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venerdì 21 aprile 2017

Beata ignoranza (Massimiliano Bruno, Italia, 2017, 102')




I lettori più assidui di questo blog ben sanno quanto, soprattutto nel corso delle ultime stagioni, sia stato decisamente diffidente rispetto alle produzioni nostrane, complici annate pessime, scelte esclusivamente banali o troppo commerciali, e via discorrendo.
Come con quasi tutto quello che so che potrebbe piacermi, però, anche con il Cinema difficilmente non sperimento o faccio tentativi - alla peggio, possono andare male e tanti saluti -, dunque spinto da una serata di relax, un bel White Russian formato Ford e la curiosità di rivedere Marco Giallini dopo le buone prove di Rocco Schiavone e Perfetti sconosciuti, qui al Saloon è giunto Beata ignoranza, commedia decisamente popolare che tocca temi molto vicini al sottoscritto: la Famiglia, la paternità, l'insegnamento - se solo non fossi stato così stronzo da mollare l'università, mi sarebbe piaciuto diventare un professore di liceo - e l'importanza che, nel bene e nel male, hanno avuto internet e la cultura "social" rispetto al mondo.
In questo senso penso immediatamente alla mia generazione, nata con il walkman e le cassette riavvolte con la Bic, quando per invitare fuori una ragazza dovevi chiamarla sul fisso, a casa, e sperare non ti rispondesse il padre per non impappinarti, e nessuno sapeva dove fossi quando uscivi fino a quando rientravi: oggi tutte queste difficoltà non sono neppure immaginabili, e sulla mia pelle ho provato quanto sia diventato più semplice, negli anni, tra sms ed internet, per esempio rimorchiare.
Poi, certo, ho uno smartphone, un blog, Instagram, qualche giochino, uso il navigatore o cerco qualche recensione o dritta, ma difficilmente mi sentirei perso senza la tecnologia, per quanto ci si sia tutti abituati - altra cosa per la quale ricordo fatiche incredibili, lo sfruttamento del porno: ai tempi te li scordavi Pornhub o Youporn, era una battaglia fatta di registrazioni di film "da bollino rosso" ad orari improponibili -: da questo punto di vista Beata ignoranza centra il bersaglio con leggerezza e profondità ad un tempo, unendo elementi da commedia di grana grossa ad un messaggio di fondo per nulla scontato, con spazio a sentimenti non lacrimevoli ma sicuramente toccanti, soprattutto per un genitore.
E dunque, mentre con Julez ci si stuzzicava paragonandoci ai due protagonisti - io che uso il telefono solo nel momento in cui mi serve, e per lunghe ore della giornata giace in tasca o in un cassetto, e lei che ormai lo sfrutta con la velocità di una pistolera del vecchio West -, si è trovato spazio per risate grasse e sincere, simpatia per i personaggi, riflessioni su quanto sia importante non tanto l'assenza o la presenza di qualcosa, ma l'utilizzo che se ne fa ed un pò di vecchio e sano sentimentalismo che, quando viene presentato pane e salame, funziona sempre: una promozione su (quasi) tutta la linea, dunque.
Una cosa che non mi sarei mai aspettato da un prodotto nato per la grande distribuzione che, sulla carta o qualche anno fa nel mio periodo radical, avrei considerato meno di zero: e invece non solo Beata ignoranza si becca un giro gratis qui al Saloon, ma anche un consiglio a recuperarlo a chi non l'avesse visto da parte di questo vecchio cowboy sicuramente più avvezzo alle grandi frontiere a stelle e strisce che non alla periferia romana da Come te nessuno mai versione professori invece che studenti.
E anche in questo senso, ci si trova di fronte ad una lezione importante: genitori o professori, o semplicemente adulti, non si smette mai di imparare.
Che, forse, è la cosa più bella di questo nuovo mondo "social" in movimento.




MrFord




 

sabato 23 aprile 2016

Ti va di ballare?

Regia: Liz Friedlander
Origine: USA
Anno: 2006
Durata: 118'






La trama (con parole mie): Pierre Dulaine, insegnante di danza abituato agli ambienti di classe del ballo da sala, viene a contatto con la dura realtà dei giovani cresciuti nelle periferie più degradate, abituati a sopravvivere alla meglio e a difendersi dal mondo con le unghie e con i denti.
Convinto di poter fare la differenza, l'uomo decide di farsi avanti con la preside di uno degli istituti più "difficili" dal punto di vista della gestione degli alunni, lo stesso dove studia un ragazzo che Dulaine ha visto di persona vandalizzare un auto: quando, quasi senza speranza, Augustine James - questo il nome della preside - decide di accettare l'offerta di Pierre di insegnare danza agli studenti del doposcuola destinato alle punizioni, non saprà di aver dato inizio ad un progetto destinato a lasciare il segno nella storia delle istituzioni scolastiche newyorkesi.












