio, quest'ultimo lavoro di Fincher.
Palesemente realizzato su commissione, ispirato ad una trilogia letteraria - che, in realtà, non fosse stato per la morte del suo autore, sarebbe divenuta una serie di dieci - di recente trasposta al Cinema da una produzione svedese, algido e freddo come il clima che in questi giorni allieta i nostri spostamenti, confezionato impeccabilmente, questa versione made in Usa di Uomini che odiano le donne correva il rischio di risultare vuota, sterile, inutile.
Eppure, c'è qualcosa: come la traccia lasciata da un assassino, l'idea fulminante che coglie l'investigatore, il grido di rabbia di una ragazza costretta per tutta la vita a diventare una sorta di istrice elettrica isolata dal mondo, l'esperienza di un uomo che conosce la vita e le sue protagoniste e tutta la violenza - fisica e mentale - di altri, che per quelle stesse donne non provano che un profondo disprezzo.
C'è qualcosa, sotto tutta questa neve.
Un cuore caldo e pulsante, catrame e metallo liquido roventi che piovono sui nostri volti a partire dai roboanti titoli di testa ritmati dai Led Zeppelin e dalla mano di Trent Reznor e Atticus Ross.
Una rivolta di forza, che aguzza l'ingegno e stringe i pugni come la giovane Lisbeth, che segna il suo corpo perchè disposta a tracciare solchi su quelli di chi se lo merita, che ringhia e si contorce senza chiedere il permesso, e poi spiazza con una frase da bambina: "Posso ucciderlo?"
Un'esperienza costruita inseguendo qualcosa che non c'è, danza macabra nella vita di un uomo solitario per scelta e non per indole come Blomqvist, perso tra le sue conquiste.
Un odio scellerato che si rifugia dietro facciate ben costruite di esemplari borghesi, e si consuma nel sangue di vittime sacrificali da furore religioso, o stupri legalizzati che passano attraverso il commercio di un silenzio che è una condanna ancora peggiore.
La scomparsa di Anita, la doccia purificatrice di Lisbeth.
Intorno, tanti uomini.
Troppi.
Ma anche un film che è una meraviglia per gli occhi, scritto e diretto con una precisione chirurgica, interpretato alla grande - Craig è un Blomqvist finalmente credibile rispetto al personaggio dei romanzi, Plummer giganteggia nel ruolo del vecchio patriarca, e poi lei, la mia personale vincitrice dell'Oscar come migliore attrice, Rooney Mara, la nuova star rock-fordiana del prossimo futuro - e decisamente tridimensionale rispetto al suo corrispettivo europeo - non si può parlare di remake, quanto di visioni parallele della stessa opera -.
Eppure tutto appare superfluo, di fronte non tanto ad un'indagine complessa e scabrosa, una sorta di versione sanguinaria di quelle che furono le indagini interiori tra le mura domestiche del Maestro Bergman, quanto alla visione della sua indiscussa protagonista: una ragazza così sola da essersi costruita una corazza impenetrabile attorno, letale quanto fragile, arrabbiata quanto bisognosa di un amore che bruciò con il padre, alimentantosi con gli scacchi e l'idea di un altro genitore, quel Blomqvist sul quale non c'è ricerca in grado di trovare nulla di quello che normalmente gli altri uomini celerebbero e che potrebbe essere un amante attento e protettivo, quell'uomo così perfetto per lei eppure tremendamente distante, come fosse già rassegnato all'idea di non poter costruire niente se non un incontro casuale, un'intesa quasi perfetta.
Lisbeth è una donna da tanto tempo, eppure cos'ha, quella bionda al suo fianco, che lei non può avere?
Il tempo? Quello è tutto dalla sua.
La bellezza? Lei è sicura di poter scopare decisamente meglio.
La presenza? Sarebbe crudele, proprio ora che lei ha deciso di aprirsi.
La verità è che non c'è una risposta, per Lisbeth.
Perchè Lisbeth è fuori tempo massimo.
Nonostante sia intelligente, giovane, sveglia, letale, e corra con la moto come un'eroina d'altri tempi, un fantasma fatto di pece rovente e vendetta.
La Lady Vendetta del Vecchio Continente.
La Sposa europea alla ricerca dei tanti Bill da togliere di mezzo.
Lisbeth è fuori tempo massimo, e potrà solo lottare per sopravvivere.
Perchè è una preda divenuta cacciatrice, e non potrà mai pensare di prendersi un minuto per respirare.
Fortunatamente, David Fincher questo lo sa.
Altrimenti non avrebbe potuto costruire, su commissione, un film così straordinariamente potente.


