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martedì 1 novembre 2016

Pay the ghost (Uli Edel, Canada, 2015, 94')






Non troppo tempo fa, quando ho scoperto che l'improbabile coppia Uli Edel - regista del cult generazionale Christiane F. - e Nicholas Cage si era unita per generare un'apparentemente agghiacciante e trash ghost story halloweeniana distribuita in Italia proprio in vista della festività autunnale, ammetto di aver esultato, pur se solo dentro di me.
L'idea di potermi confrontare con un involontario equivalente di uno Sharknado versione tutta zucche e fantasmi esaltava non poco, e le prime recensioni agghiacciate avevano lasciato sperare per il meglio: peccato che, pronti via con la visione, non solo ho finito per scoprire che, almeno per tutta la prima metà, a parte la ricostruzione da studio e gli effetti speciali da discount il prodotto non risultava poi così male, quantomeno rispetto alla media delle produzioni horror scarse degli ultimi anni, ma che i suoi punti a (s)favore più grandi risiedevano nella totale mancanza di originalità della trama e nelle corse dello stesso Cage, che probabilmente appesantito dal casco che porta in testa per ricordarsi di quando ancora aveva i capelli riesce a mostrare una mobilità che pare un ibrido del Dolph Lundgren di Battle of the damned e del Liam Neeson di Taken, non proprio due Usain Bolt per velocità ed eleganza.
La visione, in questo senso, è risultata talmente standard e tranquilla che, se non fosse stato per un paio di jump scare che hanno fatto saltare Julez sul divano mi sarei fatto travolgere dalla stanchezza di una giornata con entrambi i Fordini a casa - essendo un sabato diviso tra piscina, pranzo dalla nonna e pomeriggio di giochi le cui fondamenta si sono basate su una sveglia alle sei e mezza del Fordino che non ha più voluto saperne di tornare a letto - e avrei liberato una bella e vigorosa pennica pre-nanna.
Fortunatamente per me e le mie aspettative l'ultimo terzo della pellicola - come spesso accade con le proposte del genere, del resto - è risultato davvero brutto, pur se lontano dalle vette che speravo il buon Nicola Gabbia mi aiutasse ad esplorare una volta ancora grazie a quella sua espressione spiritata da cocaina secca ed il tono sempre un paio di livelli oltre quello di guardia del sopra le righe: a conti fatti, comunque, Pay the ghost altro non risulta se non l'ennesima ghost - per l'appunto - story senza infamia e senza lode in cui lo spirito cattivo reso tale da un "hybris" per nulla morta e sepolta se la prende come di consueto con i bambini rendendoli ad un tempo vittime e strumenti inquietanti della sua vendetta fino a quando lo stesso spirito non finisce per incrociare il cammino di una famiglia in cui il padre, la madre o se ha sfortuna entrambi finiscono per essere spaccaculi di professione o pronti a scoprirsi tali, e finiscono per suonargliele e cantargliele di santa ragione.
Una quasi delusione, dunque, che sfata il possibile mito di una proposta "di paura" resa mitica dal buon Cage e dal suo parrucchino selvaggio alle prese con uno spirito maligno e trasforma il tutto in una visione assonnata e tranquilla come se si trattasse di un horror qualsiasi: fortunatamente, se ripenso a quei geniali, incredibili momenti in cui il protagonista corre disperato alla ricerca del figlio scomparso - va detto, la sequenza della sparizione del bimbo è riuscita addirittura a ricordarmi quella della ben più drammatica The Missing - con la mobilità di un trattore con le gomme sgonfie, tutto sembra d'improvviso migliore.
E non c'è fantasma che possa risultare più agghiacciante.




MrFord




sabato 28 novembre 2015

The Wicker Man - Il prescelto

Regia: Neil LaBute
Origine: USA, Germania, Canada
Anno: 2006
Durata: 102'






La trama (con parole mie): Edward Malus, uno sceriffo californiano, è contattato attraverso una misteriosa lettera da una ex che non fa più parte della sua vita da anni, pronta a chiedere il suo aiuto rispetto alla scomparsa della figlia.
La donna, tornata a casa in una comunità molto chiusa e particolare che vive su un'isola nel Pacifico poco distante dalle coste californiane, risveglia ricordi in Malus che lo inducono a recarsi sul posto e dedicarsi all'indagine, per quanto si trovi, di fatto, fuori servizio: l'atmosfera dell'isola risulterà da subito molto strana ed inquietante, e mentre tutti gli abitanti paiono fare fronte comune rispetto all'insabbiamento della scomparsa della ragazzina, il tutore dell'ordine si ritroverà a dover gestire il sentimento rinato per la vecchia compagna, pronta a rivelargli che la piccola scomparsa è in realtà sua figlia.
Riuscirà Edward a scoprire la verità? E a quale prezzo?









Tutti gli avventori abituali del Saloon ben sanno quanto il sottoscritto voglia bene a Nicholas Cage, al suo parrucchino, ai suoi eccessi ed alla sua caninità attoriale.
Ma, devo ammetterlo, non avrei mai e poi mai guardato l'inutile remake del supercult The Wicker man già massacrato in ogni dove, nella blogosfera e non: considerato il recente recupero dell'opera di Eli Roth, avevo già deciso di pescare dall'oceano della rete il sequel di Hostel, che al contrario pare sia effettivamente una cosa non male.
Peccato che, in una serata di quelle in cui torno troppo tardi dal lavoro e Julez con il Fordino sono già a nanna, pronto ad azzannare la cena e gustarmi una visione non troppo impegnata, il file denominato Hostel 2 che avevo inserito nella chiavetta si sia rivelato proprio questo Il prescelto, con ogni probabilità uno dei punti più bassi della carriera del mitico Nicola Gabbia: rimaneggiato nel contesto pur mantenendo l'inquietante finale - quantomeno la sofferenza di una chiusura consolatoria me la sono risparmiata -, divenuto una sorta di Odissea in una comunità dominata dalle donne e guidata da un insano culto religioso dell'agente di polizia protagonista, questo filmaccio trova la sua collocazione nel novero di quelle pellicole che si fa sempre bene ad evitare, e che vengono buone giusto per farsi due risate con gli amici nelle serate molto, molto alcoliche, e neppure in quel caso, penso, finirebbero in cima alla lista.
E' curioso come, ad un paio di giorni dalla visione, riesca a ricordarmi più chiaramente - e con molto più piacere - della cena rispetto ai singoli passaggi della pellicola, dai buchi logici agli incubi che assediano il main charachter e che regalano almeno un paio delle tipiche espressioni da strafatto di Cage ad ogni suo risveglio: dunque, più che cercare di ripercorrere l'indagine che dovrebbe condurre il poliziotto al ritrovamento della figlia riscoperta sparita a causa delle leader della comunità - almeno a quanto parrebbe al buon Edward Malus, segnato anche da un nome che non lascia presagire niente di buono -, preferisco tornare alla pasta al sugo e all'hamburger di cavallo con peperoni piccanti che hanno allietato la prima parte della mia serata, proseguita con verdura a profusione, frutta, un paio di noci e l'immancabile White Russian.
Interessante quantomeno il cast femminile, con volti noti agli appassionati del grande e piccolo schermo come Frances Conroy ed Ellen Burstyn, ottima nel ruolo di matriarca della piccola isola, ed interessante la cornice sfruttata come ambientazione, ma per il resto, c'è ben poco da fare o da salvare: e se neppure un fan di Cage e del suo parrucchino vivente come il sottoscritto riesce ad andare oltre la schifezza per godersi la visione senza pensieri, allora le speranze per il lavoro di Neil LaBute sono ancora meno di quelle che un uomo allo sbando ha di sopravvivere ad una comunità interamente gestita da donne.