So già cosa state pensando: se Ford si è ridotto a postare recensioni di titoli legati alla danza deve essere invecchiato forte o ubriaco forte.
Effettivamente, occorre ammettere di essermi imbattuto nella visione di Ti va di ballare? - come di consueto, terrificante adattamento italiano dell'originale Take the lead, ispirato alle reali vicende dell'insegnante di danza Pierre Dulaine - totalmente per caso, nel corso di una delle mitiche cene dalla suocera Ford - sempre pronta a sfamare alla grandissima anche una cavalletta come il sottoscritto - con film in sottofondo a fare numero: eppure, sarà perchè Banderas mi è sempre stato e sempre mi starà simpatico o per la sorpresa che fu, tempo addietro, Battle of the year, non ho trovato affatto terribile - nell'ambito di questo genere, e di un livello comunque ben lontano da quello delle produzioni di qualità - il lavoro di Liz Friedlander, incentrato sul ruolo che Dulaine ebbe rispetto al "recupero" dei ragazzi problematici delle scuole più "toste" di New York negli anni novanta, incentrato sull'insegnamento della danza e sulla focalizzazione del ballo di sala, che nel passato recente anche i cinefili più navigati hanno avuto modo di sperimentare sulla pelle grazie all'ottimo Il lato positivo.
L'unione, dunque, della volontà di riscatto dei ragazzi, della condizione di outsiders degli stessi, della costruzione del rapporto maestro/allievo - spassosi passaggi come l'esibizione di tango di Dulaine e della sua ballerina che convince la maggior parte dei reticenti maschietti della classe, tra i quali spicca l'indimenticato Dante "Rufio" Basco, a dedicarsi con maggiore interesse all'argomento - e del racconto della vita negli istituti più problematici della Grande Mela - quasi come se The Principal incontrasse i teen movies soft degli Anni Zero - ha fatto il resto, a braccetto con la cucina della suocera Ford e ad un ottimo White Russian preparato come di consueto a fine cena dal sottoscritto.
Per il resto, sarei quantomeno ipocrita ad affermare di essere rimasto schifato, considerato che, tutto sommato e pur essendo praticamente un tronco di sequoia quando si tratta di ballare, ho trovato il ritmo della pellicola gradevole ed il lavoro perfetto come sottofondo per passare una serata con chiacchiera libera e passaggi di gioco intensivo con il Fordino: certo, non andrei avanti a titoli di questo genere come se nulla fosse, o li sostituirei ai tanto amati film action perfetti per staccare il cervello, ma di tanto in tanto ho finito per rivalutare perfino questo tipo di proposte: segno di un deterioramento cerebrale a seguito delle sbronze potenti o di un precoce segnale del destino che mi attenderà tra qualche anno, quando la più piccola di casa Ford entrerà nella fase adolescenziale da balla che ti passa.
Sempre che non riesca, nel frattempo, a convertirla al wrestling ed ai calci rotanti.
In quel caso, mi dispiace per Banderas, ma non ci sarà trippa - o ballo - per gatti.




MrFord





"Oh, don't you dare look back.
Just keep your eyes on me."
I said, "You're holding back, "
She said, "Shut up and dance with me!"
This woman is my destiny
She said, "Ooh-ooh-hoo,
Shut up and dance with me."
Walk the Moon - "Shut up and dance" -






lunedì 16 febbraio 2015

Whiplash

Regia: Damien Chazelle
Origine: USA
Anno:
2014
Durata:
107'





La trama (con parole mie): il giovane e promettente batterista Andrew, figlio di un professore di liceo intenzionato a diventare un grande della musica jazz, affronta la sfida più importante della sua vita quando, al primo anno di una delle più prestigiose scuole di New York, viene selezionato per l'orchestra della stessa da Fletcher, il professore più temuto dell'istituto, un uomo noto per il suo temperamento esplosivo e per i metodi decisamente militari.
Salito alla ribalta grazie ad una casualità, Andrew si trova dapprima ad essere l'astro nascente dell'orchestra e ad abbandonare ogni legame che lo possa distrarre dalla musica, dunque vittima prescelta di Fletcher, in bilico tra la crisi e l'abisso.
Un drammatico incidente - dentro e fuori la scena - allontanerà il ragazzo dalla batteria e dall'ambiente per qualche mese, prima che l'incontro con lo stesso ex insegnante apra di nuovo le porte del jazz ad Andrew: come andrà il suo ritorno dietro casse e pedali?








