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venerdì 22 aprile 2016

The last ship - Stagione 1

Produzione: TNT
Origine: USA
Anno: 2014
Episodi: 10






La trama (con parole mie): l'equipaggio della nave da guerra della Marina degli Stati Uniti Nathan James, capitanata da Tom Chandler, è costretta ad una missione nell'artico di mesi con tanto di silenzio radio, apparentemente motivata dalla sperimentazione di armamenti ma in realtà legata a doppio filo alle indagini della dottoressa Rachel Scott, da tempo al lavoro su un potenziale vaccino per un'epidemia che i governi hanno predetto essere sul punto di scoppiare in tutto il mondo.
Tornati alla "civiltà" alla fine della missione, gli occupanti della Nathan James scopriranno che nel frattempo il virus ha avuto la meglio sulla civiltà, i governi sono crollati e sulla terraferma le comunità rimaste cercano di arrangiarsi lottando per sopravvivere anche le une contro le altre.
Come se non bastasse, all'urgenza di trovare una potenziale cura ed i rifornimenti per rimanere al largo, si aggiunge il pericolo costituito da una nave russa in cerca della dottoressa e dei suoi risultati e la minaccia di un conflitto nato in seno a quello che resta degli States sulla terraferma.
Come se la caveranno Chandler e i suoi uomini?












Ormai è più forte di me: non riesco proprio a farcela, a non subire il fascino del made in USA, specie se un pò tamarro e sopra le righe, che si tratti di Musica, Letteratura, Cinema o produzioni legate al piccolo schermo.
The Last Ship, giunta da queste parti assolutamente per caso, quando ai tempi presi un suggerimento telefonico del mio fratellino Dembo legato all'horror The Last Shift - che passerà a breve da queste parti - per un'imbeccata rispetto alla serie che ha adottato Eric "Dottor Bollore" Dane una volta chiusa la sua esperienza con Grey's Anatomy, prodotto in grado di mescolare le stelle e strisce di Salvate il soldato Ryan ed il survival di The Walking Dead, ho fatto finta di nulla e convinto Julez ad imbarcarci in una visione che, a conti fatti, si è rivelata assolutamente divertente e perfettamente inserita nel filone dei prodotti di puro intrattenimento indicati per questo periodo della nostra vita, considerati i pranzi e cene ormai dominati dalle chiacchiere a getto continuo del Fordino, pronto a chiedere spiegazioni su ogni titolo e scena così come a coinvolgere il sottoscritto in giochi ed evoluzioni pronte a far considerare alla signora Ford l'idea di avere a tavola due bambini di tre anni.
Tornando, comunque, a The Last Ship, devo dire che, pur non inventando nulla di nuovo - il plot è abbastanza classico, così come le atmosfere legate alle epidemie che, di fatto, dimostrano una volta di più che la minaccia più grande, in questi casi, sarebbe di gran lunga quella dell'Uomo, più che della malattia - nel corso delle sue dieci puntate non solo ha finito per affrontare situazioni e temi diversi tra loro grazie alle vicende occorse ai protagonisti, ma anche a lavorare molto bene sugli stessi, proponendo evoluzioni dei rapporti e dei charachters stessi davvero niente male, per un prodotto di grana grossa di questo genere.
E dalle battaglie navali a drammatici confronti nella giungla - inquietante l'episodio legato al boss del narcotraffico rifugiatosi in Costarica soggiogando un gruppo di locali neanche fosse in pieno delirio da film di Herzog -, dai faccia a faccia interni tra i membri dell'equipaggio all'escalation legata alla ricerca del vaccino da parte della dottoressa Scott - la Rhona Mitra divenuta famosa qui al Saloon per il suo ruolo in Doomsday -, per giungere alle drammatiche rivelazioni del season finale legato al primo contatto vero e proprio con il presunto governo - o quel che ne resta - degli Stati Uniti, il risultato è decisamente discreto e perfetto per veicolare una visione senza troppo impegno, impreziosita per quanto mi riguarda da un personaggio come Tex, praticamente da subito il preferito fordiano assoluto della serie.
Non sono certo qui a gridare al miracolo, eppure la curiosità di scoprire cosa attende l'equipaggio della Nathan James nel corso della seconda stagione è ben radicata, le potenzialità del titolo devono ancora essere completamente espresse, e l'impressione che possa rivelarsi una versione più tamarra ma paradossalmente profonda ed interessante del già citato The Walking Dead è ben più di un sospetto.
Speriamo bene, anche perchè tra navi, esplosioni, amicizia virile e momenti assolutamente fordiani, difficilmente troverò un'altra crociera così nelle mie corde.