MrFord





"You watch the world exploding every single night
dancing in the sun a newborn in the light
say goodbye to gravity and say goodbye to death
hello to eternity and live for every breath
your time will come, your time will come
your time will come, your time will come."

Iron Maiden - "The Wicker Man" - 







sabato 24 ottobre 2015

Left behind

Regia: Vic Armstrong
Origine: USA, Canada
Anno:
2015
Durata: 110'







La trama (con parole mie): Ray Steele, pilota di linea con una famiglia in crisi a causa dei tormenti religiosi della moglie, una figlia fuggita dalla stessa all'università ed un'amante hostess che non conosce nulla della sua vita, si ritrova in volo il giorno del suo compleanno, concentrato su un concerto degli U2 da godersi a Londra insieme alla sua nuova fiamma piuttosto che una giornata sul divano in salotto con i problemi di casa pronti a tornare a galla con il ritorno della figlia.
Peccato che Chloe, quest'ultima, lo incroci casualmente all'aeroporto, e che d'improvviso i bambini ed alcune persone scelte apparentemente con casualità in tutto il mondo scompaiano di colpo, generando caos e panico e rendendo il volo condotto da Ray più difficoltoso del previsto.
Una volta deciso di fare rotta verso il punto di partenza del viaggio, l'uomo intuirà il mistero che si cela dietro le improvvise sparizioni, e dovrà affrontare il più freddamente possibile l'emergenza nella speranza di ritrovare, una volta atterrato, qualcuno dei suoi cari.










Penso sia ormai noto a tutti gli appassionati - e non - di Cinema che Nicholas Cage - ed inevitabilmente, il suo indomabile parrucchino - sia uno dei signori quasi incontrastati del trash sopra le righe, una garanzia quando si tratta di cercare rifugio in pellicole spesso e volentieri massacrate dalla critica che, per motivi oscuri, finiscono sempre e comunque per divertire e farsi voler bene in qualche modo distorto.
E' stato il caso, almeno per me, anche di questo bistrattatissimo da tutti Left behind, porcatona da fantascienza - rispetto alle dimensioni della stessa porcatona, non al genere, si intenda - che, con tutti i suoi limiti, la recitazione imbarazzante del suo protagonista, gli effetti clamorosamente kitsch, l'evoluzione a tematica religiosa da far venire la pelle d'oca, è riuscito a divertirmi sguaiatamente come se non ci fosse un domani nel corso di una sessione intensiva di gioco pomeridiano con il Fordino, e si è rivelato uno degli intrattenimenti ignorantissimi più spassoso - anche se involontariamente - di questa stagione, in barba a tanti altri prodotti studiati a tavolino e curati decisamente più di questo sotto tutti gli aspetti.
In un certo senso, il lavoro di Vic Armstrong è riuscito a riportare alla mente del sottoscritto i fasti del primo Sharknado, seppur con una confezione meno "b-movie" rispetto al supercult firmato da Anthony C. Ferrante: vedere il Ray di Nicholas Cage dibattersi tra la guida del suo aereo, ipotesi bibliche legate all'accaduto che si trova ad affrontare la popolazione mondiale, passeggeri nel panico e guai in famiglia è stato davvero uno spasso, e l'ora e tre quarti complessiva è davvero volata via anche nei momenti in cui, di fatto, non succede nulla se non rappresentazioni da focolare in crisi come in tutta la prima parte.
Altrettanto divertente, poi, la disparata umanità presente sull'aereo che il prode Cage con il suo copilota appoggiato sulla testa conducono prima verso Londra e poi di nuovo indietro alla volta della Grande Mela: dal nano acido scommettitore incallito alla moglie psicopatica del giocatore di football, passando per la tossica "illuminata" alla vecchia che perde colpi, per finire con l'immancabile passeggero arabo sospettato di terrorismo ed il giornalista d'assalto pronto a colpi di manie di protagonismo ed un quasi serrato stalking rispetto alla figlia del comandante dell'aereo a lottare per diventare il genero del buon Cage ancor più che per salvarsi la pelle: un campionario, dunque, di grottesco che raramente mi è capitato di vedere riunito se non ai tempi più gloriosi del lavoro domenicale in negozio.
E suonerà pure come se mi fossi bevuto il cervello, soprattutto agli occhi dei radical come Cannibal Kid - tanto per citarne uno -, eppure il mio cuore - e soprattutto la pancia - da pane e salame mi fa pensare che sia infinitamente più godurioso sghignazzare di fronte ad un Left behind che non sfracellarsi i cosiddetti al cospetto di qualche pippone pseudo autoriale con pretese decisamente più alte rispetto all'effettiva possibilità di segnare lo spettatore.
Quantomeno, robaccia come questa non corre il rischio di deludere.
Al massimo, vi farà sentire un pò meglio come esseri umani e pensanti dotati di almeno un minimo di bagaglio culturale.
E forse, ma dico forse, anche invidiare la clamorosa capacità di convogliare un'anima puramente trash e sprizzarla da ogni poro come il mitico ed inarrivabile Nicholas Cage.




