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lunedì 25 maggio 2020

White Russian's Bulletin



Settimana particolare, questa del Saloon, che rappresenta anche quella che, per motivi organizzativi legati ai cambiamenti che hanno travolto il sottoscritto negli ultimi mesi, sarà momentaneamente l'ultima del Bulletin per qualche giorno, o settimana, o il tempo che ci vorrà per arrivare a sistemare parecchie cose: è particolare anche perchè legata principalmente alle visioni delle serate Cinema con i Fordini trasformatesi in pranzi e cene, fatta eccezione per quella che è, senza dubbio, una delle serie più chiacchierate di quest'anno così strano, The Last Dance.
Proprio ad essa devo uno degli entusiasmi da appassionato più forti del VentiVenti, per uno dei titoli che rivedremo, senza dubbio, nelle classifiche di fine anno.


MrFord


THE LAST DANCE (Netflix, USA, 2020)

The Last Dance Poster


L'avrete letto e riletto in tutte le salse, ma quando una verità è sentita e inconfutabile, è impossibile che resti nascosta a lungo: The last dance è una macchina del tempo, per chi ha vissuto di persona l'incredibile periodo che vide quello che probabilmente è il più grande cestista di sempre - l'equivalente di Maradona per il calcio o Alì per il pugilato - regalare ai suoi Bulls il sesto e ultimo titolo NBA. 
Per quanto mi riguarda, dopo aver passato i cinque anni del liceo a detestare il basket, tra il novantasette e il duemila iniziai, spinto dalla lettura dello splendido manga Slam Dunk - il cui autore è un fan accanito dei Bulls di Jordan -, a frequentare quotidianamente il campetto del parco dove, fino a quel momento, avevo dedicato quasi tutte le mie energie al calcio e alle ragazze. 
Furono anni di gran divertimento, grazie ai quali riscoprii la pallacanestro e la sua bellezza da ultimo secondo, considerato che non esiste uno sport in cui il concetto stesso di ultimo secondo valga allo stesso modo.
Personalmente non sono mai stato un fan sfegatato dei Bulls - i Lakers restano i miei favoriti -, ma indubbiamente quella che rese famoso il franchise di Chicago in tutto il mondo - come giustamente viene sottolineato, in un'epoca in cui non esistevano social di nessun genere - fu una delle formazioni più incredibili della Storia degli sport di squadra: attorno al fuoriclasse per eccellenza Jordan si trovarono atleti e giocatori incredibili ma anche gregari che seppero tirare fuori il meglio di loro stimolati, probabilmente, dalla presenza del migliore al loro fianco.
Non farò spoiler perchè questa incredibile miniserie non ne ha bisogno, considerato che, nonostante sapessi già come sarebbe andata a finire, ricordassi le azioni più memorabili ed i tiri più incredibili, ho vissuto l'adrenalina di The last dance dal primo all'ultimo secondo, in quella che è una lezione di passione prima che per lo sport, per la vita: neanche il migliore, se vuole restare il migliore, può sedersi e aspettare, ma deve rimboccarsi le maniche e farsi il culo come e forse anche più degli altri. La differenza, a prescindere dal talento, è tutta lì. Non me ne voglia il Drugo, ma la fatica e l'allenamento e la determinazione faranno sempre la differenza a parità di talento.
Poi, Michael Jordan resterà sempre "Dio travestito da Michael Jordan", e su questo non c'è dubbio.
Ma se lui si fa il culo a strisce, ed è Michael Jordan, per quale motivo non dovremmo farcelo noi?




