Considerata la trasferta fordiana a Copenaghen per questo weekend, ho deciso di riesumare un cult anni ottanta ed un vecchio post risalente allo scorso settembre, nientemeno.
L'estate e le vacanze - per quanto il rientro in Italia abbia bruscamente trasportato tutti i Ford nell'autunno pieno della Pianura Padana - sono da sempre un'ottima occasione per le visioni disimpegnate ed i recuperi di vecchi cult da godersi sempre con piacere: durante la trasferta spagnola, in una delle serate in cui si finiva senza forze tra oceano e Fordini, è tornato sugli schermi del Saloon uno di quei titoli amati quando ero bambino - insieme al suo sequel, forse apprezzato anche di più -, uno Zemeckis considerato minore ma ancora decisamente divertente, All'inseguimento della pietra verde.
Negli anni d'oro del Cinema d'avventura e di Indiana Jones il regista ed il protagonista e produttore Michael Douglas tentarono la strada del romance nascosto proprio dall'Indy style, riuscendo nell'impresa e costruendo una pellicola ritmata e divertente che, seppur un pò invecchiata, riesce a farsi apprezzare ancora oggi - e che ho associato in più di un passaggio ad un altro cult del periodo, Mr. Crocodile Dundee -, allietando lo spettatore con i siparietti tra i due protagonisti ed una serie di eventi che mescolano una cornice che pare quasi a metà tra l'esplorazione selvaggia, il fascino criminale dell'America Latina contrapposto all'approccio newyorkese di Kathleen Turner ed un giocattolo costruito per divertire e divertirsi come sarà qualche anno dopo qui in Terra dei cachi Puerto Escondido.
Una riscoperta dal sapore decisamente estivo che è stata come una rimpatriata - con bevuta, ovviamente - con qualche vecchio amico, e che ha riproposto - come spesso accade - la nostalgia per un decennio in cui le produzioni leggere ma clamorosamente riuscite abbondavano e non c'erano pretese pseudo autoriali o esagerazioni da marketing di quelle che si incontrano facilmente oggi: non resta che, come un ex Presidente che vuole vivere un'estate senza fine, concedersi, di tanto in tanto, una bella scappata lungo il viale dei ricordi alla ricerca di pietre verdi tra scambi serrati che nascondono una tensione sessuale crescente, passeggiate su ponti decisamente instabili e fughe rocambolesche pronte ad accontentare l'uomo alla ricerca di adrenalina e la donna in attesa dell'avventuriero pronto, un giorno, a passare a prenderla in piena Grande Mela con una barca che aspetta solo di fare il giro del mondo.
Di tanto in tanto,
soprattutto nelle serate in cui mi capita di non aver voglia di
investire energie neppure nella scelta del prossimo film da selezionare tra
le fila dei titoli in lista, l'idea di ripescare piccoli cult non troppo
impegnativi della mia infanzia diventa l'equivalente di un cocktail nel
bar di fiducia, di un massaggio che già si sa porterà al sesso, o di
una cena dove arriveranno solo i nostri piatti preferiti.
Una cosa confortante, piacevole, rilassante, goduriosa.
Con
questo spirito, a distanza di non so neppure quanto tempo dall'ultima
volta, ho riesumato all'inizio di questo autunno agli sgoccioli I gemelli, pellicola
perfettamente inserita negli anni ottanta firmata Ivan Reitman - lo
stesso di Ghostbusters, per intenderci - con protagonisti il mitico
Schwarzy e Danny DeVito, commedia d'azione piacevole e divertente ancora
oggi, con tutti i limiti del caso ma ugualmente in grado di
intrattenere non solo uomini e donne, ma anche grandi e piccini.
Uscito
- almeno per il momento - dal suo periodo tosto dei Conan e dei
Terminator, l'Arnold di tutti noi attraversava all'epoca una sorta
di tentativo di rendere umano il suo consueto charachter tutto d'un
pezzo, passando proprio per ruoli come quello che avrà da lì a due anni in Poliziotto alle
elementari o quello di Julius Benedict, trentacinquenne fisicamente e
mentalmente al massimo che dopo aver vissuto di teoria e in quasi
isolamento su un'isola del Sud Pacifico sbarca a Los Angeles una volta
scoperto di avere un gemello separato da lui alla nascita.
