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lunedì 14 settembre 2015

Fantastic 4 - I Fantastici Quattro

Regia: Josh Trank
Origine: USA, Germania, UK, Canada
Anno:
2015
Durata: 100'






La trama (con parole mie): Reed Richards, fin dalla più tenera età, ha sempre mostrato di essere un genio assoluto della scienza, di quelli che nascono, quando al mondo va di fortuna, una volta ogni secolo. Cresce affiancato dall'inseparabile amico Ben Grimm, fino a quando, ancora alle superiori, viene avvicinato da Franklin Storm, che con i figli Johnny e Sue è legato a doppio filo a sperimentazioni sui viaggi dimensionali.
Al lavoro accanto all'unico altro giovane dotato quanto lui, Victor Von Doom, Reed affinerà le sue abilità fino a guidare una missione d'esplorazione dall'altra parte del confine che ha sempre sognato di superare: peccato che, proprio a seguito della stessa, tutti i membri del team finiscano per subire modifiche fisiche che cambieranno le loro vite per sempre.
E mentre Victor risulterà disperso nella dimensione ignota, Reed tornerà dopo aver acquisito la capacità di allungarsi ed un'elasticità incredibile, Johnny potrà prendere fuoco e volare, Sue diventare invisibile ed operare sui campi di forza mentre Ben, mutato in un essere enorme fatto di roccia, diverrà un concentrato di forza bruta.
Cosa accadrà quando dovranno non solo coesistere, ma anche affrontare l'ordine costituito che li vorrebbe pienamente al suo servizio ed il redivivo Victor, anch'egli dotato di terrificanti poteri?









Non ho mai amato particolarmente, da accanito lettore di fumetti, i Fantastici Quattro.
Le loro storie, per quanto affascinanti, hanno sempre portato in dote una componente spiccatamente sci-fi e cosmica che poco si addiceva, ai tempi, alla mia ricerca di eroi urbani e "con superproblemi" come Daredevil o Spider Man, e a parte il personaggio della Cosa, con i suoi tormenti legati all'aspetto fisico contrapposti ad un carattere burbero in pieno stile Bud Spencer dei tempi d'oro, non mi sono mai sentito particolarmente coinvolto dagli altri tre membri originali della squadra.
Quando, poi, in sala giunsero i due lungometraggi targati Fox dedicati al quartetto, pensai di aver fatto più che bene la mia scelta: negli anni dell'Uomo Ragno di Raimi e degli X-Men di Singer, infatti, i Fantastici Quattro cinematografici, con o senza Silver Surfer, risultarono quantomeno imbarazzanti.
Il tempo è passato, io ho abbandonato la lettura degli albi e l'Universo Ultimate - che fondamentalmente ripropone eroi classici in versioni moderne e rivisitate - ha rilanciato team come quello di Richards e soci, portando la grande M a tentare un nuovo esperimento su grande schermo per il gruppo creato da Stan Lee e Jack Kirby: il risultato, almeno sulla carta, è stato disastroso quanto il precedente.
Recensioni pessime oltreoceano affiancate da incassi che superano a malapena il budget stimato, nonostante un sequel previsto per il duemiladiciassette - che, considerato il finale, pare quasi d'obbligo -, infatti, parevano confermare la maledizione pronta a colpire lo storico quartetto in ogni sua incarnazione su grande schermo.
Qui al Saloon, lo ammetto in tutta onestà, ci si aspettava molto peggio, e personalmente credo che il risultato - insoddisfacente, sia chiaro - finale sia legato principalmente ai numerosi problemi in fase di produzione avuti dalla pellicola: pare, infatti, che la direzione presa da Josh Trank - regista del promettente Chronicle - non fosse di particolare gradimento a finanziatori e distrubitore, che dunque sarebbero "corsi ai ripari" facendo riscrivere in corsa la parte conclusiva.
In effetti, a conti fatti, la prima metà del film risulta essere addirittura quasi piacevole, frutto di un discreto lavoro sulla caratterizzazione dei personaggi volta a presentarli, di fatto, anche ad un pubblico a digiuno degli stessi charachters: peccato che, proprio a partire dalla conquista dei poteri dei quattro, tutto si evolva e risolva nel tipico prodotto da multisala nel weekend tagliato con l'accetta e schiavo delle regole che il mercato della settima arte legata ai supereroi impone.
Un vero spreco, considerato l'uomo dietro la macchina da presa ed un cast di "nuove leve" decisamente interessante, un villain tra i più importanti del panorama dei comics - il Dottor Destino - e la possibilità di approfondire con un certo criterio le diversità di ogni membro del team: in questo senso non riesco a capire per quale ragione un obbrobrio come Transformers 4 debba necessitare di quasi tre ore e questo Fantastic 4 di un'ora e mezza e poco più.
Misteri della grande produzione e distribuzione.
Archivata la consapevolezza di avere assistito ad uno spettacolo assolutamente dimenticabile, comunque, resta la perplessità di fronte alle critiche feroci ricevute da un film che, di fatto, non le meritava, o quantomeno non così clamorose come sono piovute perfino in ambienti profondamente mainstream come IMDB.
Resta da pensare se valga davvero la pena di investire sugli F4 per un sequel o abbandonare definitivamente un brand che pare maledetto, sperando in questo caso di non incontrare mai la Cosa pronta a gridarci in faccia:" E' tempo di distruzione!"





