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venerdì 23 marzo 2018

Annientamento (Alex Garland, UK/USA, 2018, 115')





Probabilmente non esiste un mistero più grande di quello che offriamo noi stessi.
Che si parli di corpo, o mente.
In fondo, gli abissi che nasconde il nostro cervello sono sconosciuti alla scienza almeno quanto i miracoli che è in grado, in positivo o in negativo, di compiere il corpo.
Per non parlare del concetto più ampio di Natura.
Forse, un giorno, saremo addirittura in grado di decidere del destino delle nostre strutture fisiche, o capiremo come l'energia che ci muove si evolve e saremo in grado, in barba alle religioni, di guadagnare davvero un'esistenza eterna.
Ma al momento, tutto è affidato a quello che proprio la Natura sceglie per noi, dai cambiamenti climatici, ai cataclismi, al modo di evolversi ed invecchiare della "carne".
Personalmente, anche se ormai molto vicino ai quaranta, mi sento più consapevole, forte e prestante di quanto fossi quando ne avevo venti: ho una tenuta da sportivo, ho prestazioni fisiche migliori, bevo molto di più, conosco i miei limiti e cerco un passo alla volta di superarli, vedo più chiaramente tante cose che allora potevo solo immaginare.
Eppure, la mia è una condizione transitoria, passeggera, mutevole.
Alla fine dello scorso gennaio, quando mio padre ha iniziato la sua lotta contro il cancro - pur se, fino ad ora, con successo e rispetto ad una situazione gestita per tempo, fortunatamente -, ho ripensato a quanto indistruttibile, in barba a tutti gli incidenti in bicicletta collezionati nel corso della vita, mi fosse sempre sembrato, e a quanto, inevitabilmente, la Natura ci impone, senza appello: Alex Garland, forte di una materia di base decisamente interessante, mette sul piatto una delle grandi piaghe della medicina, della scienza e in un certo senso della filosofia cercando di analizzarla dall'interno, quasi fosse un ostacolo con il quale fare i conti non tanto arrendendosi, o combattendo coltello tra i denti, quanto cercando di comprendere memori dell'insegnamento dell'Eraclito del Panta rei, quasi la malattia, il decadimento, il cambiamento facessero talmente parte del nostro universo e della nostra essenza da potersi considerare parte di noi.
In effetti, a ben guardare, l'invecchiamento stesso potrebbe essere considerato alla stessa stregua: iniziamo la nostra vita con un sovraccarico di energie, le vediamo esplodere, impariamo a fatica a gestirle e proprio nel momento migliore ne perdiamo progressivamente il controllo, fino a spegnerci.
Parrebbe quasi un'ingiustizia, se non fosse parte di un disegno che ancora non siamo riusciti ad osservare nel suo complesso, distaccati.
Lo stesso disegno che cercano di comprendere, ognuna grazie alla propria esperienza e sensibilità, le protagoniste della spedizione di questa storia che non sarà tra le più originali portate sullo schermo ma che, derivativa oppure no, conferma il talento di uno sceneggiatore e regista da tenere indubbiamente d'occhio, in grado di ribaltare uno dei concetti più oscuri e spaventosi che l'epoca moderna ha finito per dover affrontare e cercare di comprendere e proporlo al pubblico come una sfida, un'idea nuova, un cambiamento terribile quanto necessario per affrontare, chissà, un futuro differente da quello che ci siamo o potremmo mai immaginarci.
In fondo, in barba a battaglie, studi, storie d'amore, legami destinati a finire ed altri ad iniziare, violenza e conflitti, progetti ed idee, scenari ipnotici che ricordano Kubrick o Malick e cast di stelle emergenti o affermate, uomini o donne, passato o futuro, la questione primaria è legata al fatto che, per quanto mi riguarda, sarei disposto a cambiare, ad evolvere, a cercare, a scoprire pur di vivere in eterno: che si tratti di fiori, di sangue, di grida d'aiuto o di forme spaventose come sculture deformi.
Ma per quanto possa aggrapparmi a qualcosa, non è detto che la Natura sia d'accordo.
O che una luce negli occhi non possa cambiare tutto quello che avevo creduto, pensato e voluto.
Del resto, per citare Rocky, "la Natura è più furba di quello che l'Uomo crede".
Anche quando l'Uomo è parecchio avanti.



MrFord



 

mercoledì 14 marzo 2018

BoJack Horseman - Stagione 3 (Netflix, USA, 2016)





E' davvero dura, a volte, essere degli stronzi.
Nella maggior parte dei casi a farne le spese è chi sta accanto ai suddetti, ma di tanto in tanto, quando la merda piove e gli stronzi, per l'appunto, sono per la strada rigorosamente senza ombrello, capiscono quanto sia dura essere come si è.
BoJack Horseman è uno stronzo. Spesso e volentieri non si rende conto delle necessità di chi lo circonda, è egoista, alcolizzato, dipendente dai suoi lati oscuri, e chi più ne ha, più ne metta.
Eppure essere così com'è lo rende in grado di affrontare il mondo, e di tanto in tanto, regalare emozioni sincere proprio perchè non velate da quella piccola ipocrisia che, inesorabilmente, è parte della società ma non di chi ne sta ai margini, o al di fuori.
E la storia di BoJack, sempre più maliconica e a tratti struggente, incalza e tocca nel profondo episodio dopo episodio, regalando in questa sua terza annata due episodi che potrebbero essere definiti quasi Capolavori, Fish out of water - geniale e assurdo come un trip - e That's too much, man - un lento, inesorabile, poetico lungo addio -, confermando il carisma di uno dei charachter più interessanti della Storia recente del piccolo schermo, tridimensionale ed imperfetto neanche fosse davvero un attore scombinato e dissoluto, vero erede, almeno per me, di quell'Hank Moody che ho amato alla follia ed ha rappresentato una sorta di mia versione "amplificata".
Dunque, da stronzo e da persona vulnerabile ai suoi lati oscuri, non posso che stare dalla parte del vecchio BoJack, pronto ad una rincorsa all'Oscar che potrebbe significare un rilancio della sua carriera ed un riconoscimento al suo talento, con la conseguente sbronza di gloria o rovinosa caduta conseguenti, e mentre tutti attorno a lui paiono cercare quantomeno di andare avanti, cambiare, trovare una propria strada, il nostro cavallo sregolato guarda l'abisso che si porta dentro quasi crogiolandosi nell'essere guardato di rimando, pensando forse che per uno stronzo non ci sarà mai il "troppo tardi", anche quando si finisce per autocommiserarsi.
Il problema è che il troppo tardi prima o poi arriva, e a quel punto si è costretti a scegliere davvero una strada da prendere.
Ma a prescindere dalle ipotesi che, probabilmente, affronterò nella visione della quarta stagione, BoJack Horseman diviene senza ombra di dubbio una delle serie più drammatiche che abbia visto negli ultimi anni, grandiosa nel far digerire ferite e lacrime servendole accanto al grottesco, all'ironia, a quel qualcosa che, come nel già citato Fish out of water, sembra lontanissimo da noi, e invece ci apre il cuore neanche fosse un cazzo di chirurgo che nessuno potrebbe immaginare neppure in televisione, una specie di incrocio folle tra Derek Shepard e Hannibal Lecter.
Dunque, da stronzo ma anche da amante della vita e delle belle cose - su grande e piccolo schermo - spero che la cavalcata di BoJack possa durare ancora molto, e non smetta di essere così fottutamente schietta, incasinata, caotica, bevuta, carnosa, divertita, arrabbiata e qualunque altro aggettivo possiate farvi passare per la testa e renda bene l'idea di quanto forte sia la vita, e di quanto sia bello viverla ammettendo a se stessi - che poi, in fondo, è quello che conta, dato che, come si diceva in Lost, "si vive insieme, si muore soli" - tutto di se stessi.
Perchè potremo essere casinisti, bugiardi, eccessivi con il mondo e chiunque ci abiti, ma non potremo mai davvero esserlo con quello che è con noi da quando ci svegliamo la mattina a quando crolliamo addormentati la sera, che è lo stesso che guardiamo nello specchio.
E come un abisso, ci rimanda lo sguardo.