MrFord




"(I ignore you)
As I close my eyes, I feel it all slipping away
(I come toward you)
We all got left behind, we let it all slip away
I can't stand to see your thalidomide robot face
I don't even try it!
You had to be a liar
Just to infiltrate me, I'm still drowning."
Slipknot - "Left behind" - 





venerdì 14 febbraio 2014

Ghost rider - Spirito di vendetta

Regia: Neveldine/Taylor
Origine: USA
Anno: 2011
Durata: 96'




La trama (con parole mie): Johnny Blaze, perseguitato dalla maledizione legata al patto con il Diavolo che fece per salvare la vita a suo padre, vive da recluso ai confini dell'Europa dell'Est per evitare che il Rider esca di nuovo allo scoperto. Scovato dal monaco dedito all'alcool Moreau, Blaze è convinto a fare da scorta ad un bambino in fuga in compagnia della madre: il padre del piccolo, infatti, è il Diavolo stesso, che lo concepì sperando di avere un nuovo corpo all'interno del quale albergare esprimendo nella loro pienezza i suoi poteri.
Il confronto con questa inusuale "famiglia" porterà il vecchio Johnny a trovare un equilibrio con la sua natura demoniaca, finendo per sgominare i pericolosi sgherri del Maligno e riscoprire la natura angelica dell'entità che lo possiede.






Era dai tempi dell'indimenticabile Nicholas Cage Day dello scorso anno che speravo di recuperare questo Ghost rider - Spirito di vendetta, a detta di molti appassionati - e tamarri come il vecchio cowboy - divertente abbastanza da far dimenticare lo scempio che fu il primo capitolo del brand, talmente terrificante da eclissare lo spettacolo offerto da uno dei parrucchini di Nicholas Cage più selvaggi di sempre.
Visione archiviata e alle spalle, posso tranquillamente e gioiosamente affermare di essere stato più che felice di superare lo scetticismo e cavalcare questo ottovolante trash e sguaiato dal primo all'ultimo minuto, nonchè una delle tamarrate più clamorose mai prodotte dopo la fine degli anni ottanta: un giocattolone sopra le righe, ironico e divertito, con un Cage assolutamente fuori controllo, una Violante Placido più cagna maledetta del solito e perfino un Christopher Lambert dal volto tatuato che pare un residuato male invecchiato dei tempi del memorabile Highlander - L'ultimo immortale.
Neveldine e Taylor, inossidabile coppia autrice di cose assolutamente memorabili come i Crank ed altre più che dimenticabili come il pessimo Gamer, danno fondo a tutto il loro gusto per il pacchiano sfornando almeno un paio di sequenze memorabili - la pisciata di fuoco del Rider e l'esilarante momento in ambulanza con Carrigan ed il suo tocco mortale alle prese con il pranzo del paramedico che ha appena ucciso -, oltre ad un combattimento finale on the road girato alla grande ed assolutamente godurioso per gli occhi ed il gusto di tutti gli appassionati di action movies come il sottoscritto.
Onestamente ho trovato il massacro operato dalla critica decisamente eccessivo, considerato che pellicole come questa rappresentano un vero e proprio must dell'intrattenimento a neuroni zero, senza contare che l'approccio sguaiato di Neveldine e Taylor riesce in qualche modo anche a svecchiare un personaggio da sempre limitato dal suo essere statico nel processo incontro/giudizio/eliminazione del nemico di turno: Ghost Rider diviene dunque, nelle mani della coppia di registi, una sorta di spaccaculi demoniaco dal sottotesto quasi esclusivamente ironico, aiutato da una CGI realizzata con grande perizia tecnica, in grado di trasformare le battaglie del protagonista in un verso e proprio circo di fuoco, fiamme, proiettili e gran colpi di catena.
Ad ogni modo, se l'azione finisce per farla da padrona praticamente dall'inizio alla fine, il valore aggiunto della pellicola è senza dubbio alcuno il nostro Nicola Gabbia, scatenato come fosse in cocaina piena, occhio spiritato e ghigno da squilibrato, probabilmente conscio della pochezza artistica del film che stava girando ma divertito come un bambino cui sia data la possibilità di vivere in prima persona un fumetto.
E poco importa che la sceneggiatura si regga su raccordi elementari - se non peggio -, che l'ambientazione Est europea sia quella delle più recenti fatiche con protagonista Van Damme e che il risultato - soprattutto in passaggi come quello delle grotte che ospitano Blaze nel momento in cui dovrebbe liberarsi della sua maledizione, o l'assalto al monastero in apertura - vada ben oltre il concetto di trash: Ghost Rider - Spirito di vendetta è un vero e proprio guilty pleasure per gli amanti delle tamarrate prima ancora che per i fan del comic book, e considerato il finale più che aperto, io resto in attesa di un nuovo capitolo, sempre affidato al dinamico duo Neveldine/Taylor, con un Cage ancora più "uncaged".



MrFord



"I am not your rolling wheels
I am the Highway
I am not your carpet ride
I am the sky."
Audioslave - "I am the highway" - 




lunedì 7 ottobre 2013

The frozen ground - Il cacciatore di donne

Regia: Scott Walker
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
105'




La trama (con parole mie): siamo nei primi anni ottanta ad Anchorage, in Alaska, quando una giovane prostituta denuncia uno stupro avvenuto per mano di un membro apparentemente rispettabile della comunità, tale Robert Hansen. Quando gli agenti non le credono e la sua deposizione viene archiviata, tutto pare passare sotto silenzio, fino al momento in cui, a seguito del ritrovamento del cadavere di una ragazza, un sergente della Polizia di Stato sul punto di cambiare lavoro decide che forse è il caso di battere quella stessa pista abbandonata.
E' l'inizio di un'indagine che vedrà le forze dell'ordine della città coinvolte dai piani più bassi a quelli più alti, e che opporrà il sergente Jack Halcombe allo stesso Hansen, in una sorta di partita a scacchi che avrà nella testimonianza della giovane e nella ricerca delle prove i cardini di una scoperta agghiacciante e terribile: quella del serial killer più prolifico della storia di quei territori innevati per gran parte dell'anno.




