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venerdì 3 maggio 2013

Hansel e Gretel

Regia: Tommy Wirkola
Origine: Germania, USA
Anno: 2013
Durata:
88'




La trama (con parole mie): Hansel e Gretel, abbandonati dai genitori in un bosco ancora bambini e sopravvissuti alle mire alimentari di una vecchia strega, crescendo sono divenuti i due più temuti cacciatori di megere del continente, sempre intenti a riportare l'ordine dove le malefiche donne si prodigano perchè dilaghi il caos.
Ingaggiati dal sindaco di un piccolo paese, fratello e sorella si troveranno a dover fare i conti con il passato e l'eredità dei genitori, un'agguerritissima nemica ed insoliti alleati facendo al contempo fronte rispetto al bigottismo che, spesso, finisce per aiutare le serve del male.
E detto così suona quasi come se si trattasse almeno di un film d'intrattenimento decente.





Era già da parecchio tempo che circolava la voce di una versione "aggiornata" ed action di Hansel e Gretel pronta a sbarcare sul grande schermo sulla scia del successo di proposte come Once upon e time e Biancaneve e il cacciatore, pronte a sfruttare la seconda giovinezza delle fiabe classiche riadattate secondo i gusti - spesso non troppo sofisticati - di autori attuali.
Con la visione alle spalle, posso affermare senza alcun patema d'animo che, se anche Wirkola non avesse portato in sala questa roba, il mondo del Cinema non avrebbe perso proprio nulla, e al contrario forse avrebbe guadagnato qualcosa in quanto a credibilità: era dai tempi dell'agghiacciante Alice burtoniana e dell'orripilante Biancaneve - di nuovo lei - di Singh che non mi imbattevo in una baracconata di cattivo gusto di queste proporzioni, dozzinale nella realizzazione, imbarazzante nello script e neppure particolarmente interessante dal punto di vista degli effetti speciali, assolutamente dimenticabili - su tutti, l'agghiacciante resa dell'orco Edward, che pare un pupazzone da luna park mal riuscito -.
E come se non bastassero l'inconsistente regia e la vuota sceneggiatura, anche i protagonisti mettono del loro per abbassare ulteriormente il livello del prodotto: Jeremy Renner, già parodia di se stesso, tenta di ripercorrere i fasti dell'Hawkeye di The Avengers finendo per risultare quantomeno imbarazzante, Gemma Arterton, già protagonista di quell'altra schifezza monumentale di Scontro tra titani, non riesce a distrarre il pubblico con le due doti "nascoste" come fu per l'appena citata occasione, per non parlare di Peter Stormare, che dai tempi di Fargo e Il grande Lebowski sembra ormai aver preso nel peggiore dei modi il suo personale viale del tramonto.
L'unica cosa per cui posso essere contento di aver incrociato il cammino di punto e Wirkola e del suo discutibile lavoro è che senza dubbio avrò una posizione per la top ten del peggio dell'anno già virtualmente occupata dalle streghe e dai loro cacciatori, che sul campo cercano - apparendone come una davvero poco divertente parodia - di ricreare la magia delle battaglie di capisaldi del fantasy come la trilogia dedicata a Il signore degli anelli o ai primi episodi della saga di Star Wars facendone solamente rimpiangere i fasti.
Una bieca operazione commerciale, dunque, che si rivela anche un insulto alla settima arte e ad una sua componente certamente affascinante, che nel corso degli ultimi decenni - ed in particolare negli anni ottanta - aveva prodotto alcuni tra i cult assoluti del genere come Legend, Willow, La storia fantastica, La storia infinita e più di recente il bellissimo Un ponte per Terabithia.
Il timore è che un eventuale successo al botteghino possa aprire le porte ad un sequel che pare praticamente telefonato dal finale, una versione molto, molto, molto peggiore di quello che è stato il decisamente riuscito Hellboy di Guillermo Del Toro: spero onestamente che possa non essere così, e che per una volta anche il grande pubblico riconosca di essere stato palesemente preso per il culo con un prodotto che pare aver riciclato i materiali di scarto del fantasy confezionando una sorta di vomitevole collage, e rispedisca al mittente l'idea di una nuova saga che - seppur nel peggio e dunque facendo in qualche modo il gioco di noi blogger cattivi ed ipercritici - potrebbe idealmente andare a riempire in parte il vuoto "incolmabile" lasciato da Twilight e dal suo fenomeno.
Vorrei poter scrivere di più, e farmi anche quattro risate in proposito, ma siamo davvero di fronte ad uno di quei film talmente brutti da risultare ostici anche da recensire in più di una parola, e ringrazierò per sempre il Capitano Keating pronto ad accorrere in soccorso in occasioni come questa: escrementi.
Ecco cosa penso di Hansel e Gretel e della loro inedita versione di cacciatori di streghe.


