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sabato 18 aprile 2015

American Horror Story - Freak Show

Produzione: FX
Origine: USA
Anno: 2014
Episodi: 13





La trama (con parole mie): torna sul bancone del Saloon Julez, sempre pronta ad affrontare tutti i titoli - che si parli di grande o piccolo schermo - che il sottoscritto finisce per non avere il coraggio di fronteggiare per timore di ritrovarsi di fronte l'ennesima delusione.
Fino ad ora è stato effettivamente così, dunque cosa accadrà con l'ultima stagione della creatura di Ryan Murphy? Sarà una fiera delle bottigliate come fu per l'annata d'esordio o una rivelazione fulminante come Asylum?
O ancora peggio, una robetta come quella mostrata con Coven!?







AMERICAN HORROR STORY FREAK SHOW

Ed ecco a voi, siore e siori, un altro spectaculo spectacular  diludendo!
Sento dal pubblico voci che si levano richiedendo la Suspense?
Ma dico io, siori e siore, credete forse di trovarvi di fronte al grande, irreprensibile Alfred Hitchcock? Ma dico io, siore e siori, credete forse di trovarvi di fronte al mitico Stanley Kubrick?
No cari miei siore e siori (e ora la smetto), lo spettacolo a cui assisteremo stasera è un numero di altissimo alto medio basso bassissimo infimo livello di MAGIA.

Per la preparazione di questo numero avremo bisogno di:
un’attrice bellissima seppur agée che replichi paro paro i personaggi degli AHS precedenti ma con classe e competenza, as usual, e un bellissimo accento tedesco
un giovane attore di grandi capacità e strano fascino
un numero a caso di freak veri o falsi che siano
un ambientazione azzeccatissima nell’intento di inquietare
uno psicopatico che, se non è psicopatico anche nella realtà, merita l’Oscar
una scena riuscita ripetuta ad libitum (Life on Mars)

Con questo numero vogliamo dimostrare a voi, signore e signori del pubblico, come siamo in grado, noi del Freak Show, di prendere questi ingredienti di qualità, cucinarli, condirli, impiattarli e presentarvi… QUESTO PIATTO FA SCHIFO!

Come ci siamo riusciti mi chiedete urlando?
Ma cari signori e signore un mago non svela mai i suoi trucchi! E smettetela di lanciare i pomodori, va bene, va bene, ve lo spiego!

Ebbene, per prima cosa prendete un gruppo di sceneggiatori dediti all’alcool o, in alternativa, che soffrano del morbo di Alzhaimer, tipo Alice.
Fategli scrivere un pezzo di puntata a testa, nella speranza che l’alcool o l’Alzhaimer facciano loro dimenticare i personaggi a metà strada.
Puntate tutto su due o tre scene che comunque siano venute vagamente bene in fase di scrittura e pensate “ma sì, tanto gli spettatori sono dei grandi idioti, con questo zuccherino dovrebbero essere contenti”.
Alla fine, e badate bene, solo alla fine, prendete qualcuno con un cervello semi funzionante, o solamente che sia bravo a memory e fategli chiudere velocemente tutte le sottotrame in modo da avere la giustificazione che voi sì, voi sapevate dove stavate andando quando sembrava che le cose fossero scritte a cazzo. Fate morire ampressa ampress un po’ tutti senza grandi patemi d’animo.

A quel punto spolverate di marketing, sperate nell’effetto tanto l’ho già mangiato una volta e non mi è venuto il cagotto et VOILA’, les jeux sont fait, rien ne va plus.

Siete soddisfatti della spiegazione del trucco cari signori e signore del pubblico? Cos’è quello sguardo omicida acceso su tutti i vostri volti? Signori badate, mi state facendo paura, paura quella vera, aiutooooooo rivoglio l’innocuo American Horror Story Freak Shooooooowwwww.



Julez


 

"E chi li vede strilla oh mamma mia !
gambe in spalla e vola via
e non c'e' camomilla che calmi un po’
ninna ah, ninna uh, ninna oh..."
I Mostriciattoli - "Carletto il principe dei mostri" -



 

lunedì 3 febbraio 2014

Dallas buyers club

Regia: Jean Marc Valleè
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 117'




La trama (con parole mie): Ron Woodroof, elettricista e giocatore d'azzardo dedito ad alcool, eccessi e donne, si ritrova, nel pieno degli anni ottanta, positivo all'HIV. Superato il trauma della presa di coscienza della propria condizione ed abbandonati gli amici di un tempo, l'uomo si dedica ad una personale ricerca di potenziali cure per la malattia, ingaggiando una vera e propria crociata a favore dei malati contro le multinazionali farmaceutiche intente a promuovere l'AZT.
I suoi trenta giorni di vita previsti alla prima visita divengono così anni di battaglie legali e non contro lo status quo che poneva i malati di AIDS ai margini della società, nonchè vere e proprie cavie per i colossi dell'industria farmaceutica.