TESORO, MI SI SONO RISTRETTI I RAGAZZI (Joe Johnston, USA/Messico, 1989, 93')

Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi Poster


Con l'avvento al Saloon di Disney+, ho approfittato per rispolverare un classicone dell'infanzia fordiana - visto, se non ricordo male, addirittura in sala - in una delle serate Cinema con i Fordini, consapevole del fatto che l'avventura dei quattro protagonisti nel giardino di casa divenuto una vera e propria giungla avrebbe colpito nel segno: infatti, paradossalmente, le avventure dei ragazzini rimpiccioliti alle dimensioni di una pulce, hanno finito per conquistare i più piccoli tra i Ford più de La maledizione della prima luna - abbastanza snobbato, a dirla tutta - e della seconda trilogia di Star Wars. Dalla sequenza cult con la morte della formica a causa dell'attacco dello scorpione - presa malissimo dalla Fordina - ai siparietti di Rick Moranis, l'esperimento è risultato decisamente riuscito, e nonostante si tratti solo ed esclusivamente di un giocattolo ad uso e consumo delle visioni per famiglie, devo ammettere che ha resistito bene anche alla prova del Tempo, considerato che dovevano essere più di vent'anni che non lo rivedevo.




LA PRINCIPESSA E IL RANOCCHIO (Ron Clements&John Musker, USA, 2009, 97')

La principessa e il ranocchio Poster


Richiesto a gran voce dalla Fordina - in pieno periodo principesse, con una delle rappresentanti della categoria che ancora le mancava -, La principessa e il ranocchio è tornato sugli schermi del Saloon per la prima volta dai tempi della sua uscita, confermando la solidità della coppia Clements/Musker, un'affascinante ambientazione ed una colonna sonora jazz davvero efficace.
Gli autori di Oceania, La sirenetta e Il pianeta del tesoro confermano la loro ottima alchimia e portano sullo schermo un lavoro solido e piacevole, non clamoroso per originalità ma che conquista e diverte, e regala una delle scene più toste che la Disney abbia mai proposto nei suoi prodotti - la morte della lucciola Ray, forse il charachter più emozionante -: promosso dalla Fordina e anche dal Fordino - che inizialmente aveva protestato -, è stato davvero un piacere rivederlo, conferma della validità della struttura che Mamma Disney mette a disposizione dei suoi utenti.





martedì 31 gennaio 2017

La La Land (Damien Chazelle, USA, 2016, 128')




"Nel West, quando la realtà incontra la leggenda, vince la leggenda".
Su questa frase tratta dal meraviglioso L'uomo che uccise Liberty Valance di John Ford ho costruito molta della mia personale mitologia legata alla meraviglia del Cinema, a quel miracolo che, dai tempi di Melies, ha regalato magie a generazioni e generazioni di spettatori in tutto il mondo parlando spesso e volentieri del Graal di quasi tutti coloro che sono mossi da passione: i sogni.
Quei sogni che sono la materia di tutto - impossibile dimenticare Il mistero del falco -, dei quali Hollywood nella golden age dei grandi studios è stata forse il simbolo più splendente.
La Hollywood dei colori sgargianti, degli amori folli e dei musical, simbolo dell'unione tra il Cinema, per l'appunto, e la magia delle sette note: nel corso della mia carriera di spettatore, molti titoli figli di quell'epoca e molti altri appartenenti alla categoria, da West Side Story a Moulin Rouge!, mi sono entrati nel cuore rapendolo come in un ballo travolgente ed appassionato - e tutti quelli che mi conoscono ben sanno che, in quel senso, ho la stessa mobilità di un grizzly uscito cinque minuti prima dal letargo -.
Nel West, si diceva, quando la realtà incontra la leggenda, vince la leggenda.
Damien Chazelle, regista del più che discreto - ma in parte sicuramente sopravvalutato - Whiplash, deve ben saperlo, perchè confeziona per due ore piene un pezzo di Cinema strepitoso, dal travolgente piano sequenza in apertura alla mimica facciale tra la provocazione e l'imbarazzo che Ryan Gosling ed Emma Stone raccontano alla perfezione per rendere la storia d'amore dei due protagonisti di una vicenda fotografata, musicata, diretta e montata alla perfezione, che, pur non avendo ancora visionato la maggior parte dei candidati ai prossimi Oscar, sarebbe un'ingiustizia non si portasse a casa quantomeno i premi nelle categorie tecniche.
Ma non si limita a questo: come, infatti, fu qualche stagione fa per il sorprendente The Artist, anche in questo caso un regista attuale rispolvera con mano ispirata ed una capacità che sconfina dall'omaggio e porta ad un nuovo livello il concetto di Classico tutto quello che, sulla carta, poteva apparire ormai morto e sepolto, come il jazz che Sebastian tanto tiene a mostrare per quello che è a Mia, e invece si trasforma in qualcosa che è già esistito eppure ha il sapore di futuro, che forse è più tecnica che non emozione pura - in questo senso, il già citato Moulin Rouge! stravince in quanto a scossoni e lacrime versate - ma travolge e lascia con la sensazione, nonostante l'hype altissimo che lo precedeva, di aver assistito ad uno spettacolo destinato a lasciare il segno ed essere considerato un riferimento dalle generazioni future, magari di quelli che ispireranno qualcosa simile nello spirito a questo tra una trentina d'anni.
Ma si parlava di West, realtà e leggenda.
Perchè la zampata vera sta tutta lì, a prescindere da quanto magica e strabiliante - per quanto mi riguarda, sempre tecnicamente parlando - possa risultare la visione: la zampata delle grandi occasioni, dei grandi film.
Sebastian che siede al piano, sei anni dopo aver conosciuto Mia.
Un gesto, un accordo, un brano, un film, un sogno.
Qualcosa che avrebbe potuto cambiare la sua vita, e quella dell'amata.
Peccato che il West, ed il Cinema, dove la leggenda vince, siano le meraviglie che ogni giorno ci fanno sgranare gli occhi o chiuderli - se si tratta di una canzone - per immaginare quello che potrebbe accadere se fossimo in un film, o nel ritornello del pezzo che più amiamo e ad ogni ascolto ci fa pensare che i sogni possano realizzarsi, e di essere i protagonisti di una di quelle meravigliose cavalcate su pellicola.
Ma la realtà è un'altra cosa.
Anche per Mia e Sebastian.
Nella realtà, che in questo caso coincide con la nostra, non vince la leggenda.
Cosa resta, dunque, oltre ad una manciata di sogni?
Sedere al nostro pianoforte, qualunque esso sia, e ringraziare chi abbiamo amato, amiamo ed ameremo per sempre per aver vissuto quei sogni accanto a noi.
Che si siano realizzati, oppure no.




MrFord




 

lunedì 4 aprile 2016

Amy

Regia: Asif Kapadia
Origine: UK, USA
Anno: 2015
Durata:
128'









La trama (con parole mie): dai filmini girati con gli amici ai tempi dell'adolescenza alla parabola che la vide passare dall'essere una promettente cantante jazz riconosciuta anche dai veterani dei più elitari locali londinesi ad un'icona pop globale, dal rapporto con il primo manager a quelli più discussi e problematici con il marito ed il padre, un ritratto di Amy Winehouse, forse la voce femminile più clamorosa che la Musica abbia conosciuto negli Anni Zero - e non solo -.
Un'artista disequilibrata e vitale, schietta e vulnerabile, pronta a divorare i palchi ma anche, ed inesorabilmente, a farsi distruggere da una fama sempre più grande e sempre più pesante da sopportare per spalle che, con ogni probabilità, avrebbero avuto bisogno di un supporto più adeguato di quello che hanno avuto.
Da Londra agli States, al mondo intero, uno sguardo a quella che era la donna oltre i rotocalchi, i gossip, l'alcool e le droghe. E oltre la sua morte.













Da appassionato di Musica, pur non essendo un suo fan sfegatato - più per genere, che per talento -, ho adorato Amy Winehouse dalla prima volta in cui sentii la sua voce: senza dubbio, inoltre, l'idea di portare il jazz - o qualcosa che lo ricordasse - all'interno della cultura pop aveva qualcosa di affascinante e magico, anche e soprattutto grazie ad un personaggio che vestiva i panni della star "maledetta" come un guanto, e con una semplicità che, stranamente per il sottoscritto, non dava l'impressione di essere finta o costruita.
Ricordo bene anche quando venni a sapere della sua morte, e di quanto mi colpì nonostante non si trattasse di uno dei miei idoli, quasi avessi la sensazione che il mondo delle sette note avesse perso un tesoro prezioso, qualcosa che avrebbe potuto cambiare molti destini se il Destino, le scelte e le casualità non si fossero messe in mezzo.
E' curioso anche come, nel corso della visione del buon documentario di Asif Kapadia - già apprezzato da queste parti per Senna -, il pensiero sia più volte andato a Montage of Heck, dedicato ad un'altra delle grandi icone del circolo dei ventisettenni Kurt Cobain: non tanto per l'approccio o la qualità dell'opera - diverso il primo, interessante in entrambi i casi la seconda -, quanto per la diversità, nonostante tutto, che a mio parere corre tra questi due personaggi così importanti per la Musica e le rispettive generazioni.
Se, infatti, Cobain ha sempre mostrato - e dimostrato - di essere totalmente distruttivo - fino a superare di gran lunga la detestabilità -, Amy Winehouse, anche grazie a questo film, pare più un bellissimo uccellino tenuto in gabbia non solo da un sistema e dal successo - probabilmente troppo pressanti per una persona così fragile -, ma anche da un entourage che potrebbe essere considerato colpevole della sua morte neppure si trattasse di un omicidio, dal grande amore e marito Blake al padre Mitchell.
In particolare, e da genitore, ho finito per risultare clamorosamente colpito - in negativo, ovviamente - dall'influenza che quest'ultimo pare aver avuto sulla star nella parte conclusiva della sua carriera, ed in più occasioni mi sono chiesto come fosse possibile, per un padre, pensare di mettere obblighi contrattuali milionari davanti alla salute - fisica o mentale che fosse - della propria figlia, alla quale, peraltro, deve non solo la notorietà, ma anche la ricchezza.
O forse, tristemente, per queste.
Allo stesso modo, è proprio nelle eminenze grigie dell'esistenza e della carriera di Amy Winehouse che, a mio parere, Kapadia finisce per lanciare il sasso e ritrarre la mano, forse unico e più grande difetto di un lavoro senza dubbio ottimo in termini "bibliografici", quasi come se al regista fosse mancato il coraggio per calcare più la mano sulle possibili responsabilità di alcuni dei più fidati consiglieri della cantante rispetto alle scelte che l'hanno, di fatto, lavorata ai fianchi fino a farla crollare definitivamente, privando la Musica ed il pubblico di tutto il mondo di una voce ed un personaggio unici e straordinari.
D'altro canto, il merito di questo documentario sta senza dubbio nell'aver mostrato anche a tutti coloro che avessero conosciuto la Winehouse solo come l'ennesima fattona incapace di portare a termine i concerti da gossip la grande naturalezza, lo spessore e l'ammirazione suscitata in amici - quelli veri - e colleghi dalla stessa: per quanto possa suonare strano, infatti, per persone normali con lavori normali, abituate a ritmi tutto sommato normali, un'esposizione mediatica come quella che vide protagonista Amy Winehouse è tutto fuorchè ordinaria, e la capacità di affrontarla non è commisurata, umanamente parlando, dal denaro e la fama.
Non tutte le stelle, infatti, sono fatte per il firmamento.
C'è semplicemente e senza giri di parole, chi non ce la fa pur avendocela fatta agli occhi di milioni e milioni di persone: la differenza, per quanto mi riguarda, in questi casi, sta nella voglia e nella passione che chi di fatto perde comunica.
Ed in questo, Amy Winehouse non mi ha lasciato alcun dubbio.





MrFord





"We only said goodbye with words
I died a hundred times
you go back to her
and I go back to..."
Amy Winehouse - "Back to black" - 





lunedì 16 febbraio 2015

Whiplash

Regia: Damien Chazelle
Origine: USA
Anno:
2014
Durata:
107'





La trama (con parole mie): il giovane e promettente batterista Andrew, figlio di un professore di liceo intenzionato a diventare un grande della musica jazz, affronta la sfida più importante della sua vita quando, al primo anno di una delle più prestigiose scuole di New York, viene selezionato per l'orchestra della stessa da Fletcher, il professore più temuto dell'istituto, un uomo noto per il suo temperamento esplosivo e per i metodi decisamente militari.
Salito alla ribalta grazie ad una casualità, Andrew si trova dapprima ad essere l'astro nascente dell'orchestra e ad abbandonare ogni legame che lo possa distrarre dalla musica, dunque vittima prescelta di Fletcher, in bilico tra la crisi e l'abisso.
Un drammatico incidente - dentro e fuori la scena - allontanerà il ragazzo dalla batteria e dall'ambiente per qualche mese, prima che l'incontro con lo stesso ex insegnante apra di nuovo le porte del jazz ad Andrew: come andrà il suo ritorno dietro casse e pedali?








C'è stato un momento della mia vita - coincidente, grossomodo, con il passaggio tra il quarto ed il quinto anno delle superiori -, in cui scrivevo ogni giorno, cercando di mettere tutto me stesso nella pagina che avevo di fronte: una cosa che continuo a fare ancora oggi, giorno più, giorno meno, soprattutto grazie al blog, ma senza dubbio portata avanti con un approccio differente.
Ai tempi ero un vero stronzo, speravo che le mie storielle da adolescente finissero sempre entro il mese perchè vedevo molti miei amici prodigarsi per un regalo allo scoccare del fatidico primo "versario", trattavo la maggior parte delle persone che avevo attorno con supponenza e ritenevo grandi le stronzate che buttavo sulla carta, neanche fossi un novello Rimbaud o cazzate di questo genere.
E mi sentivo come Andrew in un momento preciso di Whiplash.
Quello in cui il suo ex insegnante Fletcher dichiara di non aver mai avuto un Charlie Parker da tramutare in Bird.
E tu, che te lo senti dire, pensi ancora di esserlo.
In questo senso, il film di Damien Chazelle descrive molto bene il rapporto tra insegnanti ed allievi e tra genitori e figli - la figura del padre dello stesso Andrew, delineata solo sullo sfondo, risulta di gran lunga la più profonda ed interessante della pellicola -, e riesce a fotografare molto bene - oltre allo stesso prodotto, confezionato davvero alla grande nella sua parte tecnica - la sensazione che si accarezza quando, all'inizio della propria vita - perchè, di fatto, gli anni dell'adolescenza e quelli appena successivi sono solo il principio del viaggio che si compie nel mondo -, si pensa di essere più speciali degli altri, soprattutto se si accarezzano sogni di natura artistica.
Per quella che è stata la mia esperienza personale posso dire che è senza dubbio vero che alcuni di quelli che sacrificano tutto - ma proprio tutto - finiscono per raggiungere il successo ambito, ma che non sempre il prezzo da pagare vale quello stesso successo: la discussione a tavola di Andrew con i parenti a proposito di Charlie Parker è emblematica, in questo senso.
Vent'anni fa avrei detto che sarebbe stato meglio morire attorno ai trent'anni circondato dall'aura di genio assoluto, ora penso che non c'è genio che tenga, o opera immortale che compensi la sensazione che provo quando il Fordino mi sorride, o mi abbraccia, o quando si va a prenderlo al nido, e gli si illumina il viso appena ci vede.
Del resto, all'epoca avrei odiato un insegnante come Fletcher - bravo J. K. Simmons, anche se non così miracoloso come mi è capitato di leggere in giro -, tanto quanto avrei amato un Keating: la verità è che nessuno dei due è un buon insegnante, e nessuno dei due sarà mai in grado di fare quello che un insegnante ha il compito di fare, quasi come fosse un padre.
Proteggere i suoi allievi.
Non tanto da lui, o dalla materia di studio, quanto dal mondo attorno, che non regala niente a nessuno, neppure ai cosiddetti "grandi".
Tanto Fletcher forza la mano rischiando di tarpare le ali ai talentuosi più fragili, tanto Keating rischia il tutto per tutto illudendo anche i non talentuosi di potercela fare.
E la cosa più terribile è che non si arriverà mai ad una soluzione, in questo senso: perchè quello dell'insegnante è un ruolo terribilmente scomodo, una sorta di genitore senza legami affettivi, privo del vantaggio che gli stessi legami di sangue possono portare: l'insegnante è qualcuno del quale possiamo anche fare a meno, nel momento in cui la magia si spezza.
Eppure, allo stesso modo, deve essere presente, e farci sentire quanto sia importante che non si molli, che si dia il meglio, che ci si guardi le spalle per non cadere.
Osservando le cose da questa prospettiva il lavoro di Chazelle non fa una grinza, è tosto e tenace come l'insegnante più interessante o come lo studente più promettente, regge il ritmo e regala anche momenti di ottimo Cinema: eppure, saranno le fin troppo numerose recensioni entusiastiche o la sensazione di aver assistito "soltanto" ad uno sfoggio davvero notevole di tecnica e capacità di avvincere il pubblico, ma non credo di aver avuto di fronte, a conti fatti, un Charlie Parker.
In questo senso c'è un signore che di insegnamenti e rapporti tra padri e figli se ne intende parecchio che, ormai quasi trent'anni fa, è riuscito senza ombra di dubbio a portare sullo schermo non, per l'appunto, lo stesso Charlie Parker, ma Bird.
Quel signore di chiama Clint Eastwood, forse il punto d'incontro migliore tra Keating e Fletcher.
E la cosa curiosa è che, nel corso dell'imminente notte degli Oscar, a vincere non sarà il vecchio cowboy tanto quanto Chazelle, giovane che con ogni probabilità si crede un genio.
Non lo è.
Ma non merita neppure di essere preso a calci.
Quantomeno a priori.
Merita di essere compreso, palleggiato tra un abbraccio ed un rimprovero.
E poi di nuovo nella mischia.
Pronto ad un assolo che potrebbe essere decisivo.




