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lunedì 30 marzo 2015

Inside man

Regia: Spike Lee
Origine: USA
Anno: 2006
Durata:
129'






La trama (con parole mie): Dalton Russell sa bene quello che deve fare. E conosce il piano come le sue tasche. Una rapina, nel pieno centro di Manhattan. Arthur Case è il proprietario e socio della Banca assalita dal commando di Russell, e sa bene cosa potrebbe perdere, se il contenuto di una certa cassetta di sicurezza venisse allo scoperto. Madeleine White è una negoziatrice, una donna con le palle d'acciaio sempre pronta a risolvere le grane peggiori dei potenti, per la giusta parcella. Keith Frazier è un detective tosto ed incasinato, indagato dalla disciplinare per una vicenda di soldi rispetto alla quale si dichiara innocente e una voglia di riscatto che punta ad una promozione.
Quando le loro strade finiranno per incrociarsi, mantenere l'equilibrio potrebbe diventare decisamente difficile: a fare da arbitro, la Grande Mela, New York City, la città che più di ogni altra ha simboleggiato la modernità ed il concetto di metropoli cosmopolita.








Questo post partecipa alle celebrazioni del Black Power Day.





"Ed è qui, come direbbe il Bardo, che sta l'inghippo", sentenzia Dalton Russell, guardando in camera, in apertura di uno dei più straordinari film degli Anni Zero.
Onestamente, l'unico inghippo che mi pare di trovare, è dato dal fatto che si tratti del più grande film che Spike Lee - regista manifesto della cultura "black" - abbia mai girato, nonchè uno dei titoli più importanti, parlando di heist movies, dai tempi di Rapina a mano armata.
E non parliamo, dunque, di piccoli calibri.
Personalmente, ho sempre pensato che il problema del vecchio Spike risiedesse principalmente nella sua eccessiva ed incontrollata rabbia, e nel fatto che i suoi prodotti - anche i migliori - fossero razziali e razzisti, in una certa misura, quanto il sistema che il cineasta newyorkese cercava di criticare: il suo percorso per giungere a questo vertice assoluto, partito con Summer of Sam e passato attraverso l'altrettanto splendido La 25ma ora, ha visto come protagonista principalmente una sorta anestetizzazione del lato più black del suo approccio, affidandosi alla tecnica e ad un'ironia - in questo caso - graffiante in grado di colpire ad ogni latitudine sociale e, allo stesso tempo, fornire al pubblico una delle dichiarazioni d'amore più profonde per New York che siano state mai portate sullo schermo.
Dalla sequenza della ricerca di qualcuno che possa comprendere il linguaggio della registrazione "donata" dai rapinatori alla polizia - "Siamo a New York, qualcuno conoscerà la lingua che stanno parlando" - alla vicenda di Vikram, passando per il cellulare di Peter Hammond ed il dialogo - da antologia - tra Dalton ed il bambino con il padre tra gli ostaggi a proposito del videogame che il piccolo sfrutta come passatempo nel corso delle ore del sequestro, tutto suona come un ritratto ironico ed allo stesso tempo traboccante amore di una città ricca di contraddizioni e conflitti, dalla strada ai salotti d'alto bordo, ma ugualmente e forse proprio per questo una delle più affascinanti al mondo.
Ma Spike Lee non si limita a questo: grazie soprattutto al confronto tra Russell ed il suo antagonista - il perfetto Frazier di Denzellone Washington - con Inside man viene a galla un Cinema di genere che ricorda i Classici come Un bacio e una pistola, o i romanzi di Mickey Spillane ed Elmore Leonard impreziosito da una tecnica ed un approccio assolutamente moderni, cui fa da cornice - o da cuore - una critica meno arrembante ma non per questo poco decisa agli anni del bushismo e della cultura del terrore, culminata con una parte finale grazie alla quale, in una certa misura, tutti i protagonisti di questo intrigo finiscono per cavarsela senza però uscire puliti, quasi come se la sceneggiatura ci ricordasse l'imperfezione - ed il bello della stessa - che si cela dietro l'umanità, rappresentata alla grande dagli ostaggi della banca e dai loro interrogatori.
E dato che, malgrado qualche scivolone nel corso degli anni - cinematografico ed in termini di dichiarazioni -, il pungente Spike non è affatto stupido, Inside man finisce anche per risultare uno degli esempi migliori di confezione hollywoodiana impeccabile e titolo assolutamente perfetto nell'ambito del Cinema dell'illusione - forse, a memoria del sottoscritto, superato soltanto, in tempi recenti, dall'appena precedente The prestige -, che lega lo spettatore alla poltrona e lo trasporta di prepotenza quasi dentro lo schermo: un'evoluzione, in questo senso, è riuscita a farmi rabbrividire, nel corso della revisione concessa a questo Modern Classic grazie al Black Power Day che celebriamo oggi.
Un passaggio che, dal primo gennaio del duemilaquattordici, era accaduto soltanto una volta.
La partenza dal divano e l'arrivo a terra del sottoscritto, cocktail alla mano e culo sul tappeto, a bocca aperta di fronte al televisore: come fu per The Wolf of Wall Street.
E basterebbe questo, per definire Inside Man.
Anche se, a ben guardare, forse l'idea rende di più per definire il filmone totale di Scorsese, altro grande interprete della cultura newyorkese nella settima arte.
Ma poco importa.
Qui non c'è nessun inghippo.
Solo un fottuto, grande colpo.
Un fottuto, grande film.
Anzi, più che grande.
"Noi non dimenticheremo", si intravede su un muro dietro Denzel Washington.
La ferita del World Trade Center ancora aperta.
Neppure io dimenticherò.
Non dimenticherò quanto è grande Spike Lee quando misura l'ego di Spike Lee e diventa un dannato, enorme interprete della cultura americana.
Black e non solo.