MrFord


"Piansi anch’io la prima volta
stretta a un angolo e sconfitta
lui faceva e non capiva
perché stavo ferma e zitta
ma ho scoperto con il tempo
e diventando un po’ più dura
che se l’uomo in gruppo è più cattivo
quando è solo ha più paura."
Mia Martini - "Gli uomini non cambiano" - 

lunedì 26 settembre 2011

Cowboys&aliens

Regia: Jon Favreau
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 118'


La trama (con parole mie): Jake Lonergan, bandito quasi redento, si risveglia privo della memoria in pieno deserto con uno strano bracciale metallico fissato al polso. 
Neanche il tempo di sgominare una banda di cacciatori di taglie e tornare ad Absolution - che dovrebbe essere la sua città -, e il nostro si mette immediatamente nei guai malmenando Percy, figlio del proprietario terriero dominatore del circondario Dolarhyde, pronto, ovviamente, a vendicare il torto subito dal rampollo sbruffone.
Detta così, sembrerebbe la più classica trama da spaghetti western.
Ma neppure il tempo di crederlo, e gli abitanti di Absolution si troveranno nel bel mezzo di un'invasione aliena con tutti i crismi, e dovranno mettere da parte le rivalità per fronteggiare uniti il nemico venuto dallo spazio: grazie a pallottole, sudore, sangue e quello strano bracciale che Lonergan porta al braccio, che si rivela un'arma tostissima contro le creature figlie dello spazio.



Occorre ammettere, senza ombra di dubbio, che quando gli ammmeregani si mettono al lavoro su qualcosa arrotolandosi le proverbiali maniche, difficilmente si assiste ad una loro debacle: il mestiere che i suddetti riescono a far confluire in progetti che in qualunque altro luogo del globo - e dello spazio, perchè no - si rivelerebbero dei buchi nell'acqua clamorosi rendendoli così patinati e funzionali da sembrare quasi roba figa è indiscutibile. 
Un pò come quello che Spielberg, Favreau e il team di sceneggiatori che fu uno dei segreti del successo della serie di culto Alias mettono al servizio di una pellicola ispirata ad un fumetto e divenuta già una sorta di cult nel corso della sua campagna promozionale, complice un cast a dir poco stellare: Daniel Craig, Keith Carradine, Paul Dano, Sam Rockwell e soprattutto Harrison Ford hanno garantito da soli un incasso che si prospetta già tra i più alti dell'autunno, complice un ritorno in auge del genere sci-fi, rivisto per l'occasione in una salsa western che parte dal nostro Sergio Leone per arrivare a tutti i più consueti stereotipi del Cinema a stelle e strisce di grana grossa.
D'altro canto, infatti, è altrettanto legittimo sottolineare, oltre ad un mestiere ed una messa in scena certamente indiscutibili, un'altra grande verità rispetto a Cowboys&aliens: trattasi di un film irrimediabilmente, clamorosamente, qualsiasicosamente vi venga in mente noioso, già visto, già sentito, già - una volta ancora - tutto quello che potrebbe venirvi in mente in proposito.
Nonostante regista e cast ce la mettano davvero tutta, infatti, le emozioni suscitate sono pari a quelle di una bella siesta pomeridiana sotto il più classico dei pergolati western, e a ben poco servono le numerose citazioni di cult più o meno interessanti e più o meno cult - andiamo da It a Men in black, passando per John Ford e il già nominato Sergio Leone - così come una messa in scena certamente d'impatto, dalle torri di osservazione aliene al variegato gruppo di protagonisti alla ricerca dei cari rapiti dagli invasori - che fa molto Il texano dagli occhi di ghiaccio -, eppure l'insieme stenta a decollare, e l'impressione di assistere ad una minestra riscaldata - presentata bene, ma pur sempre riscaldata - è pericolosamente vicina a divenire certezza, specie se a questa pellicola vengono associati gioiellini di genere usciti di recente come Super 8 o Attack the block.
Un blockbusterone a tutti gli effetti buono giusto giusto per una non troppo nociva visione da sala la domenica pomeriggio, un gradino - e più, questo va ammesso - sopra a molte schifezze dello stesso genere ma ugualmente ben lontano dal soddisfare le sue ben visibili ambizioni da pseudo cult.
Probabilmente una buona fetta delle mancanze della pellicola è imputabile all'effettiva inconsistenza della controparte aliena, fisicamente minacciosa neanche ci trovassimo nel più roboante degli sparatutto ma priva del carisma manifestato da molti degli ultimi invasori del nostro pianeta passati sul grande schermo: onestamente, era dai tempi dell'orrore spielberghiano de La guerra dei mondi che non mi capitava di posare gli occhi su un gruppo di alieni più insignificante di questo.
Peccato, perchè con la giusta verve ed un pizzico di talento in più, questa ottima confezione avrebbe potuto rivelare anche qualche sorpresa, invece di lasciare con l'amaro in bocca il pubblico come un bambino cui Babbo Nachele ha lasciato soltanto una curatissima scatola vuota.

MrFord

"They're coming in from the sea
they've come the enemy
beneath the blazing sun
the battle has to be won.
Invaders ... Pillaging
Invaders ... Looting."
Iron maiden - "Invaders" -

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