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lunedì 28 novembre 2016

The night of (HBO, USA, 2016)




Sono sempre stato dell'idea che, nel corso di una vita, le persone conosciute e le situazioni affrontate abbiano un ruolo anche più importante di noi stessi nella formazione del carattere, del modo di porsi, del punto d'osservazione che abbiamo rispetto al mondo.
Quanto potrebbe cambiarci, per esempio, incontrare qualcuno pronto a tirarci fuori dal guscio, essere travolti da un'esperienza che in quel momento ci pare unica e sconvolgente, all'interno della quale siamo protagonisti indiscussi?
Molti di noi - specialmente i maschietti - vivono una situazione del genere prima, dopo e durante la prima volta con il sesso, quando si compie un salto che finisce per far sentire quasi invincibili, almeno per un pò, come quando, in una serata da sbronza, si attraversa quella mezzora in cui ci pare di avere il pieno controllo della situazione anche quando lo si ha già perso da un pezzo: e cosa accadrebbe, se da una situazione simile ci ritrovassimo accusati di un crimine non compiuto e che potrebbe ribaltare tutti i nostri sogni, e la vita vissuta con loro?
The night of, miniserie targata HBO giunta sugli schermi del Saloon grazie ai numerosi commenti positivi raccolti dentro e fuori la blogosfera, parte da un concetto molto vicino a questo, quando Nasir Khan, nato negli States da genitori pakistani, studioso, bravo ragazzo con qualche scheletro nell'armadio, incontra Andrea, disinibita, legata alla droga, ricca, senza dubbio più spigliata e "di mondo" di quanto non sia mai stato lui: un incontro che per Naz potrebbe significare quella "rivincita", quella sensazione di semi-onnipotenza da dopo orgasmo o da piena sbronza, il riscatto a fronte di una quotidianità da quasi sfigato.
E invece succede qualcosa che cambierà per sempre la sua vita.
Non avrei creduto, specialmente rispetto ai prodotti da piccolo schermo, di incontrare a così poco tempo dall'inizio dei primi lavori sulle classifiche di fine anno, un titolo in grado di scompaginare graduatorie che parevano già scritte, e per questo non posso che ringraziare ancora una volta la già citata HBO, che in otto puntate - anche se, occorre segnalarlo, la prima e l'ultima hanno un minutaggio da film - confeziona un noir da cardiopalma, scritto alla grande ed interpretato alla perfezione da tutto il cast, che non solo riesce a far invidia ai prodotti di Nic Pizzolatto, ma regala uno spaccato umano potentissimo, in cui tutti sbagliano, cadono e cercano di rialzarsi, in cui non esiste una parte giusta o una sbagliata, e come per un altro importante titolo di questo periodo - American crime story - viene mostrato quanto, nel sistema giudiziario americano, sia più importante apparire in sede di giudizio non tanto forti della verità quanto convincenti nel raccontare la storia che si desidera raccontare.
The night of è il racconto della discesa agli inferi non solo di Naz, che inizia da bravo ragazzo e finisce da ragazzo (cattivo) perduto - o con grandi possibilità di perdersi -, ma anche di John Stone, cui presta volto, ironia e malinconia un grande John Turturro, avvocato da pochi spiccioli ma dall'istinto quasi animale, uno dei charachters più tristi che ricordi degli ultimi anni quantomeno sul piccolo schermo, pronto a legare le sue speranze non solo al giovane assistito ma anche e soprattutto ad un gatto cui è allergico, e che potrebbe rappresentare l'ultima ancora che allontani la solitudine; del detective Box, alla ricerca dell'agognata pensione e forse, nel subconscio, di un'uscita di scena in grande stile, della procuratrice distrettuale e della giovane avvocatessa di belle speranze, di due genitori che dopo aver lottato contro l'emarginazione razziale per una vita si trovano a fronteggiare il dramma e le ripercussioni della vicenda del figlio; di chi è colpevole e di chi potrebbe esserlo, di chi è abituato a muoversi nella giungla dei carceri di massima sicurezza, e vede in Naz un "unicorno", qualcosa che, tra quelle mura, non esiste e forse non esisterà mai.
In The night of tutti perdono, anche quando vincono.
Perchè c'è sempre qualcosa che lasciamo, ed anche nel trionfo portiamo al giorno successivo una cicatrice lasciata dalla vita.
E passato quel momento, quella sbronza, quell'istante in cui tutto pare cambiare, o cambiato, finiamo per ritrovarci da soli a sfogarci contro un sacco da pugilato, o ricordando quanto la mente abbia potere sul corpo, accettando la sconfitta o andando alla ricerca di una vittoria, di una nuova possibilità, ricordando chi ci ha portato fino a dove siamo arrivati e non c'è più.
The night of esprime con grande umanità quella sensazione.
Una cicatrice che tira, una perdita che non potremo colmare.
Ma anche il richiamo della foresta.
Quello della nostra Natura.
Che potrà essere fallibile e forse anche cattiva, ma è senza dubbio il motore che può far ripartire.
Ripartire e sperare. Sempre e comunque.
Quel motore che, quando pensiamo non ci sia altra soluzione se non lasciarsi andare, spegnere, parcheggiare in qualche luogo perduto "tra il nulla e l'addio", ha uno scatto che non ci saremmo aspettati.
Come un gatto che sfreccia attraverso un salotto ed allontana lo spettro di un silenzio troppo pesante anche per il più forte degli uomini.