MrFord






"Chal chaiyya chaiyya chaiyya chaiyya
chal chaiyya chaiyya chaiyya chaiyya
chal chaiyya chaiyya chaiyya chaiyya
chal chaiyya chaiyya chaiyya chaiyya."
A. R. Rahman - "Chaiyya Chaiyya" -





mercoledì 4 aprile 2012

Beginners

Regia: Mike Mills
Origine: Usa
Anno: 2010
Durata: 105'



La trama (con parole mie): Oliver ha trentotto anni, e siamo nel 2003. Oliver cinque anni fa ha perso la madre, da quarantaquattro sposata con suo padre Hal, che a seguito della morte della moglie, a settantacinque, ha finalmente deciso di dichiararsi gay.
Tre mesi fa Oliver ha visto spegnersi suo padre.
Ora, solo con il cane del genitore, riscopre l'amore grazie all'attrice Anna, che porterà nella sua vita la speranza che tutto possa essere vero e vissuto, il contrario di quello che lui ha visto portare in scena dai suoi per tutta la vita.
Ma prima di poter accogliere quella stessa speranza, Oliver dovrà sconfiggere i fantasmi che lo portano ad allontanare ogni nuova possibilità di relazione.




A volte, l'amore sorprende, e lascia stesi come un pugile incazzato cui si è fatto un torto di troppo che non si sa neppure bene quale sia.
E non c'è niente come l'amore che possa dare la forza di continuare ad alzarsi, anche quando è ovvio che non ci si solleverà più.
Di fronte a questo avversario clamoroso, tutti noi poveri stronzi non siamo che principianti, e in quanto tali dobbiamo continuare a cercare di imparare, a scapito delle sconfitte, degli errori, della posizione orizzontale che a volte potrà pure sembrarci il trionfo di qualche amplesso conquistato e invece sarà, propriamente, soltanto l'ennesimo ko.
Da questo punto di vista, il film di Mike Mills suona praticamente perfetto.
Un ritmo improvvisato, lievemente radical chic eppure giustamente molto poco costante - come una cotta deve essere -, un cast a dir poco perfetto - atmosfera di una serata che molto probabilmente ci porterà dove vorremmo arrivare - da Ewan McGregor al vincitore dell'Oscar come migliore attore non protagonista Christopher Plummer passando per la francesissima - anche e soprattutto nei modi - Melanie Laurent - che tutti noi ricordiamo per il meraviglioso Bastardi senza gloria -, quasi fosse uno scherzo della vecchia Europa per una produzione made in Usa, una sceneggiatura che parte in sordina per consolidarsi scena dopo scena, andando a costruire un affresco che è un piccolo manuale da Alta Fedeltà drammatica eppure scanzonata, stanca delle regole e pronta a ribellarsi - che sia con un coming out o una serie di graffiti neanche ci trovassimo in Exit through the gift shop -, e soprattutto una propensione alla meraviglia sentimentale in grado di far dimenticare anche ad un vecchio cowboy bottigliatore come me la patina autoriale o presunta tale dell'intera opera, finendo per farmi apprezzare minuto dopo minuto - ed incollandomi allo schermo nel tentativo - tutta la carica romantica di una pellicola assolutamente ottima, leggera e commovente senza apparire troppo l'una o l'altra cosa.
Una pellicola che scatena la voglia di essere figli per poter sbagliare, e tentare, tentare, tentare ancora fino a quando si crederà di avere trovato la strada giusta.
E padri, per poter sbagliare, e tentare, tentare, tentare ancora fino a quando si crederà di avere trovato la strada giusta.
In fondo, il tempo si confonde e si mescola.
E in quello che siamo portiamo, volenti o nolenti, il bagaglio delle imprese di chi è venuto prima di noi, aprendoci la strada o stimolandoci a cercarne di nuove.
