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mercoledì 23 marzo 2016

Truth - Il prezzo della verità

Regia: James Vanderbilt
Origine: Australia, USA
Anno: 2015
Durata: 125'






La trama (con parole mie): siamo nel duemilaquattro, in pieno periodo elettorale con la sfida tra George Bush e John Kerry in pieno svolgimento, quando Mary Mapes, pluripremiata giornalista CBS fresca di un servizio che fece scalpore a proposito delle torture perpetrate dai soldati americani ai prigionieri iracheni ad Abu Ghraib, con la sua squadra si mette al lavoro su una nuova indagine che vorrebbe far luce sul misterioso periodo in cui Bush prestò servizio militare.
La tesi sulla quale il team si mette all'opera è legata al fatto che, tramite una serie di agganci altolocati in politica ed esercito del padre, a George W. fu di fatto parato il culo in modo che lui, come tanti altri rampolli di famiglie importanti del Texas dei tempi, evitasse di essere spedito in Vietnam.
Peccato che, una volta andata in onda la trasmissione preparata dalla Mapes e dai suoi, la politica e le alte sfere chiedano un tributo pesante in termini di pressioni lavorative e personali.








Una delle più grandi libertà conquistate dalla società più o meno civile nella quale viviamo è indiscutibilmente, almeno per quanto mi riguarda, quella di pensiero ed espressione della quale anche la blogosfera tutta fa parte: la possibilità di informarsi, parlare, essere curiosi a proposito del mondo e di se stessi, vivere la propria vita e le proprie passioni in prima linea, per evitare di ritrovarsi in un angolo e spegnersi lentamente.
Non conoscevo la vicenda di Mary Mapes e della sua squadra di reporter d'assalto, passata molto in sordina negli States ed uscita in Italia probabilmente trainata dal successo dell'altro film inchiesta principe del periodo, Il caso Spotlight, fresco di vittoria dell'Oscar come miglior pellicola, e le recensioni lette non deponevano certo a favore del lavoro - il primo dietro la macchina da presa - di James Vanderbilt, eppure il risultato è stato decisamente sorprendente in positivo.
Truth è un film dall'impianto molto classico - forse troppo, affermeranno alcuni -, sostenuto da un cast in grandissima forma - su tutti un Redford in spolvero totale ed una Cate Blanchett pazzesca - ma soprattutto in grado di raccontare una storia avvincente ed importante come quella di questo gruppo di giornalisti molto di pancia coinvolgendo e lasciando trasparire tutto il pane e salame che piace qui al Saloon, senza per questo cadere nella trappola della retorica e del buonismo - anche perchè, ma questa è cronaca, e attenzione allo spoiler eventuale, le cose non sono andate affatto bene per i nostri eroi di "60 minutes", storica trasmissione CBS -.
Inoltre, per quanto ormai sia lontana - fortunatamente - l'epoca di George W. Bush, e nella speranza che non se ne debba fronteggiare una di Donald Trump, è decisamente interessante seguire il percorso umano, professionale e legale che il team di Mary Mapes fu costretto ad intraprendere dopo aver messo nero su bianco - ed in televisione, alla portata del popolo americano, non dimentichiamolo - il passato da "imboscato" di Bush rispetto al servizio militare nel corso dei delicati anni del Vietnam, esempio di come e quanto - e non solo nel caso dell'ex Presidente USA - i privilegiati economici e sociali siano sempre riusciti - e, purtroppo, probabilmente sempre riusciranno - a salvare le chiappe alla facciazza di chi privilegiato non è neanche per sbaglio.
Interessanti, inoltre, anche le dinamiche interne del gruppo capitanato dalla Mapes e delle loro reazioni alle pressioni esercitate su di loro a seguito di quelle subite dalla CBS: dalla rabbia allo scoramento, dall'orgoglio ferito della stessa Mapes di fronte al padre alla delusione di Rather - anchorman leggendario nell'ambito del piccolo schermo statunitense - rispetto alle influenze sempre maggiori del Potere costituito a scapito della libertà di stampa, passando attraverso al legame costruito passo dopo passo tra il militare Charles e l'alternativo Mike Smith, tutto pare molto umano e senza dubbio in grado di stimolare una sensazione di partecipazione alla lotta di questi giornalisti nel pubblico, o almeno nella parte di pubblico che non riesce a tenere a bada la curiosità e la passione, la voglia di esprimersi e di sentirsi libero di farlo.
Non sarà raccontato in modo nuovo, originale o particolarmente potente, ma Truth è arrivato dritto al punto e lo ha fatto in modo naturale e sentito: per quanto mi riguarda, questo vale più di qualche acrobazia con la macchina da presa o trovata in termini di sceneggiatura, perchè colpisce il bersaglio grosso senza fronzoli o sotterfugi.
Dritto, tosto e coraggioso: un pò come Mary Mapes ed i suoi.