MrFord




"Adrenaline starts to flow
you're thrashing all around
acting like a maniac
whiplash."
Metallica - "Whiplash" - 




venerdì 7 febbraio 2014

Michel Petrucciani - Body and soul

Regia: Michael Radford
Origine:
USA
Anno: 2011
Durata: 102'




La trama (con parole mie): un viaggio nell'esistenza di Michel Petrucciani, uno dei più grandi pianisti jazz di tutti i tempi, nato in un piccolo villaggio francese con una malattia genetica che lo rese fragile e quasi fanciullesco nell'aspetto e che non fece che accentuare la grande voglia di vivere e bruciare la candela dai due lati dell'artista.
Dalle prime note suonate in famiglia ai concerti in tutto il mondo, dagli eccessi legati ad alcool e droghe alle avventure sentimentali, Petrucciani è raccontato dalle persone che più l'hanno amato, che gli sono state vicine e che hanno sofferto per lui, che l'hanno visto brillare ogni volta che sedeva ad un pianoforte ed iniziava a suonare ed hanno perso un riferimento quando, a soli trentasei anni, l'artista di è spento a New York, nel 1999.
Una cronaca intensa e non priva di ombre di uno dei grandi volti del jazz, primo non americano a conquistare incondizionatamente musicisti e platee oltreoceano.





