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lunedì 21 maggio 2018

Rampage - Furia animale (Brad Peyton, USA, 2017, 107')







Ricordo più che bene - pur se velati da un alone misto di nostalgia, alcool ed età - i tempi in cui andavo in sala giochi con una scorta di monetine - che andavano dalle cinquanta alle duecento lire, a seconda della località - ed un amico - oppure mio fratello - per giocare a Rampage, divertendomi come un pazzo a distruggere palazzi ed ingoiare soldati utilizzando il gorilla in stile King Kong - a dire il vero il meno interessante dei tre personaggi a disposizione, per quanto mi riguarda -, il lupo gigante o il lucertolone.
Tempi semplici, lontani, in cui i videogiochi erano qualcosa di quasi incredibile e lontano dalla quotidianità e dalle case.
Tempi passati, ma che evidentemente sono rimasti nel cuore di chi, come me, li ha vissuti, ed ora si ritrova a tentare di riportarne i fasti in sala sfruttando la popolarità di quello che è l'action hero per definizione di questo secondo decennio degli Anni Zero - Dwayne Johnson, ovvero The Rock, uno dei wrestlers più importanti di sempre - e gli effettoni che, ai tempi, si sarebbero soltanto potuti sognare, sia sulle console da gioco che sul grande schermo.
Rampage - Furia animale, di fatto, non inventa assolutamente nulla di nuovo, pare una sorta di versione aggiornata di San Andreas che sostituisce l'impatto della Daddario con quello degli animali giganti - e non me ne vogliano i bestioni, non mi pare uno scambio equo - e presenta un The Rock come sempre in grado di fare tutto e anche di più, eppure, così come San Andreas, spassoso e divertente da vedere, in barba a prevedibilità e tamarraggine di questo tipo di proposte.
In effetti, quando questo tipo di titoli finiscono per non prendersi sul serio e fare il loro lavoro, è difficile non digerirli, soprattutto quando giunti alla conclusione di una giornata lavorativa - a casa e fuori - rimangono davvero poche energie per affrontare la visione del consueto film da divano: qui al Saloon, infatti, ci siamo goduti Rampage dal primo all'ultimo minuto e senza ritegno, indovinando tutte le scelte del suo protagonista e perfino quelle degli animaloni pronti a fargli da spalla - compreso il faccia a faccia finale con George il gorillone - ed apprezzando proprio questo tipo di prevedibilità neanche fossimo tornati i bambini che inserivano la moneta nel videogioco con nessun'altra aspettativa se non quella di distruggere più palazzi fosse possibile.
In questo senso il lavoro di Brad Peyton - già accanto al buon Dwayne nel già citato San Andreas e Viaggio nell'isola misteriosa - rende assolutamente onore al vecchio videogioco, portando sullo schermo il più classico dei popcorn movies da distruzione totale, senza pretese e logica, giocato scandalosamente a favore del main charachter ed incurante di qualsiasi regola anche in un contesto che regole non prevede: personalmente non avrei chiesto altro se non una Daddario in più ed un pedale premuto con decisione ancora maggiore sul trash volontario, ma ammetto di essermi piacevolmente accontentato e di essermi fatto intrattenere da questo giocattolone pronto a tenere lontano qualsiasi radical della blogosfera senza alcun pensiero neanche avessi deciso di farmi una sessione in più del solito in palestra, o quel cocktail pronto a regalare la sbronza durante un'uscita.
Anzi, personalmente avrei bisogno di un film come Rampage a settimana, che con The Rock, qualche esplosione e tanta implausibilità potrebbe portare allegria e spensieratezza e, chissà, anche convogliare il sonno dei giusti una volta terminata la visione.
Un pò come quando, da bambino, terminati i gettoni, si tornava a casa ridendo e ricordando le gesta più eclatanti della lotta tra gli animali giganti e l'esercito di piccoli umani che tentavano di fermarli.
Tempi semplici, lontani, che a volte - più spesso di quanto sembri - è davvero piacevole rievocare.




MrFord




giovedì 7 dicembre 2017

Geostorm (Dean Devlin, USA, 2017, 109')





Se c'è una cosa che mi fa incazzare in quanto strenuo sostenitore del Cinema americano anche di grana grossa sono le produzioni che danno ragione ai radical che bersagliano il suddetto Cinema americano per passatempo: quelle merdate da multisala nel weekend perfette per lo spettatore occasionale cui non fregherebbe nulla di quello che guarda, divertenti neppure per sbaglio, ironiche nei loro sogni più sfrenati o qualsiasi altra cosa vi possa venire in mente per giustificare il prezzo del biglietto.
Certo, già dal trailer Geostorm lasciava presagire ben poco di buono - nonostante la presenza del fordiano Gerard Butler, che nonostante abbia infilato negli anni una serie di pellicole da incubo continua a starmi simpatico -, e potevo sospettare che sarebbe andata com'è andata, ma sinceramente non immaginavo che si sarebbe potuto fare peggio anche dei peggiori disaster movies degli ultimi anni, roba da far apparire Emmerich una specie di genio della settima arte.
Trama già vista e sentita, dinamiche trite e ritrite, un cast nutrito in cerca di grana, soluzioni implausibili, terribile finale retorico: davvero tutto quello che non vorrei chiedere alle tamarrate di questo stampo, anche e soprattutto considerato che nel corso dei centonove minuti non sono riuscito a divertirmi neppure per sbaglio, passando il tempo a sperare che si giungesse presto alla conclusione.
Interessante segnalare, oltre al livello davvero basso dell'intera produzione - che pare un cocktail di tutti i suoi predecessori anni novanta, oltre ad una versione "da serie C" di Armageddon - la caduta libera della carriera di Robert Sheehan, qualche anno fa idolo delle prime due stagioni di Misfits, destinato per molti a divenire uno dei giovani volti più promettenti del panorama mondiale ed ora finito a fare il caratterista, senza tra le altre cose neppure eccellere.
L'unica consolazione dell'essermi imbarcato in questa scellerata visione è la consolazione di aver trovato uno dei candidati più forti per la classifica dedicata al peggio del duemiladiciassette, nonostante la concorrenza quest'anno sia davvero agguerrita: ma quella tra le posizioni più alte di quella top ten  è la "tempesta" migliore che questa roba possa sperare di essere in grado di provocare.
Vi lascio immaginare quali siano le altre.