MrFord





"It's been a hard day's night, and I'd been working like a dog
it's been a hard day's night, I should be sleeping like a log
but when I get home to you I find the things that you do
will make me feel alright owww."
The Beatles - "A hard day's night" - 





mercoledì 9 aprile 2014

Nymphomaniac Vol. II

Regia: Lars Von Trier
Origine: Danimarca, Francia, Germania, Belgio, UK
Anno: 2013
Durata: 123'




La trama (con parole mie): prosegue il racconto di Joe, soccorsa in strada dal colto e pacato Seligman, divenuto il suo confessore nel viaggio attraverso la vita e le vicissitudini sessuali della donna, che non esita a definirsi malvagia e ninfomane.
Stretto un legame con Jerome ed avuto un figlio da lui, Joe pare estraniata dalla realtà, impossibilitata a provare il piacere dell'orgasmo malgrado lo desideri ardentemente. La sua ricerca del godimento perduto la porterà sulla strada di uomini sempre più violenti e legati al lato oscuro della società, costandole la storia con lo stesso Jerome e la custodia del bambino.
Anni dopo, divenuta una specialista del recupero crediti, la donna si troverà a svezzare ed educare alla sua stessa attività una giovane ragazza che finirà per prendere il suo posto in tutto e per tutto, letto di Jerome compreso.
La confessione riuscirà in qualche modo a purificare l'anima di Joe? O Seligman riserverà risposte inaspettate?






Caro Lars,
ti scrivo, molto contrariato, per la seconda volta in due giorni.
Ieri sera ho visto il Volume II del tuo Nymphomaniac, e passati i primi cinque minuti ho pensato che, forse, finalmente c'eravamo ritrovati: la partenza con la levitazione di Joe bambina e la visione duplice a seguito dell'orgasmo spontaneo era degna delle tue pagine peggiori, e ammetto di aver pregustato l'idea di un vero e proprio massacro della parte conclusiva di questo tuo ambizioso progetto.
Ma niente da fare. Questa volta ti sei proprio impegnato per fare in modo che la rivalità tra me e il Cannibale continui a rimanere tutto sommato sopita. Perchè posso capire perfino che ad uno spostato radical chic come il mio antagonista possa essere piaciuto questo tuo pippone.
Hai letto bene. Lo posso addirittura capire.
Non che questo significhi che Nymphomaniac mi sia piaciuto, sia chiaro: personalmente ritengo che questa seconda metà sia nettamente peggiore della prima, noiosa ed involontariamente comica in più di una sequenza, ed inutile per la maggior parte del suo minutaggio.
La realtà dei fatti, però, è che nelle quattro ore complessive di visione qualche idea interessante si può sicuramente trovare - giusto per citare un momento, nel confronto tra Joe e Seligman che precede il pessimo epilogo mi è quasi parso di intravedere un tuo grido d'aiuto, una sorta di confessione della difficoltà che devi avere a relazionarti in maniera socialmente umana con il mondo -, e probabilmente, se avessi realizzato un director's cult da un'ora e venti scarsa con il "greatest hits" di quello che hai mostrato, avresti perfino rischiato di incontrare un mio favore. Quasi.
E invece niente: tra un Jamie Bell decisamente poco credibile nel ruolo del dominatore pronto a punire e la parte dedicata al recupero crediti che pare uscita da un film di genere mal riuscito, hai voluto allungare il brodo finendo per diventare soporifero e decisamente poco scandaloso, se non per la questione - per quanto mi riguarda assurda e discutibile, che potrebbe addirittura far pensare ad un'altra confessione - decisamente interessante da discutere legata alla comprensione del pedofilo che non ha mai consumato le sue fantasie da parte di Joe, che di tanto in tanto esplode in passaggi al limite del ridicolo involontario come la fuga tra le montagne della protagonista, girata come capita con i porno amatoriali arrangiati nel giardino dietro casa o l'agghiacciante sequenza con la discussione dei due simpatici e decisamente dotati partner di letto della nostra "eroina" di origini africane - e bada bene, caro Lars, che non ho parlato forbito per evitare la tua trappola a proposito della Libertà e della Democrazia costruita attorno alla parola negri -.
Tralasciando, comunque, la tua evidente invidia del pene rispetto ai due signori appena menzionati, quello che resta è un verboso pistolotto radical chic che, però - e lo dico davvero con dispiacere - non raggiunge neppure alla lontana i vertici di follia cui mi avevi abituato, e finisce per scorrere senza far venire voglia di prenderti a pugni fino a farsi male alle mani o di esplodere in un'esultanza necessaria come una boccata d'aria giunta la conclusione.
Semplicemente, quello che hai portato sullo schermo è una complessa ed egoriferita analisi pseudo colta che racconta una delle storie più vecchie del mondo - la dipendenza da un certo tipo di istinti che tutti, in misura più o meno pronunciata, abbiamo -: peccato che non lo faccia in modo liberatorio ed interessante come avrebbe potuto.
E peccato che tu abbia perso completamente la tua caotica e malvagia follia.
Vedi di tornare in te, caro Lars, perchè se continui su questa strada di pseudo redenzione potresti finire, un giorno, per mettere d'accordo anche tu il sottoscritto e Cannibal.
E tutti gli dei e non solo ce ne scampino.
Atei o devoti, Oriente o Occidente, penitenza o godimento.