MrFord




"Se ho sbagliato un giorno ora capisco che 
l'ho pagata cara la verità,
io ti chiedo scusa, e sai perché?
Sta di casa qui la felicità."

Caterina Caselli - "Nessuno mi può giudicare" - 







mercoledì 28 ottobre 2015

Verità sepolte

Autore: Allen Eskens
Origine: USA
Anno: 2015
Editore: Neri Pozza





La trama (con parole mie): Joe Talbert è un universitario che affianca la vita al campus al lavoro come buttafuori nei pub, perseguitato dai conti da pagare ed oppresso dalla figura della madre alcolista che si "occupa" del fratello autistico Jeremy.
Quando, per portare a termine un compito del corso di inglese, decide di scrivere la biografia di Carl Iverson, ex detenuto scarcerato di recente perchè malato terminale di cancro residente in una casa di riposo, la sua vita cambia: il vecchio, infatti, ha passato trent'anni dietro le sbarre per l'omicidio di una quattordicenne risalente all'ormai lontano ottanta, ed anche in fase di processo pare non essersi neppure difeso.
Eppure, nel corso dei colloqui con lo stesso Iverson, Joe scopre che qualcosa non quadra, e a partire dai racconti dell'esperienza in Vietnam dell'uomo che ha di fronte, inizierà un'indagine destinata a ribaltare la sentenza espressa dalla corte anni prima.










Una delle più granitiche certezze del Saloon quando si parla di letture è l'importanza che il genere "morti ammazzati" ha guadagnato nel corso degli anni, soprattutto da quando la passione del sottoscritto per il crime novel e quella per il thriller di Julez si sono incontrate.
La scorsa estate, complici le ferie separati per questioni lavorative, in una delle giornate che mi vedevano pronto a correre in treno dal resto della tribù fordiana al mare, approfittai per portare un pò di rifornimento letterario alla stessa Julez ed al Fordino, e mentre quest'ultimo si dilettava con il libro delle ninne nanne degli animali con i loro suoni e versi vari, lei avrebbe potuto cimentarsi nella lettura di uno dei più pubblicizzati thriller degli ultimi mesi, questo Verità sepolte firmato da Allen Eskens, altro ex professionista del settore convertitosi alla scrittura.
Quando, al ritorno dalle vacanze, ci siamo dovuti giocare la ristampa italiana del secondo romanzo della saga di Harry Hole firmato da Nesbo, ho deciso di lasciare il nostro norvegese preferito a lei per provare sulla mia pelle Verità sepolte, che a detta di Julez non aveva brillato particolarmente pur risultando scorrevole: lettura alle spalle, non posso che confermare l'opinione della signora Ford, a fronte di un romanzo dal buon ritmo ma dalla trama e svolgimento decisamente troppo convenzionali per gli appassionati del genere.
La vicenda di Joe Talbert, legata alla verità sulla vita di Carl Iverson, infatti, presenta elementi molto comuni nel thriller, non regala alcun twist da mascella caduta - specialità del già citato Nesbo - e finisce per essere quasi frettolosa nella sua evoluzione: ad una prima parte, infatti, forse più lenta ma decisamente interessante incentrata sui dubbi legati alla possibile innocenza dello stesso Iverson e dei ricordi che quest'ultimo serba nel cuore degli anni trascorsi in Vietnam, si contrappone una seconda decisamente più veloce ed action ma poco incisiva, che rivela un colpevole telefonato fin dal principio ed una risoluzione che sta ai grandi thriller cinematografici come una serie tv di genere ma per famiglie.
Un pò come se, invece di osare con Se7en o Prisoners, ci accontentassimo di Cold Case.
Non voglio bistrattare troppo Joe, Lila e gli altri protagonisti della vicenda, o fingere che la lettura non mi abbia intrattenuto, ma senza dubbio il fatto che Eskens sia ancora acerbo si nota rispetto ai molti accenni di caratterizzazione o sviluppo che finiscono per non essere ripresi o addirittura abbandonati un capitolo dopo l'altro - Iverson viene fondamentalmente dimenticato nella seconda metà del libro, alcuni accenni ai problemi del passato di Lila vengono sfruttati solo come veicolo per dare inizio alla sua storia con Joe -, mentre alcune soluzioni finiscono per essere davvero troppo legate alle classiche chiusure da fiction - la parte finale, senza dubbio la più debole dell'intero lavoro -: un prodotto dunque buono per una lettura disimpegnata che rischia, di contro, di deludere e non poco gli appassionati di genere, perdendo nettamente il confronto - almeno per ora, considerato che è già stato annunciato il sequel - con mostri sacri al Saloon come, per l'appunto, Nesbo o Winslow.