MrFord


"Mm, must be the season of the witch,
must be the season of the witch, yeah,
must be the season of the witch.
When I look over my shoulder,
what do you think I see ?"
Donovan - "Season of the witch" -


martedì 30 aprile 2013

The last stand - L'ultima sfida

Regia: Jee Woon Kim
Origine: Corea del Sud, USA
Anno: 2013
Durata:
107'
 




La trama (con parole mie): quando il leader del più potente cartello della droga messicano evade eludendo la sorveglianza dell'FBI aiutato da una talpa e si lancia in una rocambolesca fuga verso il confine a Summerton Junction neppure sanno dell'esistenza della criminalità organizzata. Il paesino di frontiera, infatti, è un posto tranquillo in cui perdersi tra il nulla e l'addio, così come ha fatto lo sceriffo Ray Owens, ex agente dei corpi speciali di Los Angeles che ha preferito una vita tranquilla alla lotta serrata per la sopravvivenza.
Quando l'arrivo degli uomini del boss giunti per preparare la sua fuga turba la tranquillità del luogo e comincia a causare morti, Owens dovrà rispolverare la vecchia grinta e dare al cartello la ripassata che neppure l'FBI con tutte le sue moderne tecnologie e squadre di SWAT è riuscita a dare: ennesima lezione, per qualsiasi criminale con velleità di successo, di correre dritti per la propria strada incuranti del fatto che si possa incrociare il cammino di Schwarzenegger. 
In questi casi, il destino è già segnato.