Poco importa che siano in una bandiera o nelle lotte sociali, o nel sorriso muto che muto non è di una donna pronta a conquistarci, e a rischiare tutto per noi, o in un cane in grado di parlare quanto e più di noi poveri esseri umani alla deriva in un oceano di sentimenti che non impareremo mai davvero a controllare.
La parola d'ordine è nuovo.
Perchè in fondo siamo tutti principianti, ed è giusto che come tali si sbatta la testa - ed il cuore - più volte possibile per poter arrivare a dire che si è fatto e provato quanto si poteva - e voleva - e non ci resterà altro se non ringraziare chi ha fatto parte del viaggio, curandoci della classificazione degli stadi di una malattia soltanto come obiettivi che si sono superati, e non come una condanna all'inevitabile conclusione delle nostre imprese da leggendari rookies.
Siamo tutti principianti, e l'amore è il più terribile dei nostri giustizieri.
Eppure non esiste modo migliore per passare a miglior vita che provarlo almeno una volta, e lasciare a chi viene dopo di noi la speranza di poter fare altrettanto.


MrFord


"But for the last time
you're everything that I want and ask for
you're all that I'd dreamed
who wouldn't be the one you love
who wouldn't stand inside your love
protected and the lover of 
a pure soul and beautiful you."
Smashing Pumpkins - "Stand inside your love" -


lunedì 27 febbraio 2012

Academy Awards: i risultati

La trama (con parole mie): e così anche per quest'anno è andata. Le statuette sono state sollevate, i verdetti pronunciati, i grossi nomi dello stardom hollywoodiano hanno potuto calpestare felicemente il red carpet. Tutto come da copione.
Anche i risultati, a ben vedere.
Rispetto alla scorsa edizione non posso lamentarmi, considerato che molti dei miei preferiti tra i nominati hanno portato a casa l'ambitissimo Oscar, eppure un senso di incompiutezza resta.
Sarà colpa dell'assenza di pellicole come Drive o Take shelter!?
Può essere.
Non mi resta comunque che fare buon viso a cattivo gioco e commentare - più o meno - i risultati.


MIGLIOR FILM

The Artist

Non posso che essere contento della vittoria di The artist, un'opera in grado di unire l'amore per il Cinema, un ottima tecnica e tutta l'emozione possibile.
Per una volta, applausi all'Academy.

MIGLIOR REGIA
 
 
Michel Hazanavicius – The Artist
 

Anche qui, nulla da dire. In ogni caso, sarei stato comunque soddisfatto, tranne per il piuttosto bollito Scorsese.

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA


Jean Dujardin – The Artist

Una delle statuette che ho apprezzato di più.
Bravissimo Dujardin, il mio personale favorito della cinquina.

 
 
MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA

Meryl Streep – Iron Lady

Forse la statuetta che ha più solleticato le mie turbinanti bottiglie.
Per me, in questo caso, l'Oscar aveva un nome e un cognome.
Rooney Mara.

"Mi alleno per benino, così posso prendere a cazzotti in faccia la mia nemesi. No, non il Cannibale. Meryl Streep."
 
MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
 
Christopher Plummer – Beginners

Statuetta telefonatissima. Mi spiace davvero per Jonah Hill.
  
MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA
 
Octavia Spencer – The Help

Avrei davvero visto bene la Bejo, ma in fondo Octavia Spencer, in onore dell'ottimo cast di The help, ci sta tutta.

 
MIGLIOR FILM STRANIERO

Altro Oscar più che annunciato, ma non posso che esserne contento. Uno dei film migliori degli ultimi mesi, anche a scapito del mio favorito Rundskop

MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE
 

Grande soddisfazione. Il discreto Rango ci evita cose pessime come Il gatto con gli stivali. Bene così.
 
MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE
 
Woody Allen - Midnight In Paris

Avrei voluto vedere premiato Chandor per il suo ottimo Margin Call, ma anche in questo caso, il vecchio e ritrovato Woody è solo che ben accetto.
 
SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
 
Alexander Payne, Nat Faxon, Jim Rash - Paradiso amaro

Paradiso amaro niente male, ma sinceramente avrei optato per Le idi di marzo o Moneyball.
Voglio però vedere il bicchiere mezzo pieno, e quindi mi accontento che non abbia vinto Hugo Capretto.
 
MIGLIOR COLONNA SONORA
 
Ludovic Bource - The Artist

MIGLIOR CANZONE

Bret McKenzie ("Man or Muppet") - I Muppet

MIGLIOR FOTOGRAFIA 
 
Robert Richardson - Hugo Cabret
 
MIGLIOR MONTAGGIO
 
Angus Wall, Kirk Baxter - Millennium - Uomini che odiano le donne

MIGLIOR SCENOGRAFIA

 
Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo - Hugo Cabret

MIGLIORI COSTUMI

 
Mark Bridges - The Artist

MIGLIOR TRUCCO

 
Mark Coulier - The Iron Lady

MIGLIOR SONORO

 
Philip Stockton e Eugene Gearty - Hugo Cabret


MIGLIOR MISSAGGIO DEL SUONO

 
Tom Fleishman e John Midgley Hugo Cabret


MIGLIORI EFFETTI SPECIALI

 
Rob Legato, Joss Williams, Ben Grossmann e Alex Henning - Hugo Cabret

MIGLIOR DOCUMENTARIO

 
Undefeated di TJ Martin, Dan Lindsay e Richard Middlemas


MIGLIOR DOCUMENTARIO CORTOMETRAGGIO

 
Saving Face

MIGLIOR CORTO ANIMATO

 
The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore (2011): William Joyce, Brandon Oldenburg

MIGLIOR CORTO

 
The Shore: Terry George
Tuba Atlantic (2010): Hallvar Witzø


I premi sono stati, in qualche modo, lo specchio dell'anima: a The artist il cuore, a Hugo Cabret la testa. Una giusta metafora di quello che sono stati i due film più discussi, amati e criticati dell'ultimo periodo, uno sguardo al passato del Cinema ma anche una via verso il suo futuro.
Drive, come prevedibile, non ha portato a casa neanche l'unica insulsa statuetta per la quale era stato nominato, così come Malick, che ancora una volta torna a casa a mani vuote dal Kodak: mi prefiggo, però, di escogitare comunque il modo per costringere il Cannibale a vedere un Van Damme qualsiasi.

MrFord

"Ridi ridi, che tanto Rooney Mara ti sta aspettando dietro il tendone!"
 

martedì 7 febbraio 2012

Millennium - Uomini che odiano le donne

Regia: David Fincher
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 158'



La trama (con parole mie): Mikael Blomqvist è un giornalista investigativo d'assalto che con la sua rivista, Millennium, punta a portare a galla il marcio dei pezzi grossi. 
L'uomo e la sua creatura cartacea vivono un momento di crisi a causa dell'accusa di diffamazione mossa grazie ad un astuto trabocchetto dall'industriale Wennerstrom, quando il patriarca di una famiglia tra le più ricche di Svezia, Henrik Vanger, si offre di fornire un paracadute economico e morale allo stesso Blomqvist in cambio di un'indagine volta a scoprire la causa della scomparsa e della morte della giovane nipote, un fatto che sconvolse la famiglia nei lontani anni sessanta e che continua ancora a tormentarlo.
A dare un supporto al giornalista è chiamata la giovane Lisbeth Salander, sopravvissuta ad un passato e ad un presente di lotta per la sua stessa vita, intelligentissima ed acuta hacker dalla memoria fotografica, che proprio a seguito del caso Wennerstrom aveva indagato sulla vita di Mikael Blomqvist.
I due scopriranno che gli armadi della potente famiglia Vanger nascondono più scheletri di quanti non se ne potessero pensare di trovare.