La
progressiva scoperta dell'altro, la crescita spalla a spalla ed il
consueto - e sempre piacevole - road trip pronto a consolidare i
rapporti fanno il resto, forti della grossa alchimia che si creò sullo
schermo tra i due protagonisti, perfetti nel rendere l'idea del
ragazzone forzuto e studioso buono fino al midollo e del piccoletto
opportunista e seduttore in grado di cavarsela con le proprie forze - e a
scapito del prossimo - fin dalla tenera età: il fatto, poi, di aver
amato questo film dai tempi delle elementari, saperlo a memoria a
seguito delle infinite visioni in compagnia di mio fratello e gustarsi i
siparietti tra DeVito e Schwarzy dal primo all'ultimo aggiungono I
gemelli alla schiera di titoli con protagonista l'inossidabile Arnold
che non solo gli appassionati non possono non avere in casa a portata di
mano per qualsiasi serata d'emergenza o rutto libero, ma che dovrebbero
ringraziare per aver mostrato un lato più umano e divertente di quella
che, per anni, era stata praticamente una macchina per uccidere.
E
dal balletto nella camera d'albergo all'abbraccio in bagno - quante
volte citato quel "Hey, è mio fratello!" -, passando per il corso
accelerato di scuola guida e le tre regole in una situazione critica, a
quasi trent'anni dalla sua uscita I gemelli regala ancora ben più di un
sorriso ed ottimo intrattenimento, ennesima dimostrazione che i gloriosi
eighties sono stati la vera e propria miniera d'oro
dell'intrattenimento disimpegnato, che ancora oggi viene in soccorso di
noi ragazzi troppo cresciuti nel momento in cui abbiamo bisogno di un
salvagente, un abbraccio, una coperta per le serate in cui si sta troppo
male, o così bene, che solo qualcosa che conosciamo a fondo può
rendere davvero degne di essere vissute.
Ancora una volta.
La trama (con parole mie): Rudy Baylor, un giovane ed idealista avvocato di Memphis, accetta di patrocinare una famiglia a basso reddito rimasta vittima di una complessa truffa assicurativa per mano di una compagnia che è un vero e proprio colosso del settore.
Spalleggiato dal veterano e non ancora avvocato Deck Shifflet, Rudy dovrà ingaggiare una vera e propria battaglia all'ultimo cavillo che lo vedrà opposto ad uno degli studi più importanti della città, schierato al gran completo alle spalle dello squalo del foro Leo Drummond: l'occasione finirà per essere un banco di prova per il ragazzo per una crescita non soltanto professionale, ma umana.
Accanto alla fragile Kelly, maltrattata dal marito e conosciuta proprio grazie all'esercizio del mestiere, Rudy muoverà i suoi primi passi ben oltre i confini delle aule di tribunali: un percorso che potrebbe rivelarsi ben più importante rispetto a quello da avvocato.
Francis Ford Coppola è senza ombra di dubbio uno dei nomi di riferimento del panorama cinematografico statunitense, non fosse altro per Apocalypse now, uno dei grandi Capolavori irrinunciabili della Storia del Cinema.
Accanto a quest'ultimo, ovviamente, figurano almeno i primi due capitoli della saga de Il padrino e La conversazione, pronti a rendere il cineasta di origini italiane uno dei volti più importanti della New Hollywood che nel corso degli anni settanta ribaltò il mondo del Classico e dei grandi studios che avevano dominato la scena nel ventennio precedente.
Eppure quando penso al buon Francis, uno dei primi titoli che mi tornano in mente è senza dubbio The rainmaker, legal drama onesto e pulito tratto da un romanzo dell'esperto del settore John Grisham, titolo al quale ho voluto un gran bene fin dalla prima visione.
Tenendo, infatti, un profilo squisitamente basso, Coppola è riuscito, grazie anche ad una confezione assolutamente pregevole, a trovare il punto d'incontro perfetto tra il blockbuster hollywoodiano "impegnato" e l'opera d'autore, potendo contare su un gruppo di attori tutti straordinariamente in parte - dall'aggressivo principe del foro Jon Voight alla futura star del piccolo schermo grazie a Homeland ed ex Giulietta Claire Danes passando attraverso la piccola comparsata di Mickey Rourke, al quale potrebbe essere stato cucito addosso il personaggio di Bruiser come uno dei completi su misura che lo stesso indossa - ed una sceneggiatura che conduce dritti al punto toccando le corde giuste, come un'arringa finale in grado di mettere una giuria al servizio della Legge, sia essa scritta o morale.