C'è stato un momento della mia vita - coincidente, grossomodo, con il passaggio tra il quarto ed il quinto anno delle superiori -, in cui scrivevo ogni giorno, cercando di mettere tutto me stesso nella pagina che avevo di fronte: una cosa che continuo a fare ancora oggi, giorno più, giorno meno, soprattutto grazie al blog, ma senza dubbio portata avanti con un approccio differente.
Ai tempi ero un vero stronzo, speravo che le mie storielle da adolescente finissero sempre entro il mese perchè vedevo molti miei amici prodigarsi per un regalo allo scoccare del fatidico primo "versario", trattavo la maggior parte delle persone che avevo attorno con supponenza e ritenevo grandi le stronzate che buttavo sulla carta, neanche fossi un novello Rimbaud o cazzate di questo genere.
E mi sentivo come Andrew in un momento preciso di Whiplash.
Quello in cui il suo ex insegnante Fletcher dichiara di non aver mai avuto un Charlie Parker da tramutare in Bird.
E tu, che te lo senti dire, pensi ancora di esserlo.
In questo senso, il film di Damien Chazelle descrive molto bene il rapporto tra insegnanti ed allievi e tra genitori e figli - la figura del padre dello stesso Andrew, delineata solo sullo sfondo, risulta di gran lunga la più profonda ed interessante della pellicola -, e riesce a fotografare molto bene - oltre allo stesso prodotto, confezionato davvero alla grande nella sua parte tecnica - la sensazione che si accarezza quando, all'inizio della propria vita - perchè, di fatto, gli anni dell'adolescenza e quelli appena successivi sono solo il principio del viaggio che si compie nel mondo -, si pensa di essere più speciali degli altri, soprattutto se si accarezzano sogni di natura artistica.
Per quella che è stata la mia esperienza personale posso dire che è senza dubbio vero che alcuni di quelli che sacrificano tutto - ma proprio tutto - finiscono per raggiungere il successo ambito, ma che non sempre il prezzo da pagare vale quello stesso successo: la discussione a tavola di Andrew con i parenti a proposito di Charlie Parker è emblematica, in questo senso.
Vent'anni fa avrei detto che sarebbe stato meglio morire attorno ai trent'anni circondato dall'aura di genio assoluto, ora penso che non c'è genio che tenga, o opera immortale che compensi la sensazione che provo quando il Fordino mi sorride, o mi abbraccia, o quando si va a prenderlo al nido, e gli si illumina il viso appena ci vede.
Del resto, all'epoca avrei odiato un insegnante come Fletcher - bravo J. K. Simmons, anche se non così miracoloso come mi è capitato di leggere in giro -, tanto quanto avrei amato un Keating: la verità è che nessuno dei due è un buon insegnante, e nessuno dei due sarà mai in grado di fare quello che un insegnante ha il compito di fare, quasi come fosse un padre.
Proteggere i suoi allievi.
Non tanto da lui, o dalla materia di studio, quanto dal mondo attorno, che non regala niente a nessuno, neppure ai cosiddetti "grandi".
Tanto Fletcher forza la mano rischiando di tarpare le ali ai talentuosi più fragili, tanto Keating rischia il tutto per tutto illudendo anche i non talentuosi di potercela fare.
E la cosa più terribile è che non si arriverà mai ad una soluzione, in questo senso: perchè quello dell'insegnante è un ruolo terribilmente scomodo, una sorta di genitore senza legami affettivi, privo del vantaggio che gli stessi legami di sangue possono portare: l'insegnante è qualcuno del quale possiamo anche fare a meno, nel momento in cui la magia si spezza.
Eppure, allo stesso modo, deve essere presente, e farci sentire quanto sia importante che non si molli, che si dia il meglio, che ci si guardi le spalle per non cadere.
Osservando le cose da questa prospettiva il lavoro di Chazelle non fa una grinza, è tosto e tenace come l'insegnante più interessante o come lo studente più promettente, regge il ritmo e regala anche momenti di ottimo Cinema: eppure, saranno le fin troppo numerose recensioni entusiastiche o la sensazione di aver assistito "soltanto" ad uno sfoggio davvero notevole di tecnica e capacità di avvincere il pubblico, ma non credo di aver avuto di fronte, a conti fatti, un Charlie Parker.
In questo senso c'è un signore che di insegnamenti e rapporti tra padri e figli se ne intende parecchio che, ormai quasi trent'anni fa, è riuscito senza ombra di dubbio a portare sullo schermo non, per l'appunto, lo stesso Charlie Parker, ma Bird.
Quel signore di chiama Clint Eastwood, forse il punto d'incontro migliore tra Keating e Fletcher.
E la cosa curiosa è che, nel corso dell'imminente notte degli Oscar, a vincere non sarà il vecchio cowboy tanto quanto Chazelle, giovane che con ogni probabilità si crede un genio.
Non lo è.
Ma non merita neppure di essere preso a calci.
Quantomeno a priori.
Merita di essere compreso, palleggiato tra un abbraccio ed un rimprovero.
E poi di nuovo nella mischia.
Pronto ad un assolo che potrebbe essere decisivo.




MrFord




"Adrenaline starts to flow
you're thrashing all around
acting like a maniac
whiplash."
Metallica - "Whiplash" - 




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