MrFord




"La visione della figa da vicino, 
la visione della figa da vicino, 
la visione della figa da vicino, 
la visione della figa. 
Passano i secoli, passano i millenni, 
passano gli uomini che si alternano ai governi."
Elio e Le Storie Tese - "La visione" -  




mercoledì 2 aprile 2014

Snowpiercer

Regia: Joon Ho Bong
Origine: Corea del Sud, USA, Francia, Rep. Ceca
Anno: 2013
Durata: 126'




La trama (con parole mie): in un prossimo futuro i governi del mondo, messi in ginocchio dal riscaldamento globale, appoggiano un piano di raffreddamento della Terra che provoca una catastrofe climatica degenerando in una sorta di nuova era glaciale, uccidendo la maggior parte degli abitanti del pianeta. I sopravvissuti, riparatisi all'interno di un treno speciale in viaggio continuo attraverso il mondo intero, sono divisi in classi sociali ben definite legate alla posizione dei vagoni: dalla locomotiva abitata dal dominatore assoluto Wilford alla coda con i reietti della società, costretti a vivere al servizio dei potenti e cibarsi di sole gelatine proteiche ricavate dagli insetti.
Curtis, a capo di un gruppo di ribelli dell'ultima vettura, a seguito dell'ennesimo sopruso decide così di dare il via ad una rivolta che dovrebbe riportare l'equilibrio all'interno del convoglio.