Negli ultimi anni, il nome di Nicholas Cage - senza contare, ovviamente, il suo mitico e leggendario parrucchino, spalla ormai consolidata dell'attore - si era aggrappato con forza, qui al Saloon, al Cinema trash e tamarro ben lontano dalle proposte autoriali che avevano caratterizzato la carriera del buon Coppola nel corso degli anni ottanta, quasi stesse preparando il terreno per la sua tanto vociferata partecipazione all'attesissimo Expendables 3, dunque immaginatevi la sorpresa del sottoscritto nel vederlo impegnato nella realizzazione di questo piacevolmente sorprendente thriller realizzato da un regista non più giovanissimo - classe millenovecentosettantuno - eppure praticamente esordiente nel mondo della distribuzione che conta dalle atmosfere così ben congeniate da ricordare - e non soltanto per la cornice geografica - Insomnia di Christopher Nolan.
Inutile dire che, di fronte ad una sorpresa gradita - che certo non fa il paio con l'agghiacciante titolo italiano dell'originale The frozen ground - questo vecchio cowboy si ritrova sempre e comunque a gondolare, godendosi il ritmo teso ed il brivido di una sorta di "doppia caccia" nonostante non sia in discussione neppure per un momento la questione legata all'identità di quello che è ormai considerato come il serial killer più prolifico della storia dell'Alaska - perchè la vicenda è tratta da fatti realmente accaduti -: da un lato il sergente Halcombe, uomo tutto d'un pezzo dalle cicatrici lasciate a macerare in profondità, dai tempi della morte della sorella, e dall'altro Bob Hansen, membro della comunità con qualche segreto un pò troppo ingombrante nonchè predatore dedito all'uccisione di giovani donne provenienti dagli ambienti più a rischio della città.
In mezzo a loro, una mancata vittima che finì per diventare l'ago della bilancia dell'intera vicenda, la poco più che adolescente Cindy Paulson, cui presta volto e corpo una sorprendente Vanessa Hudgens - che si era già distinta, pur se per questioni decisamente più fisiche che attoriali, nel già cult Spring Breakers -, bravissima nel mostrare il disagio di una vita passata lungo un confine sociale che neppure quando si finisce per essere dalla parte della ragione riesce ad essere valicato, la cui richiesta d'aiuto rimane inespressa ed inascoltata per un tempo che pare infinito, seppur ristretto ad una vita ancora agli inizi.
La storia narrata in The frozen ground passa, dunque, principalmente da lei: qualche anno fa, quando lessi Mind hunter di John Douglas, uno di primi profiler dell'F.B.I., pioniere assoluto della ricerca dei serial killers, il capitolo che mi colpì maggiormente era intitolato "Ognuno ha la sua pietra".
L'ormai ex agente sottolineava, con quelle righe, quanto ognuno di noi - quindi non soltanto gli assassini seriali - avesse un punto debole pronto per essere sfruttato, e più o meno nascosto: a dare credito alla sua ipotesi, due racconti pronti a colpire l'immaginario del lettore.
Nel primo quello di un collega, un uomo d'acciaio, tutto d'un pezzo, freddo e preciso, incapace però di controllarsi nel momento in cui veniva toccato un qualsiasi argomento riguardasse la moglie; nel secondo, il resoconto di indagine a proposito di un omicida che operava nei dintorni di un grande parco, pronto ad aggredire donne sole, spesso durante passeggiate o sessioni di jogging.
Per quanto la sua indagine non fosse in dubbio per le autorità, nessuna prova, di fatto, avrebbe potuto inchiodare il sospettato, data la sua attenzione nel non lasciare tracce evidenti del suo coinvolgimento: ad un passo dal doverlo rilasciare, il team di Douglas tentò il tutto per tutto portando nella stanza dell'interrogatorio la pietra usata dall'omicida per commettere uno dei suoi delitti, posta su un tavolo accanto a quello che, di fatto, ospitava il confronto.
Entrato nella stanza e vista la pietra, il killer, incalzato dagli agenti, finì per confessare.
Ognuno ha la sua pietra, per l'appunto.
La forza di quel racconto, che difficilmente queste poche righe saranno riuscite a rendere, pare la stessa che guida la mano di Walker, che dedica il suo lavoro alle vittime "conosciute e sconosciute" di un mostro di quelli che paiono poter esistere soltanto nei film, e che invece, dai tempi di M - Il mostro di Dusseldorf, altro non sono che la rappresentazione neppure troppo distorta o ingigantita dell'orrore che, purtroppo, a volte nasconde il nostro mondo.
Figure oscure che spesso e volentieri affascinano chi ne legge, o vede rappresentate le imprese - sottoscritto incluso -, ma che, di fatto, più passa il tempo e più i sentimenti di padre si consolidano, finiscono per rappresentare uno dei buchi neri più terrificanti che la nostra società abbia prodotto.


MrFord


"If travel is searching
and home what's been found
I'm not stopping
I'm going hunting
I'm the hunter
I'll bring back the goods
but I don't know when."
Bjork - "Hunter" - 


lunedì 7 gennaio 2013

Lord of war

Regia: Andrew Niccol
Origine: USA, Nuova Zelanda, Francia, Germania
Anno: 2005
Durata:
122'


La trama (con parole mie): Yuri Orlov, immigrato con i genitori ed il fratello dall'Ucraina negli States, scopre all'inizio degli anni ottanta che il commercio - ed il contrabbando - delle armi può garantirgli un futuro di ricchezza, successo e prosperità come il ristorante del padre non potrà mai e poi mai fare. L'unico prezzo affinchè questo accada è e resterà un orpello di cui può fare a meno: l'anima.
Nei due decenni successivi, assistiamo all'ascesa di uno dei "signori della guerra" che hanno messo mano - pur senza sparare un solo colpo - nei maggiori massacri della storia recente dell'umanità, e alla caccia che le autorità si prodigano a dare a quello che potrebbe essere una minaccia per i vertici del sistema o un comodo capro espiatorio.
Riuscirà Orlov a trovare l'equilibrio tra Famiglia ed affari? Etica e denaro?




Questo post partecipa alle celebrazioni del Nicholas Cage Day indetto da Frank Manila.

A questo tripudio legato all'Uomo e al suo parrucchino partecipano:



Di norma, quando penso a Nicholas Cage – e ovviamente al suo parrucchino – non sono troppo incline a far correre il raziocinio in direzione dell’autorialità sfrenata, dei temi importanti o dello spessore di un titolo: questo non perché il buon vecchio Nick e la sua appendice irsuta non si siano mai cimentati nel genere – in fondo, parliamo del protagonista di Cuore selvaggio, Il cattivo tenente targato Herzog, Omicidio in diretta e The weather man -, eppure nelle ultime stagioni questa squadra unica nel suo genere ha preferito dedicarsi principalmente a schifezze galattiche – Trespass, tanto per citarne una – o tamarrate godibilissime – Drive angry -.
Una delle ultime e molto discusse scorribande all’interno del succitato Cinema d’autore dell’insolito team fu senza dubbio questo Lord of war, pellicola di Andrew Niccol – regista neozelandese che i più conoscono per Gattaca – che ai tempi fece gridare allo scandalo molta della critica “della vecchia guardia” italiana, che tacciò la vicenda del trafficante d’armi Yuri Orlov interpretato dal Nostro di essere una sorta di esaltazione reazionaria di una figura moralmente deprecabile.
Onestamente, alla terza – se non quarta – visione di questo titolo mi ritrovo come fu per la prima volta a pormi esattamente all’opposto rispetto a questa linea di pensiero: la storia di Orlov – protagonista disprezzabile dal primo all’ultimo minuto – non sarà perfetta nella sua realizzazione – alcuni passaggi dello script filano via indubbiamente troppo facili -, eppure non empatizza per nulla con il suo antieroe e, al contrario, ne mostra tutte le bassezze e l’essenza profondamente legata ad uno spirito votato alla realizzazione di se stesso – e di nessun altro -, del Male e dei poteri occulti che da sempre muovono i fili delle vicende politiche – e non solo – di tutto il mondo.
Forse il fatto che la figura di un trafficante d’armi in combutta con la maggior parte dei più grandi despoti del pianeta i cui prodotti sono stati sfruttati per versare sangue nel corso dei conflitti che, in oltre un ventennio, hanno costellato il globo – e specialmente l’Africa – sia etichettata come “un male necessario” può risultare irritante per qualcuno che crede ancora nelle favole, eppure quella mostrata da Niccol è una delle – purtroppo – grandi verità dell’epoca che seguì la Seconda Guerra Mondiale e divenne una triste realtà dai tempi della Guerra Fredda fino a quelli più recenti dei “diamanti di sangue”.
Qui, però, a differenza della pellicola con protagonista Leonardo DiCaprio, non ci sono ex cattivi redenti e pronti a sacrificarsi, ma soltanto un uomo che non guarda in faccia a nessuno – neppure alla propria Famiglia, a conti fatti – e che prosegue senza esserne scalfito – se non in minima parte – nel suo percorso di desolazione interiore e successo esteriore.
In questo senso, la scelta del regista di affidare la parte di Orlov a Nicholas Cage risulta pressoché perfetta: il vecchio Nicola, con il suo sguardo a metà tra il pesce lesso e l’inespressività fatta uomo è completamente in parte nel rappresentare l’anima corrotta del trafficante almeno quanto Eamonn Walker – già visto su questi schermi in Oz – nei panni del dittatore liberiano.
Troppo facile etichettare il tutto come una fiera del sopra le righe di grana grossa che porti all’empatizzazione con Yuri – impresa impossibile -, un po’ come per i parenti dello stesso abbandonarlo nel momento in cui tutta la merda pare venire a galla – comodo, dopo anni passati a vivere con i suoi soldi -: quella mostrata da Niccol, pur se semplicistica, è una fotografia del modo di condurre il mondo che hanno avuto – e continuano ad avere – alcune delle Nazioni più importanti del globo, portatrici di pace membri dell’ONU che sfruttano personaggi biechi come Orlov per lasciare la polvere sotto il tappeto in angoli della Terra in cui la vita vale meno di quanto si potrebbe immaginare. O anche solo sperare di farlo.
Gli orrori della realtà liberiana mostrati da quella che è, pur se ispirata da fatti documentati, un’opera di fiction, hanno infatti riportato alla mente del sottoscritto le immagini agghiaccianti de L’incubo di Darwin, dove sulle rive del Lago Vittoria – e siamo sempre nel cuore dell’Africa delle grandi risorse minerarie e naturali – si spara per strada, si muore più facilmente di quanto non si possa vivere ed uno su quattro – se non di più – è infetto da AIDS o qualche altra malattia mortale.
In quell’Inferno in Terra giungono dalla Russia aerei dichiarati vuoti che ripartono pieni di una specie di pesce – un predatore marino – la cui carne è pregiatissima e che, negli anni cinquanta, fu inserito nell’ecosistema del lago dagli statunitensi.
Ora è l’unica specie rimasta.
E’ così che funziona, con i padroni della nostra vecchia roccia.
Arrivano, fanno piazza pulita e poi portano a casa quello che gli interessa, lasciando che gente della razza di Orlov si prenda il resto come uno sciacallo – le iene nell’incubo da Black black e gli avvoltoi per le strade di Monrovia sono indicativi, in questo senso -.
Inutile chiudere gli occhi.
Trafficanti o Signori della guerra, sono prodotti dell’Umanità.
La stessa che si scandalizza quando si afferma che il Male esiste, e non c’entra proprio nulla con religioni e divinità.
Perché sta di casa qui.
O meglio: in qualche angolo di mondo che ha la sfortuna di essere ricco per Natura ma non per vocazione.
E le vocazioni, in certi campi, sono la malattia peggiore che possa capitare a chi incrocia il cammino di chi ne ha sentito la chiamata.


MrFord


"I'm trying to find a reason to live
but the mindless clutter my path
oh these thorns in my side
oh these thorns in my side
I know I have something free
I have something so alive
I think they shoot cause they want it
I think they shoot cause they want it
I think they shoot cause they want it."
Creed - "Bullets" -


domenica 15 aprile 2012

Il ladro di orchidee

Regia: Spike Jonze
Origine: Usa
Anno: 2002
Durata: 114'



La trama (con parole mie):  Charlie Kaufman è uno sceneggiatore molto apprezzato cui è stato appena dato l'incarico di lavorare all'adattamento cinematografico del successo letterario Il ladro di orchidee, un libro scritto da una giornalista a proposito dell'esperienza avuta nel seguire, intervistare e scoprire John Laroche, trafficante di orchidee rare e uomo capace di appassionarsi rispetto a molteplici e curiose attività. La chiusura dello sceneggiatore stesso rispetto al mondo e la sfida di uno script basato sulla non-fiction metteranno in crisi profonda Charlie, che si troverà costretto a confrontarsi con il poco sopportato gemello Donald, che divide con lui l'appartamento, si mostra esplosivo e sempre aperto all'esterno ed aspira a portare sullo schermo un thriller che Charlie giudica banale e ridicolo. 
Ma pare essere l'unico.
L'impresa di portare a termine Il ladro di orchidee sarà più dura del previsto, e non sarà priva di conseguenze in grado di cambiare l'intero mondo dello scrittore.