MrFord




 

martedì 19 dicembre 2017

Columbus (Kogonada, USA, 2017, 100')





Io e Julez abbiamo abbandonato Milano per trasferirci in quel di Lodi nel gennaio del duemiladieci: eravamo ancora in quella fase in cui si progetta, i Fordini non erano ancora arrivati e la possibilità che accadesse ci metteva di fronte alla scelta di vivere in un posto con case dai costi sicuramente inferiori a quelle della grande città ed un'atmosfera più vivibile e a misura d'uomo, nonostante i servizi fossero tutti quelli che ci si aspetta di sfruttare e trovare.
Lavorando a Milano e vivendo di pendolarismo, però, ho dovuto aspettare sette anni per cominciare a vivere la mia nuova città, sfruttando il periodo da casalingo che ha caratterizzato gli ultimi dodici mesi: del resto, a volte, basta cambiare velocità - come cantava Battiato - per scoprire sfumature che non riusciamo a notare quando corriamo.
Ma per quale motivo sono qui a scrivere della mia riscoperta di Lodi? In realtà perchè, come un fulmine a ciel sereno, il coreano Kogonada porta sullo schermo una delle sorprese più interessanti di questa fine anno, un film indie di quelli in grado di mettere d'accordo i radical in stile Cannibal e i tamarri più selvaggi come il sottoscritto: personalmente, nella lista delle città che vorrei visitare degli States non è mai stata presente Columbus, nell'Ohio, uno di quei luoghi che ho sempre considerato "tra il nulla e l'addio" più che sulle cartoline in grado di alimentare i sogni di tutti noi da questa parte dell'oceano.
Eppure, con un tono pacato e sottovoce, un ritmo lento che conquista proprio per il suo incedere, nessuna traccia di pretenziosità ma, al contrario, una profonda umanità nella rappresentazione dei protagonisti, il regista coreano regala un piccolo gioiello ancora, purtroppo, non distribuito in Italia: una storia di scoperta di se stessi e degli altri, di superamento del dolore, di crescita, di rapporti complicati e di luoghi che nascondono storie in grado, neanche fossero una canzone o un film, di curare le nostre ferite.
Il legame costruito e narrato dall'autore tra Jim e Casey, uno dei più intensi che non sfoci in una storia d'amore o nel sesso che abbia visto sullo schermo nell'ultimo periodo, passato attraverso gli edifici di Columbus, le storie personali di entrambi, i diversi modi di affrontare ostacoli, gioie e dolori, conquista sequenza dopo sequenza, e mostra come sia possibile portare sullo schermo un grande film senza alzare la voce, sfruttare effetti speciali o scene madri, ma semplicemente raccontando una storia che si aveva la voglia e la necessità di raccontare e rimanendo sinceri nel farlo.
Un plauso va senza ombra di dubbio al già citato Kogonada, delicato ed intimo come non mi capitava di incontrare un autore dai tempi di cose che ho amato tantissimo come Departures, ai suoi due attori protagonisti - che incarnano le tensioni, gli avvicinamenti e le distanze dei loro personaggi neanche fossero loro stessi - e di una città che diviene una rivelazione, come un luogo in cui si arriva per caso, senza amarlo o conoscerlo neppure troppo, e ci si ritrova a considerare parte della propria vita.
In fondo, i luoghi che viviamo sulla pelle possono essere considerati quanto le persone cui ci leghiamo nel corso della nostra esistenza: si lotta, si litiga, si distrugge, si costruisce, si ama, si piange, si balla con la musica al massimo fuori da una macchina in un parcheggio.
Un luogo e una persona sconosciuti diventano un passo alla volta come parte della famiglia.
Quello che accade guardando Columbus.
Che parte sottovoce, quasi con la paura di dichiararsi come un film d'autore, e finisce per lasciarci a bocca aperta, incerti se essere felici come all'arrivo della primavera o piangere come nel cuore del più malinconico degli autunni.



MrFord



domenica 3 aprile 2016

Infinite Jest

Autore: David Foster Wallace
Origine: USA
Anno: 1996
Editore: Einaudi






La trama (con parole mie): siamo dalle parti di Boston in un futuro prossimo in cui Stati Uniti, Canada e Messico sono riuniti sotto un'unica bandiera, e tra tennis, aneliti indipendentisti del Quebec ed un film che porta al piacere fisico estremo chi lo guarda e ci si perde, assistiamo alle vicende della famiglia Incandenza, pronta a rimbalzare tra una stranezza e l'altra, un futuro da star della racchetta ed un bong di colore imprecisato, quello che era e quello che potrebbe essere.
Ma cosa mostra questo "Infinite Jest" pronto a ribaltare le regole di qualsiasi cosa, ed a rapire inesorabilmente chi se ne ritrova preda?
Riusciranno i protagonisti di questa epopea a trovare una risposta? E sarà una risposta sensata, o un tentativo fuori da ogni schema di trovare un senso ad una vita sempre e comunque troppo complicata?