Quasi non mi sembra vero. 
Dopo Jimmy Bobo - anche se, a dire il vero, a livello di distribuzione dovrei dire prima - e Sly, torna sullo schermo con un action movie che pare uscito dagli anni d'oro del genere anche l'altro grande volto che animò la mia infanzia di appassionato di film tamarri e sguaiati, l'ex governatore della California finalmente e ancora una volta davanti alla macchina da presa Arnold Schwarzenegger.
Onestamente, considerati gli esperimenti riuscitissimi di Expendables ed Expendables 2, non posso che essere contento di questa new wave - neanche tanto new, dato che gli interpreti sono sempre gli stessi - che riporta nel pieno del calderone della settima arte le pellicole che tanto sono mancate nell'ultimo ventennio, spinte nel dimenticatoio dalla depressione degli anni novanta e dalla spocchia degli zero: Jee Woon Kim, regista funanbolo di Bittersweet life, Il buono il matto il cattivo e I saw the devil, sbarca negli States abbassando la testa di fronte alla grande produzione e al buon Terminator limando la sua abilità e mettendo la perizia all'esclusivo servizio dello spettacolo per quello che è un film d'intrattenimento come non se ne vedevano da tempo - Jimmy Bobo escluso, ovviamente -, che strizza l'occhio al Western dell'epoca degli spaghetti - Sergio Leone docet - e all'ormai classico plot buoni contro cattivi tipico degli eighties con tutti gli stereotipi del caso, dalla cavalleria inetta ed inutile che non arriva mai alla giovane spalla morta per scuotere gli animi e dare il via alle danze fino al faccia a faccia conclusivo all'interno del quale il protagonista si prodiga per fare pelo e contropelo ai malcapitati criminali guidati dall'idea di poter fare sempre e comunque di testa loro convinti del successo.
A proposito di questo, poi, continuo a chiedermi come sia possibile che un qualsiasi brutto ceffo, sgherro, mezza tacca o trafficante di droga terrore delle forze dell'ordine di tutto il mondo possa pensare di attraversare come se niente fosse un confine presidiato da Arnold Schwarzenegger: si deve essere decisamente, inesorabilmente, clamorosamente, stupidamente masochisti per considerare anche solo alla lontana una cosa del genere.
Ma che ve lo dico a fare!? 
Meglio per noi che a nuovo millennio ormai già avviato esistano ancora script in grado di valorizzare idee da b-movies come queste, perchè in caso contrario sarebbe impossibile divertirsi quanto accade godendo di ogni singolo colpo sparato - o menato - da Schwarzy nel corso di questa adorabile pellicola - adorabile nel senso che è impossibile non volerle bene -, che parte piano, tra una battuta ed il sospetto che andrà a finire proprio come si spera possa andare a finire ed esplode - in tutti i sensi - in un tripudio di pallottole, momenti ben oltre il limite del trash estremo, qualche colpo di classe del regista - dopo tutto, parliamo sempre di Jee Woon Kim - e sequenze che già sono un classico del Saloon per questo 2013 - su tutte, la vecchina che fa fuori uno degli uomini di Peter Stormare con un cannone d'altri tempi per "violazione di domicilio": viva gli States! -, fino ad uno scontro decisivo nel segno della migliore tradizione non soltanto dei duelli dei tempi delle due espressioni con o senza il cappello, ma addirittura dell'epoca sfavillante degli "ultimi grandi eroi".
Come se non bastasse, ad impreziosire la confezione troviamo una buona fotografia, i tipici scenari da confine, un cast ricco di caratteristi giovani e non - dallo Zach Gilford di Friday night lights al mitico Luis Guzman, passando dall'eroe di Jackass Johnny Knoxville - senza contare il già citato Stormare e Forest Whitaker, in un ruolo marginale da inutile agente rimesso al proprio posto dalla scorza durissima del fu Conan: e se ancora tutto questo - ed il mio entusiasmo - non bastassero per indicare The last stand come una delle proposte cult tamarre di questo nuovo anno, allora provate ad arrivare alla parte finale ed osservate il pezzo di bravura che è l'inseguimento tra le due auto sportive lanciate attraverso i campi e le pannocchie prima dell'ottimamente coreografato pestaggio tra i due antagonisti principali, che dopo un antefatto da vecchio West diventa un cocktail vincente di wrestling, scazzottata da bar e MMA, oppure ripassate l'amarcord dell'action con quel "Io sono lo sceriffo". Clamoroso.
E dopo tutto questo, immagino di non dovervi neppure rivelare la conclusione. Non ci sono spoiler, da queste parti. Solo quello che ci si aspetta.
Un ponte, un trafficante spietato che nessuno pare in grado di fermare e lo sceriffo di provincia Arnoldone nostro.
Che poi, dico io, bisogna essere pazzi per considerare di riuscire a cavarsela in una situazione del genere, no!?
Comunque, pochi cazzi.
Gli anni ottanta sono tornati.
E non da soli, ma con i loro eroi.
Per fortuna di noi tutti.


MrFord


"Feel the heat 
from the beat
don't it burn you too?
And all I want to do 
is just .... Rock you."
Warren Zevon - "Stand in the fire" - 


 

venerdì 3 agosto 2012

Lockout

Regia: James Mater, Stephen St. Leger
Origine: Francia
Anno: 2012
Durata: 95'




La trama (con parole mie): siamo nel 2079, e Snow, uomo d'azione spiccio e sbruffone, è accusato dell'omicidio di un agente e di cospirazione ai danni del governo statunitense.
La pena sarà tutta da scontare in uno speciale carcere orbitale che prevede per i detenuti - tra i peggiori del mondo - una stasi criogenica non sempre prodiga di buoni effetti collaterali per chi la subisce: la figlia del Presidente stesso, Emilie, si trova in loco proprio per indagare a nome delle organizzazioni umanitarie la legittimità di un trattamento di questo tipo, quando scoppia una rivolta e la ragazza viene presa in ostaggio dai detenuti liberatisi dall'ibernazione.
Toccherà dunque a Snow, in cambio della libertà, recarsi sul posto e sistemare le cose, cercando nel frattempo di riuscire a rintracciare il suo socio - incarcerato mentre lui era nelle mani dei funzionari governativi - e smascherare la mente dietro l'omicidio di cui è ingiustamente accusato.