MrFord




 

mercoledì 3 giugno 2015

Mia madre

Regia: Nanni Moretti
Origine: Italia
Anno: 2015
Durata:
106'






La trama (con parole mie): Margherita, una regista alle prese con la realizzazione del suo ultimo lavoro, la separazione dal compagno, il rapporto con la figlia ed il fratello Giovanni, a sua volta in crisi rispetto alla carriera, si trova a doversi confrontare con la malattia ed il sopraggiungere della morte della madre, Ada, insegnante di latino amata da suoi studenti, donna piena di vita anche bloccata in un letto d'ospedale.
Nel continuo altalenarsi tra il set e la terapia intensiva, l'energia che scema della genitrice e quella che fiorisce della figlia, Margherita si trova a dover gestire l'ingombrante attore americano chiamato ad interpretare l'antagonista nel suo film, a confrontare il passato ed il futuro, l'idea di essere sola e quella, di fatto, di non esserlo.
Come giungerà, dunque, l'ultimo giorno?
E cosa accadrà quando il sipario sarà calato, le riprese terminate, l'ultimo respiro esalato?










In tutta onestà, non ho mai pensato al momento in cui dovrò affrontare la morte di mia madre.
Ricordo però molto bene quando lei perse la sua.
Era l'inizio di marzo del novantuno, io mi avviavo a chiudere il mio primo anno alle medie, e mia nonna, che si era ammalata la primavera precedente e aveva dato segni di grande miglioramento in estate, dal periodo delle feste natalizie non aveva fatto altro che peggiorare.
Quella mattina, come al solito, io e mio fratello facevamo colazione in sala, latte e biscotti con la videocassetta di uno dei tanti film che già vedevamo a ripetizione, quando suonò il telefono, e mia madre uscì correndo.
Pensai a cosa sarebbe potuto accadere per tutta la mattina, a scuola, e quando mi affacciai al suono della campanella vidi mio padre, che, considerato il lavoro, non aveva mai la possibilità di venirmi a prendere durante la settimana.
Il mio primo pensiero, paradossalmente, fu che era morto mio nonno, magari per lo spavento: in fondo era più vecchio, aveva avuto già problemi di salute, era quello che avevo sempre immaginato se ne sarebbe andato per primo.
Quando scesi e mio padre mi disse che invece era stata la nonna, a morire, rimasi in silenzio, come avvolto da un guscio, fino alla porta di casa: mi aprì mia madre, con gli occhi gonfi di lacrime. Il tempo di buttare lo sguardo in cucina, con mio nonno seduto al tavolo, e su di lei, e scoppiai a piangere.
Ricordo quei momenti come se fosse ieri, ancora oggi.
Allo stesso modo, non ho mai pensato neppure al momento in cui sarà il Fordino, a doverci dire addio. A quale sensazione si proverà ad essere chi se ne va, e non chi resta. In parte perchè, da fervente appassionato ed ingordo di vita, vorrei rimandare quel momento il più a lungo possibile, in parte perchè, in qualche modo, non credo sia giusto affrontare questo tipo di cose in anticipo.
Dal canto suo, dato che questo post dovrebbe parlare anche del suo lavoro, Nanni Moretti deve aver pensato che uno dei momenti più drammatici ed importanti delle nostre vite - considerando il ciclo naturale delle cose - valeva un tentativo, quantomeno, di confronto.
E nonostante il ritmo eccessivamente dilatato, alcune sbavature - volute o no - del montaggio, una Margherita Buy come sempre poco sopportabile, sento di pensare che il tentativo sia valso ogni pena, ogni lacrima, ogni momento di sconforto che questo tipo di percorsi inevitabilmente portano in dono.
In un certo senso, Mia madre rappresenta, per Moretti, quello che per Virzì era stato La prima cosa bella: una dichiarazione d'amore, un ricordo affettuoso, un omaggio al legame che stabiliamo con la persona che ci ha dato la vita, e che a prescindere dalle differenze, dall'esperienza e dalla strada che si decide di percorrere, resta un riferimento dall'istante in cui nasciamo a quello in cui ci ritroviamo a dover abbandonare il palcoscenico, e sperare in una chiusura dignitosa.
E poi si potrebbe parlare dei pregi e dei difetti del film, della partecipazione a Cannes accanto agli altri due moschettieri del Cinema d'autore italiano Sorrentino e Garrone, dello stesso Moretti - che avrà ottime intuizioni dietro la macchina da presa, ma che davanti alla stessa, per me, resta sempre un cane maledetto - e della sua più o meno velata antipatia, del gigioneggiante ma ugualmente interessante John Turturro, della misurata e bravissima Giulia Lazzarini, della semplicità disarmante di alcuni passaggi - la lezione di motorino alla figlia - e del significato dell'intera pellicola, ma poco importerebbe.
Mia madre racconta un dramma ed un'emozione, un passaggio fondamentale della crescita come individui che tutti, amanti del Cinema oppure no, in grado di sopportare Moretti ed il suo modo di raccontare oppure no, o quasi, finiremo un giorno o l'altro per affrontare.
In fondo, è questa la Natura.
Queste le regole del viaggio.
Questa la passione di una storia.
La propensione al domani.
Sempre e comunque.
Anche quando un domani non ci sarà.




MrFord




"I could be right, I could be wrong
it hurts so bad it's been so long
mama, I'm comin' home."
Ozzy Osbourne - "Mama I'm comin' home" - 





venerdì 27 febbraio 2015

Il colore dei soldi

Regia: Martin Scorsese
Origine: USA
Anno:
1986
Durata:
119'





La trama (con parole mie): Eddie Felson "Lo svelto", ex grande giocatore di biliardo, venditore di whisky per professione ed affarista per vocazione, incrocia per caso la strada del giovanissimo ed arrembante Vincent Lauria, fenomenale con la stecca e dal carattere esplosivo. Stimolato dal ragazzo, si offre di addestrarlo nella sottile arte della vittoria intesa come incasso portando dalla sua parte anche la più sveglia Carmen, ragazza di Vince.
Nell'ottica di partecipare ad un torneo importante ad Atlantic City, l'insolito terzetto si imbarca in un viaggio on the road di sei settimane che dovrebbe formare Vincent in modo da prepararlo nel migliore dei modi alla grande occasione: il tempo di oliare i meccanismi e lasciarsi alle spalle le prime scaramucce, ed ecco che la vecchia passione di Eddie torna a galla rompendo l'incantesimo.
Quando, proprio al torneo, i due si troveranno sul tavolo verde da avversari, i nodi verranno al pettine.
E a quel punto, chi sarà il vincitore? Quello sul campo o quello con i soldi?








Scrivo questo post nel nome dei vecchi tempi, e nel giorno del funerale del mio amico Emiliano.
Ed è tutto per lui, il ricordo.

So benissimo che Scorsese, nel corso della sua lunga e strepitosa carriera, è riuscito a fare molto di più di questo piccolo film forse più vicino ai tempi di Alice non abita più qui che non a quelli di Toro scatenato, e che lo stesso è stato frutto più della passione, che non dell'esigenza di portare sullo schermo qualcosa che segnasse per sempre la settima arte.
Eppure, se dovessi parlare con il cuore, Il colore dei soldi sarebbe una delle prime scelte, per quanto riguarda la filmografia del vecchio Marty.
In qualche modo, il ritorno sullo schermo di Eddie Felson - già protagonista del Classico di Robert Rossen Lo spaccone, film enorme che prima o poi mi deciderò a riproporre qui al Saloon - affiancato all'esplosivo figlio degli anni ottanta Vincent Lauria - interpretato da uno dei migliori Tom Cruise di tutti i tempi, clamoroso nella sequenza ritmata dalle note di Werewolves of London di Warren Zevon - rappresenta per il sottoscritto una delle più grandi dichiarazioni d'amore al Cinema dell'autore di The Wolf of Wall Street, una piccola scheggia impazzita fumosa e di provincia, una pellicola da losers, da margini della società, eppure a suo modo guidata dal sacro fuoco di chi ha voglia davvero di raccontare una storia, e riesce con il suo fervore nel miracolo di far appassionare anche un non conoscitore dell'argomento trattato - in questo caso, ed in una certa misura, il biliardo -.
Ad ogni modo, Il colore dei soldi rappresenta più di tutto un ritorno a casa, per il sottoscritto: un ritorno alla camera che dividevo con mio fratello, e che ci contendevamo a colpi di titoli fatti girare allo sfinimento con il videoregistratore, un ritorno a quel giorno in cui, per caso, nel negozio di cd usati che ancora oggi non so come sopravvive tra casa dei miei ed il parchetto in cui ho passato l'infanzia trovai il dvd, già fuori catalogo da un pezzo, e lo presi al volo, conscio di avere messo le mani su un tesoro, un rifugio, un luogo in cui fuggire nei momenti più bui.
Rappresenta Paul Newman, probabilmente l'attore più figo che Hollywood potrà mai produrre, l'uomo tutto d'un pezzo senza il bisogno di essere l'uomo tutto d'un pezzo, "il migliore", quello che "è tornato", "lo svelto".
Rappresenta i primi momenti di condivisione con mio fratello di una passione che ancora oggi ci lega, e che ho deciso di celebrare con una nuova visione a, credo, più di dieci anni dall'ultima, in barba alla colonna sonora strepitosa, al montaggio eccezionale di Thelma Shoonmaker - che per il sottoscritto resta la numero uno di sempre -, al cast in forma strepitosa, all'atmosfera, a questo stesso post: ho voluto recuperarlo come un'ancora di salvezza che mi portasse indietro ad un tempo in cui tutto era senza dubbio meno intenso, ma più semplice.
Ho voluto recuperarlo perchè oggi, salutando il nostro amico, ho visto mio fratello minore diventare un uomo e sono stato orgoglioso come un padre, e mentre con un sorriso mi godevo il grande Paul insegnare chi vince e chi perde a Tom e non vedevo già l'ora di poterlo condividere con il Fordino ripensavo a quando, sceso dal palco dopo aver parlato con una forza che non avrei immaginato, mio fratello si è fatto fragile ed io ero lì ad abbracciarlo, per quello che è stato uno dei momenti più importanti della nostra vita insieme.
Allargare le spalle e fare buon viso a cattivo gioco è fondamentale, se non si vuole rimanere schiacciati, e a volte è molto meglio portare dentro l'innocenza naif e l'arroganza di Vince, che non la scorza dura e le cicatrici di Eddie: a volte si vince perdendo, ed altre si perde vincendo.
Ma in fin dei conti, fanculo.
Quello che conta è che, a prescindere dalle recensioni, dai pareri critici e qualsiasi altra cosa, io amo questo film.
Lo amo per come è stato realizzato, per quello che rappresenta per me, per i ricordi e per quello che, forse, mi riserverà in un futuro.
Perchè il ritorno di Eddie Felson è anche il mio.
Ad ogni colpo che fa finire con il culo per terra, una rinnovata passione.
Perchè se non si vincerà questa volta, si vincerà la prossima.
E se non la prossima, quella ancora dopo.
Perchè si ritorna, sempre.
Fino a quando le energie, la voglia e la passione ce lo imporranno.
E onestamente, al momento non vedo una fine per le mie.




MrFord




"Well, I saw Lon Chaney walking with the Queen
doing the werewolves of London
I saw Lon Chaney, Jr. walking with the Queen
doing the werewolves of London
I saw a werewolf drinking a pina colada at Trader Vic's
his hair was perfect
werewolves of London again
draw blood."
Warren Zevon - "Werewolves of London" - 




lunedì 2 febbraio 2015

Exodus - Dei e re

Regia: Ridley Scott
Origine: UK, USA, Spagna
Anno:
2014
Durata:
150'





La trama (con parole mie): Mosè e Ramses sono cresciuti come fratelli dal padre di quest'ultimo, Faraone d'Egitto e sovrano assoluto dei suoi domini. Quando il primo, esiliato a causa delle sue origini e dagli intrighi avversari politici, lascia campo libero al secondo divenuto a sua volta Faraone, ha l'occasione non solo di mettersi alla prova come uomo, ma di riscoprire quello che sarebbe stato il suo credo, il suo sangue, le sue radici.
Scettico e rabbioso, Mosè giungerà, prescelto riluttante, di fronte al Dio ebraico, e proprio in suo nome farà ritorno in Egitto per chiedere a Ramses la liberazione del suo popolo: ma il rapporto con il sovrano sarà difficile, ed il conflitto inevitabile.
Toccherà dunque a Mosè fare da guida per l'esodo della sua gente, e da tramite di fronte al Faraone per conto di Dio.








In casi come questo, occorre mettere subito in chiaro le cose: parlando di produzioni titaniche di stampo hollywoodiano, Exodus - Dei e re non è senza dubbio tra i titoli peggiori che si possano immaginare, e con certezza non ha nulla a che spartire con il polpettone difficilmente digeribile che fu Noah.
Appurato questo, nonostante il dispendio di mezzi, il cast, gli effetti, l'indubbia tecnica del regista, resta comunque difficile credere che l'uomo dietro la macchina da presa sia lo stesso Ridley Scott che trent'anni fa o poco più realizzò un triplete d'esordio a dir poco clamoroso con I duellanti, Alien e Blade runner: anche, infatti, se paragonato al molto sopravvalutato ma ugualmente divertente Il gladiatore o al sottovalutato ma ugualmente divertente Robin Hood, Exodus perde nettamente il confronto, entrando di diritto nella categoria dei film uguali a tanti altri e facilmente dimenticabili, destinato a non lasciare il segno nella memoria del pubblico così come sulla carriera di chi lo ha prodotto o interpretato.
Eppure, devo ammettere di avere molto apprezzato principalmente due aspetti del lavoro del vecchio Ridley: il primo è legato a doppio filo al concetto di fratellanza - non a caso il film termina proprio con la dedica al fratello del cineasta Tony, scomparso non troppo tempo fa - ed al rapporto di amore/odio che lega Mosè e Ramses, con il secondo destinato a perdere tutto pur essendo, di fatto, il favorito ed una quasi divinità nel suo mondo a scapito del più inquieto e destinato ad una sofferenza comunque vincente primo - e sarebbe interessante, in questo senso, cercare di capire in quale veste si rivede proprio l'autore di Blade runner, se come il Faraone che possiede tutto - anche il talento - ma finisce con un pugno di mosche in mano - letteralmente - o come l'illuminato ma perennemente inquieto Mosè.
Il secondo, invece, tocca un argomento al quale sono sensibile al contrario: chi frequenta il Saloon, ben sa quanto il sottoscritto sia allergico ai sermoni, agli integralismi religiosi e più in generale alle istituzioni alla religione legate, ed il timore della vigilia era proprio quello che Exodus si rivelasse una sorta di spottone neocon infarcito di lodi al Dio che tutti noi occidentali ben conosciamo neanche l'avesse firmato Mel Gibson.
Fortunatamente, l'approccio di Scott mi è parso decisamente equilibrato, ed ho trovato molto lodevole il tentativo di spiegare fenomeni come le famigerate Piaghe d'Egitto in un modo quasi "scientifico", a partire dalle invasioni degli insetti all'acqua tinta di sangue, per giungere all'ormai nota sequenza delle acque del Mar Rosso aperte di fronte a Mosè ed al popolo ebraico, giustificata come fosse il risultato di uno tsunami - che, effettivamente, a quei tempi poteva essere considerato un vero e proprio atto da ira divina - come molti sconvolsero l'area del Mediterraneo in quel periodo - si pensi ai casi delle Cicladi e di Santorini, della supposta Atlantide e via discorrendo -.
Un approccio, dunque, tutto sommato molto laico per un film profondamente - almeno sulla carta - religioso, che al sottoscritto è parso puntare molto sul lato umano dei personaggi - rendendo anche non propriamente amabili Mosè e tantomeno Dio, rappresentato alla grande da un irritante ragazzino che potrebbe essere letto come un'interpretazione di Dio stesso, almeno nella sua incarnazione da Vecchio Testamento, di bambino capriccioso dal potere illimitato - così come, ovviamente, sulla resa visiva, ottima seppur sconfitta senza appello dalla controparte classica I dieci comandamenti, che ancora oggi riesce a fare impallidire qualsiasi effettone da milioni di dollari.
Considerato, comunque, che l'aspettativa era quella di una piaga in grado di far apparire tenui quelle già citate patite da Ramses e soci, direi che è andata discretamente bene perfino ad un senza dio come il sottoscritto.




MrFord



"Exodus, all right! 
Movement of Jah people!
Oh, yeah! O-oo, yeah! All right!
Exodus: movement of Jah people! Oh, yeah!"
Bob Marley - "Exodus" - 




giovedì 17 aprile 2014

Thursday's child


La trama (con parole mie): nuova settimana di uscite, e nuova ricerca - spesso e volentieri infruttuosa - di qualcosa di interessante a parte le ormai consuete schermaglie in cerca dell'antico splendore tra me e Cannibal Kid. A questo giro, però, la rubrica condotta ormai da tempo dai due quasi ex rivali più agguerriti della blogosfera comincia ad affrontare un cambiamento che, presto, sarà anche grafico e che dovrebbe svecchiare un pò il format così come i suoi due creatori.

Eccezionalmente, questo post esce nella sua versione definitiva per la seconda volta. Meraviglie del mio rapporto con la tecnologia!

"Sharon, tu puoi fare da nave scuola per il Cannibale: io mi becco quel fusto di Ford!"
Transcendence


Cannibal dice: Una volta una nuova pellicola con protagonista Johnny Depp era un evento da accogliere con favore. Negli ultimi anni è diventato un qualcosa cui guardare con sospetto, grande sospetto, manco si trattasse di un film recensito in maniera entusiastica da WhiteRussian. Questo nuovo Transcendence potrebbe quindi essere l’ennesima schifezza nella carriera recente del Depp, così come l’ennesima porcheria della sci-fi recente. Felice poi di essere smentito.
Ford dice: qualche mese fa, ai tempi dell'uscita di Disconnected, avevo confuso questo titolo con quello effettivamente in sala, tanto per dire quanto potesse fregarmi di questa nuova fatica di un Johnny Depp che ormai mi pare più confuso del Coniglione Kid sotto qualche acido da spring break. Considerati i recuperi dalla settimana scorsa, non penso che sarà il primo della mia lista.

"Dichiaro ufficialmente che Cannibal Kid non c'entra nulla con il Cinema."
Gigolò per caso


Cannibal dice: Gigolò per caso è il nuovo film di Woody Allen… Hey no, un momento. È un film con Woody Allen attore, con un ruolo tipicamente da Woody Allen, però il regista in questo caso è John Turturro. Risultato? Sembra un film di Woody Allen, e nemmeno uno dei suoi migliori. Una pellicola vecchio stile decisamente più fordiana che cannibale. Non è una bella cosa.
Ford dice: i tentativi finti simpatici di mascherare il proprio radicalchicchismo non mi sono mai piaciuti, suonano sempre poco credibili. Un po’ come se di colpo Peppa Kid si improvvisasse esperto di Cinema di botte. O di wrestling. A dire il vero il mio antagonista mi parrebbe forzato anche come gigolò. Quasi più di Woody Allen.

"Brindo all'incapacità informatica di Ford."
Rio 2 – Missione Amazzonia


Cannibal dice: Già mi ero tenuto alla larga da Rio 1, figuriamoci se vado ad avventurarmi in Amazzonia. Lascio il (dis)piacere a Ford, che ha già pronta la valigia per questo suo nuovo entusiasmante (?) viaggio bambinesco.
Ford dice: il primo Rio mi era parsa la solita robetta stile Dreamworks buona giusto per mostrare il divario con i prodotti Pixar. Non credo che con il secondo andremo tanto lontano. Roba da cuccioletti. E neppure tanto eroici.

"Andiamo da quella parte: non vorrei rischiare di  incontrare Ford nel cuore della giungla!"
Onirica – Field of Dogs


Cannibal dice: In questa settimana super fordiana non poteva mancare pure un film polacco pseudo intellettualoide, in realtà probabilmente solo noiosoide, di quelli che tanto piacciono al mio blogger rivale. Una cosa talmente radical-chic che persino io la aborro.
Ford dice: finalmente un film decente. Majewski, regista di quello che pare il filmone d'autore non solo della settimana, ma del mese, mi aveva strabiliato qualche anno fa con I colori della passione, e ho come l'impressione che questo suo nuovo viaggio potrebbe essere una conferma del suo talento visivo. E ho come l'impressione che, come ad ogni appuntamento con il vero Cinema d'autore, il Cannibale mancherà all'appello.

"Muori d'invidia, Von Trier!"
Song ‘e Napule


Cannibal dice: Il nuovo film dei Manetti Bros. a sorpresa questa volta non è ambientato a Roma, ma a Napule. Potrebbe essere per loro un cambiamento epocale, un po’ come quando Woody Allen si è spostato a girare da New York all’Europa. Comunque devo ammettere che, a parte giusto qualche video musicale, non ho mai visto niente dei Manetti Bros. e non credo nemmeno comincerò da questo film, uè uè.
Ford dice: i Manetti Bros mi stanno simpatici, ma non credo che rivoluzioneranno il Cinema italiano. O almeno, non quanto il Cinema italiano necessiterebbe. Anche in questo caso, dunque, metto in coda alla lista: sicuramente qualche recupero più interessante o titolo che potrebbe portarmi almeno sulla carta al conflitto con il mio rivale lo troverò di certo.

"Tranquilli, se Ford è arrivato ad esibirsi ad Amici, possiamo farcela anche noi!"
Ti sposo ma non troppo


Cannibal dice: Qui siamo proprio alla frutta. Un film orripilante già dal trailer, anzi, già a partire dal titolo. Di più inguardabile di questa improbabile romcom con protagonista un’improbabile Vanessa Incontrada c’è giusto WrestleMania!
Ford dice: Non voglio essere troppo tenero con questa schifezza. E no, non sto parlando del Cannibale, bensì di uno dei titoli italiani più agghiaccianti mai usciti in sala da quando esiste questa rubrica. Anzi, da quando esiste il Cinema, probabilmente.

"Ford e Cannibal sono d'accordo un'altra volta."
"Non ce la faccio più: la faccio finita."

giovedì 20 dicembre 2012

Pelham 1 2 3 - Ostaggi in metropolitana

Regia: Tony Scott
Origine: USA
Anno: 2009
Durata: 106'




La trama (con parole mie): Walter Garber è un pezzo grosso del Dipartimento dei trasporti di New York indagato e momentaneamente degradato allo smistamento treni almeno fino al chiarimento della sua posizione rispetto ad una presunta tangente incassata durante un viaggio di lavoro in Giappone.
Ryder è un ex galeotto che ha intenzione di organizzare un complesso diversivo di stampo terroristico per giostrare un colpo in borsa.
Insieme ad una manciata di uomini e ad un ex conducente dai trascorsi criminali quest'ultimo prende possesso della vettura di testa del Pelham 123, uno dei treni che Garber sta gestendo, finendo per assegnare proprio a quest'ultimo lo sgradito compito di negoziare per le vite degli ostaggi.
Inizia in questo modo una lotta a distanza tra due uomini a loro modo disperati che avrà come spettatori la polizia, una squadra di negoziazione ed il Sindaco di New York.





Soltanto qualche anno fa, nel pieno del mio periodo buio da "solo Cinema d'autore", non avrei mai creduto che un giorno avrei pronunciato questa frase: io, a Tony Scott, voglio bene.
Certo, l'opera del minore - e più sfortunato - di due dei fratelli più noti della settima arte riesce sempre ad essere ridondante, videoclippara, tamarra, oltre misura, eppure a suo modo incredibilmente genuina e coinvolgente, a tratti quasi profonda, nonostante la matrice completamente action che la guida.
Pelham 1 2 3 è stato per anni ignorato senza troppi problemi dal sottoscritto, giudicato a scatola chiusa come troppo brutto perfino per il vecchio Tony nonostante la presenza di un cast di tutto rispetto - John Travolta, John Turturro, James Gandolfini e soprattutto Denzellone nostro Washington -, recuperato quasi per caso a seguito di un paio di recensioni decisamente positive ed un passaggio casuale in tv - per una delle pochissime serate spese guardando un film in programmazione sul piccolo schermo - e decisamente sorprendente, considerate le aspettative che mi ero riservato di mantenere in proposito.
Il confronto a distanza tra uno spiritato Travolta nel ruolo del terrorista - o presunto tale - ed un Denzel versione sedentaria eppure in grado di mantenere ben alta la tensione funziona alla grandissima soprattutto nella prima parte della pellicola, quando più che dell'evoluzione della storia la sceneggiatura di Brian Helgeland - una penna da non sottovalutare, se si pensa a L.A. Confidential o Mystic river - si concentra sull'esplorazione del passato dei due avversari e sul loro background sfruttando dialoghi ben congeniati ed un twist che regala al già citato e sempre mitico Mr. Washington l'occasione di sfoderare tutto il suo talento di attore - il racconto sulla verità a proposito della presunta tangente per la quale si ritrova declassato ed indagato -: il climax che conduce alla conclusione, invece, sacrifica qualcosa - e anche di più - allo spettacolo di grana grossa, e nonostante un paio di sequenze automobilistiche di tutto rispetto e la consueta dose di sparatorie finisce per rientrare in standard comuni per il genere, tagliando di fatto le gambe all'effetto "voto molto più alto di quanto avrei mai creduto" maturato nel corso della prima ora di pellicola.
Da un lato, forse, è giusto che sia così, ma dall'altro resta un pò di rammarico per un film che partiva da molto in basso e che è stato in grado, almeno in parte, di rivelarsi come un intrattenimento di ottimo livello, soprattutto rispetto alle riflessioni che le motivazioni di Ryder e Garber muovono nell'audience: in tempi di crisi come questi, in cui tutto pare sotto il controllo di pochi uomini - spesso non all'altezza - è interessante il dilemma morale che porta il primo tra i due antagonisti sulla via senza ritorno del crimine - portato avanti con una decisione insolita per un prodotto a grande diffusione come questo - ed il secondo a rischiare di pagare decisamente troppo per un errore legato al futuro della sua famiglia.
E se, con il passare dei minuti, il personaggio di Travolta appare sempre più discutibile e perso nellle complicazioni della sua situazione, quello di super Denzel invece manifesta una complessità decisamente interessante - e non è da meno, pur se relegato ad un ruolo marginale, anche il sindaco cui presta volto Gandolfini - che lo avvicina - e molto - al cosiddetto uomo della strada che vorrebbe semplicemente vivere al meglio la sua vita, permettere alla famiglia di fare altrettanto e che, a fronte di momenti non facili, finisce per essere sempre e comunque mosso da un senso del dovere spiccato.
Considerato, dunque, che partivo dal presupposto di vedermi esplodere tra le mani una schifezza atomica come Taken 2, non posso che applaudire Tony Scott ed il suo ennesimo, sguaiato, godibilissimo prodotto: ce ne fossero di più, di "intrattenitori" della sua pasta.
Così, quasi fosse un omaggio, come l'ho detto, lo ripeto.
Muchas gracias, Tony.
Con tutte le tue esplosioni, il montaggio frenetico, i colori saturi, l'action con risvolti insolitamente pensanti, ti voglio bene.