La fama di alcune pellicole gioca molte delle sue carte sul passaparola: Dallas buyers club, salito alla ribalta della cronaca grazie ai Globes vinti da Matthew McConaughey e Jared Leto - entrambi meritatissimi -, divenuto il caso cinematografico made in USA di questo inizio anno, deve molta della sua fortuna proprio a questo fenomeno.
Mossi dalle incredibili performances attoriali dei protagonisti, pubblico e critica hanno finito per spingere il lavoro di Jean Marc Valleè oltre ogni più rosea aspettativa, portando Dallas buyers club a diventare, di fatto, un blockbuster d'autore pronto a battersi con i più grandi favoriti nella notte degli Oscar: visione alle spalle, posso dire che senza ombra di dubbio siamo di fronte ad un gran bel prodotto, confezionato alla perfezione e costruito per colpire ed emozionare pur sfruttando un main charachter certamente non empatico o "positivo" come il Ron Woodroof di McConaughey, seppur lontano dal Capolavoro che vorrebbe essere venduto.
Onestamente, penso ci si trovi più dalle parti dei solidi Milk o Erin Brockovich - titoli che riguardo sempre volentieri, impegnati e non banali - che non da quelle degli imprescindibili, nonostante la pellicola avvinca e renda il pubblico più giovane edotto rispetto ad una delle grandi battaglie degli emarginati nel corso degli anni ottanta e quello più stagionato sensibile ad un periodo decisamente particolare della Storia recente: tratto da una vicenda realmente accaduta - la battaglia legale e non del già citato Ron Woodroof, elettricista devoto all'alcool, agli eccessi, al gioco ed al sesso lontano dal mondo omosessuale che ai tempi si credeva unico a dover fare i conti con l'HIV - e profondamente legato alle lotte che resero possibile una maggiore attenzione da parte dell'opinione pubblica a proposito dello sfruttamento dei malati da parte delle multinazionali farmaceutiche, Dallas buyers club rappresenta il tipico e coinvolgente film di grande impegno sociale, con alcuni spunti splendidi - la scena finale, il rapporto sessuale tra Woodroof e la ragazza malata, liberatorio come solo il sesso libero e non protetto può essere, sicuri di non infettare altri - ed alcuni passaggi appena sotto il livello di pericolo di retorica.
Una pellicola solida e di cuore ma comunque ben distante dalle vere e proprie pietre miliari, che mi sono goduto una volta presa coscienza dei suoi limiti principalmente grazie allo stimolo regalato dal protagonista, un redneck fatto e finito che, di fronte alla prospettiva della morte, finisce per attaccarsi alla vita con una determinazione incrollabile che io stesso ben comprendo, considerato che è mia ferma intenzione quella di attaccarmi a questo mondo con le unghie e con i denti almeno fino ai centotre anni.
E dico almeno.
L'esempio dato da personaggi in grado di affrontare l'avvicinarsi dell'ultimo viaggio con la stessa contagiosa voglia di sperimentare e lottare di chi, al contario, ha la possibilità di godersi ogni giorno senza avere l'impressione di stare affrontando un conto alla rovescia è senza dubbio stimolante, anche quando si tratta di dover convivere con qualcosa che, presto o tardi, finirà per vincere la guerra anche a fronte di qualche sconfitta di poco conto.
In un certo senso, è la stessa cosa anche per noi, con la differenza che, di norma, non prestiamo troppa attenzione alla sabbia che scivola nella clessidra togliendo ogni giorno qualcosa dal tavolo della nostra mensa.
A scanso di equivoci, io ho intenzione di mangiare e gustarmi quanto più possibile ogni momento. Come in un rodeo che potrebbe finire da un istante all'altro.



MrFord



"Are you my main man
are you now are you now
are you my Main Man
are you now are you now
are you now."
T-Rex - "Main man" - 



lunedì 7 maggio 2012

Half Nelson

Regia: Ryan Fleck
Origine: Usa
Anno: 2006
Durata: 106'




La trama (con parole mie):  Dan Dunne è un professore di Storia delle medie, intento dai tempi del termine dei suoi studi a trasmettere agli studenti l'importanza dei diritti civili e della lotta nel progresso della società.
Quello che i ragazzi non sanno, però, è che Dan è un individuo estremamente fragile, lontano dalla sua famiglia - con la quale mantiene un rapporto di sola circostanza -, ancora legato ad una ex che sta per risposarsi, insicuro e dipendente dalle droghe.
Quando l'alunna Drey, svelta e sveglia - e soprattutto cresciuta nel pieno di un quartiere borderline -, lo trova nei bagni della scuola strafatto di crack, tra i due si instaura un rapporto di amicizia e complicità che va oltre il normale legame professore/studente, e che sarà uno stimolo per entrambi a cercare una strada che possa portarli oltre la triste realtà in cui vivono.





Lo ammetto: ho sempre avuto un debole per i film indipendenti made in Usa in stile Sundance.
Da Little Miss Sunshine - cult assoluto di casa Ford - a L'ospite inatteso, passando per Kevin Smith ed il suo Jersey e Guida per riconoscere i tuoi santi, mi sono sempre sentito un pò a casa quando il mio cammino ha incrociato opere di questo genere, specie se ben realizzate.
Half Nelson, piccola ma efficace produzione del periodo in cui Ryan Gosling non era ancora universalmente noto per i suoi ruoli in Drive e Le idi di marzo, rientra perfettamente nel novero: una storia di formazione sotto le righe ed estremamente intensa celata dietro una patina di dispersiva malinconia provinciale che mi ha riportato alla mente gli scenari più desolanti del recente Young adult, legata ad un mondo che non lascia che le briciole ai suoi occupanti, troppo impegnati a perdersi in se stessi per accorgersi che, spesso e volentieri, è possibile trovare qualcuno in grado di darci la carica necessaria per tornare a rialzarci.
Il rapporto tra Dan e Drey, costruito un passo per volta e sempre in bilico rispetto ad una condizione che avrebbe potuto portare l'intera pellicola su un binario eccessivo ed inutilmente provocatorio, risulta non soltanto funzionale, ma anche interessante nel ribaltamento effettivo dei ruoli che propone, con il professore in completa balìa della vita - dalla sua dipendenza mai risolta dalle droghe al rapporto con la ex fidanzata Rachel, dalla rabbia repressa ad un disordine quasi morale che si riflette nelle condizioni del suo appartamento, fino al legame con la collega Isabel - e la studentessa dalla mente lucida in cerca di una strada da prendere, con una vita di lavoro e fatica da una parte ed il posto che fu di suo fratello - rinchiuso in carcere in stoico silenzio a protezione del boss di quartiere Frank - dall'altra.
La crescita della seconda - forse il personaggio più adulto dell'intera pellicola, paradossalmente - è giocata tutta attorno al progressivo sprofondare del primo, schiacciato dal peso di un'esistenza che ogni giorno pare stargli inesorabilmente più stretta e disposto per natura all'autodistruzione, piuttosto che alla lotta per risollevarsi.
Sarà il loro confronto nel momento peggiore per entrambi a segnare un cambio di passo, e dare allo spettatore la speranza che qualcosa possa cambiare, in una provincia povera ed isolata nel senso peggiore del termine in cui la realtà pare fermarsi alla strada o al primo centro commerciale in cui perdere la propria anima.
Azzeccatissimo il cast, zeppo di volti più o meno noti del piccolo e grande schermo: dall'ottimo Gosling - ancora lontano dalla sua versione palestrata vista di recente - a Tina Holmes - vista in Six feet under -, Michael O'Hare -True blood e American horror story -, Anthony Mackie - The hurt locker e Million dollar baby - e Monique Curnen - Lie to me, Sons of anarchy -.
Interessanti anche le citazioni dei giovani studenti di Dunne rispetto agli episodi più importanti della lotta per i diritti civili negli States, che paiono una sorta di omaggio al primo e più arrabbiato Spike Lee.
Un ottimo esempio, dunque, di quel Cinema alternativo made in Usa lontano dalle logiche del mercato e dai grandi palcoscenici, ottimo banco di prova per interpreti destinati - chi più, chi meno - al successo ed in grado di coinvolgere un pubblico più vasto di quanto non sembrerebbe: non saremo di fronte ad una pellicola da scolpire nella pietra come fosse intoccabile, eppure l'onestà e la partecipazione del lavoro di Fleck - parzialmente perso negli ultimi anni, se non per qualche episodio di In treatment - non possono che spingerci a stare dalla sua parte.
In fondo, crescere è spesso doloroso, ed è bello pensare di avere qualche inconsueto angelo custode.
Come Drey.
Come Dan.
Come Half Nelson.


MrFord


"When you feel your heart is breaking
when all your friends are faking
when its giving and no taking
I will be by your side."
The Black Crowes - "By your side" -


 

venerdì 13 gennaio 2012

American Horror Story - Stagione 1

Produzione: FX
Origine: Usa
Anno: 2011
Episodi: 12


La trama (con parole mie): la famiglia Harmon, per cercare di ricostruire i rapporti che legano i suoi membri dopo una crisi coniugale vissuta da Ben e Vivien decide di trasferirsi in California, acquistando a Los Angeles una casa magnificente ad un prezzo stracciato senza sapere che, in realtà, la stessa è più infestata della camera di Regan in L'esorcista.
Sarà l'inizio di una vera e propria sarabanda di incroci tra passato e presente che vedrà i coniugi, la loro figlia maggiore Violet ed il bambino in arrivo affrontare le loro paure nonchè le presenze inquietanti legate alle vittime che la casa ha mietuto nel corso dei decenni, dalla Dalia Nera alla coppia gay che occupò l'abitazione poco prima di loro.
Il tutto senza contare la molto presente vicina Constance, la sua invadente figlia Adelaide e l'inquietante Tate, che finirà per innamorarsi, ricambiato, di Violet. 