MrFord




venerdì 25 novembre 2016

Aftershock (Xiaogang Feng, Cina, 2010, 135')





Dal recente terremoto che ha colpito l'Italia allo Tsunami che sconvolse il Sud-Est Asiatico qualche anno fa, le grandi tragedie naturali hanno da sempre significato, oltre al dramma, anche un momento in cui singoli o intere famiglie hanno finito per lottare con una forza miracolosa per vivere, ricominciare o rialzarsi.
Il ventotto luglio millenovecentosettantasei, a Tangshan, nel cuore della Cina che affrontava gli ultimi anni di Mao, ebbe luogo quello che è considerato uno dei terremoti più devastanti della Storia, non tanto per potenza quanto per numero di vittime - si parla di quasi seicentomila morti -: Xiaogang Feng, con un piglio classico che dall'altra parte del mondo si potrebbe considerare tipico dei drammoni da Oscar, racconta l'epopea di una famiglia spezzata dalla catastrofe e dalla stessa pronta a ripartire e vivere per i trent'anni successivi, in attesa della possibilità, un giorno, di potersi finalmente riunire.
Per quanto mi riguarda, Aftershock ha assunto una valenza importante già dalle prime sequenze, che a prescindere dagli effetti forse non all'altezza del Cinema americano cui tutti noi occidentali siamo abituati, riesce più che bene a trasmettere l'orrore che dev'essere trovarsi vicini all'epicentro di un sisma di questa portata, e vedere i propri cari lottare per la vita contro la Natura: come se non bastasse, la scelta forzata della madre dei piccoli Fang Deng e Fang Da impostale dai primi soccorritori rappresenta probabilmente l'incubo di qualsiasi genitore, quello di essere l'ago della bilancia della morte o della salvezza di uno soltanto dei suoi figli.
Proprio il personaggio della madre, segnato non solo dalla tragedia ma anche dalla responsabilità di una scelta da incubo come quella, rappresenta il metronomo di una pellicola intensa e drammatica, molto classica e rispettosa - probabilmente in Cina un lavoro di questo tipo finisce per essere molto ben accolto e poco scomodo - ma altrettanto genuina e coinvolgente, capace di raccontare la lotta della gente comune a fronte di eventi talmente grandi e devastanti da seppellire o in grado di far trovare la forza necessaria a compiere imprese straordinarie per quanto mascherate da assoluto ordinario - dalla scelta di non voler abbandonare il luogo del dramma e la prima casa abitata dopo il sisma a quella corriera fermata in tempo affinchè ad una donna non fosse tolto anche l'ultimo legame con la vita -.
Personalmente, in una situazione come quella mostrata dal regista, credo preferirei morire piuttosto che trovarmi a decidere quale dei miei figli salvare a scapito della vita dell'altro, magari proprio permettendo loro di sopravvivere: ma la Natura ha i suoi cicli e le sue regole, e noi che ne facciamo parte, possiamo solo lottare con tutte le nostre forze affinchè le persone che amiamo sentano la nostra presenza e possano sapere che, distanti o alla porta accanto, saremo sempre con loro.
Perchè quel tipo di legame, fatto di lacrime e sangue, ma anche di qualcosa che solo chi l'ha provato almeno una volta nella vita conosce, ha e da la possibilità di resistere a qualsiasi catastrofe, e che nessuna catastrofe è in grado di spezzare.
E biologico o no, dai parenti più prossimi agli amici più cari, personalmente adoro chiamare quel legame Famiglia.




MrFord




 

mercoledì 2 novembre 2016

Independence Day - Resurgence (Roland Emmerich, USA, 2016, 120')




Ricordo bene il periodo in cui uscì Independence Day.
Attraversavo l'adolescenza, non c'erano smartphones o internet, affittavo ancora vhs dal mitico Paolo - era da un pò che non lo citavo, mea culpa - e rimanevo colpito grazie alle prime pellicole pronte a stupire con effetti speciali che ai tempi risultavano mitici.
Una di queste fu senza dubbio, per l'appunto, Independence Day: le immagini del trailer con le astronavi aliene che distruggevano i principali monumenti sulla Terra lasciarono a bocca aperta tutti, e condussero ad una visione di gruppo in sala di quelle tipiche del sabato pomeriggio di allora, con giro in centro annesso e patatine che ci attendevano a visione ultimata, sperando magari di conoscere in giro qualche ragazza.
Non sapevo che, qualche anno dopo, la passione per il Cinema sarebbe letteralmente esplosa, e guardavo film principalmente per il piacere di avere a che fare con storie sempre nuove, non avevo pretese o alcuno strumento "tecnico": eppure Independence Day, fatta eccezione per le sequenze già mostrate dal trailer e la scena cult con Will Smith che prende a pugni in faccia l'alieno, non mi convinse granchè.
Intratteneva, certo, ma già allora sapevo non sarebbe certo diventato un mio cult - pur se trash - personale.
Alla notizia, pochi mesi fa, dell'uscita di un sequel, rimasi sconcertato: che bisogno c'era di riesumare gli stessi personaggi nonchè una nuova invasione a vent'anni dalla realizzazione del primo film?
Probabilmente nessuno, se non per il portafoglio di produttori ed autori.
Ed infatti questo Resurgence è stato puntualmente massacrato un pò dappertutto - e premiato anche da un discreto flop al botteghino -, quasi fosse un nuovo sport fare tiro al bersaglio con il lavoro di Emmerich, ormai specializzato in pellicoloni di grana grossa spesso e volentieri catastrofici: io stesso, nel recuperarlo, ho pensato che una bella bocciatura come si deve sarebbe stata praticamente ovvia e goduriosa, ed ho approcciato la visione proprio con questo spirito.
Eppure, lo confesso, proprio non ce la faccio, a voler male ad un film così.
Trash, retorico, già visto, fuori tempo massimo, a tratti involontariamente comico, a tratti volontariamente, Resurgence mi è parso solo un innocuo giocattolone senza alcuna pretesa, in grado di essere visto in qualsiasi condizione - la visione è trascorsa mentre intagliavamo le zucche per Halloween con il Fordino - e che è scivolato via in gran scioltezza, talmente sopra le righe da solleticare perfino la voglia nel sottoscritto e in Julez, anche considerato il finale aperto, di affrontare con un discreto hype - sempre in termini di schifezzone cosmiche - anche un eventuale terzo capitolo.
Dunque, tra un Hemsworth spaccone ed un vecchio Presidente che passa dallo status di quasi barbone reso pazzo dal ricordo degli alieni a perfetta versione sessantenne di un Top Gun, non sono mancate le care, vecchie risate pane e salame in casa Ford, pronte a far scattare un moto d'affetto per un film che è certo una porcheria grande e grossa ma che risulta proprio per il suo essere sincera in quello che è migliore di tanti altri blockbuster privi di anima usciti nel corso delle ultime stagioni: per quanto inutile, questo Resurgence rispolvera quantomeno lo spirito degli anni ottanta e di parte dei novanta, quando smartphones e internet non esistevano e si andava in sala pensando e sperando di assistere ad uno spettacolo da bocca spalancata.
Certo, in questo caso si deve mettere in conto che non sarà per gli effetti o la meraviglia, quanto più per il livello di trash, ma è comunque già qualcosa.
E poi, ammettetelo: anche il più radical dei radical, sotto sotto, avrà sognato almeno una volta nella vita di fare il culo quadro ad un alieno venuto per fare il bello ed il cattivo tempo sulla Terra.
Non sarà a pugni in faccia come fece Will Smith, ma è comunque già qualcosa, specie se si tratta di un "topo da laboratorio" vecchio e gay pronto a sfoderare il suo lato cazzuto all'uccisione del compagno - forse il passaggio più bello e socialmente significativo della pellicola -.
I tempi cambiano, ma certe cose regalano sempre un brivido.
Anche quando sono legate a filmacci di infima serie.