In tutta onestà, è la seconda volta che capita nel corso della mia vita di lettore.
Di norma, anche nei casi in cui mi trovo di fronte a qualcosa che azzecca poco con le mie corde, tiro dritto e mi faccio forza fino alla fine, sicuro del fatto che, in un modo o nell'altro, la fatica sarà ripagata.
Curioso che, come la prima volta, accada con un romanzo che è considerato un cult imprescindibile, uno di quei titoli che andrebbero letti almeno una volta nella vita, senza se e senza ma: ai tempi fu Il signore degli anelli la vittima sacrificale del sottoscritto, nonostante tre - e dico tre - tentativi differenti di superare la noia terribile della prosa troppo descrittiva di Tolkien facendomi forza grazie ai personaggi e ad una cornice che ho sempre apprezzato, senza successo.
A questo giro di giostra, è stata la volta di Infinite Jest, celebratissimo titolo che valse a David Foster Wallace l'appellativo di genio assoluto della narrativa americana, di recente tornato alla ribalta grazie all'ottima visione di The end of the tour, che, come scrissi nel post dedicatogli, riuscì non solo a solleticare la curiosità rispetto alla lettura di questa pietra miliare, ma anche il desiderio sopito del sottoscritto di rimettermi alla tastiera per scrivere qualcosa che non sia una recensione: le aspettative, dunque, in proposito, erano molto alte, la curiosità molta, il desiderio di confrontarmi, dopo Il Cartello, con un altro volume imponente, pressante.
Peccato che, a conti fatti, si sia rivelato tutto come un gigantesco buco nell'acqua.
Personalmente, non ho nulla contro Wallace, la sua indubbia proprietà di linguaggio e la straordinaria cultura pronte ad eruttare ad ogni pagina, alla fantasia grottesca o al coraggio di lavorare ad un'opera così complessa e scombinata, eppure anche solo arrivare a centocinquanta pagine scarse sulle mille totali si è rivelata un'impresa pressochè impossibile e fantascientifica, che ho dovuto abbandonare per non torturarmi continuamente con il pensiero dello spreco di tempo e lettura che sarebbe stato dedicare ad Infinite Jest almeno un altro paio di mesi - considerato il ritmo con il quale stavo procedendo - di viaggi avanti e indietro dal lavoro.
E ad ogni secondo di quest'impresa fallita, ho continuato a rimuginare sull'effetto provocato dalle sbronze di parole di Wallace a quello della stessa matrice firmato Bukowski, autore molto legato al grottesco che qui al Saloon ha un posto d'onore: se, infatti, da un lato l'inquietudine esistenziale del buon David ha assunto le sembianze di una sorta di mostro composto per un quarto da una donna in periodo mestruale, per un altro da un professore radical e sbomballato, dunque dal tuo compagno di liceo rimasto ai tempi delle (troppe) canne all'intervallo e dalla sensazione di perdersi talmente tanto in se stessi da essere impossibilitati a vivere il mondo all'esterno, dall'altro il mitico Hank è sempre stato in grado di farmi percepire una vitalità incontrollabile, una voglia di azzannare, mangiare, sputare, leccare le cose da farmi sentire la Natura animale dritta nel profondo del cuore.
Per limiti miei, dunque, del mio approccio e della formazione che mi ha condotto dall'adolescenza dei pipponi ad ora, non credo di essere in questo periodo della mia vita in grado di poter dedicare altro, al vecchio Wallace, se non le bottigliate delle grandi occasioni, ed un brindisi alla liberazione da quella che pareva, senza se e senza ma, una prigionia da lettura in grado di non farmi neppure lontanamente godere di quello che è uno dei miei grandi piaceri quotidiani.
Questo, con ogni probabilità, mi costerà l'ingresso nei circoli letterari più cool della blogosfera e non, nei caffè da reading alternativi e via discorrendo, ma volete sapere una cosa?
Non me ne importa un bel cazzo.
Preferisco recuperare una bella bottiglia, tornarmene a casa, scolarmela tutta dopo essermi ingozzato a tavola, sdraiarmi sul divano e meditare su quel tipo che cercava di farsi un pompino da solo e, non riuscendo nell'impresa, sentenziava: "Possono essere due centimetri o anni luce, ma il risultato è dannatamente lo stesso".
Quanto ha ragione.




MrFord





"I wanna tell you a story about an acrobat. it's a funny situation I'm going to explain. in a nutshell he had sat on a chair's hind two legs badaboom! Because of a Lego brick he's dead. So what? So strange? It was only a game. Does it seem strange?"
Jarvis - "Badabap the parrot" -







lunedì 10 agosto 2015

Youth - La giovinezza

Regia: Paolo Sorrentino
Origine: Italia, Francia, Svizzera, UK
Anno:
2015
Durata:
118'





La trama (con parole mie): Fred Ballinger e Mick Boyle, il primo ex direttore d'orchestra in pensione, il secondo regista pronto ad affrontare il suo film testamento, vecchi amici con ricordi ed esperienze condivise e due figli sposati tra loro, si ritrovano come di consueto tra le Alpi svizzere per una vacanza in un prestigioso albergo che ospita celebrità di tutti i campi.
Proprio entro i confini della località di villeggiatura si incrociano storie che riguardano il presente ed il passato di ognuno dei protagonisti e delle persone che vi si avvicinano nel corso del soggiorno, siano esse artistiche, professionali, emotive, riguardanti il tempo che fu o quello a venire: da Lena, figlia di Fred, lasciata di colpo da Julian, figlio di Mick, pronta a ricominciare a sentire la libertà, passando per il giovane attore Jimmy, fino ai bambini e a Diego Armando Maradona, si osservano le cadute e le ascese di individui che, pur protagonisti, finiscono per essere comparse della grande commedia umana, proprio come Fred e Mick.
Come si approcceranno, i due vecchi compari, all'idea della fine che si avvicina sempre di più?