A volte capita di doversi ricredere, in merito ad una serie tv, e a fronte ad un pilota molto esaltante o deludente giungere al termine della stessa con un'opinione completamente differente da quella di partenza.
A volte no.
American horror story, seguitissima ed ammirata come una delle proposte più interessanti ed avvincenti del 2011 del piccolo schermo si è confermata, dalle parti di casa Ford, come una delle più confusionarie, trite, ritrite, poco spaventose ed assolutamente inutili visioni dell'anno.
E così, come bottigliai selvaggiamente il primo episodio lo scorso ottobre, mi ritrovo ora, a stagione conclusa - e soltanto perchè a Julez non dispiaceva la visione, dato che fosse stato per me non sarei andato oltre il suddetto pilot - a randellare con un certo piglio gli autori e l'opera in toto, incostante e caotica come soltanto un prodotto privo di sceneggiatori validi può essere: neppure nei momenti in cui pareva che tutto potesse prendere una piega finalmente interessante - la rivelazione sul Rubber man, la parte dell'episodio finale in pieno stile Beetle Juice - le occasioni sono state sprecate malamente per concentrarsi sull'aspetto più cool e modaiolo della confezione, affidando il suo charme ad un'ottima Jessica Lange che, alla lunga, finisce per stancare nel suo continuo restare sopra le righe.
Nel corso dello svolgimento della stagione, inoltre, è stato curioso come gli interrogativi a proposito dell'evolversi della trama - fondamentali per ogni serie ben riuscita, e non solo - siano stati sostituiti dalle continue domande a proposito del successo avuto da questa creatura di Ryan Murphy e Brad Falchuk, che neppure la conclusione o l'annuncio della produzione della seconda stagione sono riusciti a fugare: cosa potrà mai avere di speciale American horror story?
La sensazione di paura trasmessa allo spettatore? Dubito, dato che nulla - ma proprio nulla - è riuscito a smuovermi, neppure dal sonno indotto dalle vicende da soap che coinvolgono i protagonisti.
Il cast in forma smagliante? Difficile, considerato che, tolta la succitata Lange ed i giovani Tessa Farmiga ed Evan Peters - che, tuttavia, non vanno oltre l'ordinaria amministrazione - la grintosa Connie Britton mostra la brutta copia della madre già interpretata nell'ottimo Friday night lights e l'inguardabile Dylan McDermott sfoggia un campionario di un'espressione e mezza, senza contare il tracollo di Denis O'Hare, passato dai fasti di True Blood ad un personaggio al limite del ridicolo.
Unica nota davvero positiva: Zachary Quinto nel ruolo di se stesso.
L'originalità del prodotto? Neanche per scherzo, considerato che siamo di fronte ad una serie di citazioni e scopiazzature così evidenti da far sembrare strano non passino segnalazioni luminose con il titolo del film citato - si spazia da Shining a Rosemary's baby, da La casa nera a Nightmare, fino ai video di Lady Gaga -.
L'affezione ai personaggi che ha costruito la fortuna di molte serie corali? Sfido chiunque a trovare anche solo lontanamente simpatico o accattivante uno qualsiasi dei protagonisti, irritanti quanto e forse più dell'agghiacciante Adelaide, meritevole di aver procurato il mio unico momento di gioia nel corso della stagione con la sua uscita di scena.
Dunque, per la prima volta, lancio una sfida che possa mettere un pò in difficoltà questa mia presa di posizione assolutamente ostile ad American horror story: prima che la seconda stagione possa confermare o smentire la mia opinione in merito, provateci voi.
Voi che l'avete amata, che avete provato un oscuro terrore dalla sigla - unica cosa davvero valida - ai titoli di coda, che non vedete l'ora possa essere il prossimo autunno per ricominciare a seguire le gesta degli Harmon e degli altri abitanti della casa più infestata di L. A., che l'avete trovata unica ed originale, fate un tentativo: datemi almeno una buona ragione per far compagnia alla signora Ford anche al prossimo giro di giostra e non lasciarla sola in balìa di tutto questo ciarpame da tubo catodico.


MrFord


"There's a red worm crawling in my head
cut in half worm, in my blood he lies re
and I see him in my head
it's my nightmare, oh it's my dream
he's inside here silencing my screams
alone on a razor's edge
alone sliding on the razor's edge."
W.A.S.P. - "The horror" -

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