E così, anche Joon Ho Bong, probabilmente il più grande regista sudcoreano vivente, in grado di superare ben più noti colleghi come Park Chan Wook e Kim Ki Duk ed autore di perle assolute come The host, Memories of murder e Mother, è caduto.
Qui al Saloon, fin dalla sua apertura, non si sono risparmiate bottigliate neppure per gli idoli, quando è stato il tempo di sfoderare i colpi più duri che il bancone richiedeva, ma mai e poi mai mi sarei aspettato che a tradire gli ideali fordiani sarebbe stato uno dei cineasti più interessanti e di talento che mi sia capitato di seguire nel corso delle ultime stagioni, il cui ultimo lavoro, questo Snowpiercer, era tra i più attesi dal sottoscritto per la prima parte dell'anno: dunque, dopo i già citati Kim Ki Duk - preso dai suoi deliri di onnipotenza - e Park - snaturato definitivamente e perduta tutta la forza degli inizi con l'ultimo, radical e freddo Stoker - anche Bong segna il passo, schiacciato da una produzione colossale che porta l'uomo dietro la macchina da presa dalle parti del già visto e sentito, sfornando un blockbusterone che sarà pure d'autore a livello tecnico ma che, oltre a non inventare nulla, risulta noioso, decisamente troppo lungo ed appesantito da parentesi al limite del grottesco - la sequenza nella scuola del treno - ed un finale che potrei addirittura definire ridicolo.
Pescando, dunque, da un immaginario distopico già noto sia in Letteratura che al Cinema, da 1984 a V per vendetta, si finisce purtroppo per sfociare in una sorta di versione molto action e videoludica - la struttura a vagoni ricorda quella a quadri dei games anni ottanta - del bolsissimo Cosmopolis targato Cronenberg, mostrando quella che dovrebbe essere una critica sociale feroce come fosse la più banale delle epopee tipiche degli eroi Expendables del sottoscritto ai loro tempi d'oro.
Gli spunti non mancano, eppure tutta la meraviglia e l'aspettativa costruita da una campagna pubblicitaria che addirittura accostava questo Snowpiercer a cose come Blade runner - e bisogna proprio averne, di fantasia, oltre che di coraggio! - finisce per spegnersi in un susseguirsi di scontri che paiono decisamente slegati l'uno dall'altro e sfruttati soltanto per portare in scena l'ottima fotografia e l'occhio esperto dell'autore culminati con uno spiegone da trituramento di cosiddetti del "bad guy" Ed Harris che dovrebbe essere il fulcro della riflessione sulla decadenza dei governi e dei cosiddetti rivoluzionari e ben rappresentato dalla statica inespressività di Chris Evans, che mostra le stesse doti attoriali di una parete di cemento armato.
Non combina tanto di più il resto del cast, da una troppo gigioneggiante Octavia Spencer all'anonimo Jamie Bell, senza dimenticare John Hurt ridotto ad una macchietta insieme alla componente coreana del gruppo di ribelli protagonisti e all'insopportabile Tilda Swinton, che vorrebbe passare per cattiva cult ma finisce per suonare più come una caricatura involontaria: un esperimento fallito su tutti i fronti, che senza dubbio, per il momento, guadagna la posizione di titolo più deludente di questa prima parte di duemilaquattordici, tanto da farmi rimpiangere quello che è il film "a livelli" più importante del passato recente - quel gioiellino di The Raid: redemption, pronto al solo pensiero ad alimentare l'attesa per l'imminente sequel - e classici sulle rotaie come A trenta secondi dalla fine, decisamente più interessanti sia per costruzione che per tensione mantenuta ad un livello decisamente più alto di quello proposto da Bong in questo caso.
Una ferita destinata a lasciare il segno nella mia memoria di spettatore per molto tempo, ennesima conferma del male che la majors e le grandi produzioni riescono a fare all'opera di registi abituati ad avere completa libertà espressiva, letteralmente masticati e risputati dalla grande macchina del blockbuster multimilionario: mi dispiace davvero per Bong, che spero torni presto nella più accogliente Corea per realizzare qualcosa dallo spirito più vicino ai suoi precedenti lavori, evitando così di deragliare in un mondo dal bagliore accecante ma dominato dalla prospettiva non proprio da sogno di finire sbranato dai predatori di turno.
E non me ne vogliano gli orsi polari.



MrFord



"Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore 
mentre fa correr via la macchina a vapore 
e che ci giunga un giorno ancora la notizia 
di una locomotiva, come una cosa viva, 
lanciata a bomba contro l' ingiustizia, 
lanciata a bomba contro l' ingiustizia, 
lanciata a bomba contro l' ingiustizia!"

Francesco Guccini - "La locomotiva" -





domenica 4 novembre 2012

40 carati

Regia: Asger Leth
Origine: USA
Anno: 2012
Durata:
102'




La trama (con parole mie): Nick Cassidy, ex poliziotto corrotto incastrato per il furto di un diamante unico di proprietà di un milionario senza scrupoli, approfitta del funerale del padre per evadere dalla prigione di Sing Sing e rimanere nell'ombra progettando un tentato suicidio che mascheri di fronte ai media e alla gente della strada una spettacolare rapina che funga, di fatto, da prova che lo scagioni dalle accuse che gli sono costate due anni e il distintivo.
Così, dall'alto del cornicione di un hotel nel centro di Manhattan, l'uomo si ritrova a dirigere il circo di poliziotti, giornalisti, passanti e dei due complici che avranno il compito di recuperare lo stesso diamante costatogli l'accusa e milioni di dollari di risarcimento assicurativo al magnate David Englander.
Riuscirà Cassidy a vendicarsi, smacchiarsi il nome e sopravvivere?