MrFord





"I'm awake
it was a half bad dream
that was way too long
my whole life it seemed
than someone started digging me up
turned my headstone into dust."
Alkaline Trio - "Buried" - 





sabato 3 gennaio 2015

The killing - Stagione 1

Produzione: AMC
Origine: USA
Anno: 2011
Episodi: 13



La trama (con parole mie): a Seattle la detective Linden, una brutta separazione alle spalle ed un matrimonio che l'attende in California, è all'ultimo giorno di servizio, affiancata dal giovane ed instabile suo sostituto nell'incarico Holder, quando viene chiamata sulla scena di un crimine particolarmente efferato. Il corpo della liceale Rosie Larsen, infatti, è stato ritrovato nel bagagliaio di una macchina sprofondata nel cuore di Echo Park, uno dei rifugi per disperati della città. Al dramma dei genitori e all'inquietudine e agli sconvolgimenti che l'omicidio mette in moto, si aggiunge il desiderio di Linden di non partire senza aver prima risolto il caso: ma quello che poteva apparire come un gioco tra adolescenti finito nel peggiore dei modi rivelerà sfumature sempre più inquietanti, arrivando a coinvolgere perfino uno dei politici più in vista della città, nonchè principale avversario nella corsa per il municipio del sindaco giunto al termine del suo mandato.








Una delle passioni che, nonostante le diversità cinematografiche, ha unito me e Julez fin dai primi tempi della nostra convivenza è stata quella legata al filone "morti ammazzati", che dalle serie tv alla Letteratura, passando per la settima arte, è riuscito quasi sempre a metterci d'accordo: non troppo tempo fa, orfani della consueta visione annuale di Criminal Minds, la signora Ford ha finito per suggerire il recupero di alcuni titoli legati al genere che ci eravamo persi negli ultimi anni.
Se, però, esperimenti come quello di The Forgotten non si sono rivelati particolarmente azzeccati, con il soprendente The Killing - tratto da una serie danese ed adattato, tra gli altri, dal Nic Pizzolato di True Detective - non abbiamo avuto alcun dubbio, giungendo alla fine di questa più che ottima season d'esordio con l'acqua alla gola e l'hype già alle stelle per la seconda.
Con le dovute proporzioni, seguire le indagini dell'interessantissimo duo di detectives protagonisti formato da Linden e Holder - caratterizzati e scritti davvero alla grande - ed osservare le conseguenze devastanti che la morte della giovane Rosie Larsen finisce per esercitare a più livelli dalla sua famiglia ai suoi compagni di scuola, dal suo professore fino alle più alte cariche della politica cittadina costringendo tutte le persone coinvolte a confrontarsi con i propri scheletri nell'armadio ha finito per ricordarmi l'estate del duemiladieci, quando in Croazia accompagnai Julez nel corso della sua prima visione integrale di Twin Peaks: anche in quel caso il brutale omicidio di una ragazza considerata da tutti simbolo di bellezza ed innocenza e di fatto conosciuta davvero da nessuno divenne la scintilla in grado di scatenare un incendio pronto a segnare l'anima della città, senza risparmiare neppure l'agente incaricato di risolvere il mistero.
Linden e Holder, in questo senso, diventano interpreti di una caccia all'uomo pronta a cambiare più volte prospettiva nel corso dei tredici serratissimi episodi di questa prima stagione, finendo per essere tratti in inganno o ispirati nel percorrere la strada verso la soluzione - ? - del caso al pari dello spettatore, conducendolo per mano ad un finale da cardiopalma che lascia per la seconda stagione interrogativi ancora più grandi, di fatto prendendo una via che pare discostarsi, almeno per il momento, dal dolore che ha dilaniato la famiglia Larsen - terribile il confronto tra il padre di Rosie ed il professore sospettato, ed ancor di più l'escalation del rapporto tra i coniugi, separati di fatto dal momento della perdita della figlia -.
Senza dubbio, e considerata l'evoluzione e le energie impiegate dagli investigatori nel corso delle indagini una scelta come quella che chiude l'ultimo episodio potrebbe rivelarsi potenzialmente rischiosa in ottica futura e rispetto allo svolgimento della trama, eppure il prodotto finito funziona alla grande, e la speranza è che possa evolvere nel più convincente dei modi, continuando ad esplorare i dubbi, le luci e le ombre - soprattutto queste ultime - del selvaggio mondo in cui viviamo, e dal quale non potremo mai davvero e fino in fondo proteggere i nostri figli, per quanto ogni giorno ci si sforzi e si speri per il meglio.
E a volte, quando il vaso di Pandora umano viene scoperchiato, non resta che allargare le spalle e cercare di lottare quantomeno per limitare i danni, e non giungere alla fine del giorno quasi soffocati dalla sensazione non tanto di non avercela fatta, quanto di aver in qualche modo contribuito al disastro.
Come la disgraziata combinazione di scelte e coincidenze che hanno portato Rosie in quel bagagliaio, costretta ad una soffocante e lenta agonia.