Difficile, in questo senso, non immedesimarsi almeno in parte con l'idealista Rudy Baylor - cui presta volto ed ingenua passione un Matt Damon che pare la versione placida di Will Hunting - seguendolo passo dopo passo nella battaglia condotta contro un colosso del ramo delle assicurazioni affrontato con coraggio da una famiglia dalle possibilità economiche decisamente limitate determinata, però, nell'inseguire la Giustizia.
In particolare, le figure dei genitori di Donny Ray - combattiva e fiera lei, scombinato e commovente lui - divengono il cardine di una struttura che Coppola gestisce come solo un Maestro del suo calibro riesce a fare, un meccanismo ad orologeria che dispone i pezzi sulla scacchiera prendendosi tempo e spazio prima di liberare la strategia vincente, tradotta in un finale capace di toccare nel profondo senza scadere nel melenso e non chiudere la vicenda come se fosse la classica e prevedibile storia americana di affermazione dei giusti.
Principalmente, infatti, la lezione importante de L'uomo della pioggia resta l'elogio di una determinazione che dimora nella fierezza e nel coraggio tutti "proletari" di chi lotta per non farsi mettere i piedi in testa o intimorire da chi pensa di poter disporre della vita - soprattutto altrui - a proprio piacimento: in questo senso Rudy diviene l'alfiere di una battaglia ingaggiata da outsiders sulla carta destinati ad essere vittime eppure fermamente disposti a dare tutto il possibile - e anche di più - affinchè quella stessa realtà dei fatti possa essere smentita - dai coniugi Black a Kelly, fino allo stesso protagonista -.
E per quelli di noi abituati a rimboccarsi le maniche e farsi il culo - Ford al completo compresi - battaglie come questa - a prescindere dai risultati - sono ossigeno che permette alla lotta di continuare a rinnovarsi insieme alle energie che permettano agli abitueè dei cavalli tenuti ben saldi fuori dal Saloon, ai Goonies della quotidianità, di alzare la testa ed essere fieri di guardare avanti, senza preoccuparsi troppo di quanto gli squali possano approfittarsi del sistema e dei soldi che chiamano soldi.
In fondo, un giorno o l'altro un "rainmaker" giungerà a cambiare le carte in tavola, battendosi con il proprio nemico con la stessa fierezza dei poveracci che rappresenta ed ispira.
E chissà che, un giorno o l'altro, l'uomo della pioggia non possa essere proprio qualcuno di noi.
MrFord
"You tell me we can start the rain. You tell me that we all can change. You tell me we can find something to wash the tears away. You tell me we can start the rain. You tell me that we all can change. You tell me we can find something to wash the tears."
La trama (con parole mie): Randall McMurphy, un criminale con la ribellione nel sangue, viene internato per una valutazione sul suo stato in un istituto di igiene mentale prendendo la cosa come una vacanza e senza sapere che, una volta accettato come paziente, la sua libertà sarà determinata soltanto dalla decisione dei medici.
Una volta venuto a contatto con gli altri degenti del suo reparto, l'uomo guiderà lo strano gruppo di schizzati in una sorta di rivolta contro il Potere, rappresentato alla perfezione dalla dispotica capo infermiera Ratched, che sfrutta le debolezze dei pazienti per esercitare pressione e mantenere un rigoroso ordine.
La battaglia tra i due, nata come un confronto limitato alla parola, diviene sempre più serrata e conduce ad una strada senza ritorno che cambierà per sempre le vite del gruppo di outsiders alla guida del quale si è posto lo stesso McMurphy.
Da quasi una decina d'anni che non rimettevo occhio sulle vicende dello scatenato Randall McMurphy, e devo ammettere che mi era proprio mancato: quando ci si confronta con cult assoluti come Qualcuno volò sul nido del cuculo è facile sottovalutare l'effetto che possono avere all'ennesima visione proprio perchè titoli ormai "seduti" su una fama consolidata, eppure ritrovarlo sugli schermi di casa Ford è riuscito a scuotermi nel profondo, aumentando di nuovo - se possibile - il valore dell'opera di Forman, ancora oggi uno straordinario grido di ribellione contro il Potere ed il controllo, nonchè sentito omaggio alla Libertà di pensiero ed azione, che passa dal corpo e dalle azioni ma soprattutto dalla mente, anche quando pare che la stessa possa averci inesorabilmente traditi.
