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sabato 17 dicembre 2016

American Crime Story - The People VS O. J. Simpson (FX, USA, 2016)





Ricordo bene i tempi del processo a O. J. Simpson.
Correva la metà degli anni novanta, ero ai primi anni di superiori - forse i peggiori della mia vita, da molti punti di vista - anche se ero ancora legato a quelli delle medie tra amici di vecchia data, giochi di ruolo e fumetti, ignoravo i grandi fenomeni di massa che avevano colpito i miei compagni di classe - le morti di Cobain e Senna su tutti - ed amavo il Cinema soltanto in quanto grande macchina d'intrattenimento.
In questo senso, avevo una certa familiarità con il personaggio di O. J. Simpson, che mi ero gustato - divertendomi come un pazzo - nel primo film della serie di Una pallottola spuntata, e sapevo essere stato una grandissima star del football che conoscevo solo superficialmente dal punto di vista sportivo un pò perchè legato ad un'epoca trascorsa ed un pò perchè quelli erano gli anni di Dan Marino e dei suoi Miami Dolphins, che occupavano, parlando di uno degli sport nazionali americani, completamente il mio cuore di semi-appassionato.
Il processo ad O. J., però, fece talmente tanto scalpore da passare anche sulle nostre televisioni, sia per la sua rilevanza mediatica, sia per l'apparentemente clamorosa colpevolezza smentita grazie ad una tattica geniale portata avanti dalla Difesa ed alcuni errori commessi dall'Accusa.
Ai tempi non avevo seguito il processo nel dettaglio, ma raccolsi e registrai la notizia del suo verdetto, senza pormi altre domande se non quelle riguardanti il destino di O. J, che comunque avrebbe confermato la sua inclinazione al crimine negli anni successivi.
All'uscita di American Crime Story, portato sugli schermi dalla stessa "premiata ditta" di American Horror Story, serie che ormai ho felicemente abbandonato, sono stato molto curioso all'idea di imbarcarmi in un viaggio nel passato recente che potesse, in qualche modo, ricordare al sottoscritto anche un periodo della sua vita ben preciso, senza contare che le recensioni in alcuni casi entusiastiche avevano senza dubbio alimentato l'hype per questa produzione: il risultato è stato senza dubbio positivo, soprattutto per quanto riguarda la ricostruzione e la rappresentazione organizzata da Falchuck e Murphy così come da un cast incredibilmente in parte, una riflessione sul sistema giuridico "spettacolare" americano e sui risvolti dello stesso che, come già citato nella recente recensione dedicata a The night of pare puntare più sulla validità della storia che si racconta alla Giuria che non sulla Verità e sulla Legge.
In questo senso, il confronto tra il "Dream Team" in difesa di O. J. ed i due avvocati dell'accusa, umani ed imperfetti - bravissima come sempre Sarah Paulson, una sorpresa Sterling K. Brown - è reso pressochè alla perfezione, così come l'isteria sociale che il caso di O. J. portò ai tempi, anche a causa delle tensioni razziali che sconvolgevano Los Angeles fin dall'eclatante caso di Rodney King.
Una produzione congeniata alla perfezione, ben orchestrata ed incentrata non tanto sul decisamente poco sopportabile - colpevole oppure no - Simpson, quanto sull'istrionico ed ancor meno sopportabile Cochran, l'influenzabile giudice Ito ed i due paladini decisamente poco infallibili della Difesa, costretti a dover combattere non solo con i loro avversari in aula, ma con una società che pareva vedere in loro dei persecutori, e che nel caso di Marcia Clark ha mostrato la stessa ignoranza celata nel razzismo convertita, però, al sessismo.
Un gran prodotto, che perde il confronto con il già citato - e per certi versi gemello - The night of solo dal punto di vista emotivo, rimanendo, infatti, nonostante tutto piuttosto distante dal coinvolgimento "di cuore" del pubblico, forse perchè legato ad una cronaca della quale si conoscono tutti i fatti.
Complimenti, comunque, a Falchuck e Murphy, e se al prossimo capitolo di quella che dovrebbe diventare una serie antologica dovessi trovare anche la scintilla dell'emozione e non solo quella della tecnica, potrei davvero finire per far scalare loro vette anche più alte.