In condizioni normali, da gestore del Saloon e portatore sanissimo di un certo tipo di approccio alla vita ed al Cinema, dovrei detestare profondamente un regista come Paolo Sorrentino.
Colto, vagamente snob ma ugualmente autoironico, membro di un'elite della settima arte invisa al grande pubblico così come ai critici più radical - gli stessi che, probabilmente, ai tempi de Le conseguenze dell'amore si facevano le seghe sui suoi movimenti di macchina salvo poi voltare le spalle all'autore non appena il successo e l'Academy giunsero a benedire il regista partenopeo -, capace, erede di una tradizione nata prendendo a piene mani dall'immaginario di un signore chiamato Federico Fellini, probabilmente il più grande cineasta che l'Italia abbia mai conosciuto.
Dovrei proprio detestarlo, questo talentuoso figlioccio non autorizzato del Maestro riminese.
Eppure, fatta eccezione per il mezzo scivolone di This must be the place, non ce la faccio proprio.
Ed ogni volta che approccio un suo lavoro, finisco come ipnotizzato e stimolato alla riflessione benchè parta con tutte le riserve ed i dubbi del caso: era accaduto anche con La grande bellezza, e si è ripetuto, inesorabilmente, con questo Youth, che probabilmente in molti speravano di vedere premiato all'ultimo Festival di Cannes.
Le vicende parallele di Fred e Mick, il primo ex direttore d'orchestra burbero ed apatico - almeno a suo dire - ed il secondo regista ancora smanioso di dimostrare il suo valore al mondo, incrociate a quelle degli ospiti di un albergo d'elite nel cuore delle Alpi svizzere, pur concedendo tutto il possibile al Cinema d'essai che spesso e volentieri tanto detesto sono riuscite a colpirmi al cuore per la loro disarmante semplicità, unita alla voglia di raccontarle ed un desiderio di confronto con l'ignoto rappresentato dal passato e dal futuro - bellissima la scena del cannocchiale tra Mick e Lena - cui nessuno di noi - almeno tra quelli che davvero vogliono vivere a fondo - riesce a resistere.
Senza dubbio, prima di apprezzare tutti questi aspetti mi sono trovato a dover superare anche passaggi nati ad uso e consumo di un certo tipo di pubblico intellettualoide e poco sopportabile - la "direzione d'orchestra" della Natura di Fred, su tutti - ed una confezione impeccabile e patinatissima che pare distante anni luce dagli standard che trovano i posti migliori qui al Saloon, eppure dal bellissimo confronto padre/figlia di Fred e Lena a proposito del perchè Julian abbia deciso di lasciarla ad uno straordinario Paul Dano - che non solo non sfigura davanti a due mostri sacri come Caine e Keitel, ma finisce quasi per superarli -, passando per i punti focali di vecchiaia e giovinezza - tematiche in grado di toccare qualsiasi pubblico, in quanto fasi della vita che siamo tutti destinati a sentire sulla pelle, scandite da "un'ultima illuminazione" come potrebbe essere Miss Universo ed il numero di pisciate giornaliere - ed una sequenza che non solo finisce per essere grande, grande Cinema, ma anche per dare un senso all'intero lavoro di Sorrentino, legato a doppio filo agli interrogativi sospesi tra passione e talento: Maradona, el pibe de oro, forse il più grande giocatore di calcio di tutti i tempi, sformato da una quasi obesità e provato dal fiato corto, che palleggia in modo praticamente fantascientifico con una pallina da tennis.
Basterebbe quel momento, per vedere tutta la grandezza di Youth e del suo regista.
Un passaggio in grado di far passare quella che pare una marchetta da tifoso nostalgico del suo idolo di gioventù una metafora di quello che è il passaggio dalla giovinezza in cui tutto è vicino, conquistabile, divorabile, alla vecchiaia che trova anche nell'impresa più facile difficoltà enormi: eppure, dietro tutto questo, ci sono voglia, desiderio - e di nuovo torna a galla l'inserimento di Dano -, libertà, genio.
Quello che ci aspetta nel mondo, è sempre la giovinezza.
Basta saperla accettare, cogliere, vedere dalla giusta prospettiva.
La stessa che porta Fred e Mick, in due modi diversi, con due percorsi quasi opposti, a mettersi in gioco ancora una volta.
Non si finisce mai di imparare, del resto.
E non si finisce mai di crescere.
E' questo il bello della vita.
E della giovinezza.




MrFord




"May you grow up to be righteous
may you grow up to be true
may you always know the truth
and see the lights surrounding you
may you always be courageous
stand upright and be strong
may you stay forever young
forever young, forever young
may you stay forever young."
Bob Dylan - "Forever young" - 




sabato 7 marzo 2015

Divorati

Autore: David Cronenberg
Origine: Canada
Anno: 2014
Editore: Bompiani




La trama (con parole mie): Nathan e Naomi, due giovani fotogiornalisti all'avanguardia sia a livello tecnologico che culturale, si trovano a lavorare su casi apparentemente accomunati solo dalla loro stranezza, ma destinati ad incrociarsi. Il primo, dal cuore della Bulgaria e dalle ricerche dell'inquietante chirurgo estetico Molnar, si troverà trapiantato in Canada, ospite di uno scienziato desideroso di realizzare con il ragazzo un libro sulla sua vita ed opera che vive con una figlia dedita all'autocannibalismo, mentre la seconda, fagocitata dalla vicenda degli Arosteguy, due filosofi francesi, coppia affiatata ed insolita, invisa alla Giuria di Cannes e pronta ad educare i propri allievi attraverso il sesso, si mette sulle tracce di Aristide, apparentemente colpevole di aver ucciso e divorato la sua compagna Celestine prima di rifugiarsi a Tokyo.
Ma è tutto vero quello che sembra?