Leon escluso, ho sempre considerato Luc Besson uno dei registi più inutili che abbiano mai raggiunto il successo mondiale: ridondante, eccessivamente videoclipparo, superficiale ed assolutamente sopravvalutato, più spesso sulle locandine alla voce "Presenta" che non dietro la macchina da presa, il buon Luc è sempre riuscito a tenermi ben alla larga da tutte le produzioni in qualche modo legate al suo nome, o quasi.
Fortunatamente, ogni tanto anche gli ultimi della classe riescono a sorprenderci, e così un film assolutamente telefonato rispetto ad un genere che conosco a menadito - l'action sfrenata con tipico eroe spaccaculi solitario o quasi dalla battuta pronta e dal grilletto facile - prodotto dal papà del già citato Leon e girato dai suoi sceneggiatori - con il sospetto che la mano dietro l'intera realizzazione sia, invece, proprio quella dello stesso, incorreggibile Luc - risulta essere una delle migliori tamarrate dell'estate, un omaggio ad un genere che ha in 1997: fuga da New York e Die Hard i suoi capistipite.
Fin dai titoli di testa, infatti, si ha l'impressione di essere catapultati in una sorta di giostra fracassona ed ironica di quelle sempre piacevoli da guardare - soprattutto in questo periodo di afa e poco impegno da parte dei neuroni -, e che il buon Snow - nonostante un Guy Pierce che non avrei mai detto buono per un ruolo che sarebbe stato perfetto per il Kurt Russell dei tempi o per i meno vintage Hugh Jackman e Jason Statham - sarà un traghettatore perfetto per un'ora e mezza di divertimento puro e semplice fatto di battutacce, sparatorie a profusione, corse contro il tempo e scene improbabili coronate ovviamente con il trionfo dell'eroe solitario ed anticonformista, allergico alle regole e agli agenti di controllo - ottimi i siparietti tra il protagonista ed il sempre convincente Peter Stormare -.
L'ambientazione carceraria e l'utilizzo dei consueti criminali psicopatici immancabili in questi casi, poi, rendono il tutto assolutamente perfetto per quello che Lockout vuole essere, un giocattolone dal gusto kitsch e dal ritmo sostenuto pronto a shakerare il pubblico come un bel cocktail fresco preso in spiaggia all'ora dell'aperitivo, o la sera, pensando di essere già in ferie, lontani dal soffocamento delle città e dei posti di lavoro, che mai come in questo periodo assumono le tristi connotazioni di aree di detenzione all'interno delle quali non è possibile neppure sperare in un pò di stasi per godersi una bella dormita avvolti da un confortevole freddo glaciale.
Per il resto, e nonostante Besson, per l'appunto, troverete tutto quello che potreste aspettarvi di trovare: velocità e bombardamenti d'immagini, sequenze d'azione ben coreografate, uno script - caso più unico che raro, considerato il genere - che non sembra scritto completamente a caso - davvero interessante la trovata che porta alla prima accusa di Snow da parte dell'agente Langral - ed un cast nel complesso funzionale perfino per la normalmente poco interessante Maggie Grace - che tutti i lostiani ricorderanno nei panni di Shannon - in cui si distingue un Joseph Gilgun che pare portare in scena una versione folle ed inesorabilmente malvagia del suo misfitiano Rudy.
Per una volta, dunque, non fatevi distrarre troppo dal nome che campeggia a lettere cubitali sulla locandina e lasciatevi travolgere come stagione vuole, godendovi il relax e le esplosioni neanche foste tornati indietro di parecchi anni e progettaste una bella battaglia in spiaggia o in cortile a suon di Super Liquidator.


MrFord


"Cause I'm the main man.
and that's why
ev'rybody wants a piece of the action
ev'rybody needs a main attraction
I got what ev'rybody needs, satisfaction guaranteed 
ev'rybody wants a piece of the action."
Def Leppard - "Action" -



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