MrFord




venerdì 14 marzo 2014

The butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca

Regia: Lee Daniels
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 132'





La trama (con parole mie): Cecil Gaines, cresciuto tra le piantagioni segnate dalle ingiustizie negli anni venti, attraversa quasi un secolo di Storia americana prestando servizio come maggiordomo alla Casa Bianca, in equilibrio tra Presidenti ed amministrazioni dal piglio a volte assolutamente agli antipodi e la crescita dei due figli, provando sulla pelle non solo il percorso del movimento dei Diritti civili ma anche le speranze degli anni cinquanta, la rottura dei sessanta, la morte di Kennedy, il Vietnam, l'altro lato della medaglia durante l'amministrazione Reagan e, per finire, ormai vecchio, l'elezione di Obama.
Il pubblico si mescola al privato quando la neutralità per professione di Cecil verrà messa a dura prova dal rapporto con la moglie e specialmente con il figlio maggiore Louis, fin dai tempi dell'Università affiliato ai movimenti più estremi legati alla lotta affinchè gli afroamericani potessero finalmente ottenere gli stessi diritti dei bianchi.







Passata la consueta ed annuale sbornia da Oscar, ed approcciato The butler con un discreto ritardo rispetto alle uscite in sala, mi sono chiesto come possa essere stato possibile che, a rappresentare il classico stile all'ammmeregana di grana grossa fosse Capitan Findus, piuttosto che questo drammone firmato da Lee Daniels, regista afroamericano che già non aveva convinto il sottoscritto ai tempi di Precious.
The butler, infatti, porta in dote quelli che sono tutti i valori - in positivo e in negativo - che di norma richiede l'Academy, rappresentando di fatto il classico filmone hollywoodiano in grado di unire impegno civile e lacrima facile cercando di apparire decisamente più autoriale di quanto non sia in realtà: forse la presenza del ben più solido 12 anni schiavo - in più di un senso legato a questo film - ha finito per penalizzare il lavoro di Daniels, che pure, con tutti i suoi limiti, non avrebbe sfigurato tra i candidati, soprattutto se paragonato alle già citate avventure in mare aperto di Tom Hanks o anche al sopravvalutato Gravity.
Devo dire, infatti, di essere uscito dalla visione decisamente più sorpreso in positivo che non in negativo - come mi aspettavo -, e di non aver avuto particolari istinti bottigliatori osservando il ritratto degli States in black visti attraverso gli occhi del Cecil Gaines di Forest Whitaker - che sfodera, tra le altre cose, una signora interpretazione - neppure nei suoi momenti più retorici o negli spot pro-Obama da piena campagna elettorale fuori tempo massimo del finale, godendomi questa pellicola per quello che è, ovvero il più classico dei classici blockbuster sociali che tanto piacciono ai nostri cugini a stelle e strisce, specie quando si tratta di lavarsi la coscienza da porcate di più o meno grosso calibro - e la storia dei conflitti razziali trabocca delle suddette, dagli episodi di Selma, in Alabama, citati anche nella splendida Eve of destruction di Barry McGuire, alle morti di Malcolm X e Kennedy -.
Del resto, la confezione è ottima - pur se oltremodo patinata -, la sceneggiatura regge - nonostante alcune parti ed amministrazioni siano soltanto sfiorate e perdano dunque di fascino - ed il cast conferma di essere da grandi occasioni, a partire dal protagonista passando per sorprese in positivo - Lenny Kravitz, sempre più lanciato nella sua nuova veste di attore -, conferme - ottimo Alan Rickman nel ruolo di Reagan, il più interessante tra i Presidenti portati sullo schermo - e piccoli piaceri - Yaya Alafia, che fa passare in secondo piano le questioni prettamente tecniche della recitazione -: la cosa migliore, comunque, del lavoro di Daniels resta l'analisi del rapporto tra Cecil e suo figlio Louis, in grado di mostrare il conflitto di due generazioni vissute in epoche decisamente diverse ed il loro modo di reagire di fronte ad un problema che tocca entrambe.
In questo senso, il passaggio migliore della visione lo riserva il confronto nel corso della cena che vede Cecil scoprire l'emancipazione della donna del figlio e l'affiliazione dello stesso alle neonate Black Panthers, in completa opposizione rispetto al regime di silenzio e tacito accordo per la sopravvivenza che, di fatto, lui stesso ha mantenuto per tutta la vita, che si trattasse della sua professione o del rapporto con i bianchi in generale: è interessante così notare lo scontro tra la passione tipica della giovinezza e l'importanza del sacrificio della maturità, pronte a darsi battaglia per poi avvicinarsi con il passare del Tempo, fino ad arrivare ad una comunione d'intenti insperata in grado di superare anche grandi drammi - il destino del figlio minore di Cecil -.
Non saremo di fronte, certo, al film dell'anno, o a qualcosa che si discosti dal più scontato dei melodrammi made in USA, eppure tutto funziona, e seppur lontano da cose più riuscite come The help, anche The butler porta a casa la pagnotta con mestiere ed un pizzico di furbizia, e si lascia guardare dando il suo contributo rispetto alla memoria di eventi che sarebbe decisamente meglio per tutti non si ripetessero in futuro, nonostante ciò che i detti sanciscono a proposito della Storia.