Fino a qualche anno fa, se qualcuno mi avesse detto che un giorno il solo pensiero di approcciare ad un'opera di Cronenberg mi avrebbe fatto storcere il naso non ci avrei creduto, anzi, probabilmente avrei investito il suddetto qualcuno con una scarica delle bottigliate delle migliori occasioni.
Dagli esordi al meraviglioso dittico costituito da A history of violence e La promessa dell'assassino, infatti, il regista canadese ha rappresentato una delle certezze più solide del sottoscritto, uno dei nomi di fiducia quando si trattava di dare indicazioni rispetto ai favoriti della settima arte, la garanzia di trovare un rifugio all'interno del quale riparare in caso di bisogno.
Peccato che, da A dangerous method in poi - ed in particolare con i successivi e spentissimi Cosmopolis e Maps to the stars - il vecchio David si sia come avvitato su se stesso, proponendo al suo pubblico prodotti irritanti, vacui ed assolutamente troppo radical per poter passare indenni da queste parti: quando mio fratello, per natale, recuperò Divorati, primo romanzo firmato dallo stesso Cronenberg, accarezzai la speranza che, forse, ripartendo da un nuovo media, la situazione già delicata dell'autore de La mosca potesse migliorare.
Purtroppo per me, ero in errore.
L'esordio sulla pagina di Cronenberg, infatti, è un'epopea spocchiosa e fredda da studente dello IED in preda a qualche turba da ego straripante, una storia che avrebbe potuto anche essere interessante - e, a tratti, lo è anche - trasformata in un bignamino dei prodotti tecnologici più all'avanguardia nei campi di informatica e fotografia - spesso e volentieri, mi è quasi parso di trovarmi all'interno di un negozio, e che l'enigmatico David mi stesse proponendo questo o quel prodotto, e da Sony a Apple ho avuto la spiacevole impressione che si stesse trattando della marchetta selvaggia di un appassionato divenuto merce da sponsor per i grandi marchi.
Come se questo non bastasse, il "cast of charachters" risulta sterile e distaccato, in più di un'occasione irritante, lontano anni luce - e non in senso positivo - dal lettore e dal suo contatto con la pagina, pronto a traghettare verso un finale troppo aperto ed assolutamente inconsistente per lasciare il sapore della soddisfazione in bocca una volta terminata la lettura.
Un vero peccato, perchè le vicende di Molnar, di Roiphe e soprattutto degli Arosteguy conservano come insetti sottopelle spunti notevoli, o quantomeno in grado di avvincere potenzialmente un pubblico stregato dal famoso fascino dello scarafaggio rivoltato.
La cosa più grave, ad ogni modo, è parsa la totale mancanza di ironia, sacrificata ad un compiacimento che coinvolge e contagia tutti i personaggi, i capitoli, la cornice e la scelta di un autore già affermato di reinventarsi come romanziere conscio del fatto che, con ogni probabilità, nessun critico lo tratterà particolarmente male.
Specialmente se radical, per l'appunto.
E' davvero un peccato maltrattare così non solo uno dei regali di natale del mio giovane Brotha, ma anche uno degli Autori che più ho stimato negli anni della mia formazione di spettatore, eppure di tanto in tanto, penso proprio che ci voglia: certo, a Cronenberg non fregherà praticamente nulla di questo vecchio cowboy e delle opinioni in merito alla sua creatura - e mai appellativo mi parve più calzante -, e posso anche capirlo.
Ma il fatto che resta è uno ed uno solo, alla faccia delle più di trecento pagine impiegate dal regista e scrittore per non dircelo: Divorati è il romanzo più deludente e pieno di sè che mi sia capitato di leggere da mesi - se non anni - a questa parte.
E Cronenberg dovrebbe tornare al suo laboratorio di mutazioni e lasciar perdere la socialità del grande mondo del radicalchicchismo.
Del resto, è tutta illusioria.




MrFord



"Wrapped tight around me
like a second flesh hot skin gling my body
as the ecstasy begins
your wild vibrations
got me shooting from the hip
crazed and insatiable let rip
eat me alive."
Judas Priest - "Eat me alive" -





venerdì 4 luglio 2014

Collateral

Regia: Michael Mann
Origine: USA
Anno: 2004
Durata: 120'





La trama (con parole mie): Max, un meticoloso e sognatore tassista notturno di Los Angeles, all'inizio del suo turno di lavoro carica per caso Vincent, misterioso individuo che, in cambio di un cospicuo pagamento, richiede il suo servizio per tutta la notte, in modo che possa scarrozzarlo attraverso cinque fermate di lavoro prima del ritorno in aeroporto.
Max, seppur riluttante, accetta, salvo poi scoprire sulla sua pelle che l'uomo che ha preso a bordo è in realtà un sicario assoldato dai cartelli della droga per eliminare una serie di bersagli che potrebbero danneggiare uno dei boss incontrastati del narcotraffico in un imminente processo: il confronto tra i due, ed il loro viaggio attraverso la notte di L. A., diviene una metafora del rapporto che entrambi hanno con la vita, il passato, il presente ed il futuro, così come sul lato "collaterale" del Destino.