Ammetto che, ai tempi della sua uscita, non avrei scommesso un soldo bucato su questo titolo che appariva come l'ennesimo, inutile tappabuchi da sala che non si sarebbe neppure potuto definire blockbuster con protagonista uno degli attori più inespressivi dell'attuale panorama hollywoodiano, Sam Worthington.
Così, 40 carati è rimasto a prendere polvere mentre passavano i mesi e si succedevano visioni che giudicavo di volta in volta decisamente più interessanti, fino a quando le ferie di fine settembre e la penuria di novità a portata di divano non hanno fatto in modo che venisse riesumato: a questo punto, sorpresa delle sorprese, il lavoro di Asger Leth si è rivelato addirittura un piccolo jolly.
Perchè se il cast non poteva contare su protagonisti particolarmente ispirati - ad affiancare Worthington troviamo il non troppo convincente ex Billy Elliot Jamie Bell ed Elizabeth Banks in un ruolo decisamente lontano da quelli cui siamo abituati -, su una trama innovativa o una tecnica particolarmente stupefacente, nel complesso la pellicola rispetta appieno il suo compito di prodotto d'intrattenimento di grana grossa e senza pretese rivelandosi un filmetto d'azione niente male, di quelli giusti giusti per riempirsi una serata molto pane e salame e godersi una vicenda prevedibilissima per essere il centro di un heist movie che dovrebbe tenere con il fiato sospeso eppure funzionale e ben giostrata, in grado di alternare alle sequenze del cornicione e all'intrigo orchestrato da Worthington/Cassidy quelle legate all'irruzione nel palazzo del bieco milionario Englander - un sempre ottimo Ed Harris, che ripropone la sua versione "villain" senza troppa fatica -, legate alle più classiche situazioni "da rapina" ed incentrate principalmente sulla presenza di Genesis Rodriguez, che per il pubblico maschile varrà da sola la visione del film - e al diavolo la credibilità del cambio d'abito a rapina in corso con tanto di sequenza praticamente in bikini dell'attrice -.
L'intrigo che vede poi Cassidy accusato lottare per la propria innocenza è telefonato almeno quanto la conclusione, ma anche in questo caso ci si mette comodi e si gusta il percorso che l'ex poliziotto - peraltro non uno stinco di santo - compirà per smascherare i complici di Englander che lo fregarono ai tempi, cercando di convincere la negoziatrice neanche dovesse strapparle un appuntamento per poi lasciarsi andare, nel finale, ad un inseguimento di quelli da classico film action con tanto di voli da un cornicione all'altro che fanno sempre la loro porca figura.
Dovessi ripensare ad un cult di questo tipo legato al mio passato, direi che 40 carati mi ha ricordato in qualche modo Speed, seppur con un approccio decisamente meno tamarro ed un risultato che difficilmente resterà negli annali del Cinema e nella memoria del pubblico, ma che in qualche modo - e con tutti i suoi limiti - è riuscito a stupire anche un vecchio cowboy dedito all'azione come il sottoscritto.
E questo riesce a rendere anche una robetta snobbata troppo in fretta un'inaspettata - a suo modo - rivelazione: praticamente, considerate le cartucce che aveva da sparare il regista, un successone.


MrFord


"Meet on the ledge
we're gonna meet on the ledge
when my time is up I'm gonna see all my friends
meet on the ledge
we're gonna meet on the ledge."
Fairport Convention - "Meet on the ledge" -


lunedì 14 novembre 2011

Le avventure di Tintin - Il segreto dell'unicorno

Regia: Steven Spielberg
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 107'



La trama (con parole mie): Tintin, a spasso in cerca di nuovi misteri nel mercato cittadino, viene in possesso di uno dei tre modellini della leggendaria nave capitanata da Haddock, che si dice si fosse portato a fondo uno dei più grandi tesori della storia navale di tutti i tempi.
Ovviamente, la scoperta stimola l'innata curiosità del giovane avventuriero, che si getta subito a capofitto nella raccolta d'informazioni a proposito della storia che l'intera vicenda pare celare: quello che, però, scoprirà quasi subito sulla sua pelle, è che il magnate Sakharine è pronto a tutto pur di mettere le mani sulle tre riproduzioni dell'Unicorno e sul loro segreto, anche a togliere di mezzo chi ha tutte le intenzioni di ficcare il naso.
E si sa che, in questo, Tintin è un vero asso.



