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venerdì 12 giugno 2015

Christopher Lee (1922 - 2015)

So long, Sir Dracula.



MrFord



"Per essere una Leggenda devi essere morto o incredibilmente vecchio."
Christopher Lee





martedì 18 dicembre 2012

Il Signore degli anelli - Le due torri

Regia: Peter Jackson
Origine: Nuova Zelanda, USA
Anno: 2002
Durata: 235' (versione estesa)




La trama (con parole mie): quella che fu la Compagnia dell'anello è ormai divisa. Gandalf è disperso nelle profondità della Terra di mezzo, intento in una battaglia all'ultimo sangue con il Balrog incontrato nelle miniere di Moria, il cadavere di Boromir giunge lungo il fiume fino a suo fratello, il capitano di Gondor Faramir, Merry e Pipino sono in mano agli Uruk-Hai, Aragorn, Legolas e Ghimli sono sulle loro tracce, che portano dritte nel cuore delle terre dei signori dei cavalli, a Rohan, mentre Frodo e Sam cercano di trovare una via che li conduca a Mordor.
Nel frattempo, Saruman si prepara ad attaccare gli uomini proprio partendo da Rohan, mentre Sauron prenderà la via di Osgiliath per giungere a Gondor: allo scoppiare della guerra, i nostri si troveranno a dover affrontare ognuno la sua battaglia.
Merry e Pipino, fatta la conoscenza di Barbalbero e degli Enth, si muoveranno verso Isengard per assistere allo scontro tra Natura e Tecnologia.
Aragorn, ancora indeciso se rivelarsi in quanto erede al trono di Gondor o rimanere un ramingo, Ghimli e Legolas prenderanno parte all'incredibile battaglia del Fosso di Helm.
Frodo e Sam, uniti i loro destini a quello di Gollum, dovranno convincere Faramir dell'importanza del loro viaggio e sperare che la sfortunata creatura non mediti vendetta nei loro confronti.





Il viaggio attraverso l'incredibile trilogia firmata da Peter Jackson ed ispirata al Classico della letteratura fantasy Il signore degli anelli continua con quella che è considerata, di fatto, una delle sequenze di raccordo più imponenti della Storia del Cinema, e proprio per questo la parte più debole dell'intero affresco tracciato dal regista neozelandese: eppure devo ammettere che, pur rimanendo un passo indietro rispetto a La compagnia dell'anello ed al successivo Il ritorno del re, anche Le due torri funziona, e alla grande, soprattutto nel proteggere lo spirito che anima l'intera opera preparando l'audience per quella che sarà la cavalcata conclusiva.
In questo caso, inoltre, la versione estesa contribuisce a dare ulteriore spessore a personaggi e situazioni - in particolare quelle legate al rapporto tra Merry, Pipino e gli Enth, così come alla corte di Rohan, Vermilinguo ed Eowin - e fornisce dettagli importanti rispetto agli avvenimenti successivi alla battaglia del Fosso di Helm: particolari che rendono ancora più prezioso un blocco centrale che senza dubbio costituisce l'anticamera per il tripudio che sarà la conclusione ma che mantiene una sua ben definita personalità anche grazie all'esplosione di Andy Serkis e del suo Gollum, vero protagonista della pellicola nonchè uno dei personaggi più stratificati e complessi dell'opera - letteraria o cinematografica che sia -.
Ai tempi, ricordo che rimasi decisamente deluso rispetto alla decisione dell'Academy di non premiare l'attore che aveva dato corpo, voce, espressione ed anima alla sfortunata creatura soltanto perchè, di fatto, la stessa era stata completata grazie agli effetti visivi: il lavoro di Serkis, con il passare delle visioni e del tempo, assume infatti un'importanza a dir poco incredibile, ed una sfida vinta a mani basse dal talento dell'Uomo rispetto alla tecnologia che mai come in questo caso è stata un vero e proprio supporto, più che qualcosa nato per sopperire le mancanze dell'interprete stesso.
Come se non bastasse, il fu Smigol diviene, nel corso di questo secondo capitolo, uno dei cardini effettivi dell'affresco nella sua interezza, un charachter quasi shakespeariano per la sua drammaticità, malvagio eppure indifeso, bambinesco eppure rancoroso come il più avvelenato dei vecchi: il suo monologo in "doppia parte" nella veglia sul sonno degli hobbit è un pezzo da strabuzzare gli occhi che neppure la stupefacente battaglia del Fosso di Helm è in grado di eguagliare - e di battaglie di questo genere non se ne vedevano da parecchio tempo, sul grande schermo -, e rappresenta la ciliegina sulla torta di un mostro clamorosamente umano e tridimensionale, che senza dubbio è una delle più valide ragioni per amare senza limiti un lavoro come quello svolto da Peter Jackson e da tutti i suoi formidabili tecnici.
Perchè una cosa come Il Signore degli anelli - e Le due torri - non si può non amare, se si pensa al Cinema come quando si era bambini, e si sognava di poter, un giorno, cavalcare Falcor ed esplorare questo mondo e quell'altro: il fango e la pioggia che cadono su orchi, umani, nani ed elfi alle porte della fortezza di Rohan paiono scivolare sulla pelle come fossimo tutti lì, a gridare e a menare colpi - magari facendo a gara con i nostri compagni sul numero dei nemici passati a filo di lama - cercando di soffocare la paura con la voglia di dimostrare di esserci, di far sentire la propria fatica e la propria presenza.
Le due torri è proprio così: non sarà portatore della Meraviglia de La compagnia dell'anello o dell'Epica de Il ritorno del re, eppure la sua presenza è forte e ben definita, così come la volontà di esprimersi e raggiungere il cuore dello spettatore, che non starà pure più nella pelle di scoprire quello che riserverà il finale della guerra per la Terra di mezzo, ma che non potrà rimanere indifferente alla battaglia che, in qualche modo, ne ha segnato il Destino.