MrFord



 

sabato 24 ottobre 2015

Left behind

Regia: Vic Armstrong
Origine: USA, Canada
Anno:
2015
Durata: 110'







La trama (con parole mie): Ray Steele, pilota di linea con una famiglia in crisi a causa dei tormenti religiosi della moglie, una figlia fuggita dalla stessa all'università ed un'amante hostess che non conosce nulla della sua vita, si ritrova in volo il giorno del suo compleanno, concentrato su un concerto degli U2 da godersi a Londra insieme alla sua nuova fiamma piuttosto che una giornata sul divano in salotto con i problemi di casa pronti a tornare a galla con il ritorno della figlia.
Peccato che Chloe, quest'ultima, lo incroci casualmente all'aeroporto, e che d'improvviso i bambini ed alcune persone scelte apparentemente con casualità in tutto il mondo scompaiano di colpo, generando caos e panico e rendendo il volo condotto da Ray più difficoltoso del previsto.
Una volta deciso di fare rotta verso il punto di partenza del viaggio, l'uomo intuirà il mistero che si cela dietro le improvvise sparizioni, e dovrà affrontare il più freddamente possibile l'emergenza nella speranza di ritrovare, una volta atterrato, qualcuno dei suoi cari.










Penso sia ormai noto a tutti gli appassionati - e non - di Cinema che Nicholas Cage - ed inevitabilmente, il suo indomabile parrucchino - sia uno dei signori quasi incontrastati del trash sopra le righe, una garanzia quando si tratta di cercare rifugio in pellicole spesso e volentieri massacrate dalla critica che, per motivi oscuri, finiscono sempre e comunque per divertire e farsi voler bene in qualche modo distorto.
E' stato il caso, almeno per me, anche di questo bistrattatissimo da tutti Left behind, porcatona da fantascienza - rispetto alle dimensioni della stessa porcatona, non al genere, si intenda - che, con tutti i suoi limiti, la recitazione imbarazzante del suo protagonista, gli effetti clamorosamente kitsch, l'evoluzione a tematica religiosa da far venire la pelle d'oca, è riuscito a divertirmi sguaiatamente come se non ci fosse un domani nel corso di una sessione intensiva di gioco pomeridiano con il Fordino, e si è rivelato uno degli intrattenimenti ignorantissimi più spassoso - anche se involontariamente - di questa stagione, in barba a tanti altri prodotti studiati a tavolino e curati decisamente più di questo sotto tutti gli aspetti.
In un certo senso, il lavoro di Vic Armstrong è riuscito a riportare alla mente del sottoscritto i fasti del primo Sharknado, seppur con una confezione meno "b-movie" rispetto al supercult firmato da Anthony C. Ferrante: vedere il Ray di Nicholas Cage dibattersi tra la guida del suo aereo, ipotesi bibliche legate all'accaduto che si trova ad affrontare la popolazione mondiale, passeggeri nel panico e guai in famiglia è stato davvero uno spasso, e l'ora e tre quarti complessiva è davvero volata via anche nei momenti in cui, di fatto, non succede nulla se non rappresentazioni da focolare in crisi come in tutta la prima parte.
Altrettanto divertente, poi, la disparata umanità presente sull'aereo che il prode Cage con il suo copilota appoggiato sulla testa conducono prima verso Londra e poi di nuovo indietro alla volta della Grande Mela: dal nano acido scommettitore incallito alla moglie psicopatica del giocatore di football, passando per la tossica "illuminata" alla vecchia che perde colpi, per finire con l'immancabile passeggero arabo sospettato di terrorismo ed il giornalista d'assalto pronto a colpi di manie di protagonismo ed un quasi serrato stalking rispetto alla figlia del comandante dell'aereo a lottare per diventare il genero del buon Cage ancor più che per salvarsi la pelle: un campionario, dunque, di grottesco che raramente mi è capitato di vedere riunito se non ai tempi più gloriosi del lavoro domenicale in negozio.
E suonerà pure come se mi fossi bevuto il cervello, soprattutto agli occhi dei radical come Cannibal Kid - tanto per citarne uno -, eppure il mio cuore - e soprattutto la pancia - da pane e salame mi fa pensare che sia infinitamente più godurioso sghignazzare di fronte ad un Left behind che non sfracellarsi i cosiddetti al cospetto di qualche pippone pseudo autoriale con pretese decisamente più alte rispetto all'effettiva possibilità di segnare lo spettatore.
Quantomeno, robaccia come questa non corre il rischio di deludere.
Al massimo, vi farà sentire un pò meglio come esseri umani e pensanti dotati di almeno un minimo di bagaglio culturale.
E forse, ma dico forse, anche invidiare la clamorosa capacità di convogliare un'anima puramente trash e sprizzarla da ogni poro come il mitico ed inarrivabile Nicholas Cage.




MrFord




"(I ignore you)
As I close my eyes, I feel it all slipping away
(I come toward you)
We all got left behind, we let it all slip away
I can't stand to see your thalidomide robot face
I don't even try it!
You had to be a liar
Just to infiltrate me, I'm still drowning."
Slipknot - "Left behind" - 





mercoledì 17 giugno 2015

San Andreas

Regia: Brad Peyton
Origine: USA, Australia
Anno:
2015
Durata: 114'





La trama (con parole mie): Ray, veterano pilota di elicottero protagonista di centinaia di missioni di soccorso, si trova ad affrontare le conseguenze di un terremoto devastante che colpisce tutta la linea della faglia di San Andreas, tra le più note zone a rischio di cataclismi sismici del mondo.
Sull'orlo del divorzio e legato principalmente al suo lavoro, l'uomo avrà modo di trasformare l'improvvisata missione di soccorso della quasi ex moglie in una vera e propria riconciliazione, oltre che in una sfida nella ricerca della figlia, che rappresenterebbe una sorta di riscatto rispetto alla ferita provocata dalla morte per annegamento della sorella di quest'ultima, che proprio Ray non riuscì a riportare a casa viva.
Riuscirà il pilota a portare in salvo le donne che ama chiudendo i conti con il passato nel bel mezzo di un cataclisma di proporzioni bibliche?








In tutta onestà, nonostante il mio amore per il Cinema continui a farmi apprezzare le opere "alte", una delle cose che mi hanno più reso felice negli ultimi anni è stata il progressivo superamento della fase esclusivamente autoriale della mia vita di spettatore, con il conseguente sdoganamento di tutto quello che è considerato il "basso" della settima arte, dai miei adorati action anni ottanta alle meraviglie trash in stile Sharknado.
Se fossi rimasto lo stesso di una decina d'anni or sono, infatti, non mi sarei mai potuto godere una porcatona come San Andreas senza rimanere sconvolto da retorica, effettoni da blockbuster, scene altamente improbabili ed un copione cucito addosso al consueto eroe tutto d'un pezzo all'americana - in questo caso il sempre mitico The Rock, uno degli idoli dei primi anni zero di ogni fan di wrestling - con tanto di finalone schifosamente a stelle e strisce, giustificando un'eventuale visione solo grazie alla presenza di Alexandra Daddario, che al progressivo spogliarsi a seguito della catastrofe regala momenti decisamente interessanti, anche se si sarebbe potuto osare certamente di più, in barba ad effetti speciali e simili.
Fortunatamente, ora che il mio lato tamarro convive felicemente con quello più legato a scelte di qualità e cultura, il lavoro di Brad Payton ha rappresentato un ottimo opener per la stagione estiva, che ultimamente mi vede spesso e volentieri cercare un impegno minimo sia dal punto di vista degli ascolti che delle visioni, in linea con la leggerezza, il caldo e la voglia di vacanze fisica e mentale: scene altamente spettacolari, effetti notevoli a metà tra 2012 e rimandi ad Independence Day, una componente fracassona ed una legata ai buoni sentimenti da famiglia pronta a riunirsi nel momento della difficoltà in barba al patrigno fighetto e codardo - che poi, come giustamente Julez faceva notare, quando avrebbe per le mani un The Rock, quando mai una donna sana di mente opterebbe per un Ioan Grufudd!? -, una certa ironia di fondo che permette all'operazione di non prendersi troppo sul serio - la sequenza dello sciacallo intento ad accatastare tv in macchina, che, altro appunto metacinematografico, commette la sciocchezza di minacciare il buon The Rock proprio nel bel mezzo di una pellicola costruita completamente su di lui, povero ragazzo - e portare a casa la pagnotta alternando passaggi chiaramente giocati tutti sull'estetica del 3D e dell'impressione visiva - lo tsunami su San Francisco fa davvero la sua porca figura, così come il crollo della diga alle prime scosse del cataclisma - con il classico drammone scontato a stelle e strisce incentrato principalmente sulla volontà di sopravvivere e tornare gli uni accanto agli altri dei membri della famiglia al centro della vicenda.
Certo, San Andreas resta una proposta indigeribile per chiunque non sia avvezzo ai neuroni spenti o ad un pò di sano intrattenimento made in USA, ma per tutto il resto del pubblico finirà per rivelarsi un gran bel giocattolone - riferendoci al genere, ovviamente - in grado di stimolare riflessioni assolutamente profonde - in casa Ford ci si è interrogati, ad un certo punto, sul fatto che la mano di The Rock potrebbe forse riuscire a contenere una tetta di Julez, sottolineando il forse - ed allontanare quantomeno in testa il caldo soffocante che giustamente l'estate ci riserva.
Per il Saloon, dunque, potrebbe equivalere ad una bella birra gelata - altro sdoganamento operato negli ultimi mesi - per evitare di appesantirsi troppo con un superalcolico sotto il sole cocente.
Leggero con brio, dunque.
Che a volte, è proprio quello che serve.
Con qualche esplosione a fare da cornice ed un pò di tamarraggine, che sono un pò come le bollicine.




MrFord




"All across the nation, such a strange vibration
people in motion
there's a whole generation with a new explanation
people in motion, people in motion."
Scott McKenzie - "San Francisco" - 





giovedì 28 maggio 2015

Thursday's child

La trama (con parole mie): alle spalle una settimana con poche uscite - dunque meno probabilità di rimanere in qualche modo scottati dalle delusioni o dalle castronerie del mio rivale Cannibal Kid, torniamo a pieno regime con un weekend che si preannuncia ricco di uscite per tutti i gusti, dal filo autoriale al tamarro senza pietà.
Ricco di uscite, però, non significa necessariamente ricco in termini di qualità.
Quantomeno, speriamo di divertirci.


"Che giornata infame: mi tocca perfino andare a salvare quel pusillanime di Peppa Kid!"

Pitch Perfect 2

"Andiamo a trovare la nostra reginetta: Katniss Kid."
Cannibal dice: Il primo Pitch Perfect, uscito in Italia con il titolo Voices, era una commedia adolescenzial-musicale super gradevolissima. Pur non essendosi trasformato in un mio cult assoluto e pur non sopportando la pratica dei sequel, mi sa che questo Pitch Perfect 2 rientrerà tra le mie future visioni. Quanto al vecchio Ford, avrà saputo dell'esistenza di questo film giusto scoprendo che al botteghino americano Pitch Perfect 2 ha fatto un culo tanto al suo amato Mad Max: Fury Road.
Ford dice: il primo Pitch Perfect, uscito qualche anno fa, riuscì ad intrattenermi e sorprendermi in positivo generando, tra l'altro, in casa Ford, il tormentone della cup song che vide Julez esercitarsi di continuo per realizzarne una versione più perfetta possibile.
Ovviamente sempre Julez non vede l'ora di affrontare il sequel, e penso che quattro risate riuscirà a strapparle anche al sottoscritto, nonostante non si possa certo parlare del film dell'anno.



San Andreas

"Eccolo laggiù, quel pusillanime. Ora scendo, e prima di salvarlo gli sparo due cartoni."
Cannibal dice: Un film catastrofico con protagonista The Rock? Ma cos'è 'sta merdata? Più che un film sembra un sogno ad occhi aperti di Ford.
Come dite?
Nel cast c'è anche la splendida Alexandra Daddario?
Ma allora corro subito a prenotare il biglietto del cinema!
Ford dice: onestamente, non ho mai amato particolarmente questo tipo di film catastrofici, preferendo sempre e comunque l'action pura. Devo ammettere, però, che con l'avvicinarsi dell'estate il bisogno di mandare in vacanza i neuroni cresce, dunque penso che darò volentieri una chance sia a The Rock che alla bravissima - e sottolineo bravissima - Alexandra Daddario.
Tutto questo nella speranza che un terremoto di proporzioni bibliche colpisca in breve tempo la cameretta di Peppa Kid.



Il fascino indiscreto dell'amore

"Questa posa è così radical chic che Ford starà già preparando le bottiglie."
Cannibal dice: Pellicola francese che si preannuncia super radical-chic ispirata a un romanzo di Amélie Nothomb, autrice di cui colpevolmente ammetto di non aver mai letto nulla, ma che mi ha sempre attratto parecchio. Questo film potrebbe finalmente spalancarmi le porte del suo mondo e potrebbe anche essere il mio film della settimana, del mese, forse della vita. Sperando non si riveli invece una delusione pazzesca.
Ford dice: radicalchiccata francese alla massima potenza. Inutile dire che, con la marea di recuperi che ho in ballo, non rientri nella lista del sottoscritto neanche per sbaglio.
Mi accontenterò di leggere le sbrodolate del mio rivale quando lo recensirà.



The Tribe

"E dopo questa, Ford starà preparando almeno il doppio delle bottiglie."
Cannibal dice: Uh, bene! Questo film ucraino rischia di essere uno di quei film estremi, provocatori e trasgressivi che tanto scandalizzano quel moralista benpensante repubblicano di Mr. Ford. Sento puzza di incrocio tra von Trier e Haneke, anche se potrebbe essere solo l'odore del mio blogger rivale che se l'è appena fatta addosso a dover affrontare una visione del genere.
Ford dice: secondo titolo sulla carta molto radical della settimana, che potrei recuperare giusto per l'incertezza che genera rispetto alla possibilità di sorprendermi in positivo o prendersi una valanga di bottigliate.
Per quanto riguarda Cannibal, invece, le speranze sono ormai morte e sepolte.



Louisiana (The Other Side)

Tipico momento di relax tamarro tipicamente fordiano.
Cannibal dice: Il quarto film italiano in concorso a Cannes, sebbene nella sezione “minore”, pardon “parallela” Un Certain Regard, rischia di essere piuttosto interessante. Sebbene la sua natura documentaristica lo porti più in territori fordiani e quindi lontani anni luce da me. Per vederlo rischierò il salto nell'other side?
Ford dice: ho letto discretamente bene del film "minore" in concorso a Cannes giunto dal Bel Paese, e devo ammettere che, a partire dal titolo e dall'ambientazione, l'idea mi ispira parecchio.
Certo, potrebbe sempre rivelarsi una cosa da Festival ed incorrere nelle mie ire, ma cercherò di sfogarmi con il Cucciolo Eroico in modo da non essere troppo carico il fatidico giorno della visione.



Il libro della vita

"E così quello è il famigerato Cannibal Kid: è ancora più mostruoso di quanto si dice in giro."
Cannibal dice: Pellicola di animazione prodotta da Guillermo Del Toro, un nome che per me di solito è sinonimo di fuffa sopravvalutata. Passo quindi volentieri questa bambinata/forsenontroppobambinata a quel bambinone/forsetroppobambinone di Ford.
Ford dice: è curioso come l'aumento delle proposte settimanali in sala abbassi - per non dire abbatta - la voglia di passare una serata in sala. Così come il fatto di passare da dietro la macchina da presa al cartellone - specie con la dicitura "Prodotto da" - finisce per non portare bene a nessun regista. Spero solo che Del Toro questo lo sappia.
Che il Cannibale, invece, non capisca nulla di Cinema, quella ormai è una cosa assodata.



Lo straordinario viaggio di T.S. Pivet

Perfino i genitori di Peppa, stanchi delle sue bislacche opinioni cinematografiche, hanno deciso di sbatterlo in mezzo alla strada.
Cannibal dice: Altra bambinata della settimana, per di più diretta da Jean-Pierre Jeunet, già autore di uno dei film più sopravvalutati di tutti i tempi: Il favoloso mondo dell'insopportabile Amélie.
E dicendo questo mi sa che ho attirato l'odio di un bel po' di lettori, ma tanto ormai le mie quotazioni sono più in ribasso di quelle di Mr. Ford, quindi pazienza.
Ford dice: il buon Jeunet, che conobbe la sua stagione d'oro all'inizio degli Anni Zero grazie al fenomeno Amelie - film carino, ma enormemente sopravvalutato - e che in seguito proseguì la carriera con alti e bassi, torna sul grande schermo con un titolo che mi ispira poco e niente come tutto quello che non sia sguaiato in questo periodo dell'anno.
Per il momento passo, un po' come quando mi tocca leggere certe opinioni del mio antagonista.



Pitza e datteri

"Stanno arrivando Ford e Cannibal!" "Corro a nascondermi, allora. Quei due mi fanno paura."
Cannibal dice: Pellicola multietnica nostrana da cui non so bene cosa attendermi. Considerando però il buono stato di salute di cui gode il cinema italiano attuale, checché ne dica quel pirla di Ford e quei pirloni dei Coen, mi sa che questa Pitza e datteri potrebbe anche non avere un gusto troppo malvagio.
Ford dice: la mia personale crociata di diffidenza rispetto al Cinema italiano non è certo finita con i mancati riconoscimenti a Moretti, Garrone e Sorrentino a Cannes, o la scelta di ignorare, di fatto, quasi tutte le proposte "alternative" prodotte nella Terra dei cachi e malamente distribuite in sala. Dunque questo titolo pseudo alternativo finirà con tutti i suoi colleghi nel dimenticatoio, dove probabilmente verrà scaricato senza neppure avere la chance di una copertura di sale recenti.



Hybris

"Ma che razza di film abbiamo girato!?"
Cannibal dice: Vedendo il trailer di questo thriller soprannaturale amatoriale italiano con un attorone come Guglielmo “Willwoosh” Scilla mi viene subito voglia di rimangiarmi quanto detto qui sopra sul cinema nostrano. Ma non lo farò, giusto per il gusto di non darla vinta al Ford.
Ford dice: come scrivevo sopra rispetto al "Cinema" italiano. Passiamo oltre.



