Penso non ci siano dubbi rispetto al fatto che Steve McQueen sia stato uno degli attori più cool di tutti i tempi.
Personalmente, credo che soltanto in due potessero superarlo, uno in bellezza - Paul Newman - ed un altro in carisma - Marlon Brando -.
Ma tant'è.
Per me, il vecchio McQueen sarà per sempre quello "che tiene i cavalli", il mitico protagonista de L'ultimo buscadero di Peckinpah, uno dei film di riferimento della mia formazione di cinefilo e non solo.
Ma anche l'icona di Getaway!, La grande fuga, Bullit e chi più ne ha, più ne metta.
Nonchè l'emblema di uno spirito libero, ribelle, senza peli sulla lingua, devoto alla vita così come a velocità, donne, alcool, rischio.
Uno che non toglieva il piede dall'acceleratore, quando si trattava di qualcosa che amava.
E Steve McQueen amava alla follia l'automobilismo.
La 24 ore di Le Mans, film uscito dopo numerose e non felici vicissitudini produttive all'inizio degli anni settanta, era l'incarnazione su pellicola di quell'amore.
Da non amante della guida, proprio il titolo che il veloce Steve ha amato di più è paradossalmente uno dei pochi della sua filmografia ancora a mancarmi, anche se attraverso questo interessante documentario si assiste non solo alla realizzazione del suddetto film, ma anche allo scontro tra McQueen ed il suo sogno di portare se stesso all'interno di quello che era il suo lavoro, quasi dovesse completarlo per la prima volta con la passione.
Emblema della "candela che brucia dai due lati", espressione di una virilità non tanto ostentata, quanto vissuta attraverso la sicurezza in se stessi e l'amore per il rischio, McQueen in realtà rappresenta principalmente l'antieroe romantico che passa da stronzo e che, al contrario, per la sua trasparenza risulta più pulito di tanti finti bravi ragazzi, un uomo devoto alle sue passioni e pronto a giocarsi il tutto per tutto per esse: in un certo senso, con tutti i suoi difetti, un personaggio così è di quelli che si trovano raramente, a prescindere dai compromessi accettati a malincuore o rifiutati palesemente, o degli eccessi.
Il percorso compiuto, dapprima come produttore e quasi regista e dunque come "semplice" attore, sempre come pilota, all'interno di quello che era il progetto più importante della sua carriera, non solo rende il mito McQueen fallibile e grandioso proprio per la sua sconfitta, ma anche e più di quanto non si percepisca dall'esterno come pane e salame, dall'influenza sul figlio Chad - che probabilmente vorrebbe essere il padre - alla lettera ai "pezzi grossi" rispetto al riconoscimento economico per il pilota Piper, che perse una gamba durante le riprese, dalla sua prima moglie alle innumerevoli avventure, dall'atteggiamento molto "cocky" ad un cuore che si sente battere ben oltre le poltroncine della sala, o il divano di casa.
Steve McQueen visse al massimo della sua velocità, ed in tutta serenità, quando il tumore ai polmoni che gli costò la vita - e che pare derivasse dall'amianto presente nelle tute da pilota che spesso indossava - se lo stava portando via, dichiarò serenamente "di aver finito la benzina".
Per uno che, probabilmente, non si sarebbe mai fermato, tanto di cappello.
Ed in tutta onestà, quando anche per me arriverà la fine della corsa, vorrei poter affrontare la cosa allo stesso modo: coscienza dei propri limiti e palle, quantomeno, per sfidarli.
Anche se tutti sappiamo che con la morte non si vince.
Perchè a volte capita che, nella sconfitta, si trovi un segreto ancora più profondo.
La trama (con parole mie): dai filmini girati con gli amici ai tempi dell'adolescenza alla parabola che la vide passare dall'essere una promettente cantante jazz riconosciuta anche dai veterani dei più elitari locali londinesi ad un'icona pop globale, dal rapporto con il primo manager a quelli più discussi e problematici con il marito ed il padre, un ritratto di Amy Winehouse, forse la voce femminile più clamorosa che la Musica abbia conosciuto negli Anni Zero - e non solo -.
Un'artista disequilibrata e vitale, schietta e vulnerabile, pronta a divorare i palchi ma anche, ed inesorabilmente, a farsi distruggere da una fama sempre più grande e sempre più pesante da sopportare per spalle che, con ogni probabilità, avrebbero avuto bisogno di un supporto più adeguato di quello che hanno avuto.
Da Londra agli States, al mondo intero, uno sguardo a quella che era la donna oltre i rotocalchi, i gossip, l'alcool e le droghe. E oltre la sua morte.
Da appassionato di Musica, pur non essendo un suo fan sfegatato - più per genere, che per talento -, ho adorato Amy Winehouse dalla prima volta in cui sentii la sua voce: senza dubbio, inoltre, l'idea di portare il jazz - o qualcosa che lo ricordasse - all'interno della cultura pop aveva qualcosa di affascinante e magico, anche e soprattutto grazie ad un personaggio che vestiva i panni della star "maledetta" come un guanto, e con una semplicità che, stranamente per il sottoscritto, non dava l'impressione di essere finta o costruita.
Ricordo bene anche quando venni a sapere della sua morte, e di quanto mi colpì nonostante non si trattasse di uno dei miei idoli, quasi avessi la sensazione che il mondo delle sette note avesse perso un tesoro prezioso, qualcosa che avrebbe potuto cambiare molti destini se il Destino, le scelte e le casualità non si fossero messe in mezzo.
E' curioso anche come, nel corso della visione del buon documentario di Asif Kapadia - già apprezzato da queste parti per Senna -, il pensiero sia più volte andato a Montage of Heck, dedicato ad un'altra delle grandi icone del circolo dei ventisettenni Kurt Cobain: non tanto per l'approccio o la qualità dell'opera - diverso il primo, interessante in entrambi i casi la seconda -, quanto per la diversità, nonostante tutto, che a mio parere corre tra questi due personaggi così importanti per la Musica e le rispettive generazioni.
Se, infatti, Cobain ha sempre mostrato - e dimostrato - di essere totalmente distruttivo - fino a superare di gran lunga la detestabilità -, Amy Winehouse, anche grazie a questo film, pare più un bellissimo uccellino tenuto in gabbia non solo da un sistema e dal successo - probabilmente troppo pressanti per una persona così fragile -, ma anche da un entourage che potrebbe essere considerato colpevole della sua morte neppure si trattasse di un omicidio, dal grande amore e marito Blake al padre Mitchell.
In particolare, e da genitore, ho finito per risultare clamorosamente colpito - in negativo, ovviamente - dall'influenza che quest'ultimo pare aver avuto sulla star nella parte conclusiva della sua carriera, ed in più occasioni mi sono chiesto come fosse possibile, per un padre, pensare di mettere obblighi contrattuali milionari davanti alla salute - fisica o mentale che fosse - della propria figlia, alla quale, peraltro, deve non solo la notorietà, ma anche la ricchezza.
O forse, tristemente, per queste.
Allo stesso modo, è proprio nelle eminenze grigie dell'esistenza e della carriera di Amy Winehouse che, a mio parere, Kapadia finisce per lanciare il sasso e ritrarre la mano, forse unico e più grande difetto di un lavoro senza dubbio ottimo in termini "bibliografici", quasi come se al regista fosse mancato il coraggio per calcare più la mano sulle possibili responsabilità di alcuni dei più fidati consiglieri della cantante rispetto alle scelte che l'hanno, di fatto, lavorata ai fianchi fino a farla crollare definitivamente, privando la Musica ed il pubblico di tutto il mondo di una voce ed un personaggio unici e straordinari.
D'altro canto, il merito di questo documentario sta senza dubbio nell'aver mostrato anche a tutti coloro che avessero conosciuto la Winehouse solo come l'ennesima fattona incapace di portare a termine i concerti da gossip la grande naturalezza, lo spessore e l'ammirazione suscitata in amici - quelli veri - e colleghi dalla stessa: per quanto possa suonare strano, infatti, per persone normali con lavori normali, abituate a ritmi tutto sommato normali, un'esposizione mediatica come quella che vide protagonista Amy Winehouse è tutto fuorchè ordinaria, e la capacità di affrontarla non è commisurata, umanamente parlando, dal denaro e la fama.
Non tutte le stelle, infatti, sono fatte per il firmamento.
C'è semplicemente e senza giri di parole, chi non ce la fa pur avendocela fatta agli occhi di milioni e milioni di persone: la differenza, per quanto mi riguarda, in questi casi, sta nella voglia e nella passione che chi di fatto perde comunica.
Ed in questo, Amy Winehouse non mi ha lasciato alcun dubbio.
MrFord
"We only said goodbye with words
I died a hundred times
you go back to her
and I go back to..."
"Sometimes I feel so happy
sometimes I feel so sad
sometimes I feel so happy
but mostly you just make me mad
baby you just make me mad
linger on, your pale blue eyes
linger on, your pale blue eyes."
Velvet underground - "Pale blue eyes" -
La trama (con parole mie): dalle origini rurali al ghetto di Trench Town fino agli stadi gremiti in tutto il mondo, uno sguardo approfondito sulla vicenda umana e musicale di una delle icone pop del ventesimo secolo, l'artista che ha segnato il successo del reggae ed ispirato generazioni intere di ascoltatori, musicisti ed appassionati.
Una fotografia traboccante emozione e musica che passa attraverso le testimonianze di compagni, parenti, figli, donne, produttori e filmati di repertorio tratti da concerti ed interviste in grado di dare uno spessore nuovo non solo al personaggio, ma soprattutto alla persona Bob Marley: non soltanto, dunque, l'idolo delle masse, ma anche il padre, il convinto rastafariano, l'amico, l'amante, l'Uomo.
Dall'Africa agli States, dalla Giamaica all'Inghilterra, l'ascesa e la morte di uno dei più grandi comunicatori che la Musica abbia mai conosciuto.
Kevin MacDonald è da parecchio tempo, ormai, una piccola certezza di casa Ford, soprattutto per quanto riguarda il documentario: il giovane regista nativo di Glasgow, infatti, più noto per i lungometraggi State of play, The eagle e L'ultimo re di Scozia, dalle mie parti si è fatto notare per gli splendidi La morte sospesa e One day in September, incentrato sulle drammatiche vicende che turbarono il clima di festa nel villaggio olimpico a Monaco '70.
Con Marley si segna il suo ritorno al format che gli è più congeniale, e che fin dalle prime battute si conferma come una scelta quanto mai azzeccata per il cineasta in ottica di un suo ritorno ufficiale nelle schiere del lato più "autoriale" della settima arte: le panoramiche a volo d'uccello sugli splendidi paesaggi giamaicani, così come le interviste per le strade del minuscolo borgo di St. Anne - luogo di nascita del meticcio Robert Marley, padre vecchio soldato anglosassone, madre giovanissima e nativa del luogo, fino al momento del successo spesso e volentieri rifiutato proprio per la sua diversità di "mezzosangue" - fanno intendere da subito che il buon Kevin ha intenzione di portare a casa - e nei cuori degli spettatori - un lavoro con tutti gli attributi al loro posto, regalando una vera e propria perla non soltanto ai fan del più grande interprete della storia della musica reggae o della musica in genere, ma anche agli appassionati di Cinema e a chi, per quanto difficile possa suonare, dell'autore della celeberrima No woman no cry conosce poco o nulla.
La cosa interessante - oltre ai numerosissimi filmati di repertorio recuperati da concerti, interviste, servizi dell'epoca - è l'intenzione di MacDonald di presentare non soltanto il Bob Marley personaggio, cantante ed icona della scena musicale internazionale, ma anche la sua storia, dall'infanzia alla morte, il legame con i precetti rastafari, il rapporto con la moglie Rita e tutte le altre donne della sua vita - undici eredi da sette unioni diverse, di sicuro non era il tipo da farsi troppi problemi in questo senso -, il legame con i figli - in particolare Ziggy, cantante anch'egli pur se non noto quanto il padre, e Cedella -, i viaggi e la scoperta del mondo nonchè la condotta rispetto alla scena politica giamaicana, complessa e molto violenta soprattutto sul finire degli anni settanta.
Con un tocco assolutamente leggero che mi ha ricordato quello di Jonathan Demme nel meraviglioso The agronomist - e le due sequenze legate alla visita giamaicana di Hailè Selassiè, icona del rastafarianesimo, e del ritorno dello stesso Marley in patria dopo il suo "esilio" ricordano non poco quella che vide protagonista ad Haiti Jean Dominique -, MacDonald prende per mano l'audience per le strade di Kingston così come nei più gremiti degli stadi europei - alcuni tra noi ricorderanno, e avranno avuto la fortuna di assistere, alla sua storica performance a Milano, nello stadio di S. Siro, il 27 giugno del 1980 - senza risparmiarsi nulla a proposito del carismatico leader dei Wailers, dall'infanzia nel ghetto fino al complicato rapporto con i suoi primi compagni di band, dai successi locali all'affermazione planetaria che lo vide sconvolgere la scena musicale globale come pochi altri avevano fatto - e faranno -: personalmente, malgrado le mie influenze siano sicuramente più rock, ho sempre amato la musica reggae e ska pur non condividendo praticamente per nulla i rigidi precetti rastafari e la visione piuttosto impostata rispetto alle donne e alla religione, eppure nonostante l'importanza politica e mediatica del personaggio, ho trovato innovativa ed assolutamente potente la parte di questo film dedicata al Bob Marley uomo e padre, appena accennata eppure clamorosamente profonda e complessa.
Le parole di Ziggy - che racconta di quanto il genitore fosse rigido, o di come, nelle gare di corsa con loro sulla spiaggia se ne fregasse del fatto di vedersela con dei bambini mettendo tutto se stesso in modo da arrivare alla vittoria - e di Cedella - che si chiede come sia stato possibile per sua madre Rita accettare di buon grado tutte le infedeltà del marito considerandole parte del loro rapporto, o di quanto le sia mancato un padre presente anche quando, di fronte al suo letto di morte, capì che sarebbe stato impossibile trovare un momento che fosse soltanto loro - rendono vivida e credibile una figura forse più nota come simbolo su bandiere e t-shirt, passata alla Storia - almeno in Occidente - come fosse fondamentale nella crociata per la liberalizzazione delle droghe leggere - crociata che condivido, ma che appare superficiale rispetto alla vita e alla cultura dell'uomo e dell'artista in questione -.
Bob Marley non era perfetto, anzi: accanto alla sua ferrea volontà di ricerca di un mondo all'interno del quale potesse essere possibile la pacifica coestistenza tra le razze e le culture vi era un ragazzo estremamente ambizioso - nonostante lui stesso dichiarasse il contrario -, dall'incontenibile voglia di vincere ed arrivare al successo, fianco a fianco con la passione sfrenata per la vita - la musica, le donne, il calcio, l'erba - un distacco quasi glaciale dai figli, dalle compagne più importanti, dagli amici e dai musicisti, quasi fosse promesso a qualcosa di più grande, dalla necessità di lottare accanto al suo pubblico alla scelta di trascurare una ferita che avrebbe potuto salvargli la vita dal tumore che l'ha portato via, combattuto troppo tardi e troppo frettolosamente.
Ma il bello è proprio questo: perchè - e non me ne vogliano il vecchio Bob ed i suoi compagni rastafariani - l'ideale fatto uomo, la divinità, l'icona, non esiste.
Esiste l'umanità profonda di quello che è stato a suo modo un profeta, e senza dubbio uno dei più grandi comunicatori che la Musica abbia mai conosciuto.
Get up, stand up, Bob.
Don't give up to fight.
E qui dalle mie parti non si smette mai di lottare. E di Resistere.
MrFord
"Emancipate yourselves from mental slavery;
none but ourselves can free our minds.
Have no fear for atomic energy,
'cause none of them can stop the time.
How long shall they kill our prophets,
while we stand aside and look? Ooh!
Some say it's just a part of it:
we've got to fulfill the Book.
Won't you help to sing
These songs of freedom?
'Cause all I ever have:
Redemption songs,
redemption songs,
redemption songs."
La trama (con parole mie): chi era Jim Morrison, frontman dei Doors ed icona del rock? Il figlio di un ufficiale di marina fuggito ad una società troppo rigida o il Jimbo sballato degli arresti e dei concerti da strafatto? Il ragazzo morto d'infarto a Parigi e seppellito a Pere Lachaise o uno sciamano che ancora viaggia sulle strade del mondo? Tom DiCillo racconta, attraverso una raccolta di immagini e filmati, una parte della controversa esistenza di uno dei simboli per eccellenza della musica moderna.
Credo che nessuno possa mettere in discussione il valore e l'importanza che i Doors e Jim Morrison hanno avuto nel panorama musicale e nel fermento culturale degli anni della rivolta contro il Vietnam e la società laccata degli anni cinquanta negli Stati Uniti e non solo: con tutti i suoi difetti, Morrison rappresenta ancora oggi una delle icone più importanti che possano attraversare la vita e l'esperienza di ogni nuovo consumatore di rock, e di musica in generale, a prescindere dalla sua età.
Un mito bruciato troppo in fretta, un genio dello showbiz, un attore o uno sciamano - a seconda di come lo si guardi - nato, un ragazzo pronto a giocarsi tutto nella rivolta ad una famiglia che intuì troppo tardi il suo potenziale, ma che, probabilmente, fu indirettamente la scintilla che fece scoppiare l'incendio che furono gli indimenticabili dischi dei Doors.
Ma una cosa è Jim Morrison, l'altra When you're strange.
Che non è male, ma non è male proprio grazie alla presenza salvifica delle canzoni del gruppo californiano e dei filmati che ritraggono il backstage e le registrazioni dei loro album, ispirazione anche del non limpidissimo biopic firmato Oliver Stone di qualche anno fa.
Se si escludono, infatti, i filmati di repertorio, la parte prettamente documentaristica lascia molto a desiderare, e l'intero lavoro pare orchestrato per essere una sorta di omaggio in stile special di Mtv senza alcun approfondimento o intervista come si converrebbe, e se per il pubblico a digiuno di Morrison e soci può anche apparire affascinante, i fan della band non potranno affatto non notare la quasi completa assenza di retroscena sulla vita dei membri del gruppo e la superficialità dell'intera operazione, che pare essere incentrata più sugli accenni ai singoli episodi che non sugli episodi stessi, e pare aggravarsi quando, a fare da collante tra una sequenza e l'altra, vediamo comparire uno pseudo Jim in viaggio nel deserto, quasi fosse uno sciamano che ha lasciato la società come la intendiamo noi, e vivo e vegeto vaga senza meta lungo quelle autostrade polverose a dispensare visioni e saggezza neanche fosse il Reno Raines di Renegade.
Il tutto cercando di tacere a proposito della pessima versione italiana, protagonista della quale troviamo uno scatenato Morgan, che raccoglie il testimone di Johnny Depp - narratore dell'edizione originale - divertendosi evidentemente come un matto ad enfatizzare ogni singola parola con una fastidiosissima inflessione da radical chic che "lui si che ne sa perchè conosce i tormenti delle rockstar e voi altri poveri stronzi che state qui ad ascoltare non valete una beata fava" meritevole solo e soltanto di una cascata di bottigliate dritte sul grugno.
Fortunatamente, a far dimenticare allo spettatore la poca consistenza in qualità di documentario di questo lavoro di DiCillo e la cadenza di Marco Castoldi ci pensano i signori Morrison, Manzarek, Densmore e Krieger, in arte The Doors: a distanza di quaranta e passa anni, la loro musica resta una nuova frontiera, e pezzi come The end o Light my fire colpiscono dritte al cuore, spalancano ancora le porte della percezione - con o senza usi e abusi - e corrono dritte come il più travolgente dei brividi lungo tutta la spina dorsale fin dentro il cervello ed i sogni.
E anche in quel caso non ci sono dubbi: i Doors fanno ancora sognare.
MrFord
"You know that it would be untrue
you know that I would be a liar
if I was to say to you
girl, we couldn't get much higher
come on baby, light my fire
come on baby, light my fire."
The Doors - "Light my fire" -