MrFord




"Mother, mother (hoo-ooo)
there's too many of you crying
brother, brother, brother (hoo-ooo)
there's far too many of you dying
you know we've got to find a way
to bring some lovin' here today
(God don't feel your lovin' today)
yeah."
Marvin Gaye - "What's going on" - 




sabato 15 giugno 2013

Jerry Maguire

Regia: Cameron Crowe
Origine: USA
Anno: 1996
Durata: 139'




La trama (con parole mie): Jerry Maguire è un procuratore sportivo, un uomo in carriera, uno squalo nonchè uno dei migliori nel suo campo. Quando un episodio apparentemente insignificante lo porta ad una crisi di coscienza e alla stesura di un manifesto programmatico in cui si chiede se non sia il caso di cambiare l'approccio rispetto ai clienti considerando un nuovo corso più umano e meno legato al denaro si ritrova licenziato dalla sua agenzia e privato di quasi tutti i nomi della sua agenda, spinti a rimanere dove sono principalmente per l'incertezza che ora trasmette loro l'ex pilastro Maguire, che per non farsi mancare nulla finisce per farsi mollare anche dalla sua promessa sposa.
Gli unici a rimanergli accanto saranno un'impiegata giovane e sognatrice con un figlio a carico, Dorothy, ed il giocatore di football a fine carriera Rod Tidwell, in cerca di un ultimo e lucrativo contratto che possa garantire un futuro a lui e alla sua famiglia: proprio da loro partirà la riscossa di Jerry, che da macchina da soldi imparerà sulla pelle il significato dell'umanità sul lavoro.