Nonostante abbia passato gran parte della post adolescenza lavorando in negozi di dischi sfruttando gli stessi per ampliare il più possibile la mia cultura musicale spaziando praticamente in tutti i generi, conoscevo Michel Petrucciani solo di nome, colpevole di averlo clamorosamente snobbato ai tempi di Virgin e dell'apice del mio radicalchicchismo musicale - fortunatamente superato, come quello cinematografico - a causa dell'enorme successo che ebbero i suoi album nel periodo appena successivo alla morte, avvenuta all'inizio del novantanove, che lo resero un fenomeno di massa nonostante si trattasse di un artista assolutamente lontano dalle logiche di mercato - come tutto il jazz, del resto - al quale continuavo a preferire i Classici come Monk, Miles Davis o il mio personale favorito, Charles Mingus.
Grazie, invece, a mio fratello, ho potuto riscoprire la figura certamente leggendaria di questo incredibile musicista, dotato di una tecnica quasi oltre l'umano ed afflitto da una patologia genetica che lo costrinse ad una vita certamente non semplice, seppur lui continuasse a sottolineare il contrario - "Vorrei potervi dire che sto male, che soffro o che la mia esistenza è un inferno, ma non è così: giro il mondo, ho donne e denaro, vivo ogni giorno fino in fondo" -, l'osteogenesi imperfetta, che oltre ad ossa terribilmente fragili porta in dono una statura ben oltre il nanismo e malformazioni dovute alle reiterate fratture.
Il documentario di Michael Radford - noto più per Il postino e Il mercante di Venezia, pellicole di fama internazionale - si concentra sulla figura di Petrucciani filtrata attraverso filmati di repertorio e racconti di amici, compagni di palcoscenico, conoscenti e mogli, regalando al pubblico un ritratto sentito e mai troppo retorico di uno dei più grandi musicisti di fine novecento, nato in un piccolo villaggio della campagna francese e giunto a conquistare il mondo con il suo talento, fiero di aver vissuto più dell'idolo Charlie Parker ed esibitosi accanto ai più grandi che il jazz di quel periodo conoscesse: un uomo avido di vita ed esperienza, che fin dall'adolescenza - a diciotto anni si stabilì in California, a Big Sur, e proprio in quei luoghi leggendari per il surf ebbe le sue prime esperienze lontano da casa e nel mondo della musica "che conta" - mostrò interesse per tutto quello che avrebbe potuto regalargli un'emozione, conscio di un Destino che non avrebbe previsto una vecchiaia.
Dunque, dall'alcool alle droghe, passando per una quantità infinita di concerti ed incisioni, Michel si ciba avidamente della musica e del mondo, spesso e volentieri senza troppo preoccuparsi di chi si lascia alle spalle - il suo rapporto con le mogli, lasciate tutte dall'oggi al domani per la donna successiva, fu sicuramente complesso, ma ugualmente tanto intenso da far trasparire tutto l'amore che le stesse compagne continuano ancora oggi a provare per lui - e preoccupandosi di prendere in misura uguale - se non maggiore - a quanto la sua arte sia riuscita a regalare al pubblico in ogni angolo del pianeta, appassionati e non.
La stessa vicenda del figlio - nato, con grande dispiacere di Petrucciani, anch'egli soffrendo di osteogenesi imperfetta - porta ad una riflessione più profonda: la scelta del pianista e della sua compagna di non interrompere la gravidanza è senz'altro più complessa di quanto non si possa considerare o inevitabilmente giudicare dall'esterno, e ad un tempo potrebbe avere il sapore di grande forza o grande egoismo.
In un certo senso, due caratteristiche fondamentali per chi cerca, con il suo talento, di lasciare nel mondo un segno indelebile del suo passaggio.



MrFord



"You gotta squeeze a little, squeeze a little
tease a little more
easy operator come-a-knockin' on my door
sometime, anytime, sugar me sweet
little miss innocent sugar me, yeah
give a little more."
Def Leppard - "Pour some sugar on me" - 



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