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martedì 10 ottobre 2017

Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve, USA/UK/Canada, 2017, 164')





Ho sempre pensato che, in barba al Tempo che ci condanna inesorabilmente e alle azioni che mostrano tutti i limiti dell'essere Umani, sia importante, fondamentale, cruciale per la vita venire a patti con se stessi e trovare un equilibrio nella strada che si decide di seguire, a prescindere da quale sia.
Potrebbe non essere la via più semplice, o quella che ci rende migliori, ma nel momento in cui la stessa contribuisce a renderci noi stessi, allora per quanto mi riguarda non ha bisogno di altre spiegazioni.
Blade Runner 2049, a prescindere dalla sue nobili origini e derivazioni, non ha bisogno di altre spiegazioni.
Così come Denis Villeneuve.
Racconta una storia vecchia quanto il mondo, legata al bisogno di identità, di affermazione, di pienezza, di indipendenza, di lasciare qualcosa in questo strano posto in cui siamo capitati e ci muoviamo, e lo fa attraverso immagini e mezzi tecnici clamorosamente superiori ed affascinanti, un ritmo che mette alla prova ma che nasconde la capacità di ammaliare, un Pifferaio magico della settima arte, un incedere che mette a confronto con una ricerca che esula dalla propria origine o Natura, e che porta ad inseguire la strada che condurrà al futuro, a prescindere da quale futuro ci attenda.
"Non hai mai assistito ad un miracolo", afferma Dave Bautista in apertura di pellicola.
Sinceramente, da ateo miscredente, mi sono sentito chiamato in causa.
Eppure, fotogramma dopo fotogramma, bellezza su bellezza, sogno su sogno, l'impressione è davvero stata quella di un miracolo legato - come fu per Arrival - al concetto di creazione, a quelle probabilità sfavorevoli che divengono metro di paragone per una nuova speranza, per qualcosa che non sarebbe dovuto neppure accadere e invece, contro ogni previsione, porta una mano appoggiata ad un vetro a cercare quello che riempie il significato della vita di qualsiasi uomo, replicante o chiunque vogliate o sognate di essere.
La fantascienza dell'epoca di Dick e quella della conquista dello spazio sono ormai tramontate per cedere il passo ad un nuovo sistema ed approccio, dalla rete ai social, dalla vita in condivisione al completamento di se stessi attraverso i mezzi di comunicazione: Villeneuve si adatta a questa nuova realtà portando sullo schermo qualcosa che ha il sapore ancestrale della creazione, dell'esplorazione - di noi e del mondo che ci circorda -, del tentativo di seguire lo schema solo fino a quando lo stesso non diviene una condanna, qualcosa che ci impedirà di vivere non solo un sogno, ma anche, e paradossalmente torniamo al discorso dell'ateo miscredente, l'idea del sogno che vorremmo vivere.
E nonostante l'atmosfera cupa ed opprimente, la sensazione di ineluttabilità, l'impressione che ho avuto di Blade Runner 2049 è stata quella di un inno al desiderio di vivere la propria vita, trovare la strada che permetta di farlo, a prescindere dai sacrifici e dai rischi, dai ruoli e da quello che ci si potrebbe aspettare da noi che stiamo vivendo, replicanti o umani.
Ed è proprio in quello, che io vedo il miracolo.
La lotta è ancora presente, sanguinosa e pronta a chiedere un tributo pesante in termini di vite e sacrifici, eppure mi pare, attraverso le immagini, di aver assaporato l'idea di una consapevolezza maggiore di quello cui è possibile aspirare, o cambiare, della ricerca che porta a confrontarsi con se stessi anche quando l'idea che finiamo per avere di noi è decisamente sopravvalutata rispetto a quanto il mondo richieda: lo stesso fatto che si possa anche solo immaginare che sia così finisce per essere confortante, a prescindere da quello che riservano imposizioni, missioni, compiti, ordini venuti dall'alto impossibili da ignorare.
Se non fosse per il suo passato ingombrante - che torna, comunque, più per aiutare ed essere aiutato che non per ostacolare -, Blade Runner 2049 sarebbe un film "contro", pronto a seguire un impianto classico - soprattutto in termini di svolgimento - e da un ritmo certo non sostenuto: ma le cose non sono mai semplici quanto potremmo sperare o credere, e dunque si finisce sempre a rimboccarsi le maniche e farsi il culo, nella speranza che, prima o poi, anche per noi, o qualsiasi altro ateo miscredente, venga dritto il giorno del miracolo.
Perchè sarà quello che cambierà ogni cosa.




MrFord




 

lunedì 3 marzo 2014

Oscars 2014: Academy VS Ford again

La trama (con parole mie): ed eccoci giunti di fronte al misfatto compiuto. La notte degli Oscar è alle spalle, e se da un lato ha finito per regalare una grande gioia al disastrato Cinema italiano, dall'altra ha confermato i timori della vigilia promuovendo un film decisamente sopravvalutato come Gravity a scapito del vero capolavorone di questo inizio duemilaquattordici, The Wolf of Wall Street, dimenticato con il suo protagonista, il solito Di Caprio perennemente snobbato dall'Academy.
Di seguito tutti i premi ed un confronto con quelle che erano state le mie previsioni della vigilia.


"Ha ragione Julez, Leo. Hai troppa figa intorno, per questo la statuetta te la puoi scordare."

Miglior film: 12 anni schiavo


Poteva andare decisamente peggio, visto come si è evoluta la serata. Complimenti al corpulento McQueen per quello che, a mio parere, è il suo film migliore.

Miglior film straniero: La grande bellezza


Tifavo per Il sospetto, ma considerato che La grande bellezza è, prima che una produzione italiana, un grande film, non posso che essere felice per questa soddisfazione giunta tra le mani dei rappresentanti della Terra dei cachi.

Miglior regia: Alfonso Cuaron





E con la statuetta per la miglior regia inizia la carrellata di Gravity, film enormemente sopravvalutato che può essere definito il trionfatore della serata. Peccato, perchè il Lupo avrebbe meritato un destino decisamente migliore. 

Miglior attore: Matthew McConaughey


Di norma sarei stato più che felice per la vittoria di un fordiano ad honorem come McConaughey, davvero. Peccato che sulla sua statuetta incomba l'ennesimo mancato riconoscimento a Di Caprio.

Miglior attrice: Cate Blanchett




Pensavo sarebbe stato l'anno di Amy Adams, e invece la Blanchett, preferita del sottoscritto, ce l'ha fatta. Una delle poche soddisfazioni della nottata.

Miglior attore non protagonista: Jared Leto


Uno dei premi più ovvi, in grado perfino di unire l'Academy ed il vecchio cowboy. Grande Jared.

Miglior attrice non protagonista: Lupita Nyong'o




Oscar decisamente ruffiano, questo, nel classico stile Academy. La Roberts l'avrebbe meritato decisamente di più. E senza troppa fatica, anche le altre candidate. Ma certi ruoli garantiscono la statuetta, è risaputo.

Miglior sceneggiatura originale: Spike Jonze




Una delle gioie più grandi di questa notte degli Oscar 2014. Her è un gioiellino, il secondo tra i miei preferiti dopo il Lupo scorsesiano. In alto i calici per Spike Jonze, dunque, e per il suo filmone.

Miglior sceneggiatura non originale: John Ridley


Buon lavoro, quello di John Ridley per 12 anni schiavo, ma la giustizia della settima arte avrebbe premiato Terence Winter per il Wolf o, al massimo, Richard Linklater per Before midnight

Miglior film d'animazione: Frozen




Mi dispiace per Miyazaki, che comunque non ho ancora avuto modo di vedere, ma al contempo posso dirmi più che felice per il riconoscimento al miglior film Disney degli ultimi dieci anni.




Tra gli Oscar tecnici, Gravity si porta a casa invece fotografia, montaggio, colonna sonora - vergognoso il mancato premio a Her -, effetti speciali, sonoro, montaggio sonoro.
L'Academy si salva in corner premiando come miglior canzone Let it go da Frozen invece che l'ovvia Ordinary love di Bono e soci, nonostante io tifassi spudoratamente per The moon song, e stupisce per l'Oscar del miglior documentario 20 feet from stardom, che la spunta sul favoritissimo The act of killing.
Il quasi ignorato Il grande Gatsby, invece, porta a casa il riconoscimento per i migliori costumi, che fa il paio con quello per il miglior trucco andato a Dallas buyers club.
Tra i premi "minori" dedicati ai corti - d'animazione, documentari e live action - vincono rispettivamente Mr. Hublot, The lady in numer 6 e Helium.




In chiusura, una verifica di quelle che erano state le previsioni della vigilia, ovvero i pronostici rispetto alle scelte dell'Academy e le mie preferenze personali:

Vincitori dell'Academy azzeccati da Ford: Miglior film, miglior attore, miglior attore non protagonista, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale, miglior film d'animazione, miglior film straniero, miglior fotografia, miglior sonoro, migliori effetti speciali per un totale di dieci statuette. Posso migliorare.