Esistono pellicole di cui si è sempre sentito parlare, e in ogni modo - dal più lusinghiero alle tempeste di bottigliate -, che, inspiegabilmente, restano lontane per anni dai nostri schermi, senza una spiegazione ben precisa.
Il ladro di orchidee è una di queste.
Letteralmente osannato da uno dei disegnatori che conobbi nel mio periodo da sceneggiatore di fumetti dei poveri, osteggiato da alcuni compari appassionati di Cinema ed assolutamente venerato da altri, nonostante mi fosse capitato di incrociarne il dvd in più di un'occasione non ebbi mai lo stimolo per confrontarmici, lasciando questo lavoro di Spike Jonze nel limbo delle eterne promesse senza preoccuparmene troppo.
La recente visione dell'incredibile Synecdoche, New York però, ha stimolato la mia curiosità rispetto all'operato di Charlie Kaufman, sceneggiatore tra i più interessanti che gli anni zero abbiano riservato al pubblico, autore di opere destinate, con il tempo, a divenire - se non lo sono già - cult della settima arte come Eternal sunshine of a spotless mind: così, sono tornato indietro nel tempo ripescando questo lavoro assolutamente acerbo e traboccante difetti che, ugualmente, riesce a comunicare allo spettatore tutta la potenza ancora inespressa del linguaggio dello stesso Kaufman, per l'occasione - e per mano di Nicholas Cage e del suo parrucchino, in grande spolvero in questo ruolo - sullo schermo in prima persona - almeno figurativamente parlando - e pronto a mettere il suo io, le ansie, le esperienze e le delusioni al servizio di un film totalmente e completamente dedito alla non fiction.
Sfruttando l'ideale vicenda legata all'intervista di una reporter in carriera  - una Meryl Streep senza particolari acuti, nonostante il Globe che ebbe per la parte - ad un trafficante di fiori rari, uomo appassionato ed appassionante - grandissimo Chris Cooper, che la maggior parte di noi ricorda principalmente per il suo ruolo in American beauty -, Kaufman costruisce un confronto con se stesso, le proprie paure ed i propri limiti, creando al contempo un personaggio memorabile come Donald, alter ego del protagonista, specchio dello sceneggiatore e fulcro attraverso il quale innescare le grandi e piccole rivoluzioni di una vita passata a rifugiarsi dal un mondo che pare aggressivo quanto e più dei predatori che lo popolano, siano essi animali o inequivocabilmente umani.
In questo senso, risulta ottima la prima parte, legata a doppio filo alle ansie del protagonista neanche ci trovassimo nel pieno di un Woody Allen sotto acido, con le splendide parentesi dedicate a Laroche e alla storia dell'evoluzione del nostro pianeta, bizzarre escalations di quello che avrebbe potuto essere - e non è stato - The tree of life, pippone formato gigante di Malick vincitore del Festival di Cannes 2011, e meno incisiva la seconda, nel corso della quale la riscossa e la rinascita di Charlie passate attraverso un'impennata di "realtà" - all'interno del film stesso - risultano quasi dispersive rispetto all'apparente caos delle prime sequenze: il risultato, sempre in bilico sul sottile filo che separa un giudizio tutto sommato positivo dalle già citate bottigliate, è curioso ed instabile come i personaggi che lo popolano, e giustifica appieno i pareri discordanti che negli anni ho visto avvicendarsi in merito.
Quello che, però, non va sottovalutato, è il talento innegabile di Spike Jonze e soprattutto di Charlie Kaufman, da solo in grado di risparmiare critiche eccessive ad un film incostante, bizzarro e spesso debole come questo e rendere lo stesso, a suo modo, un piccolo, grottesco cult di inizio millennio.
E come se non bastasse tutta questa arte - o presunta tale - il parrucchino di Nicholas Cage non è mai stato al suo posto come ora: scusate se è poco.


MrFord


"Imagine me and you, I do
I think about you day and night, it's only right
to think about the girl you love
and hold her tight, so happy together."
The Turtles - "Happy together" -


venerdì 23 marzo 2012

Last friday night

La trama (con parole mie): come di consueto, eccoci giunti all'attesissima - per chi non si sa - rubrica sulle uscite in sala settimanali firmata mio malgrado con quella razza di Piccolo Cucciolo Eroico del Cannibale.
Come di consueto, i titoli davvero interessanti sono da cercare con il telescopio Hubble nel marasma di proposte italiane di qualità infima che tende a soffocarle.
Come di consueto, io ed il mio fastidioso socio siamo comunque riusciti a trovare qualcosa.
Come di consueto, senza risparmiarci qualche colpo basso.


"Cannibale, fatti mandare dalla mamma a prendere il latte!"
The lady - L'amore per la libertà di Luc Besson






Il consiglio di Ford: l'amore per il Cinema impone di smetterla con certi adattamenti di titolo. 

Onestamente, tolto Leon, ho sempre trovato estremamente sopravvalutato Luc Besson, che negli anni è riuscito a sfiorare il trash involontario in più di un'occasione. 
Questo The lady, ispirato alla vita di Aung San Suu Kyi, Nobel per la pace 1991, pare più interessante rispetto alle produzioni tipiche del regista. Ma dato che quasi per contratto devo andare contro al vecchio Luc - neanche fosse il Cannibale -, non mi dichiaro convinto.

Il consiglio di Cannibal: l’amore per la libertà (da Ford) 

Neanche io sono un grande fan di Luc Besson, però onore a lui già solo per aver lanciato Natalie Portman in Leon e onore a me perché vorrei lanciare Lady Ford giù da una finestra, come in uno dei suoi amati action movies. Riguardo a questo The Lady mi sa di possibile trappola buonista, però i biopic sono (quasi) sempre materia interessante e la storia di Aung San Suu Kyi (ho copia/incollato il nome da te Ford, quindi spero tu lo abbia almeno scritto giusto) merita di essere raccontata. Speriamo solo non sia una roba in stile fiction Rai oppure una roba con in testa solo gli Oscar alla The Iron Lady.


"Per The Lady mi sono ispirato a quella signorina laggiù: il Cannibale!"

È nata una star? di Lucio Pellegrini




 

Il consiglio di Ford: è morto il Cinema italiano? Di questo passo, probabilmente ci siamo vicini. 
Volete davvero che vi commenti quest'uscita? Volete davvero davvero che vi commenti quest'uscita? Scordatevelo. Piuttosto me ne vado in vacanza da solo su un'isola deserta con il Cannibale.

Il consiglio di Cannibal: non è nata una star, è nata ‘nammerda.

Di questo film va detto che è tratto da un romanzo di Nick Hornby. Si tratta però dell’adattamento italiano di un romanzo di Nick Hornby e la cosa, oltre che essere un’eresia, potrebbe portare a risultati davvero disastrosi. In vacanza con te Ford non ci vengo, nemmeno sull’isola di Lost, però se vuoi ti spedisco su una stella insieme a Rocco Papaleo, attore (???) protagonista con la Littizzetto di questo filmetto. Magari si unisce a voi pure quell’altro simpaticone di Gianni Morandi…


"Te l'avevo detto, che Ford e Cannibal ci avrebbero massacrati!"