MrFord


"Never had a flesh and blood like this before.
Got a new appearance when I passed the door.
Is it a dream I am withing? Oh what's going on?
Down, down, down
go down, go down, go down
I roam into nowhere.
Don't see an end: eternal wastelands.
And I hear the voice, the voice, the voice, the voice..."
Avantasia - "The tower" -


lunedì 17 dicembre 2012

Il Signore degli anelli - La compagnia dell'anello

Regia: Peter Jackson
Origine: Nuova Zelanda, USA
Anno: 2001
Durata:
228' (versione estesa)




La trama (con parole mie): millenni fa, nel cuore nero della Terra di mezzo, la vulcanica Mordor, si tenne una battaglia che vide opposte le forze di uomini, nani ed elfi a quelle dell'Oscuro signore Sauron, che forgiò un anello in grado di mettere in ginocchio i poteri dei re di tutti gli altri popoli.
Quando Isildur, paladino degli uomini, troncò le dita del mostruoso essere e conquistò l'anello, però, non lo distrusse, e corrotto dal suo potere portò il buio nel mondo: l'anello restò per quasi tremila anni in silenzio, sfruttando dapprima lo stesso Isildur, dunque la sfortunata e tormentata creatura chiamata Gollum, per finire nelle mani dell'innocuo Bilbo Baggins della Contea, pacifica zona rurale abitata dagli hobbit, dediti alla cura dei loro campi e al cibo.
Giunto a centoundici anni di età, Bilbo decide di partire per il suo ultimo viaggio lasciando tutti i suoi averi - anello compreso - al giovane Frodo, che è ancora ignaro del destino che si prefigge per lui: Sauron, infatti, si è destato dal suo torpore, e ha intenzione di rimettere le mani sull'anello.
L'hobbit, aiutato dallo stregone Gandalf il grigio, inizierà dunque un'avventura che lo porterà a scoprire il resto del mondo e che è volta alla distruzione dell'anello, unica speranza di fermare le forze risorte dell'Oscuro signore: a proteggerlo un manipolo di combattenti che verrà battezzato "La compagnia dell'anello".
Quello che i nostri non sanno, però, è che alle loro calcagna non ci sono soltanto i terrificanti servi di Sauron, ma anche i terribili Uruk-Hai creati da Saruman, stregone passato al male, incrocio di orchi e goblin e combattenti impareggiabili: per non parlare dell'anello, che è in grado di esercitare la sua influenza negativa su chi gravita nelle sue vicinanze.



