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venerdì 6 gennaio 2017

The infiltrator (Brad Furman, UK, 2016, 127')




Ricordo il periodo di scoperta e passione dei grandi crime movies americani come uno dei più goduriosi della mia formazione di cinefilo: passavo un sacco di tempo con mio fratello ed Emiliano a vedere e rivedere cose come Carlito's Way, Quei bravi ragazzi, i vari Padrino - prima o poi dovrò rispolverare il filmato con un mitico doppiaggio del terzo capitolo decicato alle gesta di Michael Corleone operato proprio dai miei due "fratellini" ai tempi -, Scarface e Donnie Brasco, tra imitazioni, citazioni a ripetizione, risate e sogni di quello che avremmo fatto in futuro, dentro e fuori il Cinema.
Ora, proprio come nei finali di quelle grandi pellicole, in due ci ritroviamo come vecchi banditi tornati sulla retta via e dedicati prima di ogni altra cosa ai loro figli - a proposito, auguri, Brotha! - e alle loro famiglie, mentre Emiliano è "rimasto sul campo", e solo lui, forse, può sapere quanto ci manca.
A prescindere, però, dalle malinconie, The infiltrator, diretto dal Brad Furman del discreto The Lincoln Lawyer, sarebbe calzato come un guanto a quei tempi: ambientazione anni ottanta - ottimamente resa -, un buon cast - spicca un sempre convincente Bryan Cranston -, ritmo teso ed una serie di riflessioni non da poco legate ad una delle figure più complesse della Storia della lotta tra crimine e forze dell'ordine, quella dell'infiltrato.
Ispirato alle reali vicende dello specialista Robert Mazur, il film si concentra su un'operazione che vide un gruppo di agenti della Dogana statunitense nel pieno del periodo della "guerra alla droga" sponsorizzata da Reagan ai grandi cartelli colombiani - su tutti, quello di Pablo Escobar - consegnare alla Giustizia decine di trafficanti, criminali, operatori finanziari e responsabili di grandi banche legate a doppio filo al riciclaggio di denaro legato ai proventi della grande "invasione" della cocaina che caratterizzò proprio gli eighties: senza concentrarsi sull'azione da film spaccaculi, Furman si appoggia letteralmente a Cranston/Mazur che, nelle vesti di un grande investitore - e riciclatore - di capitali finisce per legare con alcuni degli esponenti più di spicco dei cartelli, rischiando - e più di una volta - la vita e riuscendo a far fronte ai fantasmi interiori che, in questi casi, finiscono per colpire praticamente ogni agente dedichi settimane, mesi ed anni all'infiltrazione nelle organizzazioni criminali.
"Io non parlo come uno di loro, io sono uno di loro", sentenziava Joseph Pistone/Donnie Brasco nel già citato film di Mike Newell: in questo caso la riflessione è più simile ad un "Facciamo di tutto per entrare nel cuore di queste persone, nelle loro case, nella loro vita, nella loro Famiglia, e tutto solo per voltare loro le spalle".
Nella mia vita, in situazioni assolutamente diverse e meno "pesanti" da quelle raccontate in questo film, mi sono sentito spesso una sorta di infiltrato, e devo ammettere che occorre avere uno straordinario equilibrio per non trovarsi a giudicare se stessi per quello che si è fatto o si sta facendo - decisamente potente la sequenza che vede John Leguizamo affrontare la morte di un suo delatore come fosse la cosa più giusta sulla Terra -, lasciare tutti i rimorsi in un angolo buio e pensare soltanto alla propria strada: allo stesso tempo, occorre avere uno straordinario equilibrio per capire che, da una parte o dall'altra della barricata, finiamo per avere a cuore le stesse cose, soltanto protette o raggiunte con mezzi differenti.
Del resto, siamo Uomini.
Questo prima che esista la Legge. Prima che esistano le regole.
E probabilmente, saremmo in grado di aggirarle comunque.