MrFord




"Baby, I am a survivor
baby, I'm on fire
baby, I'm bout to creep up inside ya
getting high all day, drinking whiskey all night
flipping of the police when them tricks pass by
I'm that fool next door, always late with his rent
I'm that loser on the couch, watching Springer and getting head
dreaming about a better time, better place, better life
looking for that quick fix, and tweeking all night."
(HED) P. E. - "Killing time" -



giovedì 7 agosto 2014

The forgotten

Produzione: ABC
Origine: USA
Anno: 2009
Episodi: 17




La trama (con parole mie): Alex Donovan, ex poliziotto al quale è scomparsa una figlia che lo stesso si prospetta, prima o poi, di ritrovare, è a capo di una speciale unità di volontari che si occupano di ritrovare le identità perdute di tutti i cadaveri rinvenuti senza documenti e volti dalla polizia di Chicago. Supportato dalla detective ed ex collega Russell, Donovan scava nel passato delle vittime in modo da poter rendere possibile un loro riconoscimento ed un collegamento che possa dare ai parenti o agli amici una possibilità di salutare per l'ultima volta chi hanno perduto, spesso e volentieri smascherando anche colpevoli non rintracciati dalle forze dell'ordine.
I casi che il Forgotten Network - questo il nome del gruppo - affronterà toccheranno diverse realtà sociali e personali, rendendo possibile ad ogni membro un confronto con se stesso e con la realtà a volte clamorosamente triste di una metropoli moderna.








Negli ultimi anni la crescita qualitativa delle proposte per il piccolo schermo ha cambiato la geografia dei movimenti anche attoriali, portando molti nomi associati a blockbuster e successi al botteghino presenti e passati a confrontarsi anche con questa nuova - si fa per dire - realtà: terminato con successo l'esperimento di Cold Case, Jerry Bruckheimer ritenta la strada degli omicidi insoluti e delle piste fredde grazie all'apporto di uno dei volti più importanti di un certo Cinema alternativo soprattutto anni novanta, Christian Slater, caduto più o meno nel dimenticatoio con l'avvento del Nuovo Millennio.
Peccato che questo The Forgotten - che terminò anzitempo la sua corsa dopo una sola stagione, qualche anno fa - non sia riuscito sotto nessun aspetto a seguire le orme del suo per certi versi predecessore, dando vita ad una sorta di copia sbiadita del serial con protagonista la Detective Rush, privo del carattere - sia per quanto riguarda il prodotto che per i suoi protagonisti - e di quella scintilla necessaria a legare il pubblico in modo da assicurarsi un futuro anche commerciale.
La stessa idea di un gruppo di volontari che, in barba a lavoro e famiglia, riescono a trovare il tempo e le energie per seguire indagini con risultati migliori della polizia risulta poco credibile, senza contare che la scelta dei personaggi - esclusi il protagonista Alex Donovan e la sua spalla in polizia Russell - non ha contribuito per nulla al successo del prodotto: troppo sciapi sia in termini di caratterizzazione che attoriali, preda di una serie di scelte discutibili e cambi di rotta piuttosto forzati - si veda il rapporto tra Tyler e Candace, completamente dimenticato negli ultimi episodi -.
Come se non bastasse, le trame hanno ricordato agli occupanti di casa Ford quei fumetti italiani dalla struttura sempre identica che episodio dopo episodio forniscono casi che già in partenza si sa che i protagonisti risolveranno senza neppure sudarci troppo: addirittura in tre o quattro occasioni, Julez ha sfoderato la detective che è in lei dei tempi migliori azzeccando il colpevole dell'omicidio di turno alla prima scena.
Una mezza delusione, dunque, considerato che qui al Saloon ci si aspetta sempre un certo tipo di risultato quando si tratta l'argomento morti ammazzati, ma ad un tempo nulla che possa davvero solleticare le bottigliate, o che meriti un giudizio severo e massacrante.
In fin dei conti, si tratta di un prodotto mediocre che perfino il pubblico occasionale ha finito per snobbare sancendone la prematura fine, e che non avrebbe mai e poi mai avuto le caratteristiche necessarie per imporsi in un panorama che porta nelle case degli spettatori cose di un livello decisamente più alto - dal già citato Cold Case a Criminal minds, senza contare gli innumerevoli seppur dal sottoscritto snobbati CSI -: peccato per Slater, che prosegue nella sua striscia negativa e, di fatto, non cambia di una virgola il suo personaggio pseudo maledetto portato sulle spalle fin dai tempi della giovinezza.
Neppure l'inserimento della vecchia conoscenza dei fan di 24 Elisha Cuthbert riesce nell'impresa di risollevare l'asticella dell'attenzione rispetto ad un prodotto davvero noiosetto, che neppure la visione nel corso di pranzi e cene come sottofondo è riuscita a rendere più scorrevole qui dalle parti di casa Ford, senza contare che la mancanza di una sigla effettiva, ha privato anche il Fordino di un balletto da associare al titolo.
Un tentativo, dunque, sicuramente fallimentare di esplorare nuovi aspetti di un genere come il noir da sempre amato da queste parti, non nocivo o terribile ma decisamente innocuo: e quando si parla di un prodotto da legarsi al thriller, sono sempre termini che si preferirebbe non usare mai.