Ci sono sempre diversi modi di vedere le cose.
Prendiamo, ad esempio, quest'ultimo lavoro di Fincher.
Palesemente realizzato su commissione, ispirato ad una trilogia letteraria - che, in realtà, non fosse stato per la morte del suo autore, sarebbe divenuta una serie di dieci - di recente trasposta al Cinema da una produzione svedese, algido e freddo come il clima che in questi giorni allieta i nostri spostamenti, confezionato impeccabilmente, questa versione made in Usa di Uomini che odiano le donne correva il rischio di risultare vuota, sterile, inutile.
Eppure, c'è qualcosa: come la traccia lasciata da un assassino, l'idea fulminante che coglie l'investigatore, il grido di rabbia di una ragazza costretta per tutta la vita a diventare una sorta di istrice elettrica isolata dal mondo, l'esperienza di un uomo che conosce la vita e le sue protagoniste e tutta la violenza - fisica e mentale - di altri, che per quelle stesse donne non provano che un profondo disprezzo.
C'è qualcosa, sotto tutta questa neve.
Un cuore caldo e pulsante, catrame e metallo liquido roventi che piovono sui nostri volti a partire dai roboanti titoli di testa ritmati dai Led Zeppelin e dalla mano di Trent Reznor e Atticus Ross.
Una rivolta di forza, che aguzza l'ingegno e stringe i pugni come la giovane Lisbeth, che segna il suo corpo perchè disposta a tracciare solchi su quelli di chi se lo merita, che ringhia e si contorce senza chiedere il permesso, e poi spiazza con una frase da bambina: "Posso ucciderlo?"
Un'esperienza costruita inseguendo qualcosa che non c'è, danza macabra nella vita di un uomo solitario per scelta e non per indole come Blomqvist, perso tra le sue conquiste.
Un odio scellerato che si rifugia dietro facciate ben costruite di esemplari borghesi, e si consuma nel sangue di vittime sacrificali da furore religioso, o stupri legalizzati che passano attraverso il commercio di un silenzio che è una condanna ancora peggiore.
La scomparsa di Anita, la doccia purificatrice di Lisbeth.
Intorno, tanti uomini.
Troppi.
Ma anche un film che è una meraviglia per gli occhi, scritto e diretto con una precisione chirurgica, interpretato alla grande - Craig è un Blomqvist finalmente credibile rispetto al personaggio dei romanzi, Plummer giganteggia nel ruolo del vecchio patriarca, e poi lei, la mia personale vincitrice dell'Oscar come migliore attrice, Rooney Mara, la nuova star rock-fordiana del prossimo futuro - e decisamente tridimensionale rispetto al suo corrispettivo europeo - non si può parlare di remake, quanto di visioni parallele della stessa opera -.
Eppure tutto appare superfluo, di fronte non tanto ad un'indagine complessa e scabrosa, una sorta di versione sanguinaria di quelle che furono le indagini interiori tra le mura domestiche del Maestro Bergman, quanto alla visione della sua indiscussa protagonista: una ragazza così sola da essersi costruita una corazza impenetrabile attorno, letale quanto fragile, arrabbiata quanto bisognosa di un amore che bruciò con il padre, alimentantosi con gli scacchi e l'idea di un altro genitore, quel Blomqvist sul quale non c'è ricerca in grado di trovare nulla di quello che normalmente gli altri uomini celerebbero e che potrebbe essere un amante attento e protettivo, quell'uomo così perfetto per lei eppure tremendamente distante, come fosse già rassegnato all'idea di non poter costruire niente se non un incontro casuale, un'intesa quasi perfetta.
Lisbeth è una donna da tanto tempo, eppure cos'ha, quella bionda al suo fianco, che lei non può avere?
Il tempo? Quello è tutto dalla sua.
La bellezza? Lei è sicura di poter scopare decisamente meglio.
La presenza? Sarebbe crudele, proprio ora che lei ha deciso di aprirsi.
La verità è che non c'è una risposta, per Lisbeth.
Perchè Lisbeth è fuori tempo massimo.
Nonostante sia intelligente, giovane, sveglia, letale, e corra con la moto come un'eroina d'altri tempi, un fantasma fatto di pece rovente e vendetta.
La Lady Vendetta del Vecchio Continente.
La Sposa europea alla ricerca dei tanti Bill da togliere di mezzo.
Lisbeth è fuori tempo massimo, e potrà solo lottare per sopravvivere.
Perchè è una preda divenuta cacciatrice, e non potrà mai pensare di prendersi un minuto per respirare.
Fortunatamente, David Fincher questo lo sa.
Altrimenti non avrebbe potuto costruire, su commissione, un film così straordinariamente potente.