MrFord



sabato 19 novembre 2016

Preacher - Stagione 1 (AMC, USA, 2016)




Attendevo la serie dedicata a Jesse Custer ed ispirata alla serie a fumetti Preacher almeno quanto quella legata alle gesta di Hap e Leonard, paladini dei romanzi di Joe Lansdale.
La attendevo ancora di più perchè ideata e fortemente voluta dalla scuderia di Seth Rogen ed Evan Goldberg, probabilmente fan della prima ora dell'opera di Garth Ennis e Steve Dillon.
La attendevo perchè Preacher è una delle cose più fottutamente grandi che il Fumetto mi abbia regalato come lettore.
La attendevo perchè adoro ogni singola vignetta di questo titolo, e quello che avrei voluto è una serie che potesse valere quantomeno la metà dello stesso.
Peccato che non sia neppure lontanamente così.
Ora, io non vorrei fare il fondamentalista sostenitore dell'opera originale e detrattore accanito della trasposizione per piccolo o grande schermo, ma devo ammetterlo: questa versione di Preacher, per chiunque conosca il fumetto, sta all'originale quanto l'orrido Io sono leggenda con Will Smith al Capolavoro letterario al quale si sono "ispirati" per portare la stessa immondizia in sala.
Nulla, di quello che è lo spirito del lavoro di Ennis e Dillon, è rimasto nell'adattamento qui presente, dalla figura di Jesse Custer - che più che un eroe tormentato pare uno stronzo fatto e finito - o di suo padre, della mescolanza di charachters presenti in tutta la serie a fumetti condensati in questa prima stagione - dal Santo degli assassini a Odin Quincannon, tanto per citarne due -, dallo snaturamento di Tulip e Facciadiculo ad un tentativo maldestro di riproporre Cassidy in modo che, almeno per lui, i fan hardcore non rimpiangessero il sarcastico, alcolizzato e scombinato vampiro del Tarantino dei Comics Ennis.
La storia stessa non ha praticamente nulla a che vedere - o quasi - con l'originale, senza contare che, almeno per ora, alcuni passaggi tra i più interessanti dell'epopea di Custer - Fino alla fine del mondo resta uno dei miei capitoli preferiti della saga - sono stati mantenuti ai margini in attesa di tempi migliori che, per il sottoscritto, non faranno in tempo ad arrivare, considerato che ho deciso senza troppi rimpianti di abbandonare un titolo che non mi pare abbia nulla che possa trattenermi.
Anche senza contare i miei appunti da groupie dell'opera originale, infatti, ho trovato Preacher poco incisiva, a tratti perfino lenta, priva di una direzione vera e propria da assegnare ai suoi protagonisti o antagonisti, con troppa carne al fuoco per essere sviluppata in soli dieci episodi, o abbastanza per ingolosire l'audience ad attendere una seconda stagione che promette di essere incasinata - e non in senso buono - almeno quanto la prima.
Un vero peccato, perchè se c'è una materia che merita di essere sviluppata a dovere e creata per essere destinata a diventare un cult è proprio quella offerta dalle avventure del revedendo Jesse Custer, ospite umano di Genesis e combattivo rivale di Dio e di qualsiasi stronzo figlio di puttana cerchi o solo tenti di pensare che il Male possa trionfare sul Bene, anche quando il secondo è pronto a mascherarsi dal primo.
E se qui ci fossero Custer in persona, John Wayne o Genesis, non ci sarebbe parola per definire questa robetta che pare acqua calda al confronto di una bella birra ghiacciata, o un bourbon da competizione.
Dunque fanculo, Preacher all'acqua di rose della tv.
Torno felice agli albi che hanno riempito la mia crescita di lettore.