MrFord




"From the top to the bottom
bottom to top I stop
at the core I’ve forgotten
in the middle of my thoughts
taken far from my safety
the picture is there
the memory won’t escape me
but why should I care."
Linkin Park - "Forgotten" - 




 

sabato 22 dicembre 2012

Sinister

Regia: Scott Derrickson
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 110'




La trama (con parole mie): Ellison Oswalt è uno scrittore di romanzi catalogati come "true crime", ovvero indagini su crimini ancora aperti o irrisolti svolte dallo stesso autore e rese best sellers di successo. I tempi della sua ultima, vera, scalata alle classifiche, però, sono ormai distanti dieci anni, ed Oswalt comincia a sentirsi alle strette, e più che l'aspetto economico o il benessere di sua moglie o dei figli, avverte la morsa della mancanza del brivido che solo il successo può dare.
Decide così di dedicarsi al misterioso caso di una famiglia trovata impiccata ad un albero: un massacro che pare aver risparmiato la piccola Stephanie, che risulta ancora scomparsa.
Lo scrittore, all'insaputa della compagna, acquista proprio la casa nel cortile della quale avvennero i fatti, che già dai primi giorni del trasloco pare avere un'influenza negativa non soltanto su di lui, ma anche sui suoi due bambini: a complicare le cose si mette il ritrovamento da parte dell'uomo di una misteriosa scatola in soffitta che contiene filmini amatoriali riferiti agli omicidi di cinque famiglie a partire dal 1966, che indicano per ogni scena del crimine la scomparsa di un bambino e la presenza sui luoghi dei delitti di uno strano simbolo e di un personaggio altrettanto inquietante.