Jack Nicholson - probabilmente in quella che è stata la sua prova più importante e significativa, anche oltre il Jack Torrance del successivo Shining -, vincitore dell'Oscar come miglior attore, porta sullo schermo la volontà ribollente di uno dei personaggi più carismatici, caotici ed affascinanti del Cinema USA anni settanta e non solo, protagonista di una pellicola che è una sorta di compilation di scene cult una dietro l'altra, tutte supportate da un cast in forma smagliante e dal feeling pressochè perfetto, dall'incredibile Louise Fletcher nel ruolo della glaciale capo infermiera Ratched al nutrito gruppo di matti che McMurphy/Nicholson si ritrova a guidare e scuotere neanche ci trovassimo nel pieno di un'antica rivolta degli schiavi.
Il crescendo del conflitto tra il criminale e le istituzioni assume risvolti che passano dalla commedia nera - i dialoghi con il direttore del centro e gli psicologi, la splendida gita clandestina in barca - al dramma profondo - il crescendo finale, gli scontri ed i drammi personali analizzati nel corso delle sedute di gruppo - senza risparmiarsi anche un'efficace dose di epica, che passa dalla partita di basket alla cronaca "televisiva" del match di baseball così ardentemente voluto dai pazienti - un pezzo di bravura dell'istrionico Jack a dir poco strepitoso - e conduce il pubblico ad una chiusura commovente e da brividi, con quei "mi sento forte come una montagna" e "ti porto con me" pronunciati da Bromden e pronti a finire dritti dritti al cuore di qualsiasi spettatore.
Forman, da par suo, dirige con un equilibrio da manuale, evitando di calcare troppo la mano e lasciando agli interpreti lo spazio necessario affinchè siano gli stessi a raccontare la storia soprattutto dal punto di vista emotivo, trasformando quello che, sulla carta, è di fatto un film sull'attesa - di un giudizio, una valutazione, una boccata d'aria che riporti la pace in una mente turbata - in un continuo corto circuito di pancia e cuore in grado di mostrare come e quanto, a volte, siano necessari portatori di distruzione nello stile di McMurphy affinchè le cose possano cambiare, fosse anche per un solo uomo, e a prescindere dal prezzo che una crescita come quella del curioso gruppo di pazienti protagonisti di Qualcuno volò sul nido del cuculo affronta per mano del vecchio Randall.
Così, dalla presa di coscienza di una situazione che per alcuni è volontaria - il giovane Billy, il vecchio Cheswick - e per altri un lento abbandono - come per il già citato Bromden -, assistiamo ad una rinascita che neppure il pugno di ferro della Ratched, l'elettroshock o peggio potranno davvero tenere a freno, e che tocca il suo vertice nella risata liberatoria di Taber a celebrare la nuova libertà conquistata un pezzo alla volta fino a quella corsa verso l'orizzonte ed un Canada che non è più soltanto il sogno di un matto, ma un barbarico YAWP che nessuna capo infermiera, istituzione o legge potrà tenere incatenato.
Perchè uomini come McMurphy, vincenti oppure no, distrutti in un colpo o un passo alla volta da un sistema che non potrà mai digerirli, sono l'ossigeno del nostro mondo di regole e medicine addolcite da un succo di frutta, sigarette razionate o una prigione più pericolosa di qualsiasi carcere o istituto, quella della nostra psiche: i Randall che incrociano la nostra strada sono la benzina per il motore dell'esistenza.
Questo a meno di non esserlo a nostra volta.
In quel caso, vacca troia, che si allarghino le spalle e ci si prepari al peggio, perchè a loro non basterà mai nulla fino a quando non verremo schiacciati: ma quello che è certo, e che ce ne andremo sempre e comunque con il botto, e lasciando un segno, una traccia, una cicatrice, una macchia indelebile sulle loro belle divise immacolate.
MrFord
"Aldol darkene triptizol
noan anasclerol
valitran serpax vatran
psycoton seranase liserdol
felison flunox control
quilibrex e lexotan."
Subsonica - "Depre" -
Partecipano follemente e forti come una montagna al Jack Nicholson Day: