Ricordo bene i tempi del processo a O. J. Simpson.
Correva la metà degli anni novanta, ero ai primi anni di superiori - forse i peggiori della mia vita, da molti punti di vista - anche se ero ancora legato a quelli delle medie tra amici di vecchia data, giochi di ruolo e fumetti, ignoravo i grandi fenomeni di massa che avevano colpito i miei compagni di classe - le morti di Cobain e Senna su tutti - ed amavo il Cinema soltanto in quanto grande macchina d'intrattenimento.
In questo senso, avevo una certa familiarità con il personaggio di O. J. Simpson, che mi ero gustato - divertendomi come un pazzo - nel primo film della serie di Una pallottola spuntata, e sapevo essere stato una grandissima star del football che conoscevo solo superficialmente dal punto di vista sportivo un pò perchè legato ad un'epoca trascorsa ed un pò perchè quelli erano gli anni di Dan Marino e dei suoi Miami Dolphins, che occupavano, parlando di uno degli sport nazionali americani, completamente il mio cuore di semi-appassionato.
Il processo ad O. J., però, fece talmente tanto scalpore da passare anche sulle nostre televisioni, sia per la sua rilevanza mediatica, sia per l'apparentemente clamorosa colpevolezza smentita grazie ad una tattica geniale portata avanti dalla Difesa ed alcuni errori commessi dall'Accusa.
Ai tempi non avevo seguito il processo nel dettaglio, ma raccolsi e registrai la notizia del suo verdetto, senza pormi altre domande se non quelle riguardanti il destino di O. J, che comunque avrebbe confermato la sua inclinazione al crimine negli anni successivi.
All'uscita di American Crime Story, portato sugli schermi dalla stessa "premiata ditta" di American Horror Story, serie che ormai ho felicemente abbandonato, sono stato molto curioso all'idea di imbarcarmi in un viaggio nel passato recente che potesse, in qualche modo, ricordare al sottoscritto anche un periodo della sua vita ben preciso, senza contare che le recensioni in alcuni casi entusiastiche avevano senza dubbio alimentato l'hype per questa produzione: il risultato è stato senza dubbio positivo, soprattutto per quanto riguarda la ricostruzione e la rappresentazione organizzata da Falchuck e Murphy così come da un cast incredibilmente in parte, una riflessione sul sistema giuridico "spettacolare" americano e sui risvolti dello stesso che, come già citato nella recente recensione dedicata a The night of pare puntare più sulla validità della storia che si racconta alla Giuria che non sulla Verità e sulla Legge.
In questo senso, il confronto tra il "Dream Team" in difesa di O. J. ed i due avvocati dell'accusa, umani ed imperfetti - bravissima come sempre Sarah Paulson, una sorpresa Sterling K. Brown - è reso pressochè alla perfezione, così come l'isteria sociale che il caso di O. J. portò ai tempi, anche a causa delle tensioni razziali che sconvolgevano Los Angeles fin dall'eclatante caso di Rodney King.
Una produzione congeniata alla perfezione, ben orchestrata ed incentrata non tanto sul decisamente poco sopportabile - colpevole oppure no - Simpson, quanto sull'istrionico ed ancor meno sopportabile Cochran, l'influenzabile giudice Ito ed i due paladini decisamente poco infallibili della Difesa, costretti a dover combattere non solo con i loro avversari in aula, ma con una società che pareva vedere in loro dei persecutori, e che nel caso di Marcia Clark ha mostrato la stessa ignoranza celata nel razzismo convertita, però, al sessismo.
Un gran prodotto, che perde il confronto con il già citato - e per certi versi gemello - The night of solo dal punto di vista emotivo, rimanendo, infatti, nonostante tutto piuttosto distante dal coinvolgimento "di cuore" del pubblico, forse perchè legato ad una cronaca della quale si conoscono tutti i fatti.
Complimenti, comunque, a Falchuck e Murphy, e se al prossimo capitolo di quella che dovrebbe diventare una serie antologica dovessi trovare anche la scintilla dell'emozione e non solo quella della tecnica, potrei davvero finire per far scalare loro vette anche più alte.
MrFord