Sinister è giunto praticamente per caso nell'hard disk sempre zeppo di titoli di casa Ford, pescato a caso nel grande mare dei film sottotitolati ancora senza una data di uscita italiana: pensare ad Ethan Hawke - uno dei sex symbol alternativi degli anni novanta - nel pieno di un horror diretto dal regista dei ben poco memorabili The exorcism of Emily Rose e Ultimatum alla Terra - pessimo remake dell'omonimo Classico di fantascienza - non mi faceva presagire nulla di buono se non una cascata di bottigliate pronte a colpire.
E invece salta fuori che non solo Sinister funziona, inquieta e spaventa come un film di questo genere dovrebbe sempre fare, ma riesce addirittura a non traballare troppo dal punto di vista della logica e portare a casa un risultato assolutamente insperato date le carte che potevo supporre avesse da giocarsi.
Non c'è nulla di troppo nuovo, nella sceneggiatura tra l'altro firmata anche dal regista, dagli ormai classici bambini spaventosi fino agli omaggi a pietre miliari dell'horror come Shining e L'esorcista con una strizzata d'occhio a cose più recenti come Il sesto senso, senza contare i riferimenti a Stephen King - l'autore letterario horror per eccellenza, citato non solo in qualche modo grazie alla professione del protagonista, ma dal protagonista stesso con il suo riferimento a Cujo -, eppure gli ingranaggi girano neanche fossero stati appena oliati, Ethan Hawke sfodera un'ottima interpretazione - che permette al regista di costruire praticamente l'intera pellicola su di lui, da solo in scena per la quasi totalità del tempo -, non mancano i momenti da salto sul divano e tutto il disegno non crolla neppure quando avviene, di fatto, il passaggio tra realtà e sovrannaturale.
Quello che, infatti, parte come un'indagine - tra l'altro molto inquietante - su una serie di omicidi terrificanti che ricordano quelli del Dragone rosso in Manhunter - pellicola memorabile firmata Michael Mann, sorella maggiore di quello che sarebbe stato Il silenzio degli innocenti - e portano una firma che fa tornare alla mente L'occhio che uccide - l'utilizzo del super 8 a testimonianza degli omicidi -, riesce appena ad indurre nel pubblico l'ipotesi che dietro le mattanze sulle quali indaga Oswalt si celi un serial killer - o una setta - prima di cambiare completamente strada avventurandosi sul sentiero oltre i confini del mondo come noi lo conosciamo, pratica normalmente molto rischiosa per ogni horror che voglia mantenere almeno una parvenza di dignità cinematografica.
Io per primo ammetto di avere storto il naso di fronte all'evidenza di una scelta che, quasi a metà pellicola, ribaltava di fatto il punto di vista rischiando di mandare tutto a monte, compreso il buon carico di tensione accumulato fino a quel momento: invece - e va dato tutto il merito a Derrickson - lo stile di ripresa e l'evolversi della vicenda, pur non risultando rivoluzionari riescono a catturare praticamente da zero per la seconda volta l'attenzione dello spettatore portando in scena un racconto per nulla scontato, dal climax insolito per il genere - davvero ottimo il finale, uno dei migliori degli ultimi anni di horror - e rappresentato da un "uomo nero" da fare invidia al Carpenter dei giorni migliori, un demone legato alla Storia antica che "seduce" dalla prima apparizione per "look" ed apparenza - una sorta di incrocio tra il trucco dei Misfits e le maschere degli Slipknot, dunque una porta aperta che non c'era affatto bisogno di sfondare, con il sottoscritto, per prendere punti - e chiude alla grandissima un crescendo decisamente ben riuscito.
Contribuisce al buon risultato finale anche la colonna sonora - anche se sarebbe più il caso di parlare di effetti -, creepy e disturbante come non mi capitava di sentirne da tempo, ed un'atmosfera in grado di rendere la consueta casa infestata o pseudo tale nel teatro per l'incontro tra una realtà inquietante ed un incubo pronto a realizzarsi nella sua interezza, e che non lascerà nulla e nessuno libero di sperare di avere scampo.
Senza dubbio, dunque, ed assolutamente a sorpresa, una delle migliori proposte del genere non solo di questo 2012 ormai giunto alla conclusione, ma addirittura delle ultime stagioni cinematografiche: in un momento di gravissima crisi dell'horror, roba come questa dobbiamo tenercela stretta e non mollarla neanche per scherzo.
Anche se dovesse tramutare in un vero incubo la già abbastanza inquietante realtà.


MrFord


"We have made the present obsolete
what do you want? What do you need?
We'll find a way
When all hope is gone."
Slipknot - "All hope is gone" -



domenica 11 novembre 2012

Memento

Regia: Christopher Nolan
Origine: USA
Anno: 2000
Durata:
113'




La trama (con parole mie): l'ex investigatore Leonard Shelby vive da tempo in un incubo. 
Aggredito in casa da un uomo che ha stuprato ed ucciso sua moglie, a seguito del trauma ha riportato danni irreparabili alla memoria: nel corso dell'indagine che dovrebbe portarlo ad individuare il colpevole, comincia così a tatuare sul suo corpo tutte le tracce raccolte, costruendo un mosaico di indicazioni che possano ricordargli chi è e quale sia la sua missione ad ogni risveglio, sfruttando una Polaroid per memorizzare chi sono le persone con cui ha quotidianamente a che fare.
Quando Gammell e Natalie entrano nella sua vita, l'indagine di Shelby ha una svolta: pare, infatti, che l'uomo sappia qualcosa a proposito dell'identità dell'assassino della moglie di Leonard, e sia disposto ad aiutarlo.
Questo sempre che Gammell non sia in realtà lo stesso killer, come sostiene Natalie, pronta a tutto perchè il fu detective elimini l'uomo che lo sta aiutando.