Mi pare già di vedere il Cannibale strabuzzare gli occhi, nonostante oggi si parli di un regista che anche lui apprezza come Cameron Crowe: un film a tematica sportiva con un Tom Cruise gigioneggiante a livelli mai registrati prima con una colonna sonora old school e tanta buona e sana retorica a stelle e strisce, praticamente un incubo quasi peggiore di una serata alcolica con il sottoscritto, un film con Van Damme o un disco di Kid Rock ascoltato a ripetizione per un giorno intero.
In realtà Jerry Maguire è senza dubbio uno dei guilty pleasures più smaccatamente ammmeregani che abbia mai avuto, un titolo che mi piace sempre rispolverare e al quale non dico mai di no se nel corso di una delle rare scorribande di zapping del sottoscritto capita di incrociarlo alla tv: proprio a seguito di una di esse ho sfruttato l'occasione per rinfrescare la memoria di Julez in merito, godendomelo come la prima volta dalla parabola prima discendente e poi ascendente - almeno per quanto riguarda il lato umano - del protagonista all'impagabile Rod Tidwell di Cuba Gooding Jr., che con questa interpretazione conquistò l'Oscar come migliore attore non protagonista, dal mitico Ray, figlio della sognatrice Dorothy pronta a sostenere fin dal principio la crisi di coscienza di Jerry al più classico dei climax strappalacrime da blockbuster hollywoodiano per famiglie.
Il merito di questo risultato - idolo fordiano Cruise a parte - è senza dubbio da attribuire al regista, che riesce a dare un'impronta fresca ed onesta ad una materia che, in mano a qualche mestierante del settore senza arte ne parte avrebbe prodotto una di quelle robacce melense che avrei bottigliato senza pietà, e che al contrario mi ritrovo ad elogiare proprio per il suo essere, in qualche modo, molto pane e salame nel raccontare una vicenda di riscatto in linea con la filosofia dell'american dream ma ugualmente pulita, lineare e piacevole.
In una cornice profondamente anni novanta, assistiamo dunque alla caduta del procuratore sportivo in crisi di coscienza Jerry Maguire, che rigettati i precetti di una società ormai basata esclusivamente sullo sfruttamento dei clienti - sportivi di alto livello - e sul denaro che pare non essersi svestita dei panni da squalo degli eighties degli yuppies si ritrova con il culo per terra a dover ricominciare da zero trasformando in fatti le belle parole che, in un delirio da post sbronza a seguito di un episodio che altri avrebbero considerato marginale, ha inserito in un manifesto programmatico che gli è costato, di fatto, il licenziamento.
Ogni spettatore ben sa come andrà a finire la storia - in fondo questo genere di pellicole hanno una sola direzione, costruita sulla soddisfazione dell'audience che, uscita dalla sala, si sente in diritto di sognare in grande almeno quanto i charachters che ha appena visto dibattersi e lottare per un'aspirazione superiore sullo schermo -, eppure si seguono le gesta della premiata ditta Jerry&Rod lungo un'intera stagione, facendo il tifo per loro e con loro soffrendo ed esultando fino a quel trionfale finale in cui perfino l'esplosivo giocatore di football finisce per commuoversi.
Se, da un lato, lo sviluppo della trama risulta decisamente prevedibile, dall'altro troviamo intuizioni ben riuscite come quelle legate al rapporto tra Jerry e Dorothy, che la giovane impiegata inizialmente idealizza proprio a seguito delle parole del "manifesto" di Maguire e che l'uomo - che tutti definiscono incapace di stare solo - traduce come una sorta di debito di riconoscenza nel momento in cui decide di chiedere alla sua unica dipendente di sposarlo: un legame dunque non facile, combattuto e costruito un pezzo dopo l'altro ma non per questo meno intenso di quello decisamente più rodato dei Tidwell, che nonostante gli anni e le battaglie dentro e fuori il campo da football paiono ancora innamorati come il primo giorno.
Crowe, dunque, pare sfruttare la vicenda di Jerry Maguire non tanto per raccontare una sorta di rivincita del cuore sui biechi affari, quanto per esaltare i valori che sono le basi di quello stesso cuore, nonchè la benzina più potente per il sacro fuoco del "kwon": e senza il "kwon", ragazzi, non potrete mai e poi mai, ma proprio mai, coprire qualcuno o farvi coprire di soldi.
Parola di Tidwell. E di Jerry Maguire.


MrFord


"I wanna glide down, over Mulholland
I wanna write her, name in the sky
I wanna free fall, out into nothin'
gonna leave this, world for awhile
and I'm free, free fallin'
yeah I'm free, free fallin'"
Tom Petty - "Free fallin'" -


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