Era davvero parecchio tempo che attendevo l'occasione giusta per presentare qui al Saloon la trilogia cinematografica più importante dei nostri tempi, frutto dell'eccezionale lavoro di Peter Jackson e di migliaia di tecnici, artigiani, artisti, attori e chi più ne ha, più ne metta nonchè, di fatto, equivalente del nuovo millennio di quello che fu Guerre stellari a cavallo tra gli anni settanta e ottanta.
La cosa curiosa è che, dal punto di vista letterario, ho sempre giudicato il lavoro di Tolkien clamorosamente palloso, roba per nerd senza speranza e ritegno che, nella mia vita di lettore, ho affrontato e clamorosamente abbandonato ben tre volte - ed io cerco sempre di portare a termine le mie letture, anche le peggiori -: il grande merito, in questo senso, del buon Jackson - regista che ho sempre stimato fin dai tempi dei suoi esordi clamorosamente splatter -, è di aver donato la meraviglia del Cinema ad una materia decisamente non per tutti rimanendo comunque fedele all'opera originaria, confezionando un'epopea che è stata ed è una vera e propria impresa, in grado di lasciare a bocca aperta il pubblico, coinvolgere, emozionare e stupire neanche fossimo tornati nel cuore degli eighties dei miracoli dominati da Spielberg e Lucas.
Come se non bastasse, la meraviglia per questi tre film splendidi è resa ancora più grande dalla prima possibilità per il sottoscritto di visione delle versioni estese - anche se sarebbe più corretto affermare director's cut - giunte come richiestissimo regalo di compleanno grazie a Julez nello splendido cofanetto in bluray arricchito da tanti di quei documentari sulla realizzazione che vi parrà di aver preso parte alle riprese una volta esplorati tutti i loro capitoli.
Ma torniamo al film e mettiamo subito le carte in tavola: La compagnia dell'anello è senza ombra di dubbio il mio preferito della trilogia, perfetta sintesi di quello che è stato l'incredibile lavoro del Peterone nostro e dei suoi soci nonchè dello spirito che anima un certo tipo di Cinema, quello dei sogni proiettati sullo schermo e delle bocche spalancate per lo stupore, nonchè dell'idea di avventura come viaggio in equilibrio tra l'entusiasmo e la malinconia, una specie di perenne stato da vacanze - quelle che ti esaltano come non mai, ma che sai che, più prima che poi, giungeranno al termine -.
Dalla lunga introduzione dedicata alla storia antica dell'anello e di Sauron e alla parentesi bucolica della Contea, dall'inizio del viaggio di Bilbo a quello dei quattro giovani hobbit partiti pensando di giungere appena oltre i confini della loro terra d'origine senza sapere di essere destinati a qualcosa di decisamente più grande fino all'incontro con Gran Passo e ai faccia a faccia con i Nazcul, da Gran Burrone ed il mondo fatato degli elfi ai paesaggi sconfinati e all'oscurità delle miniere di Moria - dovessi scegliere una sequenza all'interno di tutta la saga, sarebbe sicuramente quella ambientata nelle profondità del mondo dei nani, tesissima tra l'incontro con orchi e goblin ed il sopraggiungere del Balrog -, dal drammatico scontro con gli Uruk-Hai di Saruman alla presa di coscienza del potere sconfinato dell'anello e della sua influenza rispetto non solo a chi lo porta, ma a chiunque sia nelle vicinanze di esso, tutto pare incarnare alla perfezione l'ideale del film dal respiro epico e magico ad un tempo, quell'emozione che si riesce a provare davvero solo quando si è bambini riportata miracolosamente anche al dialogo con il pubblico adulto, grazie a tematiche profonde quali la fedeltà a se stessi e la tentazione del potere, la voglia di cambiare il mondo e quella di vivere qualcosa di troppo grande anche per le leggende tramandate di padre in figlio.
Non si contano i passaggi già cult di un film gigantesco sotto tutti i punti di vista che è riuscito a conquistarmi visione dopo visione - in particolare, per quanto impegnativa rispetto alla durata, consiglio a tutti di recuperare questa versione estesa, in grado di dare maggiore spessore soprattutto agli avvenimenti "di raccordo" di quelle passate in sala -, e che ancora oggi riesce a coinvolgermi come se fosse la prima volta: lo struggimento di Boromir, perfetto esempio delle debolezze umane, o la scelta di sacrificarsi di Gandalf, o il drammatico susseguirsi di eventi in parallelo allo scontro con gli Uruk-Hai della Compagnia dell'anello sono il sale del Cinema e della straordinaria capacità che questo mezzo spettacolare ha di far sognare il suo pubblico.
In questo senso - sicuramente aiutato da un impianto produttivo, tecnico ed attoriale pressochè perfetto - Peter Jackson è divenuto interprete di un nuovo capitolo della Storia della settima arte, che continuerà a stupire anche le generazioni dopo la nostra, che potranno osservare ammirate la potenza di un incantesimo ben più forte di quello dell'anello del potere le cui vicende vengono così magistralmente narrate.