C'era una volta un giovane regista made in UK reduce da un esordio forse un pò troppo presuntuoso ma decisamente valido - Following, per l'esattezza, una sorta di incontro tra il primo Kubrick e Cassavetes con meno carisma e tanta voglia di uscire dal guscio -.
Questo giovane regista, Christopher Nolan, che soltanto qualche anno dopo avrebbe stupito il mondo con giochi di prestigio ed architetture della mente, trovò la sua opportunità grazie ad una produzione che si tradusse in un mix con le potenzialità del blockbuster a tutta la magia del Cinema d'autore: così nacque Memento, una delle pellicole di nicchia di maggior successo del nuovo millennio, indubbio cult costruito anche grazie al passaparola di appassionati entusiasti che, lo ricordo bene, mi travolse fino ad aumentare le mie aspettative a livelli che non percepivo dai tempi del primo Tarantino.
Era piena estate, quando per la prima volta inserii nel lettore dvd questo film, che sarebbe diventato uno dei classici fordiani del periodo: ero appena tornato da Madrid, avevo ancora un solo tattoo e dopo anni di capello lungo mi ero lanciato in una variante blanda del mohawk di Taxi driver.
Fin dalla prima sequenza venni travolto dall'idea certamente spocchiosa eppure vincente del buon Chris: strutturare una pellicola basata interamente sulla memoria che dalla fine portasse lo spettatore fino all'inizio fu una novità assoluta, per il sottoscritto, in grado di trasmettere la sensazione di smarrimento del suo protagonista, costretto a vivere basandosi sugli indizi trasposti in tatuaggi ed indicazioni tracciate a penna su Polaroid scattate per non perdere troppo in fretta l'istante propizio.
In particolare, ricordo che a quella visione - così come ad ognuna delle successive - rimasi particolarmente colpito da una sequenza apparentemente non così fondamentale nell'economia della storia, o quantomeno decisamente meno ricorrente nelle citazioni dei fan della pellicola: Shelby e Natalie - una mai così affascinante Carrie Ann Moss - hanno un litigio argomentando a proposito della colpevolezza di Gammell e sulla portata della sua minaccia, quando la donna arriva a stuzzicare il protagonista a tal punto da scatenare in lui la rabbia necessaria per colpirla in pieno viso.
Uscita di casa, Natalie bussa alla porta di Leonard pochi istanti dopo, con il volto tumefatto: quando Leonard chiede spiegazioni, la risposta è quasi automatica. Il colpevole dell'aggressione è proprio Gammell.
L'impatto che quella scena in particolare ebbe sul sottoscritto fu devastante, quasi il valore della memoria fosse di colpo evidente ai miei occhi, a braccetto con le manipolazioni che la stessa potrebbe prestare ad un qualsiasi individuo entrato nella nostra vita e pronto ad approfittarsene.
In parallelo, straziante è la vicenda dei Jenkins, sfruttata per dare un'ulteriore dimensione al trauma al quale Shelby deve rendere conto ogni giorno: l'iniezione di insulina ripetuta fino alla morte è una pagina commovente e terribile al contempo del film che liberò, di fatto, l'estro di Nolan consegnandolo allo stardom hollywoodiano quasi fosse un monito di quello che sarebbe accaduto con pietre miliari quali The prestige o Inception.
Ancora oggi, a distanza di anni, dopo averlo visto più volte nella sua versione ufficiale ed in quella ricostruita seguendo il corretto svolgimento temporale, provo sempre un certo turbamento, di fronte alle immagini di questo film: mi ricordano un antico detto greco, "l'immortalità sta nel ricordo di chi ci ha amati".
Penso a quando, la mattina, mi alzo sapendo che andrò in bagno, poi ad allenarmi, e dunque al lavoro.
E a chi ho accanto.
E ricordo le volte in cui, dopo una qualche sbronza colossale, il giorno dopo aprivo gli occhi con la sensazione di non sapere dove mi trovassi, o come ci fossi arrivato.
Fortunatamente i molti tatuaggi che ho accumulato sul corpo dai giorni di quella prima visione non devono - ancora - ricordarmi chi sono.
Ma soltanto il mio viaggio fino ad ora.


MrFord


"Where'd you park the car?
Where'd you park the car?
Clothes are all over the furniture
and I might as well
I might as well
sleepy jack the fire drill
run around around around around around.."
Radiohead - "Amnesiac/Morning bell" -


sabato 27 ottobre 2012

Cold Case - Stagione 7

Produzione: CBS
Origine: USA
Anno: 2010
Episodi: 22




La trama (con parole mie):  i detectives della sezione delitti irrisolti della Omicidi di Philadelphia stanno attraversando un periodo complicato. 
Lily Rush, storica investigatrice del gruppo, è in apprensione per un sospettato che alla fine della stagione precedente tentò di ucciderla rimesso in libertà da un giudice connivente, Scottie Valens scopre che sua madre nasconde un segreto, Nick Vera accusa problemi di salute che cerca di nascondere ai colleghi, Kat Miller deve fronteggiare il ritorno del padre di sua figlia, mentre Will Jeffries ed il capo del gruppo John Stillman dovranno fare i conti con i giochi di potere del nuovo Capo della Polizia.
Accanto alle loro vicende personali, i consueti casi che sono chiamati a risolvere, e che faranno tornare indietro fino ai tempi della Seconda Guerra Mondiale o a situazioni risalenti ad un paio d'anni prima.