Rivedendo Collateral per l'ennesima volta - di fatto, si tratta di uno dei miei film cult legati all'estate -, oltre ad ammirare la tecnica pazzesca di Michael Mann, la fotografia da urlo, i momenti che rimarranno impressi nella Storia del Cinema recente, ho pensato a quanto sarà bello poter raccontare al Fordino, tra quindici o vent'anni, guardando questo film insieme, che ai tempi lo vidi in sala, insieme a suo zio, entrambi esaltatissimi per il ritorno sul grande schermo di uno dei registi action più importanti dell'Occidente cinematografico, vero erede della tradizione di pietre miliari come Vivere e morire a Los Angeles ed unico a raccogliere il testimone di gente come Melville per rispondere ai Maestri d'Oriente come Johnnie To.
Questo cult magistrale - tecnicamente ed emotivamente parlando - presterebbe il fianco ad analisi infinite e critiche dettagliatissime, legate al montaggio, alle riprese di una Città degli angeli mai così viva, ad un crescendo che riesce nell'impresa di trovare un punto d'incontro praticamente perfetto tra il Cinema d'autore e quello mainstream, alla tensione, ad una delle migliori interpretazioni della carriera di Tom Cruise, e chi più ne ha, più ne metta.
Ma non voglio svilire Collateral in questo modo.
Sarebbe come cercare di catalogare il jazz, e le meraviglie di Miles Davis, o Charles Mingus.
O tentare di decifrare i significati delle esistenze che viviamo, così piccole ed insignificanti al cospetto del disegno dello spazio infinito eppure clamorosamente importanti nel microcosmo che affrontiamo un giorno dopo l'altro, fosse anche l'ultimo.
Collateral, per me, è quel giorno con mio fratello, seduti ammirando il nuovo lavoro di quel vecchio figlio di puttana che ci lasciò - e lascia - a bocca aperta con The Heat - che vedrò di recuperare presto, magari entro la fine dell'estate -, lui con l'occhio ancora pesto per l'incidente in motorino ed io alla ricerca del perchè quel cineasta così legato all'azione - che allora non aveva la stessa importanza di oggi, per il sottoscritto - riuscisse a trasformare la materia grezza del genere in qualcosa che andava oltre perfino alla filosofia.
Oppure, tre anni dopo, nella casa gigantesca da studentessa di Julez, la visione del dvd in cucina, con lei che quasi crollava dal sonno, il Jameson ed uno dei pompini da urlo che resero ancora più da urlo quel periodo.
Ed ogni visione da quel momento in avanti, fino a questa sera - che non so quando sarà, rispetto alla pubblicazione del post -, con la stessa Julez a dormire il sonno dei giusti - meritatissimo - e Ale nella sua cameretta, ed io di fronte alla tv ancora con gli occhi spalancati, patatine, whisky e coca.
Gli occhi. Specchio dell'anima oppure no, sono la chiave di volta di questo film.
Sono quelli scuri ed appassionati di Max, che come la maggior parte di noi, tira avanti aggrappandosi ad un sogno che sa già in partenza non riuscirà a realizzare, finendo per svegliarsi, un giorno, vecchio e malinconico, parlando dei tempi andati.
Quelli di Vincent, che si specchiano nella sua stessa espressione predatoria, capaci di rassegnarsi e salvare una vita, provare l'invincibilità del caso e la meraviglia della passione, l'ironia nera delle esecuzioni nel vicolo e la forza dirompente di un animale senza perdono - per dirla alla Clint - nel cuore di una discoteca.
Sono quelli di due coyotes che vagano, neanche fossero fantasmi, per le strade deserte - o quasi - della notte losangelina: i riflessi brillanti lasciano un segno, si specchiano nei nostri pronti a guardarli come l'abisso di Nietzsche, o la macchia solare del pezzo degli Audioslave in sottofondo.
Dove stiamo andando, tutti quanti?
Dove corriamo?
Quale significato avranno i nostri progetti nell'arco di uno, cinque, dieci, vent'anni, quando non sappiamo neppure dove saremo domani?
Lottiamo davvero per nulla come il Detective Fanning, o per essere dimenticati a bordo di una vettura della metropolitana come Vincent?
La notte che ci porta al confronto con il lato oscuro della Natura e del Destino, con il "collaterale" di noi stessi, è davvero l'antefatto di un'alba di speranza?
O i sogni rimarranno una cartolina buona giusto per un pò di nostalgia in ritardo?
Nessuno può saperlo.
Max o Vincent che sia.
E' questo l'aspetto collaterale della vita.
E a noi non resta che viverlo, per scoprire, se non domani, almeno cosa ci riserva l'oggi.



MrFord



"When the hills of los angeles are burning
palm trees are candles in the murder wind
so many lives are on the breeze
even the stars are ill at ease
and Los Angeles is burning."
Bad Religion - "Los Angeles is burning" - 




domenica 16 febbraio 2014

Il vangelo secondo Lebowski

Autore: Oliver Benjamin, Dwayne Eutsey
Origine: USA
Anno: 2013
Editore: Fazi Editore



La trama (con parole mie): come tutti gli avventori del Saloon - e non solo - ben sanno, nel corso degli anni quella meraviglia che è Il grande Lebowski è riuscita a costruire attorno alla sua esistenza un alone leggendario, quasi mistico. Per questa ragione un gruppo di simpatici amici dediti alla pratica del lebowskianesimo è arrivato a fondare una vera e propria "religione" assolutamente non religiosa che esalta le gesta del Drugo e ad esse si ispira per mantere un regime di droghe che possa garantire una mente aperta e per "prenderla come viene" di fronte ad un mondo sempre più ansioso e dominato da miliardari dispotici, nichilisti privi di morale e diversi sacchi di diserbante umani.
Il loro credo è riassunto in una guida simpatica e citazionista che introduce all'universo del Drugo.
Che, inutile dirlo, è un gran bell'universo.






A partire da nome del Saloon, chiunque passi da queste parti dovrebbe sapere quanto importante per il vecchio Ford è stato - ed è tuttora - Il grande Lebowski: la pellicola dei mitici fratelli Coen che, all'epoca della sua uscita, paradossalmente rappresentò uno dei loro più clamorosi insuccessi commerciali, divenuta con il passare del tempo un cult movie di fama planetaria.
Tutto questo senza contare la passione coltivata negli anni per il cocktail preferito del Drugo, il White Russian, uno dei miei "must drink" invernali che ormai padroneggio nella sua versione casalinga - con latte o panna, Borghetti al caffè o Kahlua indifferentemente - neanche fossi un barman navigato.
Perfino Mamma Ford è al corrente di queste due passioni nonostante - purtroppo per lei - non abbia mai visto il film che le ha originate e sia totalmente ed inesorabilmente astemia, dunque in occasione del passato natale, quasi come fosse una sorta di biglietto, la suddetta ha avuto la brillantissima idea di consegnarmi questo divertente saggio scritto da due dei fondatori della cosiddetta Dudeist Church, ispirata ovviamente alla figura e alle imprese del Drugo.
Cogliendo l'occasione al volo - e come potete vedere qui accanto - ho pensato bene di ordinarmi immediatamente Dudeist Priest, con tanto di attestato che riconosce la potenza del White Russian e del prenderla come viene da veri peccatori, giusto in tempo per buttarmi nella lettura.
In questo senso, va premesso che per un non fan della pellicola coeniana - cosa folle di per se, che soltanto il Cannibale può permettersi di continuare a perseguire - la lettura potrebbe risultare quantomeno oscura ed ostica, considerata la quantità enorme di citazioni sparate a ripetizione neanche ci si trovasse al bancone del Saloon con il sottoscritto pronto a recitare tutto il film in preda a qualche White Russian di troppo.
Per essere clamorosamente sinceri, l'impressione che si ha proseguendo nella lettura, complice anche una traduzione non impeccabile, è che il tutto risulti a tratti un pò ridondante anche per un lebowskiano accanito: i riferimenti alla pellicola, per quanto divertenti, finiscono per reiterarsi decisamente troppo.
A regalare elasticità alla mente - cocktails e joint a parte - fortunatamente giungono le riflessioni sui grandi Drughi del passato, la condizione della donna vista dall'interno e dall'esterno del cosiddetto "dudeism" e l'approccio quasi taoista del mitico personaggio interpretato da Jeff Bridges applicato alle dottrine ed ai movimenti politici e religiosi che hanno preso forma nel corso della Storia.
Nel complesso, un'esperienza perfetta per chiunque abbia amato e continui ad amare Il grande Lebowski - che da queste parti continua ad essere visionato ad ogni primo giorno d'estate come un rituale da godersi profondamente e "di pancia", come piacerebbe al Drugo, ma anche allo Straniero -, nonchè un modo per constatare quanto un "semplice" film troppo spesso catalogato come "da fattoni" sia diventato un fenomeno culturale e sociale non solo di massa, ma anche di resistenza ad un mondo decisamente troppo ansioso.
E un vaffanculo Drugo-style, in questi casi, ci sta sempre.
Per noi peccatori armati di tappeti che danno un tono all'ambiente e di White Russian.