Quijote di Mimmo Paladino








Il consiglio di Ford: un mulino a vento. 
Sull'onda della morte di Lucio Dalla, ecco qui un film che sa tanto di pretenzioso e radical chic, che vorrebbe imporsi come una nuova versione tutta made in Italy del Don Chisciotte. In tutta onestà, ho già abbastanza da fare a lottare qui sulla frontiera con quella sorta di Cucciolo Eroico come scudiero, per rischiare una visione di questo tipo. Passo.

Il consiglio di Cannibal: Don Cannibal e Ford Panza 

Film ad altissimo rischio di scivolare nel ridicolo involontario, proprio come Ford ogni volta che apre bocca. Scopro ora che Peppe Servillo, cantante degli Avion Travel e protagonista di questo film, è il fratello del più talentuoso Toni Servillo. Non è una notizia che mi/vi cambierà la vita, però almeno il Don Cannibal vi fornisce curiosità di questo tipo, mentre Ford Panza blatera solo di radical-chic di qui, radical-chic di là, come un paranoico allo stadio terminale.

"Ho come l'impressione che qui stiano sfruttando la mia morte per incassare di più."

Take me home tonight di Michael Dowse




Il consiglio di Ford: non sarà la festa del secolo, ma è sempre meglio della morìa di queste settimane. 
Questo film è già passato tempo fa sugli schermi di casa Ford (http://whiterussiancinema.blogspot.it/2011/09/take-me-home-tonight.html), e benchè non si sia stato certo una folgorazione, è risultato una visione piacevole legata ad una grande colonna sonora, nonchè omaggio sentito ai mitici eighties. Considerate le alternative, potrebbe essere l'uscita più interessante del week end.

Il consiglio di Cannibal: c’è ancora qualcuno che non l’ha visto? 

Di questo film che mi era piaciuto parecchio ne avevo giè parlato qui (http://pensiericannibali.blogspot.it/2011/07/si-esce-fichi-dagli-anni-80.html) e tra l’altro era già stato annunciato tra le uscite nei cinema italiani alcuni mesi fa e ne avevamo già parlato in questa nostra rubrica, ma credo che arterio Ford se ne sia scordato: http://pensiericannibali.blogspot.it/2011/11/take-me-to-cinema-tonight.html. Pensavo che ormai fosse già stra-uscito pure in DVD ma comunque, se non l’avete ancora visto, questa potrebbe essere l’occasione buona.

"Cavolo, guardare il Cannibale ballare è proprio una pena!"

Ghost rider: spirito di vendetta di Mark Neveldine e Brian Taylor 


Il consiglio di Ford: meglio pelati come Statham, che sfigurati dal parrucchino di Nicholas Cage. 
Sinceramente non so cosa pensare. Il primo Ghost rider era una sorta di immondizia ambulante. Neveldine e Taylor hanno sfoderato in passato perle tamarre come i due Crank ma anche una schifezza galattica come Gamer. Nicholas Cage e il suo parrucchino sono sempre in bilico sul trash agghiacciante. Potrei adottare questa tecnica: aspetto che lo veda il Cannibale, e se gli fa cagare, lo guarderò senza problemi. Vorrà dire che si tratta di una bella tamarrata godibile e divertente.

Il consiglio di Cannibal agli spettatori: alla larga! 

Il consiglio di Cannibal a Nicolas Cage: ritirati! 
Il consiglio di Cannibal a Mr. James Ford: ritirati pure tu! 
Il primo Ghost Rider mi ha annoiato quasi più dei film consigliati di solito dal Ford, al punto che non sono nemmeno riuscito a vederlo tutto tanto era una colossale stronzata. A questo potrei dare un’occhiata solo perché la regia è curata da quei due fenomeni tamarri di Neveldine e Taylor. Però mi sa tanto di sequel realizzato su commissione giusto per soldi, quindi temo che pure questa volta mi farà collassare in coma. Efficace più del Valium e, forse ma solo forse, più di Mr. Ford quando si mette a parlare di cinema russo. Che a me fa russare. Ahahahaha, questa battuta manco il Ford dei tempi peggiori riusciva a tirarla fuori…


"Cannibale, hai peccato contro il Cinema: sono venuto a punirti!"
17 ragazze di Delphine e Muriel Coulin



Il consiglio di Ford: in un periodo così scarno, un film così me lo vedo 17 volte! 
Il Cinema francese sta vivendo una grande stagione, come hanno dimostrato opere recenti e decisamente importanti come Tomboy e Polisse, e i risvolti sociali narrati attraverso una leggerezza quasi magica paiono essere materia anche per questo film, che a questo punto diventa l'unico che non intenderei davvero perdermi a questo giro.

Il consiglio di Cannibal: 10 ragazze per me posson bastare, ma 17 sono ancora meglio

Teen movie in salsa francese? Direi che è una visione cannibale obbligatoria per legge. La storia è quella di 17 ragazzine che decidono di restare incinte contemporaneamente. Spero non si trasformi in un teen mom all’ennesima potenza, ma visto l’eccellente stato di forma del cinema francese recente, direi che il rischio è molto limitato. Il povero mini Ford non so però se riuscirà a vederlo dalla prigione: dopo che ha osato parlare bene di John Carter infatti gli ho mandato la Polisse sotto casa…
 

"Altro che Pensieri Cannibali! Questo WhiteRussianCinema è una ficata pazzesca!"
Cosa piove dal cielo? di Sebastian Borensztein

 

Il consiglio di Ford: speriamo non merda. O radical chic. 
La trama di questo film ed il trailer potrebbero quasi far pensare a prodotti indipendenti e decisamente validi come Bombon el perro o Piccole storie, e personalmente ho sempre trovato l'Argentina ricca di fascino. Il rischio è che in realtà si tratti dell'ennesima operazione da finti cinefili da sala d'essai e sala da the che tanto mi fanno incazzare. Un pò come il Cannibale, insomma. Staremo a vedere, intanto una visione pare essersela guadagnata.

Il consiglio di Cannibal: it’s raining (radical-chic) men 

Questo film è il trionfatore dell’ultimo Festival di Roma. Non è la stessa cosa di vincere Cannes, però è pur sempre meglio di ricevere un Ford Award. Come The Lady mi sa di film ad alto potenziale di zuccheroso buonismo fordiano, però potrei comunque dargli un’occhiata. E senza aprire l’ombrello che Ford tiene per difendersi dalla pioggia immaginaria di radical-chic che in realtà vivono solo nella sua mente e non certo in Italia, dove la gente semmai fa gara per dimostrarsi radical-scema.