MrFord


"I've listened to preachers
I've listened to fools
I've watched all the dropouts
who make their own rules
one person conditioned to rule and control
the media sells it and you live the role
mental wounds still screaming
driving me insane
I’m going off the rails on a crazy train
I'm going off the rails on a crazy train."
Ozzy Osbourne - "Crazy train" -


venerdì 21 settembre 2012

Fearless - Senza paura

Regia: Peter Weir
Origine: Australia/USA
Anno: 1993
Durata: 122'




La trama (con parole mie): Max Klein, architetto di San Francisco, sopravvive per miracolo ad un disastro aereo nel quale perde la vita il suo socio e migliore amico, passando per eroe dopo aver portato in salvo alcuni tra i sopravvissuti ed attraversando un periodo legato alla sensazione di invulnerabilità data dall'aver portato a casa la pelle dopo un simile evento.
Monitorato dallo psicologo Perlman, inviato dalla compagnia aerea per controllare la sua salute mentale, l'uomo pare incapace di tornare all'esistenza che aveva tranquillamente vissuto fino al fatidico giorno dell'incidente, e finisce per allontanarsi dalla moglie e dalla famiglia per legare sempre più con Carla, una donna che nello schianto ha perduto il figlio: tra i due si stabilirà un legame che condurrà entrambi ad un nuovo confronto con la vita.





A volte, ma solo a volte, capita anche che grazie ad alcuni passaggi in tv - ovviamente non sui canali principali, intasati normalmente di porcate inenarrabili - si vengano a scoprire piccoli gioiellini nascosti che erano sfuggiti alla visione: è il caso di questo Fearless, uno dei pochissimi lavori di Peter Weir che ancora mancavano all'appello in casa Ford e certamente non uno dei suoi titoli più noti, scovato da Julez - poi pentitasi di avermi suggerito di recuperarlo - grazie al fascino di una delle prime sequenze, dedicata ad una parte dell'incidente aereo che da origine alla vicenda.
Weir, da sempre affascinato dalla Natura e dall'idea di smarrimento dell'Uomo - il giovane Neil Perry nel supercult L'attimo fuggente, o le ragazze di Picnic ad Hanging Rock -, si dedica con la consueta passione alla sceneggiatura firmata dallo stesso autore del romanzo cui è ispirata, Rafael Yglesias, una vera e propria indagine sulla solitudine che attanaglia i sopravvissuti ad eventi straordinari e catastrofici.
Appoggiandosi quasi completamente sulle spalle di un ottimo Jeff Bridges, la vicenda si sviluppa a partire da una sorta di delirio di onnipotenza divenuto una vera e propria difesa da un mondo che non riesce più a capire del protagonista Max Klein, architetto di successo che pare trovare nell'incidente aereo una sorta di nuova visione della vita e della quotidianità: a farne le spese è principalmente il rapporto con la famiglia, in particolare con la moglie - una come sempre poco sopportabile Isabella Rossellini -, quasi l'incapacità di comunicare le sensazioni legate alla sua nuova condizione di sopravvissuto "immune alla morte" si trasformi di fatto in un muro invalicabile in grado di mettere a rischio anche sentimenti da sempre rispettati.
Lo svilupparsi, parallelamente, del rapporto con Carla - distrutta dal senso di colpa per la morte del figlio della quale si crede responsabile e per il fatto di essergli sopravvissuta - permette a Max di sviluppare un ulteriore allontanamento dalla realtà che fino al giorno prima dell'incidente aveva vissuto ed amato, una realtà che non ha più significato, dalla quale l'uomo riesce a proteggersi quasi avesse sviluppato un'effettiva invulnerabilità - ottimo l'utilizzo dell'allergia alle fragole come espediente narrativo -: peccato che, nella parte centrale della pellicola - la stessa che ha originato il pentimento di Julez, da sempre avversa a tutti quei film nel corso dei quali "non succede niente" -, il rapporto tra Max e Carla rallenti, di fatto, l'interessante questione posta dallo scrittore e dal regista legata al trauma dei sopravvissuti rischiando di spingere l'intero lavoro sui binari del dramma romantico nella tradizione di quel periodo - la pellicola che mi è tornata più alla mente è stata il buon Paura d'amare -, genere che non mi pare sia congeniale alla mano di Weir, sicuramente troppo visionario per una comune storia d'amore.
Fortunatamente, proprio nel punto in cui tutto pareva risolversi in un complicato triangolo tra Max, sua moglie e Carla, Weir preme sull'acceleratore - in tutti i sensi - e regala un'escalation conclusiva da urlo, con due pezzi di grandissimo Cinema - la dimostrazione in auto di Max a Carla e le immagini dell'incidente aereo, da far invidia anche al miglior Lost o a Cast away - ed emozioni a profusione, veicolate da un Bridges in grandissimo spolvero e dalla sensazione che l'amore per la vita e la voglia di godersela tutta, e fino in fondo, non sia questione di sopravvivenza o rischi, quanto di presenza.
Venti minuti che sono veri e propri lampi di un regista sempre in grado di emozionare, capace di arrivare al cuore dello spettatore portando con la genuinità del Capitano Keating riflessioni profonde e toccanti: un climax che va ben oltre il valore complessivo dell'opera - solo discreta, e certo non all'altezza delle migliori del regista australiano - e riesce a chiudere in bellezza permettendo allo spettatore - soprattutto se appassionato - di ringraziare che esista il Cinema.
E registi in grado di amarlo così tanto.
Senza limiti e senza paura.