Soundtrack - Oltre ogni ragionevole desiderio

E per la prima volta nella storia di questa rubrica, non è stato possibile reperire alcuna immagine riferita al film in questione. Neanche fosse lo sfuggente Peppa Kid.
Cannibal dice: Thriller italiano di cui non sono riuscito a trovare alcun trailer o immagine, ma che MYmovies indica in uscita questa settimana. Siamo sicuri?
E soprattutto, a qualcuno frega?
Il film comunque è in corsa per un premio: quello di peggior titolo dell'anno.
Ford dice: Passiamo oltre. Davvero e una volta per tutte.


mercoledì 24 settembre 2014

Sharknado 2 - The second one

Regia: Anthony C. Ferrante
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
90'





La trama (con parole mie): Fin, l'eroe di Los Angeles protagonista della resistenza al tornado di squali che aveva attaccato la città californiana, è pronto a volare a New York, sua città d'origine, per accompagnare l'ex moglie tornata sua compagna April nella presentazione del libro scritto da quest'ultima a proposito della loro esperienza di sopravvissuti ed incontrare la sorella e la sua famiglia a distanza di anni dall'ultima rimpatriata.
Ovviamente, il nostro superuomo si porterà dietro un bel carico di sfiga ed un nuovo e più potente sharknado pronto ad abbattersi sulla Grande Mela: riuscirà, aiutato da April, una vecchia fiamma ed i suoi ritrovati parenti a fronteggiare anche questa apparentemente insormontabile minaccia?






In un certo senso, Sharknado non avrebbe bisogno di alcuna presentazione.
E neppure di un post.
Di fatto, parliamo di uno dei casi cinematografici più clamorosi del passato recente, in grado di rispolverare il concetto del trash di culto come non accadeva, probabilmente, dai tempi di Ed Wood.
Lo scorso anno rimasi letteralmente sconvolto dalle risate provocate dal primo capitolo della saga - e sono felice di sapere che, a seguito del successo di questo numero due, pare sia già in cantiere il terzo pargoletto del brand - e dalla genialità che, a mio parere, fu necessaria a regista e sceneggiatori per tirare fuori qualcosa di così incredibilmente brutto: non è semplice come sembra, infatti, realizzare un'opera di questa portata - in senso negativo, artisticamente parlando - pianificando la stessa nel dettaglio.
Occorre una vera e propria scintilla che pochi possiedono.
Onestamente, per quanto così oltre da non poter essere descritto in alcun modo che possa rendere giustizia alle sue bassezze, devo però ammettere che con questo secondo capitolo quella stessa scintilla pare essersi almeno in parte perduta: Ferrante e soci, infatti, hanno capito molto bene - e questa è la conferma della loro bravura - quello che il pubblico si aspettava dal loro prodotto, ed hanno finito per costruire a tavolino il sequel ideale della creatura più clamorosa partorita nel passato recente della settima arte, mescolando la bassissima qualità ormai marchio di fabbrica della serie, la pessima recitazione - dal residuato di Beverly Hills Ian Ziering all'inguardabile mummia da botox Tara Reid, passando per una Vivica Fox che pare essersi mangiata se stessa un paio di volte dai tempi di Kill Bill fino ad arrivare a comparsate di lusso come quelle di Kelly Osbourne, Billy Ray Cyrus riconosciuto da Julez in un microsecondo e Kurt Angle, dal quale ho sperato, venendo di fatto tradito, di veder eseguita almeno una Angle Slam su uno squalo -, la tecnica e gli effetti inguardabili a citazioni anche decisamente alte per il genere - da L'aereo più pazzo del mondo a Ai confini della realtà - ed una struttura ormai rodata.
Da questo punto di vista, e forse proprio a causa dell'enorme successo del numero uno, l'approccio naif si è inevitabilmente perduto, e nonostante le risate sguaiate l'impressione è senza dubbio quella di un titolo da vedere, come giustamente ha più volte fatto notare la già citata Julez anche rispetto al precedente, necessariamente in compagnia, possibilmente supportati da dosi abbondanti di junk food e alcool.
Ma dovrei smettere di scriverne come se Sharknado 2 fosse un film come gli altri.
Perchè non sarà mai così.
E dunque voglio ricordare i colpi di motosega di Ziering e della Reid, i dialoghi e le sequenze completamente oltre ogni logica e raziocinio, gli squali, dal primo all'ultimo, il momento magico nella pizzeria del vecchio amico di Fin - forse il punto più alto, con l'incipit, di questo secondo capitolo -, l'incredulità di fronte ad uno spettacolo di una bruttezza così indescrivibile da finire per apparire quasi come arte molto più di certa merda d'autore spacciata per Capolavoro e distribuita nelle sale in pompa magna - qualcuno ha detto Under the skin!? -.
Perchè Sharknado e tutti i suoi figli sono così.
Gli scarrafoni del Cinema.
E a noi piacciono proprio per questo.



MrFord



"Break and twist and you will shout
those fish are gonna take you out
it's got teeth, it's got speed,
destruction is all it needs."
Quint - "The ballad of Sharknado" - 




sabato 31 agosto 2013

Daylight - Trappola nel tunnel

Regia: Rob Cohen
Origine: USA
Anno: 1996
Durata:
114'




La trama (con parole mie): Kit Latura, ex comandante del servizio di soccorso di New York finito a fare l'autista a seguito di una scelta azzardata che portò alla morte di alcuni membri della sua squadra, si ritrova coinvolto in un pauroso incidente che vede uno dei tunnel che collegano la Grande Mela al Jersey isolato, a rischio di crollo e reso invivibile dai vapori emessi da alcuni rifiuti tossici.
Ignorando ogni autorità e sfruttando solo ed esclusivamente la sua abilità, l'uomo si troverà a lottare per la propria sopravvivenza e la salvezza di uno sparuto gruppo di persone rimaste intrappolate all'interno della pericolante struttura: tra loro il protagonista di un programma tv dedicato all'estremo, un'aspirante drammaturga, uno dei guardiani del tunnel nonchè alcune famiglie ritrovatesi, di colpo, in un vero e proprio inferno.
Non resterà, a quel punto, che affidarsi alla guida di Latura e sperare nel meglio: che, tendenzialmente, quando c'è di mezzo Stallone finisce per arrivare, prima o poi.





Prosegue, con grande goduria per gli occupanti di casa Ford, il recupero progressivo di tutte le pellicole con protagonista il mitico Sly che ancora mancavano di una visione del sottoscritto a seguito della promessa fatta con il Sylvester Stallone Day di ormai quasi due mesi or sono.
Daylight - Trappola nel tunnel, pellicola ad altissimo tasso di tamarraggine che tentò di rinverdire i fasti di cult come Die Hard o Speed trasportandoli nel pieno degli anni novanta - il periodo storicamente più sfortunato per gli action heroes del decennio precedente -, è stata una scoperta assolutamente piacevole, nonchè un esempio perfetto di Stallone d'annata che, seppur lontano dai livelli cult di cose come Over the top, Sorvegliato speciale o Cliffhanger, è riuscito a regalare al sottoscritto - per l'occasione in compagnia del Fordino - quasi due ore di divertimento senza ritegno, nel pieno rispetto di quelli che erano i tempi in cui si consumavano i nastri di vhs come questa godendosela senza fare troppe domande o prestando attenzione alla logica della vicenda, più simile a quella di un cartone animato che di un film adulto.
Un giocattolone, insomma, che fin dal principio ogni spettatore ben sa come andrà a finire e dove andrà a parare, ma che riesce ugualmente a regalare emozioni grazie ad una serie di imprese ovviamente ben oltre l'impossibile del nostro Stallone Italiano per una volta accompagnate da una non completa infallibilità dello stesso - del resto, era già accaduto con il già citato Cliffhanger di osservare la parte umana ed imperfetta dell'eroe Sly -, in grado di riportare alla luce la maggior parte dei superstiti dell'incidente dovendo accettare il fatto di perderne qualcuno, sfruttando di conseguenza anche l'elemento emozionale e strappalacrime - si fa per dire - esercitato sul pubblico.
Detto questo non resta molto da sottolineare se non di accettare Daylight così com'è, gustandoselo come un giro sull'ottovolante o su una di quelle giostre in stile Universal Studios - personalmente mi ha ricordato l'attrazione dedicata a Twister - concedendosi qualche riflessione giusto rispetto al cast, che vede affiancati a Stallone volti più o meno noti del grande e piccolo schermo come la protagonista Amy Brenneman - che i più conosceranno come volto de Il giudice Amy -, il caratterista Dan Hedaya - storico nome del sottobosco di genere soprattutto anni ottanta -, Viggo Mortensen - qui ancora ben lontano dai fasti de Il signore degli anelli o A history of violence - e soprattutto Sage Stallone, accanto a suo padre dopo Rocky V in una delle ultime apparizioni degne di nota - se così si può dire - prima della prematura scomparsa.
Analizzate quelle che potrebbero essere le "questioni tecniche", posso affermare senza alcuna remora di essermi divertito e non poco nell'affrontare un titolo lontano dal decennio favorito dell'action tamarra eppure nello spirito completamente fedele allo stesso, sguaiato nella regia ed implausibile nello script eppure perfetto per qualsiasi stagione: in fondo, questo tipo di pellicole non chiede nulla in cambio se non di lasciarsi tutto alle spalle e partecipare alla festa senza fare troppe domande o questioni sulla qualità degli alcolici che vengono serviti.
Ci si riempie il bicchiere e ci si butta nell'occhio del ciclone: ed è così che nascono gli eroi.
Soprattutto quelli action.


MrFord


"I got that tunnel vision, for you
I got that tunnel vision, for you
I got that tunnel vision, for you
I got that tunnel vision, I only see you."
Justin Timberlake - "Tunnel vision" - 


lunedì 15 luglio 2013

World War Z

Regia: Marc Forster
Origine: USA
Anno:
2013
Durata: 116'




La trama (con parole mie): Gerry Lane, ex agente speciale delle Nazioni Unite, viene sorpreso in una normale mattinata passata con la sua famiglia da un'invasione di infetti pronti ad uccidere e passare il morbo a chiunque capiti loro a portata di morso.
Riuscito a mettersi in salvo - con i suoi cari, ovviamente - grazie al suo addestramento e raggiunto da un vecchio compagno, viene a sapere che l'epidemia si è propagata su tutto il pianeta, ed in cambio della sicurezza della famiglia decide di tornare in campo per proteggere un esperto virologo pronto a partire alla ricerca di una potenziale cura.
Quando, a missione poco più che avviata, lo stesso studioso perde la vita, a Lane non rimarrà altro che continuare la ricerca da solo, passando da Gerusalemme per finire in Galles per nutrire un'intuizione che potrebbe rivelarsi una scommessa fatale.




Da tempo, nella blogosfera e non, si parlava con trepidante attesa dell'uscita in sala di World War Z, travagliatissimo - in fase di produzione e realizzazione - titolo firmato da Marc Forster che, almeno sulla carta, pareva avere la non comune chance di mettere d'accordo il pubblico occasionale da filmone da multisala nel weekend e quello più snob, pronto a dilettarsi con un pò di sano divertimento con un pizzico di autorialità che fa sempre bene.
Peccato che il risultato - e non credo a causa dei suddetti problemi insorti nel corso della lavorazione - sia un colossale fallimento da una e dall'altra parte: se non fosse che le aspettative del sottoscritto erano basse in partenza, infatti, vi sareste trovati di fronte ad una delle tempeste di bottigliate più toste del passato recente, spinta dall'anonima regia di Forster, dalla retorica a stelle e strisce che percorre l'intera opera ed esplode in terrificanti momenti che sarebbero calzati a pennello ad un film con Will Smith e da un approccio che, come troppo spesso accade ultimamente, dimentica l'ironia per vestirsi di un tono serioso neanche si trattasse di materia da Festival delle proposte di nicchia.
Brad Pitt - e qui c'è da dirlo, figo da paura anche alle soglie dei cinquanta - incarna, suo malgrado, un protagonista che è l'esempio perfetto della grana grossa ammeregana nella piena tradizione del Jack Bauer di 24 - ma meno reazionario - e dell'inossidabile Liam Neeson - ma meno spietato - dei due pessimi Io vi troverò inserito in un contesto che pare la copia edulcorata e fracassona dell'ottimo 28 giorni dopo, che riporta la dimensione degli zombies veloci ed assetati di sangue dalle strade deserte di Londra ad una sorta di epidemia globale senza però riuscire a mantenere la benchè minima parte di tensione neppure nei momenti sulla carta più spettacolari - la sequenza dell'attacco a Gerusalemme e quella del laboratorio di Cardiff, che è riuscita a riportarmi alla mente addirittura lo Steven Spielberg di Jurassic Park con i Velociraptor confinati nello spazio chiuso del centro e pronti a dare la caccia agli umani -.
Come se non bastasse, per un titolo dalla durata non esagerata come quella di molti altri giocattoloni distribuiti negli ultimi anni - siamo sull'ora e cinquanta scarsa -, la noia finisce per affiorare spesso e volentieri, a causa anche dei rimandi più o meno voluti ad una raccolta di film catastrofici più o meno efficaci dai quali gli sceneggiatori - e pensare che tra loro figura anche Drew Goddard, peccato davvero! - paiono aver pescato a piene mani senza preoccuparsi troppo di quello che sarebbe stato il risultato, o almeno di copiare "con stile" come avrebbe fatto, personalizzando senza ritegno, un Tarantino o un Rodriguez, giusto per non alzare troppo il tiro.
Forster, dunque, manca clamorosamente il bersaglio sprecando l'occasione di creare una sorta di "punto d'origine" di un brand - come vorrebbe la produzione e si evince chiaramente dal finale aperto, irritante e quasi patetico - che poteva essere la risposta sul grande schermo al successo che sta coinvolgendo The walking dead, serial tra i più amati della tv - anch'esso ben lontano, tra l'altro, dall'essere tra i miei favoriti -.
Solo il destino - ed il botteghino - potranno dirci se questo sarà effettivamente possibile: quello che è certo è che, con tutta la simpatia per Brad Pitt e la voglia di svagarsi con un bel filmaccio costruito sugli inseguimenti di zombies supercattivi e superveloci, l'unica cosa interessante uscita dalla visione è l'insegnamento base di un corso di sopravvivenza in caso di catastrofe di questo genere.
Doveste, infatti, ritrovarvi per le strade di una città completamente invasa, cercate di mettervi sempre sulla scia dell'attore di turno - preferibilmente action hero - e starete in una botte di ferro.