"Cannibale, smettila di rompere: sono qui nel mio drive in personale a gustarmi un bel film russo!"
The Raven di James McTeigue






Il consiglio di Ford: Poe, aiutaci tu! 
Ennesima rivisitazione di uno dei racconti più celebri di Poe, questa volta in versione investigatore neanche fosse l'Abberline di La vera storia di Jack lo squartatore. McTeigue, dopo l'ottimo esordio con V per vendetta, pare essersi dimenticato in fretta come proporre pellicole potenti e d'intrattenimento allo stesso tempo, tanto che questo titolo pare addirittura meno invitante del già non riuscito Ninja assassin. Per rifarmi di questa delusione, ho intenzione di murare vivo il Cannibale da qualche parte: chissà che non riesca finalmente a liberarmi di lui! Ahahahahahah!

Il consiglio di Cannibal: cra-cra (traduzione dal linguaggio dei corvi: non guardate questo film!) 

Ennesima conferma di come Hollywood non sappia più da dove rubare le idee, adesso se la prende pure con Poe, con un filmucolo che pare ricordare le atmosfere del recente terribile The Woman in Black con Harry Potter. Solo che qui abbiamo John Cusack, attore che negli ultimi tempi sembra ambire al titolo di nuovo Nicolas Cage per quanto riguarda la quantità di pellicole di merda girate. Peccato che Cage pure questa settimana abbia in uscita come abbiamo visto un nuovo film e sia quindi ancora lontano dal ritirarsi dalle scene. Cosa che dovrebbe fare, meglio se a braccetto con il suo amico Ford!

"Senza dubbio si è tolta la vita: avrà letto un post di troppo su Pensieri Cannibali!"

lunedì 12 marzo 2012

John Rambo

Regia: Sylvester Stallone
Origine: Usa
Anno: 2008
Durata: 92'


La trama (con parole mie): John Rambo vive ormai da anni nel cuore della Thailandia, guadagnandosi il pane come barcaiolo e cacciatore di serpenti, dimenticato dal mondo dal quale si è allontanato come in una sorta di esilio. Quando un gruppo di volontari cattolici lo convince ad accompagnarli oltre il confine, nel cuore della Birmania dilaniata dalla guerra civile, l'ex soldato si troverà ad affrontare i fantasmi della sua vecchia esistenza: e proprio quando quelle visioni parranno chiamarlo ancora più forte, la notizia del rapimento degli stessi volontari lo porterà, al seguito di un gruppo di mercenari, di nuovo al centro dell'azione, pronto a prendere una decisione rispetto al suo futuro riflettendo tra un massacro e l'altro delle spietate milizie birmane.





Siamo dunque giunti all'ultimo capitolo della memorabile quanto trash saga di Rambo, dopo Rocky il personaggio di maggior successo portato sullo schermo dal mitico Sly, che per l'occasione - come fu per l'ottimo Rocky Balboa a chiudere il ciclo dedicato allo Stallone italiano - si prodiga da entrambi i lati della macchina da presa in una produzione che fu difficoltosa sia per gli inconvenienti tecnici - piogge e clima sfavorevole in Thailandia - che per l'organizzazione - una troupe gigantesca e multietnica -: il risultato è certamente meno efficace di quello dedicato alle gesta del pugile di Philadelphia, funzionale a livello tecnico - decisamente superiore, sia per regia che per fotografia e montaggio, al secondo e al terzo capitolo della sua avventura cinematografica - eppure privo dell'ironia che avrebbe caratterizzato il successivo supercult The Expendables, finendo per attestarsi a metà strada tra il trash di culto ed un tentativo più autoriale di tornare alle origini del personaggio.
Le responsabilità della mancata riuscita dell'operazione sono da imputare principalmente ad una sceneggiatura elementare quanto quelle dei due film precedenti priva però del mordente necessario a sopperire ai suoi limiti soprattutto nella prima parte, decisamente televisiva in quanto a qualità soprattutto per quanto riguarda, per l'appunto, lo script: con il rapimento dei volontari, però, la pellicola cambia marcia, liberando una violenza spropositata - in questo senso, molto coraggioso Stallone a mostrare senza troppe cerimonie anche le esecuzioni dei bambini o dei malati -, i fantasmi del protagonista - ho molto apprezzato la sequenza onirica, simile a quella che risvegliò Rocky durante la rissa al termine del quinto capitolo della sua storia - ed un crescendo che porta in dono allo spettatore un vero e proprio massacro operato dal Nostro ai danni delle milizie birmane da far sembrare tutte le precedenti battaglie di Rambo una partita di volano tra signore di mezza età impegnate nella merenda ed il the pomeridiani.
Anche questa volta il reduce del Vietnam confeziona la sua frase di culto pronta ad essere ricordata in eterno dai suoi fan - "Vivere per niente, o morire per qualcosa", mitico -, e c'è spazio, nel finale, anche per un momento clamorosamente in equilibrio tra il trash più clamoroso ed il commovente, quando il vecchio John, definitivamente - chissà? - messi da parte i suoi demoni, fa ritorno negli States vestito quasi come all'inizio del primo film, giungendo di fronte al ranch dove nacque, nella speranza di ritrovare suo padre, unico legame rimasto con il Paese per il quale ha sempre combattuto.
Prima, però, che la commozione tocchi il cuore di ogni fan di Sly che si rispetti, c'è spazio per un momento di ilarità pura, legato ad un avvenimento di quelli più unici che rari nel mondo del Cinema: l'incontro mai più ripetuto del parrucchino di Nicholas Cage - eccezionalmente in prestito al buon Sylvester - ed il labbro di Stallone.
Una sequenza dunque in grado di fare Storia anche senza contare la malinconica camminata verso casa che vede lasciare il grande schermo uno degli eroi più importanti del Cinema action di tutti i tempi, capace di regalare sogni e fior di nemici sbaragliati come se niente fosse ad almeno due generazioni di spettatori - anche lui, come Rocky, a testa alta -.
Dimenticato dall'elite della settima arte, dai radical chic, da Dio e da chissà chi altro, Rambo resta un vero e proprio mito per tutti quelli che l'hanno saputo apprezzare per quello che era senza mai davvero dimenticarlo, rendendo di fatto possibile la sua esistenza da sempre negata - prima come riflessione sociale, dunque come ironico tormentone - che lo portò a combattere per la prima volta, trent'anni fa e più, di ritorno da una guerra che l'avrebbe cambiato per sempre.


MrFord



"It's been so long since I've been gone
another day here might be too long for me
I've travelled around and I've had my fill
of broken dreams and dirty deals
a concrete jungle surrounding me
many nights I've slept out in the streets
I paid my dues and I changed my style
seen hard times ... over now."
Lynyrd Skynyrd - "Comin' home" -


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