E così, una delle prime serie che fecero capolino in casa Ford quando io e Julez andammo a vivere insieme è giunta alla conclusione.
Dovrebbe esserci almeno un pò di malinconia, a condire situazioni come questa - penso al vuoto lasciato dall'ultimo episodio di Lost, forse la serie più importante della mia vita, o alle lacrime spese per la chiusura incredibile di Six feet under -, e invece il serial che ha portato sui nostri schermi Lily Rush e i suoi colleghi ci ha salutato senza colpo ferire: in fondo, pur essendo un prodotto molto ben confezionato, occorre infatti ammettere la natura di intrattenimento puro e semplice che ha sempre mantenuto, stagione dopo stagione, arrivando addirittura quasi ad annoiare, lo scorso anno.
Curioso quanto, in questo senso, l'annata di chiusura sia stata decisamente superiore alle due che l'hanno preceduta, dando uno spazio ben maggiore all'approfondimento delle vicende personali dei protagonisti, forse l'aspetto che più era mancato a questo titolo fin dal principio.
In particolare, le vicissitudini ed il vacillare della Rush e le azioni di Valens per vendicare la madre - una cosa che avrebbe fatto sfregare le mani a Vic Mackie e alla sua Squadra d'assalto in The Shield - sono riuscite a dare quel pizzico di brivido in più ad una serie che, effettivamente, ormai aveva poco da dire perfino in quello che è stato uno dei suoi punti di forza da sempre, ovvero l'utilizzo di una colonna sonora spesso e volentieri memorabile.
Anche gli stessi casi affrontati dagli investigatori trovano una certa riscossa, quasi una risposta alla prevedibilità proposta con il passare del tempo - ricordo che, in tutta la sesta tornata, Julez mancò il colpevole solo in un'occasione, a volte centrandolo dopo tre o quattro minuti di visione -, finendo per proporre alternative nuove al consueto plot omicidio-sospettati-soluzione, ed inserendo episodi di concorsi di colpa ed addirittura un suicida ed un serial killer.
Probabilmente, però, nonostante la ripresa, effettivamente Cold case non aveva più molto da aggiungere al saturo panorama del piccolo schermo - nonostante io l'abbia sempre ritenuto migliore del commercialissimo CSI, ed il fratellino ufficiale di Criminal minds -, e a conti fatti trovo sia stato giusto porre la parola fine sulle vicende della squadra omicidi irrisolti di Philadelphia: buona, comunque, l'idea di giocarsi la carta di un possibile passaggio di Lily all'FBI - cosa che aprirebbe le porte ad uno spin off ambientato in tutti gli States -, mentre meno azzeccata la scelta del finale completamente aperto tipico dei titoli chiusi anzitempo - ricordo gli indecenti finali di Dirty, sexy, money e Flashforward, giusto per citarne un paio -.
Tra gli episodi, posso dire di essere rimasto colpito da quello ambientato nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, incentrato sulle figure delle prime donne aviatrici, e quello legato al mondo del circo, con una soundtrack d'eccezione tutta legata ai pezzi dei Doors ed un duo di protagonisti mitici, che i vecchi fan di Twin Peaks potranno riconoscere nel nano che parlava al contrario e nel gigante dei sogni di Cooper.
Il resto scivola via con piacere, come sempre, e merita senza dubbio, dopo tanti anni, tutto il mio apprezzamento ed anche un certo affetto che, nonostante la mancanza di un "vuoto" legato alla sua conclusione, si è consolidato per le storie raccontate da un prodotto solido ed affidabile, in grado di soddisfare i fan delle crime stories così come il pubblico occasionale come uno di quegli albi a fumetti che, anche dopo anni, continuano ad essere sfogliati con piacere da chi li ha conosciuti da vicino, e che poi finisce inevitabilmente per consigliarli ad amici, figli, colleghi e quant'altro.
In questo senso, Cold case ha fatto la sua storia, e l'ha conclusa a testa alta.
Dovesse ricapitarmi di trovarlo in tv - le poche volte che la guardo - o, un giorno, di fare il nostalgico come fanno ora i fan del Tenente Colombo con il fordino che starà crescendo, di certo non mi tirerò indietro all'idea di concedergli ancora uno sguardo.
In fondo, anche i casi più "freddi" non restano tali per sempre.



MrFord



"Shattered, shattered
love and hope and sex and dreams
are still surviving on the street
look at me, I'm in tatters!
I'm a shattered
shattered."
The Rolling Stones - "Shattered" -


 
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