Vincitori che Ford avrebbe premiato: Miglior attrice, miglior attore non protagonista, miglior film d'animazione, miglior sceneggiatura originale, migliori costumi, miglior trucco per un totale di sei premi. Non sarò messo male come Di Caprio, ma certo non posso dire di essere in linea con l'Academy.


MrFord

lunedì 3 febbraio 2014

Dallas buyers club

Regia: Jean Marc Valleè
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 117'




La trama (con parole mie): Ron Woodroof, elettricista e giocatore d'azzardo dedito ad alcool, eccessi e donne, si ritrova, nel pieno degli anni ottanta, positivo all'HIV. Superato il trauma della presa di coscienza della propria condizione ed abbandonati gli amici di un tempo, l'uomo si dedica ad una personale ricerca di potenziali cure per la malattia, ingaggiando una vera e propria crociata a favore dei malati contro le multinazionali farmaceutiche intente a promuovere l'AZT.
I suoi trenta giorni di vita previsti alla prima visita divengono così anni di battaglie legali e non contro lo status quo che poneva i malati di AIDS ai margini della società, nonchè vere e proprie cavie per i colossi dell'industria farmaceutica.






La fama di alcune pellicole gioca molte delle sue carte sul passaparola: Dallas buyers club, salito alla ribalta della cronaca grazie ai Globes vinti da Matthew McConaughey e Jared Leto - entrambi meritatissimi -, divenuto il caso cinematografico made in USA di questo inizio anno, deve molta della sua fortuna proprio a questo fenomeno.
Mossi dalle incredibili performances attoriali dei protagonisti, pubblico e critica hanno finito per spingere il lavoro di Jean Marc Valleè oltre ogni più rosea aspettativa, portando Dallas buyers club a diventare, di fatto, un blockbuster d'autore pronto a battersi con i più grandi favoriti nella notte degli Oscar: visione alle spalle, posso dire che senza ombra di dubbio siamo di fronte ad un gran bel prodotto, confezionato alla perfezione e costruito per colpire ed emozionare pur sfruttando un main charachter certamente non empatico o "positivo" come il Ron Woodroof di McConaughey, seppur lontano dal Capolavoro che vorrebbe essere venduto.
Onestamente, penso ci si trovi più dalle parti dei solidi Milk o Erin Brockovich - titoli che riguardo sempre volentieri, impegnati e non banali - che non da quelle degli imprescindibili, nonostante la pellicola avvinca e renda il pubblico più giovane edotto rispetto ad una delle grandi battaglie degli emarginati nel corso degli anni ottanta e quello più stagionato sensibile ad un periodo decisamente particolare della Storia recente: tratto da una vicenda realmente accaduta - la battaglia legale e non del già citato Ron Woodroof, elettricista devoto all'alcool, agli eccessi, al gioco ed al sesso lontano dal mondo omosessuale che ai tempi si credeva unico a dover fare i conti con l'HIV - e profondamente legato alle lotte che resero possibile una maggiore attenzione da parte dell'opinione pubblica a proposito dello sfruttamento dei malati da parte delle multinazionali farmaceutiche, Dallas buyers club rappresenta il tipico e coinvolgente film di grande impegno sociale, con alcuni spunti splendidi - la scena finale, il rapporto sessuale tra Woodroof e la ragazza malata, liberatorio come solo il sesso libero e non protetto può essere, sicuri di non infettare altri - ed alcuni passaggi appena sotto il livello di pericolo di retorica.
Una pellicola solida e di cuore ma comunque ben distante dalle vere e proprie pietre miliari, che mi sono goduto una volta presa coscienza dei suoi limiti principalmente grazie allo stimolo regalato dal protagonista, un redneck fatto e finito che, di fronte alla prospettiva della morte, finisce per attaccarsi alla vita con una determinazione incrollabile che io stesso ben comprendo, considerato che è mia ferma intenzione quella di attaccarmi a questo mondo con le unghie e con i denti almeno fino ai centotre anni.
E dico almeno.
L'esempio dato da personaggi in grado di affrontare l'avvicinarsi dell'ultimo viaggio con la stessa contagiosa voglia di sperimentare e lottare di chi, al contario, ha la possibilità di godersi ogni giorno senza avere l'impressione di stare affrontando un conto alla rovescia è senza dubbio stimolante, anche quando si tratta di dover convivere con qualcosa che, presto o tardi, finirà per vincere la guerra anche a fronte di qualche sconfitta di poco conto.
In un certo senso, è la stessa cosa anche per noi, con la differenza che, di norma, non prestiamo troppa attenzione alla sabbia che scivola nella clessidra togliendo ogni giorno qualcosa dal tavolo della nostra mensa.
A scanso di equivoci, io ho intenzione di mangiare e gustarmi quanto più possibile ogni momento. Come in un rodeo che potrebbe finire da un istante all'altro.



MrFord



"Are you my main man
are you now are you now
are you my Main Man
are you now are you now
are you now."
T-Rex - "Main man" - 



giovedì 30 gennaio 2014

Thursday's child


La trama (con parole mie): ancora sconvolti dall'hangover della sbronza colossale di settima arte che è stata The wolf of Wall Street, la premiata (???) ditta Ford&Cannibal si confronta in una nuova puntata della loro ormai leggendaria (???) rubrica dedicata alle uscite settimanali.
Anche a questo giro avremo modo di gustarci qualche chicca come l'ultimo lavoro di Scorsese, o saremo di fronte ad un weekend che sarebbe meglio dedicare ai recuperi?
Alle schermaglie dei due rivali più rivali (???) della blogosfera l'ardua sentenza.

   
Katniss Kid e Sylvester Fordone fingono di ignorarsi per mascherare le recenti affinità cinematografiche.
 
Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée


Il consiglio di Cannibal: viva il Cannibal Buyers Club, abbasso il Dallas Forders Club!
Un film che affronta le tematiche di AIDS e omosessualità negli anni ’80 in odore da Oscar?
Potrebbe sembrare una ruffianata. Lo sarà per davvero?
Potete farvene un’idea andando ad ammirare le prove recitative di Matthew McConaughey e Jared Leto su grande schermo. Altrimenti lo scoprirete a breve su Pensieri Cannibali, con una recensione che si preannuncia già da non perdere.
E quella di WhiteRussian?
Boh, sì, no, forse, chissà, magari si può dare un’occhiata pure a quella…
Il consiglio di Ford: un redneck ed un efebo uniti per la stessa causa? Non è la storia di Ford e Cannibal, ma quella di Dallas Buyers Club!
Film interessante, questo Dallas Buyers Club in odore di Oscar, almeno per quanto riguarda le interpretazioni.
McConaughey e Leto strepitosi, anche se dal film, forse, ci si poteva aspettare qualcosa in più. Un pò come dalla rivalità sempre più spenta tra il sottoscritto e Peppa Kid.
Comunque, a brevissimo la recensione fordiana che chiarirà del tutto la questione sicuramente meglio di quella cannibalesca!

"Caro Peppa, ora che non siamo più troppo rivali, dovrai addirittura fare un giro in macchina con me!"
 I segreti di Osage County di John Wells


Il consiglio di Cannibal: il vero segreto di Ford? In realtà adora i teen movies!
Altro film in odore da Oscar per le sue protagoniste Meryl Streep e Julia Roberts, altro film in odore di ruffianata. Sarà davvero così pure in questo caso oppure, come American Hustle ci ha ricordato di recente, le apprenze ingannano?
Io dico di provare a dargli una possibilità. E a Ford in particolare dico di prestare attenzione, visto che la sceneggiatura è firmata da Tracy Letts ed è tratta da una sua stessa opera teatrale. Chi è Tracy Letts? Quello di Killer Joe, il film fordiano del 2012. Quindi, caro James Ford, occhio a non bollarlo prematuramente come una visione per sole desperate housewives…
Il consiglio di Ford: i segreti di Casale Monferrato
Secondo film della settimana e secondo titolo spinto principalmente nella corsa agli Oscar dalle interpretazioni - questa volta femminili -: ancora manca all'appello, qui al Saloon, ma spero presto di poter avere modo di capire se si tratti della tipica sòla da coniglioni o di un film potenzialmente interessante e dunque per definizione fordiano.
Spero in ogni caso che possa creare una spaccatura insanabile tra le opinioni mia e di quel ciarlatano del Kid, che ormai potrebbe essere definito la Meryl Streep della blogosfera.