MrFord




 

mercoledì 6 gennaio 2016

The last witch hunter

Regia: Breck Eisner
Origine: USA, Cina, Canada
Anno:
2015
Durata:
106'






La trama (con parole mie): Kaulder, un guerriero che prese parte alla prima, grande spedizione degli umani volta ad annientare la minaccia della regina delle streghe ottocento anni fa, riuscì proprio in quell'occasione a colpire mortalmente la stessa, guadagnando una maledizione che l'avrebbe reso solo ed immortale, condannato per l'eternità a ricordare la moglie e la figlia, morte proprio a causa della peste scatenata dalla sua nemica.
Affiancato nei secoli da una misteriosa organizzazione legata a doppio filo alla Chiesa e da un assistente personale, Kaulder è stato l'arma dell'umanità ed il collante tra due mondi dopo l'accordo di non belligeranza stipulato dal Consiglio delle streghe e l'Uomo.
Quando, però, una misteriosa forza oscura torna a farsi sentire a New York proprio mentre sta avvenendo l'avvicendamento tra il vecchio ed il nuovo braccio destro di Kaulder, il cacciatore si troverà a dover affrontare un nemico che credeva sepolto, e a capire di chi si potrà fidare per affrontarlo.











In tutta onestà, ero quasi sicuro che la visione di The last witch hunter, action di matrice fantasy con protagonista Vin Diesel - che al di fuori dei panni di Dom Toretto e di Riddick e della convincente prova di Find me guilty di qualche anno fa, non mi ha mai detto qualcosa di più dello zero, come attore - si sarebbe rivelata un disastro delle proporzioni di quella di Hansel e Gretel, con tanto di incazzatura e post votato al massacro.
Al contrario di qualsiasi previsione, invece, ammetto di essermi discretamente goduto questa tamarrata firmata da Breck Eisner, una proposta senza particolari pretese, confezionata ad uso e consumo dello spettatore occasionale ed alla ricerca di un potenziale sequel, dal cast tutto sommato interessante per un prodotto di questo tipo - arma a doppio taglio che, nello specifico, è riuscita sia a valorizzare gente come lo stesso Diesel, la Igritte di Game of thrones Rose Leslie o Elijah Wood, che continuo a detestare, sia a non far apparire troppo assetato di soldi extra il vecchio leone Michael Caine, che personalmente è sempre un piacere vedere sullo schermo - e divertente abbastanza da non risultare troppo tronfia o appesantita - sia ringraziato un minutaggio normale, e non le sbrodolate da due ore e mezza che negli ultimi tempi paiono aver contagiato anche il Cinema di grana grossa -.
Senza dubbio non si potrà mai affermare che si tratti di qualcosa di memorabile o in grado di andare oltre la visione da popcorn e cervello spento, o di un film scritto dignitosamente - la sceneggiatura risulta quantomeno elementare -, eppure mi è parso di avvertire una leggerezza di fondo che ha permesso all'ingranaggio di funzionare sia nell'ambito del puro intrattenimento - la cornice e gli effetti fanno il loro lavoro -, sia nella costruzione di una vicenda vecchia come il mondo - l'eroe maledetto e solitario che scopre, di colpo, non solo la propria vulnerabilità, ma anche che chi avrebbe dovuto guardargli le spalle ha sempre approfittato per piazzarglielo dritto dove non batte il sole: una cosa che non si fa mai, ad un eroe maledetto e solitario, e che di fatto accompagna prevedibilmente dove ogni film di questo tipo deve accompagnare, quasi fosse una spalla per il protagonista che, in bilico tra tamarraggine sopra le righe - l'auto di Kaulder non poteva che essere degna di Dom Toretto - e sapore da tenebroso che viene sempre buono per rimorchiare la bella strega ovviamente non malvagia di turno - che, purtroppo, non regala neanche un "You know nothing, Kaulder Snow" -.
Anche la parte prevalentemente action funziona, dall'incipit che mescola Il signore degli anelli, Vikings e Il trono di spade al presente di narrazione nella parte "oscura" di New York - che penso sia il teatro più gettonato delle catastrofi cinematografiche di Hollywood -, grazie ad un'ottima resa del personaggio della Regina delle streghe e dell'oscuro Belial, che nel suo salmodiare ha ricordato agli occupanti di casa Ford le sequenze di parole senza senso che giochiamo ad inventare insieme al Fordino: e dunque tra un incantesimo ed un paio di cazzotti, colpi di fucile e di spada, tutto scorre agevolmente fino alla conclusione ed alla speranza di Eisner e dei suoi di avere la possibilità di ripescare l'allegra brigata di Kaulder, nonostante il botteghino abbia decisamente espresso il suo parere negativo in merito.
In un certo senso, però, questa potrebbe risultare addirittura un indicazione positiva: quando si tratta di trashoni da neuroni in vacanza, infatti, spesso il pubblico da multisala nel weekend finisce per capirne anche meno dei più inossidabili tra i radical chic.
Nel caso di insuccesso, comunque, il buon Kaulder potrà pigiare sull'acceleratore e tornare ai più sicuri - in termini di incassi e fama planetaria - panni di Dom Toretto.
Non troverà streghe e demoni di fronte a lui, ma di sicuro un certo vecchio cowboy davanti allo schermo.