MrFord


"Get on board, this train ain't going to stop.
Where it's going, I don't know. You know, you know, you know.
Wheels on fire, fields of decent desire.
Punch your ticket, it's time to go......
There's a force around the bend, that drives this engine."
Smashing Pumpkins - "The fellowship" -


lunedì 13 febbraio 2012

Hugo Cabret

Regia: Martin Scorsese
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 126'


La trama (con parole mie): siamo nel cuore della Parigi anni trenta, all'interno di una stazione in cui gli orologi scandiscono il tempo e le vite di chi passa e chi resta.
Hugo Cabret, un giovane orfano figlio di un orologiaio, vive continuando quello che era il lavoro dello zio - regolare gli orologi muovendosi attraverso i passaggi segreti della stazione - accarezzando il sogno di scoprire il segreto di un uomo meccanico che il padre avrebbe voluto riparare prima di morire: per farlo spesso e volentieri il ragazzino ruba pezzi di giocattoli che il vecchio George Melies assembla in un piccolo negozio all'interno della stazione.
Malvisto dallo stesso Melies e dal Capo Ispettore della stazione, Hugo riuscirà a stringere amicizia con la figlia adottiva del negoziante ed accompagnarla nell'avventura che porterà a scoprire il passato di quello che fu uno dei grandi inventori del Cinema ed anche il segreto dell'automa meccanico, finendo per aprire di nuovo il cuore del vecchio cineasta.