Avete presente quelle mangiate colossali in osteria, tra carnazza e pasta fatta in casa, tavoli di legno e quell'atmosfera da "voglio uscire di qui così pieno da scoppiare"?
Se esistesse un corrispettivo cinematografico di una situazione come quella, Tintin si candiderebbe all'istante come uno dei riferimenti d'obbligo del genere: da tempo non mi capitava, infatti, di godermi così a fondo un filmone d'avventura di quelli che paiono usciti dritti dritti dai bei tempi - e per bei tempi intendo i favolosi anni ottanta dei Goonies e di Indiana Jones - tutti popcorn e bibitone, ritmo serrato e meraviglia per gli occhi.
Fin dagli splendidi titoli di testa - che ricordano quelli dell'ottimo Prova a prendermi sempre firmato Spielberg -, la mano saggia - e furba - dello stesso Spielberg e di Peter Jackson si fa sentire, tanto da portare il concetto di blockbuster ad un nuovo livello sfruttando al massimo la tecnologia del motion capture, che personalmente non avevo mai visto applicata con tanta perizia: a questo si aggiungano una regia da artigiano consumato come quella del vecchio Steven, la produzione stratosferica dell'autore de Il signore degli anelli ed una mano importante nella stesura della sceneggiatura di un giovane talento come Edgar Wright, che aggiunge il suo personale brio ad un personaggio dal sapore profondamente classico come Tintin, vera e propria icona del fumetto d'avventura del Vecchio Continente.
Con una facilità quasi disarmante, dunque, questo primo capitolo di una supposta trilogia ha smontato una dopo l'altra le mie perplessità, regalandomi due ore di intrattenimento puro e, per la prima volta, l'impressione di una pellicola realizzata con intelligenza pensando anche al da me tanto osteggiato 3D, incrociando le necessità puramente commerciali - alcuni passaggi ricordano le attrazioni dei grandi parchi tematici made in Usa - ad una qualità decisamente autoriale, sfruttata anche rispetto al motion capture per la realizzazione di sequenze e passaggi nella realtà di un film di fiction difficilmente concretizzabili.
La vicenda - che ha tutto il sapore di un omaggio nostalgico al personaggio creato da Hergè -, ai residuati degli eighties come il sottoscritto ricorderà tantissimo quelle che hanno avuto protagonista il già citato Indy, andando in questo modo a creare una sorta di ponte ideale tra il pubblico di allora e le nuove generazioni di spettatori più avvezzi alle acrobazie da effetto speciale che non al "cuore" di una pellicola, riuscendo anche con discreto stile ad accontentare tutti ponendosi come nuovo riferimento nel suo ambito andando nel contempo ad alimentare un'aspettativa per il prossimo episodio già elevatissima anche nel sottoscritto.
Scendendo nel dettaglio e prendendo un momento per citare l'ottimo cast - bravissimo, come sempre in questi casi, lo specialista Andy Serkis nel ruolo del Capitano Haddock -, ho trovato particolarmente azzeccata tutta la parte ambientata sulla nave appena successiva alla cattura di Tintin da parte di Sakharine, realizzata con uno spirito che pare uscito dall'atmosfera fumosa dei cult della golden age dei grandi studios e lo spettacolare inseguimento di Milù - il terrier del protagonista - lanciatosi sulle tracce dei rapitori del suo padrone, una vera lezione di dinamismo in grado di riportare alla memoria il recente - e meraviglioso - inseguimento che vide protagonisti Gromit e il Coniglio mannaro qualche anno fa nell'ottimo lungometraggio dedicato all'accoppiata Wallace&Gromit.
Certo, se siete alla ricerca di un'opera per palati fini o da sala d'essai potreste uscire piuttosto delusi, ma nel caso in cui siate pronti a lanciare letteralmente il cuore oltre l'ostacolo, o vogliate godervi un pò di sano amarcord con gli amici, o foste indecisi su quale film scegliere per il multisala in famiglia da weekend, non ci sono dubbi che tengano.
Tintin è quello che fa per voi.
Perchè, in fondo, siamo tutti bimbi un pò cresciuti.
E una cosa di questo genere è praticamente come pane e nutella.
Impossibile resistere.

MrFord

"Il signor Hood era un galantuomo,
sempre ispirato dal sole,
con due pistole caricate a salve
e un canestro di parole,
con due pistole caricate a salve
e un canestro pieno di parole."

Francesco De Gregori - "Signor Hood" -



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