MrFord




"Who's a heretic now?
Am I making sense?
How can you make it stick?
Waiting 'til the beat comes out
who's a heretic, child?
Can you make it stick, now that I'm on trial
waiting 'til the beat comes out."
Florence + The Machine - "Witch witch" - 





domenica 5 gennaio 2014

Misfits - Stagione 5

Produzione: E4
Origine: UK
Anno: 2013
Episodi: 8



La trama (con parole mie): i ragazzi del Community service alle prese con i pro ed i contro dei poteri giunti con la tempesta che sconvolse il loro - e non solo - mondo un anno prima continuano il percorso che li porterà, infine, a lasciarsi per sempre alle spalle le tute arancioni con le quali hanno convissuto nel corso dei mesi più strani ed importanti delle loro vite. E mentre Rudy approfondisce il suo rapporto con Rudy due ed inizia una relazione con Jess, Finn conferma la sua posizione di sfigato cronico, mentre Abbey scopre la passione per le tartarughe ed Alex il barman deve fare i conti con la nuova missione di scopatore per emergenze legate ai poteri.





C'era una volta, qualche anno fa, un serial assolutamente innovativo che fu una vera e propria tempesta nel panorama offerto dal piccolo schermo, e che azzeccò due stagioni d'apertura a dir poco clamorose, che fecero gridare al miracolo l'intera blogosfera: con l'abbandono della sua indiscussa star, però, le cose non si misero bene, tanto che la terza e la quarta stagione non furono che la copia sbiadita delle due mirabolanti e già citate prime annate. 
Fu dunque annunciata la quinta - e conclusiva - season quasi si volesse chiudere prima di svaccare completamente. 
Una scelta che, onestamente, ho trovato decisamente sensata.
Perchè Misfits, orfano di tutti i suoi componenti originali, è riuscita - malgrado una sceneggiatura spesso e volentieri pessima - a chiudere i conti con il suo pubblico senza troppo sfigurare, di fatto presentandosi come un prodotto d'intrattenimento senza troppe pretese in grado di regalare, di tanto in tanto, perfino qualche perla. 
E se Rudy, ormai veterano, fa del suo meglio in questo campo spalleggiato dallo sfigatissimo quanto divertente Finn, le vere star di questo addio sono senza dubbio Alex detto "handsome barman" e l'impareggiabile Probation worker, senza dubbio il charachter più riuscito dai tempi dell'indimenticato Nathan.
Le espressioni di furia e l'animo gay del suddetto - unite ad alcune performance sessuali ardite di Alex - hanno reso meno desolante l'uscita di scena di una proposta che soltanto tre anni fa entrava prepotentemente a far parte dell'immaginario collettivo del Saloon quasi si trattasse di una promessa potenzialmente in grado di raggiungere le vette dell'Olimpo delle serie tv: promessa senza dubbio non mantenuta, eppure non crollata miseramente - ma, forse, perchè in realtà il tracollo era già avvenuto - come è stato, ad esempio, per un altro nome illustre come Dexter
Senza contare True blood.
Probabilmente, anzi, se gli autori si fossero concentrati maggiormente sullo script - evitando scivoloni come l'ignorare completamente il rapporto tra Abbey e la sua tartaruga Mark tornata umana, portato avanti per l'intera stagione e poi accantonato come se nulla fosse o l'imbarazzante per logica ultimo episodio - la chiusura si sarebbe rivelata perfino migliore delle due stagioni precedenti, nonchè unica a riuscire ad avvicinarsi in qualche modo ai fasti del passato.
Non sapremo mai se il peggioramento progressivo ed inesorabile della qualità di scrittura di questa proposta fu originato dalla sete di successo che colse chiunque vi avesse preso parte al principio, ma la sensazione è quella di uno studente che, presa coscienza delle sue potenzialità, abbia finito per sedersi sulle stesse lasciando libero sempre più raramente il suo talento: il Probation worker ed Alex ne sono la prova almeno quanto alcuni passaggi pericolosamente - e splendidamente - in bilico tra il trash ed il geniale, che fanno soltanto venir voglia di menare bottigliate come se piovessero a causa della grande occasione che si è sprecata con questi giovani disadattati in cerca di una collocazione per loro ed i bizzarri poteri che si portano dietro.
Ad ogni modo, è tardi per recriminare, dunque, fosse anche solo per affetto, saluto con un brindisi e qualche battutaccia - possibilmente volgare - i giovani in arancione, che nel bene e nel male hanno saputo prendersi una bella fetta d'attenzione in questi anni, anche se, a conti fatti, le delusioni sono state ben più consistenti delle soddisfazioni ed il talento non è stato certamente all'altezza dell'ambizione - almeno inizialmente - espressa.