MrFord


"I think I'd better run, run, run
I think I'd better run, run, run
you didn't catch me fallin', fallin', fallin'
fallin',fallin', fallin'."
Phoenix - "Run run run" - 



venerdì 1 febbraio 2013

The impossible

Regia: Juan Antonio Bayona
Origine: Spagna
Anno: 2012
Durata: 114'




La trama (con parole mie): Henry e Maria, da tempo stabilitisi in Giappone a seguito degli impegni di lavoro del primo con i loro figli Lucas, Thomas e Simon, decidono di trascorrere le vacanze di Natale del 2004 in Thailandia.
Dopo un paio di giorni da sogno in un resort splendido, le loro vite vengono sconvolte dalla tragedia che colpì il Sud-Est asiatico il 26 dicembre di quell'anno: le ondate dello tsunami, infatti, separano la famiglia, e mentre Maria e Lucas lottano per la sopravvivenza finendo in un ospedale, Henry ed i piccoli Thomas e Simon sono costretti a separarsi in modo da favorire la ricerca del primo, convinto di poter riuscire a ritrovare la moglie ed il figlio maggiore.
Riusciranno i cinque a superare il trauma e tornare a casa tutti insieme? E la determinazione di ognuno di loro rinsalderà il legame spezzato dalla forza della Natura?





Realizzare un film basandosi su tragedie destinate a restare nella Storia è sempre rischioso, per un regista: se, infatti, da un lato le probabilità di riscuotere successo ed ottenere consensi insperati - anche e soprattutto di critica - sono molto alte, dall'altro la possibilità di realizzare una pellicola ad alto tasso di retorica è praticamente una certezza.
E' il caso di questo The impossible firmato dal catalano Bayona, che qualche anno fa riscosse consensi a mio parere esagerati con il sopravvalutato The orphanage, versione in tono minore di The others e Il labirinto del fauno alla quale non abboccai nonostante l'ottima confezione e la messa in scena: sfruttando una partenza a razzo con una riproposizione dello tsunami che colpì il Sud-Est asiatico il 26 dicembre 2004 da brividi ed una prima parte quasi più simile ad un survival che non ad un drammone per famiglie, però, il regista ha rischiato di farmi ben sperare rispetto alla resa finale di questa sua prima fatica da grandissima distribuzione, riuscendo addirittura a gestire discretamente il passaggio dal trauma violento della catastrofe alle prime sequenze dell'ospedale, quando il ruolo del giovane Lucas diviene molto simile a quello che, nello splendido L'impero del sole firmato da Spielberg ormai oltre vent'anni fa, fu di un allora ragazzino Christian Bale.
Peccato che, proprio nel momento migliore del suo lavoro, Bayona decida di cambiare registro tornando ad occuparsi della seconda metà della famiglia separata dalla tragedia, lasciando un McGregor svogliato e per nulla convincente a guidare l'audience verso l'inevitabile finale buonista e retorico infarcito di sequenze da tempesta di bottigliate - pessima quella onirica legata all'operazione chirurgica subita da Maria, una Naomi Watts che tenta disperatamente di tornare ai livelli di Mulholland drive senza riuscirci -.
Certo, il fatto che per la famiglia le cose, alla fine, torneranno a sistemarsi è ovvio fin dal principio, grazie all'insistito proporre della dicitura "tratto da una storia vera" - campanello d'allarme che in casa Ford ha fatto subito scattare il rollio delle suddette bottigliate - sui titoli di testa, eppure questo non giustifica il crescendo da blockbuster zuccheroso che regia e sceneggiatura propinano ad un ritmo sempre più vertiginoso, riuscendo anche a piazzare zampate di ruffianeria colossali come il passaggio che giustifica il titolo del film e che vede il confronto tra Geraldine Chaplin ed uno dei due protagonisti più piccoli a proposito delle stelle e della loro luce giunta fino a noi - tanto per non farci mancare l'atmosfera da bella favoletta -.
Un peccato davvero, perchè il cineasta originario di Barcellona dimostra senza dubbio di avere una buona tecnica, e l'intuizione iniziale di mostrare la lotta per la sopravvivenza alla catastrofe come se ci si trovasse in una sorta di horror - o film catastrofico - poteva dare una connotazione senza dubbio più originale ad un titolo che, a fine visione, finisce nel mucchio dei tanti film di cassetta destinati a segnare in negativo la carriera dei potenziali talenti usciti dalla nicchia dell'autorialità.
Non che Bayona fosse il novello Kubrick, questo sia chiaro, ma senza dubbio anche un suo detrattore come il sottoscritto poteva aspettarsi certamente più, da lui, che non questo drammone patinato e posticcio buono giusto per una visione riempitivo che non per un effettivo viaggio all'interno di quello che è stato uno dei più grandi drammi della Storia recente del nostro pianeta.


MrFord


"So close your eyes
for thats a lovely way to be
aware of things your heart alone was meant to see
the fundamental loneliness goes whenever two can dream a dream together.
You can't deny don't try to fight the rising sea
don't fight the moon, the stars above and don't fight me
the fundamental loneliness goes whenever two can dream a dream together."
Frank Sinatra - "Wave" -


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