MrFord



"The man in me will hide sometimes to keep from being seen
but that's just because he doesn't want to turn into some machine
take a woman like you 
to get through to the man in me."

Bob Dylan - "The man in me" - 





mercoledì 13 marzo 2013

2001: odissea nello spazio

Regia: Stanley Kubrick
Origine: USA, UK
Anno:
1968
Durata: 141'




La trama (con parole mie): dall'alba dell'Uomo al futuro dell'Infinito, dalle scimmie alla scoperta delle loro prime armi d'osso alle astronavi che danzano nello spazio siderale, seguiamo le vicende di chi incrocia la strada di un misterioso monolito che pare risalere a quattro milioni di anni prima della civiltà.
Heywood Floyd, studioso inviato sulla Luna per studiare un esemplare dello stesso gemello rispetto a quello che illuminò i primi Uomini, coglie un segnale che indirizza verso Giove: diciotto mesi dopo un'astronave guidata dai due piloti Frank Poole e Dave Bowman e dal calcolatore senziente HAL 9000 fa rotta verso il gigante gassoso.
Quando il computer di bordo inizierà a dare segni di squilibrio, per gli occupanti della nave la sopravvivenza diventerà una priorità, almeno fino al raggiungimento della loro meta.
A quel punto ci si muoverà andando oltre. E oltre. E oltre.





La Storia della settima arte dovrebbe considerare il 1968 come una sorta di vero e proprio anno zero, qualcosa come Avanti 2001 e Dopo 2001.
Dalle origini del Cinema, i Lumiere e Melies, Murnau e Chaplin, Welles e Lang, hanno posto basi simili alle meraviglie dell'antichità come le Piramidi d'Egitto, illuminando di stupore il pubblico e rendendo possibile il successo di un mezzo che è ad oggi tra i più potenti che la comunicazione umana conosca, realizzando Capolavori a volte considerati addirittura superiori all'Opus Magna di Kubrick.
Ma nessuno di loro, e nessuno dopo, ha mai osato portare sullo schermo qualcosa di grande quanto 2001: odissea nello spazio.
Qualsiasi recensione, voto, opinione, analisi tecnica risulterà sempre riduttiva rispetto a quello che, a mio parere, è e resta il film più importante del Cinema.
Dai primi, incredibili, venti minuti dedicati all'alba dell'Uomo che già basterebbero a portarlo nell'Olimpo della settima arte si vola dritti negli spazi siderali ricreati come una danza di effetti e modellini, musica per gli occhi come solo l'inarrivabile Stanley riusciva a comporre - e come faranno, alle soglie del nuovo millennio, ispirandosi proprio al suo approccio, due grandissimi di questo tipo di poetica visiva, Tarantino e Wong Kar Wai -, prima di partire alla volta di Giove osservando la tecnica stupefacente - come muoveva la macchina quest'uomo nessuno la muoverà mai, non me ne vogliano tutti gli altri - mescolarsi alla tensione crescente del confronto tra HAL e i due piloti della nave, culminata con sequenze da apnea nel vuoto siderale in grado di ispirare generazioni intere di Capolavori della fantascienza - Solaris, Alien, Blade runner, Moon tra gli altri - stendendo il tappeto per quello che, a conti fatti, è il trionfo assoluto ed incontrastato del regista newyorkese: il viaggio che conduce Dave Bowman attraverso l'Infinito, il Tempo e lo Spazio, e che esplode in una vera e propria sinfonia di suoni, immagini, colori, visioni che hanno più di qualsiasi altra influenzato l'intera carriera di cineasti fenomenali giunti dopo questo punto zero del Cinema, da Tarkovskij a Sokurov, da Malick ad Aronofsky.
L'Uomo di Kubrick, imperfetto ed in grado di valicare i confini ultimi proprio grazie alla sua stessa imperfezione - incredibile il confronto tra Bowman e HAL, dalla partita a scacchi ai blocchi di memoria smontati uno per uno - porta l'Universo dentro di sè, lascia che lo stesso lo attraversi, ci si specchia cercando la strada che percorrerà dalla nascita, alla maturità, alla morte, prima di rinascere ancora una volta.
L'Uomo di Kubrick è violento e viscerale come le scimmie con il loro primo sangue, sofisticato e politicizzato come Floyd, pronto a nascondere l'esistenza del monolito ai colleghi russi - si sentono ancora gli strascichi del Dottor Stranamore -, capace di gettarsi oltre le macchine, le intelligenze artificiali, i perfetti sistemi senzienti e lo spazio per affrontare il confine più terribile e sconvolgente di tutti: quello che porta dentro se stessi, proprio come Dave.
L'Uomo di Kubrick, per parafrasare un piccolo gioiellino di questo 2013 cinematografico, è infinito.
Ed è infinito 2001: odissea nello spazio, il film che più osa della Storia del Cinema.
Nessuno prima e nessuno poi sarebbe riuscito allo stesso modo a raccogliere la sfida di racchiudere la Storia dell'Uomo entro i confini di una pellicola: Stanley Kubrick riesce nell'impresa eliminando gli stessi, valicandoli attraverso il suo cristallino talento visivo unito ad un coraggio che normalmente non si assocerebbe ad un cineasta giudicato freddo ed ossessivo come lui.
Con tutto il cuore di cui dispone, l'incredibile Stan si tuffa oltre l'ostacolo, e dalle scimmie armate di ossa conduce dritti ad un disegno interstellare che pare una geometria divina, pur se orchestrata da qualcuno che divino decisamente non è e non fu: come dire che dall'arrivo del treno e dal viaggio sulla Luna si è passati attraverso una Rosebud del futuro che ha preso forma nel nuovo volto del Cinema.
Con 2001 è morta la settima arte, per risorgere in due ore e venti minuti.
Neppure qualcuno decisamente più potente, noto e celebrato del Maestro dei Maestri era riuscito in un miracolo di questa portata.
Lunga vita a Stanley Kubrick.
Lunga vita a 2001.
Se esiste o mai esisterà IL film, signore e signori, è tutto qui.
Ed è solo l'inizio.