MrFord


"The conversating
this place is heaven
I put on lipstick

the price is what?"
The Rapture - "Echoes" - 




giovedì 24 gennaio 2013

Misfits - Stagione 4

 Produzione: E4
Origine: UK
Anno: 2012
Episodi: 8



La trama (con parole mie): al buon, vecchio Community Center le cose non sono più quelle di una volta. C'è un nuovo sorvegliante, un tipo tosto e ruvido che pare non avere alcuna intenzione di morire come tutti quelli che l'hanno preceduto, e accanto a Rudy ormai non c'è più nessuno dei ragazzi che assistettero alla tempesta che diede i poteri a loro e a molti altri in città: ora troviamo Alex il barista con il suo segreto inconfessabile, la riservata Jess ed il timido ed impacciato Finn, in attesa che una suora e la disinibita e priva di memoria Abbey non giungano a sconvolgere una realtà già di norma molto fuori dalla norma.
Per il resto avremo modo di incrociare il cammino di padri naturali e non, conigli assassini, acidi, psicopatiche dalla sete di vendetta ed un pò di rimembranze zombie legate a quello che è il nuovo, vecchio potere di Curtis.
Riusciranno i sempre più casinisti Misfits a reggere all'urto?




Ricordo quando, un paio d'anni fa in questo periodo, in casa Ford ci si divorò praticamente in un sol boccone le prime due incredibili, geniali, incontenibili stagioni di questa serie: fu una vera e propria rivelazione, un fulmine a ciel sereno portato a segno dal folle ed indimenticato Nathan e supportato da una colonna sonora pazzesca, personaggi perfetti, ironia, dramma, splatter, sesso e profonda intelligenza.
Poi, l'irreparabile - o quasi -: Robert Sheehan, il mitico ed appena citato Nathan, molla la serie confidando in un futuro attoriale che ancora pare non essersi concretizzato.
L'arrivo del Rudy di Joseph Gilgun nel cast parve poter almeno parzialmente distrarre gli spettatori dal fatto che la serie avesse ormai preso una brutta, bruttissima china, ma neanche il tempo di poter sperare comunque ed una manciata di episodi decisamente inferiori a quelli che avevano reso Misfits la rivelazione degli ultimi anni - e che finirono per portare alla dipartita di altri due tra i protagonisti, Simon e Alisha - diede al pubblico - e al sottoscritto - la certezza che le cose non sarebbero mai più state le stesse.
Ora come ora questa è una serie che si può guardare senza alcuna aspettativa, ma che resta confinata nello standard adolescenziale senza acuti che può offrire MTV, andando a rimpolpare le fila delle serie "sgonfiate" facendo compagnia ai vari Glee, True blood, Dexter: nomi che un tempo parevano intoccabili e che ora galleggiano malamente sull'onda di vecchi successi instillando il dubbio che forse sarebbe stato meglio chiudere baracca e burattini all'apice del successo piuttosto che continuare tirando i remi in barca.
Tanto per rendere bene l'idea, ero partito deciso per affibbiare anche alla creatura di Howard Overman le sonore bottigliate che ho destinato di recente anche al mio affezionatissimo Dex, ma ho trovato questa stagione così anonima per la maggior parte del tempo da risultare inadatta perfino rispetto all'idea di destinarle i miei colpi più duri: il vecchio Rudy - ormai l'unica colonna della serie - tenta disperatamente di tappare i buchi, ma nonostante l'utilizzo del promettente Finn come spalla poco resta dell'originalità che fu l'asso nella manica di questo titolo al suo esordio.