Ebbene sì, avete visto bene: sto per bottigliare Scorsese.
Dato che questo inizio anno è stato clamorosamente positivo rispetto alle nuove visioni - da Take shelter, che ci scorderemo di vedere in Italia, a Hesher, che fortunatamente è arrivato in sala - doveva arrivare prima o poi la delusione che mi ricordasse le vittime illustri mietute lo scorso anno qui al saloon - Sorrentino, Polanski, Cronenberg tra gli altri - e spolverasse le bottiglie da troppe settimane clamorosamente poco attive: a sorpresa questo ruolo è toccato proprio al grande Marty, regista che ho sempre amato e che negli ultimi anni pare essersi istituzionalizzato talmente tanto da farmi guardare al suo lavoro con incredulità sempre crescente - già Shutter island mi aveva convinto solo parzialmente, così come The Departed, solido e tosto ma a mio parere sopravvalutato -.
Hugo Cabret, occorre dirlo, è un film dalla confezione impeccabile: tralasciando la questione 3D - che continuo a detestare -, la parte tecnica è una vera meraviglia, dalla fotografia all'uso degli effetti, passando attraverso dolly e carrelli da fare spavento tanto è il talento che sprigionano.
E' anche una bella storia, toccante e magica, ed un omaggio al Cinema delle origini - sembra proprio l'anno dell'amarcord, in questo senso, dato che The artist sarà il suo avversario principale nella notte degli Oscar - e ad uno dei geni assoluti della settima arte, il primo, vero padre dell'illusionismo cinematografico che vedrà poi grandi Maestri svilupparne gli insegnamenti, da Murnau a Welles fino al Nolan dei giorni nostri: George Melies.
Per chi non lo sapesse, questo signore è stato in grado, quando ancora praticamente il Cinema inteso come tale non esisteva - e i Lumiere, altri grandi pionieri, si limitavano ad una sorta di documentarismo - di creare mondi a bizzeffe popolati di creature fantastiche sfruttando ad un livello da fantascienza i mezzi che aveva - pellicola colorata a mano, montaggi rivoluzionari, immagini da rimanere a bocca aperta ancora oggi -, e se dovesse capitarvi, consideratevi in obbligo di acquistare i due dvd che raccolgono quello che resta della sua opera, meraviglie per gli occhi e non solo, roba che gran parte dei registi di oggi ancora si possono soltanto sognare.
Ma torniamo a Hugo Cabret.
Il problema è che, se questo film non fosse stato firmato da Scorsese, questione tecnica a parte, si sarebbe potuto anche considerare carino e piacevole.
Il problema è che, nel corso della visione, mi sono ritrovato a soffocare gli sbadigli in una prima parte davvero bolsa per riprendermi nella seconda soltanto grazie ai momenti in cui il regista si lascia andare agli omaggi al Cinema dei tempi: e di nuovo si torna a Melies.
Ma è davvero possibile che un certo Martin Scorsese, per poter meravigliare il pubblico del 2012, abbia bisogno delle immagini di film realizzati più di cento anni prima?
E' davvero possibile che si sia passati dal De Niro paurosamente ingrassato di Toro scatenato al Sacha Baron Cohen che fu Borat? Certo, come dice giustamente Julez, osservando gli ultimi anni di carriera di Bob De Niro, potrebbe anche essere.
E' davvero possibile che il regista inviso all'Academy figlio della rottura di Taxi driver e Fuori orario sia divenuto una sorta di asso pigliatutto del Red Carpet?
E' davvero possibile che il narratore della violenza selvaggia della strada di Mean streets o Quei bravi ragazzi e di quella elegante ma non meno estrema dei salotti de L'età dell'innocenza si sia piegato ad una storia che pare una versione disneyana delle fiabe di Charles Dickens?
Ad ogni minuto della visione, a fronte di queste domande, ho cercato di trovare la forza per dire no.
Ma negli scintillanti occhioni azzurri di Asa Butterfield e nelle moine Cloe Grace Moretz - che pare l'ombra della fantastica Hit-girl di Kick ass -, così come nella nostalgia canaglia di Ben Kingsley e Christopher Lee non ho visto altro che questo: un regista che è diventato di colpo vecchio, l'ombra di se stesso, ancora impareggiabile dietro la macchina da presa eppure privo della spinta a raccontare qualcosa di cui necessitasse davvero, vinto forse dal desiderio di quella ribalta che gli è mancata per gran parte di una carriera incredibile.
In Hugo Cabret non ho visto nient'altro che un giocattolo dai meccanismi ad orologeria oliati alla perfezione spento come l'esistenza di Melies chiuso in un negozietto, rinnegando i tempi dei film e dell'emozione, incapace di ritrovare il grande artista che fu.
Forse quest'opera, più che un omaggio, è il grido d'aiuto di Scorsese, in cerca del suo personale Hugo ansioso di "rimettere a posto le cose" riparando gli ingranaggi di una macchina che, con l'arrivo dei riconoscimenti inseguiti per decenni, pare aver perso tutto lo smalto e la magia che qui si cercano di raccontare come miracoli, o ricordi di quelli che sono stati i giorni migliori delle vite di chi le ha vissute.
Un film già vecchio in partenza, che non ha nulla a che spartire con le visioni del vero Melies, così potenti da far risollevare le sorti di questo spento Scorsese, ed al contempo in grado di affossarlo proprio nell'involontario confronto.
L'orologio del buon Marty si è fermato.
Quello di Melies non ha mai smesso di andare avanti.
Forse, per l'autore di Casinò e The aviator, è giunta l'ora di una scossa vera.
Un "ritorno al futuro" per non restare prigionieri del passato.


MrFord


"Penso che è stupendo
restare al buio abbracciati e muti ,
come pugili dopo un incontro .
come gli ultimi sopravvissuti .
forse un giorno scopriremo
che non ci siamo mai perduti."
Renato Zero - "I migliori anni della nostra vita" -
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