MrFord


"Everything, everything, everything, everything..
In its right place
in its right place
in its right place
right place."
Radiohead - "Everything is in the right place" -


lunedì 17 settembre 2012

Prometheus

Regia: Ridley Scott
Origine: USA, UK
Anno: 2012
Durata: 124'




La trama (con parole mie): Elizabeth Shaw ed il suo compagno Charlie Holloway, messa a segno una scoperta straordinaria in una grotta in Scozia nell'anno 2089, ottengono il sostegno economico del miliardario con ambizioni d'immortalità Peter Weyland, che li invia con l'astronave Prometheus ai confini dell'universo conosciuto in modo che sia esplorato il mondo indicato da pitture rupestri studiate ad ogni latitudine della Terra, traccia della presenza di esseri sovrannaturali sul nostro pianeta.
Quando la nave giunge a destinazione dopo anni di viaggio, il team di ricerca scopre una sorta di tempio all'interno del quale sono conservati i corpi di quelli che la Shaw ha ribattezzato come "architetti", esseri che potrebbero aver creato il genere umano a loro immagine e somiglianza: purtroppo per gli scienziati, però, pare che tra di essi non vi siano sopravvissuti, e che il luogo celi misteriosi parassiti destinati a dare origine ad una razza di predatori che verrà conosciuta soltanto nel futuro: gli Aliens.






Non è mai facile portare sulle spalle il peso delle aspettative, a prescindere dalla propria bravura.
Specialmente quando lo stesso è dato dallo spessore di pellicole che hanno fatto la Storia della settima arte: di recente, abbiamo visto cadere in questo modo un Maestro come Malick, e rischiare parecchio di fare la stessa fine anche Christopher Nolan, che con il suo Il cavaliere oscuro - Il ritorno pare aver subito non soltanto l'ansia da prestazione rispetto a pubblico e critica, ma il peso delle sue stesse idee.
Il destino di Ridley Scott e di questo Prometheus è stato praticamente lo stesso: quando, ormai diverso tempo fa, fu annunciato quello che avrebbe dovuto essere, di fatto, un prequel del primo, indimenticabile Alien - pellicola magistrale per contenuti ed esecuzione, che lanciò il regista anglosassone dopo I duellanti verso la meraviglia che sarebbe stata Blade runner -, i fan del grande Cinema e della saga strabuzzarono gli occhi nella speranza di assistere all'ennesimo miracolo di un regista che, negli ultimi anni, aveva riservato quasi esclusivamente saggi di tecnica non supportati da script ed atmosfere all'altezza dei suoi primi lavori - Il gladiatore, Un'ottima annata, Black hawk down -.
Probabilmente a questo punto lo stesso Scott - ed i suoi sceneggiatori, John Spaihts ed il lostiano Damon Lindelof - devono aver realizzato di aver fatto il passo più lungo della gamba, ritrovandosi con un mucchio di idee da concentrare in un'unico (?) film che potesse soddisfare alcuni tra i più terribili critici che il mondo possa offrire: i nerd.
Cosa è rimasto, dunque, dalla visione di Prometheus nel sottoscritto, ammettendo ovviamente di non appartenere alla suddetta cerchia e di aver ridimensionato le mie aspettative a seguito delle prime tiepide reazioni di pubblico e critica negli States? 
Sicuramente Scott è un grande artigiano della macchina da presa, dal punto di vista realizzativo ogni suo lavoro resta di fatto ineccepibile, e quest'ultima sua fatica è indubbiamente arricchita da un comparto tecnico ed un bagaglio di effettoni clamorosi, il cast funziona - in particolare Michael Fassbender, sempre ottimo anche nel ruolo dell'androide appassionato di Lawrence d'Arabia, e Charlize Theron a prestare corpo e volto alla granitica responsabile della nave - e la base, sia per quanto riguarda la parte action che per quella filosofica, riesce ad intrattenere e stuzzicare riflessioni non banali.
Purtroppo, però, questa doppia natura della sceneggiatura e dell'intera produzione diviene anche il suo più grande punto debole, considerato che dopo una partenza decisamente votata al metafisico si ha una svolta più orrorifica che trasforma l'ascesa verso la conclusione in una sorta di copia sbiadita del primo Alien con tanto di finale che, più che un omaggio, pare una scelta conservatrice e decisamente poco incisiva.
Peccato, perchè la materia sulla quale lavorare ci sarebbe stata tutta, e gli spunti anche riferiti alla realtà rendevano decisamente bene l'idea alla base del tentativo di Scott e soci - la grotta all'interno della quale Shaw e Holloway scoprono le incisioni rupestri che aprono le porte al progetto legato a Wyland e alla Prometheus è un riferimento a quella di Chaveau, esplorata da Herzog nel suo splendido Cave of forgotten dreams - di indagare sulla posizione tipica degli uomini di scienza di ricercare la verità a tutti i costi, oltre la fede ed i concetti religiosi, oltre i conflitti ed i contrasti, e lo sfruttamento della coppia del protagonisti - lui votato alla ragione e alla curiosità, lei ancora legata alla figura del padre, esploratore mosso dalla "fede", e si torna su concetti lostiani - e del vecchio miliardario alla ricerca della possibilità di prolungare il più possibile la sua esistenza potevano effettivamente rendere Prometheus un nuovo cult del genere: il risultato, però, resta soltanto un abbozzato cocktail di concetti già esplorati nei quattro film dedicati ad una delle creature più terrificanti della fantascienza - il primo, con la riflessione a proposito della natura predatoria dello stesso mostro, horror e metafisica ad un tempo, il secondo con lo scontro tra le grandi corporazioni ed i loro interessi ed i combattenti alle prese con la sopravvivenza da guadagnare sulla loro pelle, il terzo e l'ambientazione cunicolare e claustrofobica, l'ultimo legato ai concetti di clonazione ed immortalità - dal quale non esce alcun sapore che non sappia di già sentito.
Resta una grande cornice dall'incipit splendido e dal gusto piacevolmente vintage che abbraccia un'immagine clamorosamente fuori fuoco.
Speriamo soltanto di non stringere troppo gli occhi e scoprire che si tratta di qualcosa di molto peggiore di quanto si potesse credere.


MrFord


"Can we tamper
we have gained
outerspace, outerspace
a million years
the devistation of
outerspace, outerspace ."
System of a down - "Forever (outer space)" -



 
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