Gli autori non osano più - esempio lampante l'episodio dedicato al coniglio assassino, partito fortissimo e spentosi in una bolla di sapone -, si ride poco e male, sono ormai un ricordo lontano la componente horror così come quella davvero sconcia, i poteri dei protagonisti non vengono quasi mai sfruttati, le sottotrame sono a tratti imbarazzanti - la questione di Alex e del suo cazzo è davvero poca, poca roba - ed i nuovi Misfits non hanno neppure lontanamente il carisma degli originals.
Certo, il rapporto di Finn con il ritrovato padre e la sorellastra e la new entry Abbey risollevano almeno parzialmente il risultato complessivo, ma è evidente anche dal season finale con i quattro cavalieri dell'Apocalisse in BMX - copiatura spudorata del look del Simon del futuro che imperversò nel corso delle prime due stagioni - che ormai non si sappia più dove sbattere la testa, e che una chiusura repentina in questo momento suonerebbe come una ritirata cancellando, di fatto, anche il successo delle annate uno e due, assolutamente meravigliose.
Misfits si ritrova, dunque, prigioniera così come Simon ed Alisha di un paradosso temporale dal quale è pressochè impossibile fuggire, a meno di un miracolo giunto a salvare capra e cavoli e a ridare lustro ad un titolo che non avrei definito in altro modo se non imperdibile ridotto a mero riempitivo in attesa di altri decisamente più convincenti - qualcuno ha detto Spartacus!? -.
C'è una sola soluzione, per questo.
Un solo nome.
Nathan.
Senza di lui al timone - olandese, magari - di questa nave, siamo destinati ad un triste naufragio.


MrFord


"You were working as a waitress in a cocktail bar
when I met you
I picked you out, I shook you up
and turned you around
turned you into someone new
now five years later on you've got the world at your feet
success has been so easy for you
but don't forget it's me who put you where you are now
and I can put you back down too."
The Human League - "Don't you want me" -


venerdì 3 agosto 2012

Lockout

Regia: James Mater, Stephen St. Leger
Origine: Francia
Anno: 2012
Durata: 95'




La trama (con parole mie): siamo nel 2079, e Snow, uomo d'azione spiccio e sbruffone, è accusato dell'omicidio di un agente e di cospirazione ai danni del governo statunitense.
La pena sarà tutta da scontare in uno speciale carcere orbitale che prevede per i detenuti - tra i peggiori del mondo - una stasi criogenica non sempre prodiga di buoni effetti collaterali per chi la subisce: la figlia del Presidente stesso, Emilie, si trova in loco proprio per indagare a nome delle organizzazioni umanitarie la legittimità di un trattamento di questo tipo, quando scoppia una rivolta e la ragazza viene presa in ostaggio dai detenuti liberatisi dall'ibernazione.
Toccherà dunque a Snow, in cambio della libertà, recarsi sul posto e sistemare le cose, cercando nel frattempo di riuscire a rintracciare il suo socio - incarcerato mentre lui era nelle mani dei funzionari governativi - e smascherare la mente dietro l'omicidio di cui è ingiustamente accusato.