"Quindi io dovrei essere la Peppa Kid di Hollywood!? Ma non fatemi ridere!"
Hercules – La leggenda ha inizio di Renny Harlin


Il consiglio di Cannibal: e per me può anche avere fine
Ecco la puttanata fordianata della settimana, e forse del millennio!
Tra 300 e Spartacus, una pellicoletta avventurosa che il trailer annuncia realizzata “dai produttori de I mercenari - The Expendables”, come se fosse una cosa di cui vantarsi. Ma stiamo scherzando?
In più, il protagonista è Kellan Lutz, quello che nella saga di Twilight fa passare Robert Pattinson e Taylor Lautner come dei maestri di recitazione.
Se guardo questo film, mi sa che muoro.
Il consiglio di Ford: la leggenda è già finita.
In attesa del vero film dedicato al mitologico Ercole, ovvero quello che vedrà protagonista The Rock, ignoro felicemente quella che promette di essere una delle più grandi porcate dell'anno insieme al nuovo film firmato da Lars Von Trier.
Kellan Lutz protagonista, trailer ridicolo, aspettative sotto zero.
Mi pare quasi di essere tornato ai bei tempi in cui aprivo Pensieri cannibali e sapevo che avrei trovato opinioni completamente diverse dalle mie.

"Eppure io quel Robert Pattinson non me lo sono ancora levato dalla testa!"

Il segnato di Christopher B. Landon


Il consiglio di Cannibal: l’ho segnato tra i film da NON vedere
Segnato?
Chi ha segnato?
La Rubentus? Il Milan no dai, non ci credo che abbia segnato.
Ah, Il segnato è un film?
Ed è annunciato come lo spinoff latino-americano di Paranormal Activity?
Ma che è, uno scherzo di cattivo gusto come il Milan tornato alla vittoria?
Il consiglio di Ford: questo film è segnato. Dalle bottigliate.
Ancora ebbri della sbornia da Scorsese della scorsa settimana, probabilmente finiremo per accettare di buon grado la distribuzione di un'altra potenziale schifezza atomica che potrebbe addirittura ambire ad un bel posto al sole nella decina dedicata al peggio di fine anno.
In realtà, probabilmente concedere una visione a questo film potrebbe risultare perfino più dannoso che ascoltare i consigli calcistici, cinematografici e in ambito femminile del Cannibale. Anzi, i consigli del Cannibale e basta.

"Tieni, questo ti proteggerà da quei brutti ceffi di Ford e Cannibal!"
Belle & Sebastien di Nicholas Vanier


Il consiglio di Cannibal: molto meglio Ford & Cannibalien
Per me i Belle and Sebastian sono un gruppo fondamentale della scena indie-pop scozzese, e basta. Del resto, del cartone o del libro che sia, non me n’è mai fregato niente. Questa nuova versione si preannuncia poi come la classica pellicola fatta apposta per far piangere i cuori teneri. Ford, è il tuo film, io nel frattempo me ne vado a caccia. A caccia di Tom Hanks da abbattere uahahah!
Il consiglio di Ford: va bene il revival, ma qui pare il ritorno dei morti viventi!
Ricordo con grande affetto il cartone animato dedicato a Belle e Sebastien, che ai tempi delle scuole elementari finivo per incrociare spesso e volentieri appena tornato a casa, più o meno dopo l'ora di pranzo.
Non riesco ancora a vedere, neppure sforzandomi, quali potrebbero essere i vantaggi - o il bisogno - di rispolverare questo vecchio titolo attraverso un film che si preannuncia come una cocente delusione: che poi è un po’ la stessa cosa che accade quando mi ritrovo a contattare Peppa Kid per una nuova collaborazione, e mi chiedo sempre per quale diavolo di motivo continui a sopportarlo.

"Tranquillo, Ford. Ci penso io a riportarti a valle, parola di Cannibal."
La gente che sta bene di Francesco Patierno

 Il consiglio di Cannibal: la gente che sta male va a vadere questo film
Claudio Bisio, Diego Abatantuono e la nevrastenica Margherita Buy tutti insieme nella solita commedia che vorrebbe parlare in maniera brillante e tagliente dell’Italia in crisi di oggi?
Portatemi i sali che ho un mancamento!

Okay gente, mi sono ripreso. Dove mi trovo?
Sto scrivendo una rubrica insieme a MrFord?
Portatemi di nuovo i sali che ho un altro mancamento!
Il consiglio di Ford: la gente che sta bene andrà a vedere - o rivedere - The wolf of Wall Street. Altro che questa roba.
Non poteva passare una settimana senza che il Cinema italiano proponesse la sua ennesima commedia "alternativa" che di alternativo ha soltanto di essere, fortunatamente, l'unica del weekend. Inutile dire che da queste parti finirà dritta dove le conviene con tanto di bottigliate accademiche.
Roba da star male anche più di quando, quotidianamente, mi rendo conto di stare collaborando con Katniss Kid da anni.

"Facciamoci un sigaro alla faccia di Ford e Cannibal: tanto quelli non stanno bene di sicuro!"

martedì 9 aprile 2013

Alexander

Regia: Oliver Stone
Origine: USA
Anno: 2004
Durata:
175'




La trama (con parole mie): formato da un'educazione seguita da Aristotele e dall'incontro tra la cultura sanguigna e violenta del padre Filippo e quella cospiratrice e mistica della madre Olimpiade, Alessandro fu uno dei più grandi conquistatori della Storia.
Unificata la Grecia sotto il suo comando, partì per un'impresa al limite dell'impossibile più di trecento anni prima di Cristo: sconfiggere l'immenso impero persiano e spingersi oltre ogni confine, giungendo ai limiti del mondo conosciuto per trovarsi alla testa di un regno talmente vasto da intimidire perfino gli Dei che l'avrebbero benedetto.
Il viaggio, le battaglie, la vita e la morte di uno dei più grandi geni militari e politici di tutti i tempi specchiate attraverso la sua lotta più dura: quella con se stesso.





Ammetto, forse, di essere di parte, quando parlo di qualcosa che riguarda Alessandro Magno, uno dei miei personaggi storici favoriti di tutti i tempi: il giovane conquistatore macedone, con le sue imprese ed il coraggio, l'ego di dimensioni divine e gli squilibri passionali dei più scombinati degli uomini è da anni una delle mie "fisse", tanto da essere almeno parzialmente responsabile del fatto che uno dei due nomi del Fordino sia proprio Alessandro.
Il film di Stone, che ai tempi attendevo con un hype pazzesco, massacrato spesso e volentieri dalla critica e sicuramente traboccante di difetti è e resta, infatti, uno dei miei guilty pleasures nell'ambito del Cinema epico - che, comunque, finisce sempre per conquistarmi, da Braveheart a Il gladiatore, passando per Il signore degli anelli -, e non ho contato una sua visione senza che l'emozione mi abbia travolto in un crescendo che bilancia la decisamente poco interessante prima parte con una seconda visivamente splendida ed emotivamente larger than life, legata al progressivo allontanarsi di Alessandro dai concetti ellenici che l'avevano formato per una visione cosmopolita ed avveniristica del mondo, nonchè al desiderio sempre più impellente del sovrano di continuare a trovare confini da valicare, in un'eterna lotta con la Terra e le sue Colonne d'Ercole, se stesso e gli dei che avevano creato entrambi.
Proprio il delirio di conquista del giovane guerriero alimenta ad ogni visione la capacità del sottoscritto di andare oltre le parti dedicate alla sua giovinezza - abbozzate e quasi televisive - e alla Grecia per concentrarsi sul grande viaggio che condusse il suo "regno in movimento" da Babilonia fino alle pendici dell'Himalaya, e poi a Sud, nel cuore dell'India, inseguendo un sogno che molti dei luogotenenti dell'irrequieto monarca giudicavano folle ed incomprensibile: probabilmente lo stesso Stone ha subito la fascinazione del processo di "imbarbarimento" di Alessandro, partendo da una messa in scena nitida e dai colori pastello ad una filtrata da un velo rosso come il sangue e la passione, che finisce per tingere la splendida battaglia che vede l'ormai stremato - nella mente, oltre che nel corpo - esercito macedone opporsi agli elefanti guidati dai misteriosi sovrani delle tribù della Valle dell'Indo, un mondo che, ai tempi, era l'equivalente di un pianeta remoto da piena fantascienza oggi.
La realizzazione di un progetto indubbiamente enorme, dunque, vive una sorta di doppia natura - e risultato - raccordata dalla narrazione esterna di un invecchiato Tolomeo, tra i luogotenenti più fidati di Alessandro che si divisero il regno alla sua morte, avvenuta a Babilonia, quando il grande condottiero, appena trentatreenne, progettava una nuova campagna che avrebbe condotto i suoi eserciti in Arabia, di nuovo alla ricerca di limiti del mondo da valicare: in questo senso il regista è senza dubbio stato in grado di inquadrare alla grande il carattere votato alla grandiosità di Alessandro Magno, pronto a sacrificare tutto - dalla sua vita a quella dei suoi uomini, come nel celebre episodio che lo vide uccidere il fedelissimo Clito, già braccio destro del padre Filippo, in un impeto d'ira - pur di realizzare quello che mai prima d'allora era stato compiuto - e neppure in seguito, oserei dire -, raccogliendo l'eredità dei due più grandi imperi dei tempi e trasformandoli in un'unica realtà di sangue e cultura mescolate in un calderone che, millenni dopo, avrebbe assunto le sembianze di un "melting pot" ai giorni nostri globalizzato.
Forse l'idea di Alessandro è giunta troppo presto, e forse anche Stone ha finito per forzare la mano finendo per trasformare quello che poteva essere il suo Capolavoro in un un abbozzato carrozzone dalle ambizioni assolutamente più alte dell'effettiva loro portata.
Io, comunque, continuo a considerare questo lavoro straordinariamente affascinante anche nelle sue parti meno riuscite, e a preferire alla Grecia patinata della Jolie e di Farrell ossigenato e sbarbato il grande Oriente dei capelli lunghi e zozzi e di una Rosario Dawson di una bellezza straripante.
Forse perchè anche io non ho mai amato i confini, o forse perchè dentro posso capire il desiderio che animava i folli sogni di questo personaggio così oltre: il vecchio Tolomeo di Hopkins afferma che Alessandro è stato il più grande, anche negli errori, essi stessi in grado di superare i successi più incredibili di chi gli stava accanto.
Oliver Stone ha commesso parecchi errori, realizzando questo film.
Ma ha centrato lo spirito del suo indiscusso ed indiscutibile protagonista.
E questo insuccesso è senza dubbio preferibile ad una più convenzionale approvazione "accademica".


MrFord


"I'm breaking through
I'm bending spoons
I'm keeping flowers in full bloom
I'm looking for answers from the great beyond."
R. E. M. - "The great beyond" -


lunedì 7 gennaio 2013

Lord of war

Regia: Andrew Niccol
Origine: USA, Nuova Zelanda, Francia, Germania
Anno: 2005
Durata:
122'


La trama (con parole mie): Yuri Orlov, immigrato con i genitori ed il fratello dall'Ucraina negli States, scopre all'inizio degli anni ottanta che il commercio - ed il contrabbando - delle armi può garantirgli un futuro di ricchezza, successo e prosperità come il ristorante del padre non potrà mai e poi mai fare. L'unico prezzo affinchè questo accada è e resterà un orpello di cui può fare a meno: l'anima.
Nei due decenni successivi, assistiamo all'ascesa di uno dei "signori della guerra" che hanno messo mano - pur senza sparare un solo colpo - nei maggiori massacri della storia recente dell'umanità, e alla caccia che le autorità si prodigano a dare a quello che potrebbe essere una minaccia per i vertici del sistema o un comodo capro espiatorio.
Riuscirà Orlov a trovare l'equilibrio tra Famiglia ed affari? Etica e denaro?




Questo post partecipa alle celebrazioni del Nicholas Cage Day indetto da Frank Manila.

A questo tripudio legato all'Uomo e al suo parrucchino partecipano:



Di norma, quando penso a Nicholas Cage – e ovviamente al suo parrucchino – non sono troppo incline a far correre il raziocinio in direzione dell’autorialità sfrenata, dei temi importanti o dello spessore di un titolo: questo non perché il buon vecchio Nick e la sua appendice irsuta non si siano mai cimentati nel genere – in fondo, parliamo del protagonista di Cuore selvaggio, Il cattivo tenente targato Herzog, Omicidio in diretta e The weather man -, eppure nelle ultime stagioni questa squadra unica nel suo genere ha preferito dedicarsi principalmente a schifezze galattiche – Trespass, tanto per citarne una – o tamarrate godibilissime – Drive angry -.
Una delle ultime e molto discusse scorribande all’interno del succitato Cinema d’autore dell’insolito team fu senza dubbio questo Lord of war, pellicola di Andrew Niccol – regista neozelandese che i più conoscono per Gattaca – che ai tempi fece gridare allo scandalo molta della critica “della vecchia guardia” italiana, che tacciò la vicenda del trafficante d’armi Yuri Orlov interpretato dal Nostro di essere una sorta di esaltazione reazionaria di una figura moralmente deprecabile.
Onestamente, alla terza – se non quarta – visione di questo titolo mi ritrovo come fu per la prima volta a pormi esattamente all’opposto rispetto a questa linea di pensiero: la storia di Orlov – protagonista disprezzabile dal primo all’ultimo minuto – non sarà perfetta nella sua realizzazione – alcuni passaggi dello script filano via indubbiamente troppo facili -, eppure non empatizza per nulla con il suo antieroe e, al contrario, ne mostra tutte le bassezze e l’essenza profondamente legata ad uno spirito votato alla realizzazione di se stesso – e di nessun altro -, del Male e dei poteri occulti che da sempre muovono i fili delle vicende politiche – e non solo – di tutto il mondo.
Forse il fatto che la figura di un trafficante d’armi in combutta con la maggior parte dei più grandi despoti del pianeta i cui prodotti sono stati sfruttati per versare sangue nel corso dei conflitti che, in oltre un ventennio, hanno costellato il globo – e specialmente l’Africa – sia etichettata come “un male necessario” può risultare irritante per qualcuno che crede ancora nelle favole, eppure quella mostrata da Niccol è una delle – purtroppo – grandi verità dell’epoca che seguì la Seconda Guerra Mondiale e divenne una triste realtà dai tempi della Guerra Fredda fino a quelli più recenti dei “diamanti di sangue”.
Qui, però, a differenza della pellicola con protagonista Leonardo DiCaprio, non ci sono ex cattivi redenti e pronti a sacrificarsi, ma soltanto un uomo che non guarda in faccia a nessuno – neppure alla propria Famiglia, a conti fatti – e che prosegue senza esserne scalfito – se non in minima parte – nel suo percorso di desolazione interiore e successo esteriore.
In questo senso, la scelta del regista di affidare la parte di Orlov a Nicholas Cage risulta pressoché perfetta: il vecchio Nicola, con il suo sguardo a metà tra il pesce lesso e l’inespressività fatta uomo è completamente in parte nel rappresentare l’anima corrotta del trafficante almeno quanto Eamonn Walker – già visto su questi schermi in Oz – nei panni del dittatore liberiano.
Troppo facile etichettare il tutto come una fiera del sopra le righe di grana grossa che porti all’empatizzazione con Yuri – impresa impossibile -, un po’ come per i parenti dello stesso abbandonarlo nel momento in cui tutta la merda pare venire a galla – comodo, dopo anni passati a vivere con i suoi soldi -: quella mostrata da Niccol, pur se semplicistica, è una fotografia del modo di condurre il mondo che hanno avuto – e continuano ad avere – alcune delle Nazioni più importanti del globo, portatrici di pace membri dell’ONU che sfruttano personaggi biechi come Orlov per lasciare la polvere sotto il tappeto in angoli della Terra in cui la vita vale meno di quanto si potrebbe immaginare. O anche solo sperare di farlo.
Gli orrori della realtà liberiana mostrati da quella che è, pur se ispirata da fatti documentati, un’opera di fiction, hanno infatti riportato alla mente del sottoscritto le immagini agghiaccianti de L’incubo di Darwin, dove sulle rive del Lago Vittoria – e siamo sempre nel cuore dell’Africa delle grandi risorse minerarie e naturali – si spara per strada, si muore più facilmente di quanto non si possa vivere ed uno su quattro – se non di più – è infetto da AIDS o qualche altra malattia mortale.
In quell’Inferno in Terra giungono dalla Russia aerei dichiarati vuoti che ripartono pieni di una specie di pesce – un predatore marino – la cui carne è pregiatissima e che, negli anni cinquanta, fu inserito nell’ecosistema del lago dagli statunitensi.
Ora è l’unica specie rimasta.
E’ così che funziona, con i padroni della nostra vecchia roccia.
Arrivano, fanno piazza pulita e poi portano a casa quello che gli interessa, lasciando che gente della razza di Orlov si prenda il resto come uno sciacallo – le iene nell’incubo da Black black e gli avvoltoi per le strade di Monrovia sono indicativi, in questo senso -.
Inutile chiudere gli occhi.
Trafficanti o Signori della guerra, sono prodotti dell’Umanità.
La stessa che si scandalizza quando si afferma che il Male esiste, e non c’entra proprio nulla con religioni e divinità.
Perché sta di casa qui.
O meglio: in qualche angolo di mondo che ha la sfortuna di essere ricco per Natura ma non per vocazione.
E le vocazioni, in certi campi, sono la malattia peggiore che possa capitare a chi incrocia il cammino di chi ne ha sentito la chiamata.


MrFord


"I'm trying to find a reason to live
but the mindless clutter my path
oh these thorns in my side
oh these thorns in my side
I know I have something free
I have something so alive
I think they shoot cause they want it
I think they shoot cause they want it
I think they shoot cause they want it."
Creed - "Bullets" -


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