MrFord


"Piansi anch’io la prima volta
stretta a un angolo e sconfitta
lui faceva e non capiva
perché stavo ferma e zitta
ma ho scoperto con il tempo
e diventando un po’ più dura
che se l’uomo in gruppo è più cattivo
quando è solo ha più paura."
Mia Martini - "Gli uomini non cambiano" - 

martedì 9 agosto 2011

Tutti insieme appassionatamente

Regia: Robert Wise
Produzione: Usa
Anno: 1965
Durata: 174' 


La trama (con parole mie): Maria, giovane novizia di un convento austriaco, è momentaneamente allontanata dallo stesso a causa del suo carattere eccessivamente brioso e poco incline alle regole ed inviata come istitutrice a Salisburgo presso il Comandante Von Trapp, eroe della marina austriaca che non vede di buon occhio l'imminente passaggio sotto le bandiere del reich in modo da scoprire quale effettivamente possa essere la sua vocazione.
Il rapporto con i sette figli del rigido militare, dapprima complicato, diviene il veicolo attraverso il quale Maria conquisterà il cuore dell'uomo risvegliando speranze e passioni sopite, come la musica, dalla morte della moglie di quest'ultimo, scoprendo a sua volta il proprio destino di donna e di madre.


Travolti dal fervore di questo periodo dedicato al musical, in casa Ford ci siamo lanciati nel recupero di un altro dei Grandi Classici del genere, una pellicola storica e amatissima praticamente in tutto il mondo, che rappresenta a tutti gli effetti lo spirito tipico disneyano cui siamo tutti stati abituati a suon di film d'animazione da piccoli e non solo: Tutti insieme appassionatamente.
Nonostante il mio iniziale scetticismo - dovuto alla fama smielata della pellicola e alla durata impegnativa -, spinto dall'entusiasmo di Julez e dalla scorrevolezza dell'opera, devo dire di essermi goduto la visione dal primo all'ultimo minuto nonostante certo non si tratti di una materia tipica rispetto alle visioni preferite del sottoscritto e l'hangover devastante che mi attanagliava dalla serata precedente.
La vicenda di Maria e del Comandante Von Trapp - curioso vedere Christopher Plummer giovane, un pò come lo sarebbe per Ian McKellen o qualsiasi altro dei grandi vecchi del Cinema contemporaneo - conquista con la sua semplicità, e nonostante ora molti dei contenuti - soprattutto le versioni italiane dei testi delle canzoni - appaiono datati, l'ingenuità dell'epoca assume le caratteristiche di un valore aggiunto ad una visione che non presenta alcuna traccia di pesantezza, e al contrario finisce per incuriosire anche chi, in condizioni normali, si terrebbe ben lontano da un prodotto di questo tipo per non minare la sua reputazione da cowboy duro e puro.
E se certamente il tema principale resta quello della famiglia, legato al progressivo sbocciare dell'amore tra Maria - un'indimenticabile Julie Andrews - e Von Trapp a scapito della Baronessa e al rapporto che la dapprima governante e dunque madre a tutti gli effetti costruisce passo dopo passo con i sette figli dell'uomo, non vanno sottovalutate la parte dedicata all'elogio e all'amore per la musica - Von Trapp vi aveva rinunciato con la morte della moglie, e scopre grazie a Maria il talento che i suoi figli paiono aver ereditato - così come all'opposizione verso il progressivo instaurarsi in Austria del regime nazista, snodo fondamentale della parte conclusiva della pellicola.
Senza dubbio quella di Tutti insieme appassionatamente può risultare una visione ostica per chi non è avvezzo ai meccanismi del Cinema Classico, eppure l'aura che avvolge l'intero lavoro - seppur certamente non uno dei più importanti, nonostante il successo, di Robert Wise - è quella dei film che almeno una volta nella vita occorre passino sui nostri schermi, siano essi Capolavori come Tempi moderni o evergreen immancabili come Mary Poppins.
E ora che ho finalmente superato le mie remore rispetto a questo Tutti insieme appassionatamente apprezzandone la visione, penso potrò finalmente decidermi a vincere le resistenze e farmi convincere da Julez a buttarmi anche sul Classico disneyano.
Chissà che non scopra che anche Mary Poppins era parte di quei titoli che avrei già dovuto vedere da tempo.

MrFord

"Let's start at the very beginning
a very good place to start
when you read you begin with A-B-C
when you sing you begin with do-re-mi."
Richard Rodgers&Oscar Hammerstein II - "Do-re-mi" -


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