Leon escluso, ho sempre considerato Luc Besson uno dei registi più inutili che abbiano mai raggiunto il successo mondiale: ridondante, eccessivamente videoclipparo, superficiale ed assolutamente sopravvalutato, più spesso sulle locandine alla voce "Presenta" che non dietro la macchina da presa, il buon Luc è sempre riuscito a tenermi ben alla larga da tutte le produzioni in qualche modo legate al suo nome, o quasi.
Fortunatamente, ogni tanto anche gli ultimi della classe riescono a sorprenderci, e così un film assolutamente telefonato rispetto ad un genere che conosco a menadito - l'action sfrenata con tipico eroe spaccaculi solitario o quasi dalla battuta pronta e dal grilletto facile - prodotto dal papà del già citato Leon e girato dai suoi sceneggiatori - con il sospetto che la mano dietro l'intera realizzazione sia, invece, proprio quella dello stesso, incorreggibile Luc - risulta essere una delle migliori tamarrate dell'estate, un omaggio ad un genere che ha in 1997: fuga da New York e Die Hard i suoi capistipite.
Fin dai titoli di testa, infatti, si ha l'impressione di essere catapultati in una sorta di giostra fracassona ed ironica di quelle sempre piacevoli da guardare - soprattutto in questo periodo di afa e poco impegno da parte dei neuroni -, e che il buon Snow - nonostante un Guy Pierce che non avrei mai detto buono per un ruolo che sarebbe stato perfetto per il Kurt Russell dei tempi o per i meno vintage Hugh Jackman e Jason Statham - sarà un traghettatore perfetto per un'ora e mezza di divertimento puro e semplice fatto di battutacce, sparatorie a profusione, corse contro il tempo e scene improbabili coronate ovviamente con il trionfo dell'eroe solitario ed anticonformista, allergico alle regole e agli agenti di controllo - ottimi i siparietti tra il protagonista ed il sempre convincente Peter Stormare -.
L'ambientazione carceraria e l'utilizzo dei consueti criminali psicopatici immancabili in questi casi, poi, rendono il tutto assolutamente perfetto per quello che Lockout vuole essere, un giocattolone dal gusto kitsch e dal ritmo sostenuto pronto a shakerare il pubblico come un bel cocktail fresco preso in spiaggia all'ora dell'aperitivo, o la sera, pensando di essere già in ferie, lontani dal soffocamento delle città e dei posti di lavoro, che mai come in questo periodo assumono le tristi connotazioni di aree di detenzione all'interno delle quali non è possibile neppure sperare in un pò di stasi per godersi una bella dormita avvolti da un confortevole freddo glaciale.
Per il resto, e nonostante Besson, per l'appunto, troverete tutto quello che potreste aspettarvi di trovare: velocità e bombardamenti d'immagini, sequenze d'azione ben coreografate, uno script - caso più unico che raro, considerato il genere - che non sembra scritto completamente a caso - davvero interessante la trovata che porta alla prima accusa di Snow da parte dell'agente Langral - ed un cast nel complesso funzionale perfino per la normalmente poco interessante Maggie Grace - che tutti i lostiani ricorderanno nei panni di Shannon - in cui si distingue un Joseph Gilgun che pare portare in scena una versione folle ed inesorabilmente malvagia del suo misfitiano Rudy.
Per una volta, dunque, non fatevi distrarre troppo dal nome che campeggia a lettere cubitali sulla locandina e lasciatevi travolgere come stagione vuole, godendovi il relax e le esplosioni neanche foste tornati indietro di parecchi anni e progettaste una bella battaglia in spiaggia o in cortile a suon di Super Liquidator.


MrFord


"Cause I'm the main man.
and that's why
ev'rybody wants a piece of the action
ev'rybody needs a main attraction
I got what ev'rybody needs, satisfaction guaranteed 
ev'rybody wants a piece of the action."
Def Leppard - "Action" -



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