MrFord



"I'm learning to fly, but I ain't got wings
coming down is the hardest thing
well some say life will beat you down
break your heart, steal your crown
so I've started out for God knows where."
Tom Petty - "Learning to fly" -


giovedì 21 giugno 2012

Il grande, grande, grande Lebowski

La trama (con parole mie): oggi è il primo giorno d'estate. Il che significa, molto semplicemente, che sugli schermi di casa Ford si festeggia - o si è festeggiato - con la visione di uno dei film del cuore dell'uomo dietro il bancone del saloon. Un film che non ha bisogno di presentazioni, come il suo impareggiabile protagonista.
Un film che ha cambiato - e continua a cambiare - la mia vita.
Ed ecco a voi il suo volto: Jeffrey Lebowski. 
O, più precisamente, il Drugo.
O Drughetto, Drugantibus, Drughino, se siete di quelli che mettono il diminutivo a tutti i costi.
Godetevelo, perchè fa bene sapere che lui è in giro, per noi peccatori.



Ed eccomi qui.
Di nuovo.
Due anni fa, quando il blog, appena nato, contava si e no quattro o cinque followers, festeggiai come di consueto l'estate con una recensione vera e propria di questo film impossibile da definire in altro modo se non clamoroso.
Dodici mesi or sono, invece, tocco alla trama, seguita da un post che era più una serie di citazioni.
Oggi è arrivato il voto che assegnerei se dovessi fare una recensione seria di quello che è e resta il vertice creativo dei Fratelli Coen, una vera lezione di filosofia urbana impreziosita da una galleria di personaggi come raramente se ne sono visti nel Cinema - americano e non solo -.
Ma in realtà questo pezzo potrebbe anche non esistere: basterebbero le immagini, un paio di citazioni, e sì, anche il fast food In&Out. La fine di tutti i nostri guai. Parola di Walter.



Se ripenso alla mia vita da spettatore, non ricordo di un film che, come questo, riesca a conquistarmi ad ogni visione, e che potrei vedere e rivedere almeno un paio di volte a settimana senza mai stancarmi, come una medicina contro qualsiasi bruttura della vita, una sorta di innocua, meravigliosa, malinconica sbronza che non lascerà mai strascichi, perchè - parola dello Straniero - si tratta di una storia pulita.
Ed è proprio l'enigmatico cowboy appoggiato al bancone del bar del bowling - l'unico al mondo, credo, in cui si serve un white russian - a sussurrare una delle mie citazioni preferite di tutti i tempi, quel "a volte sei tu che mangi l'orso, e a volte è l'orso che mangia te" che pare cucito addosso non solo al Drugo, ma alla stessa grande commedia che interpretiamo ogni giorno, fino a quando qualcuno o qualcosa ci ricorderà che siamo qui solo di passaggio.


Un film che è un simbolo, l'emblema di una partita persa in partenza, la resistenza degli outsiders, il pigro manifesto del campione mondiale dei pigri, dell'investigatore più improbabile mai comparso sullo schermo, di un compagno irresistibile e scombinato, di tutti quelli che viaggiano, fosse anche solo nella vasca da bagno, con uno spinello in bocca ed i suoni delle balene a cullare un qualche trip che si spera non vada male.
Ed il confronto tra il Lebowski miliardario ed il Lebowski pezzente ha tutte le caratteristiche di un'allucinata, naif, meravigliosa lotta di classe che noi alfieri del pane e salame sapremo sempre da che parte combattere.


Giusto se non vi fosse bastato, c'è anche un momento magico di cultura e di "pluralis maiestatis", sempre parlando della suddetta lotta.


E più ci penso, e più sequenze memorabili tornano alla memoria, da Jackie Treehorn allo sceriffo di Malibu, dagli Eagles al supercult Jesus, da Larry Sellers alla denuncia e ritrovamento della macchina.
Dal primo all'ultimo minuto, non esiste nulla che cambierei di questa coperta di Linus cinematografica cui non potrei rinunciare neanche se lo volessi con tutte le mie forze.
Non riesco neppure, ripensandoci, ad essere lucido abbastanza da apparire coerente, composto, guidato da un filo conduttore logico.
Fanculo a tutto. Qui si parla del Drugo.
E di white russians. Tanti.

E di vita. Che è un pò come quel vecchio detto sulla grande ruota che gira.
O era una palla da bowling?
Buona estate, ragazzi.
E non dimenticate mai che il Drugo è lì fuori, da qualche parte, in giro. Probabilmente ubriaco.
O troppo pigro per prepararsene un altro.
E per fortuna che c'è.



MrFord


"Doo, doo, doo, Looking out my back door.
There's a giant doing cartwheels,
a statue wearing high heels.
Look at all the happy creatures dancing on the lawn.
A dinosaur Victrola listening to Buck Owens.
Doo, doo, doo, Looking out my back door."
Creedence Clearwater Revival - "Looking out my back door" -



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