MrFord






"And oh my love remind me, what was it that I said?
I can't help but pull the earth around me, to make my bed
and oh my love remind me, what was it that I did?
Did I drink too much?
Am I losing touch?
Did I build this ship to wreck?"
Florence + The Machine - "Ship to wreck" - 






domenica 13 marzo 2016

La quinta onda

Regia: J. Blakerson
Origine: USA
Anno: 2016
Durata: 112'







La trama (con parole mie): da un giorno all'altro, la Terra viene avvicinata e successivamente attaccata da una razza aliena che pare voler "purificare" il nostro mondo per poi occuparlo. Dunque, attraverso disastri naturali, epidemie e l'esclusione di qualsiasi forma di energia, gli invasori finiscono per ridurre la popolazione tanto da spezzarla in gruppi distinti raccoltisi per resistere e cercare di sopravvivere.
Cassie Sullivan, persi entrambi i genitori nel corso delle ondate di invasione degli alieni, lotta con le unghie e con i denti per proteggere ed accudire il fratellino Sam, che ora è sua responsabilità: quando il campo in cui vivono accoglie un gruppo di soldati che non solo paiono avere mezzi funzionanti ed energia a disposizione, ma anche armi, che propone di separare adulti e bambini prevedendo per questi ultimi il trasferimento al loro campo base, Cassie rimane separata dal fratello, ed inizia un viaggio in solitaria verso lo stesso campo che la porterà a fare un incontro che potrebbe cambiarle la vita.
Nel frattempo Sam scopre che l'esercito progetta di sfruttare i più giovani come nuova forza per contrastare gli alieni, finalmente decisi a scendere in campo.
Ma sarà davvero così?












Esistono film che nascono, di fatto, per essere compromessi validi su più fronti: con il proprio compagno o compagna, con il tempo, la stanchezza, il lavoro e gli impegni che la vita ci riserva.
In questa grande categoria si possono trovare tamarrate da divertimento sfrenato, prodotti clamorosamente brutti ed altri che, fondamentalmente, risultano inutili ed innocui: La quinta onda, tratto da una saga letteraria di stampo teen di quelle che paiono essere sbocciate un pò ovunque negli ultimi anni, appartiene senza ombra di dubbio all'ultima categoria.
Sfruttato come riempitivo durante un pomeriggio casalingo in una settimana in cui le malattie del periodo hanno colpito un pò tutti in casa Ford, si è rivelato giusto un accompagnamento un pò insipido buono da guardare senza troppa attenzione, un cocktail annacquato che mescola i ricordi di Independence Day ai più recenti Maze Runner e Hunger Games, dal sapore di già visto e rimaneggiato dal primo all'ultimo minuto, finale aperto da saga compreso.
Dai protagonisti agli antagonisti - spiccano Chloe Grace Moretz e Liev Schreiber - alla tematica dell'attacco alieno filtrata attraverso l'utilizzo dei giovani come nuova leva per poter andare verso il futuro, tutto pare tagliato con l'accetta e telefonato, eppure La quinta onda non risulta essere il tipico prodotto in grado di fare incazzare o sconvolgere per la sua bruttezza, quanto più portare ad una constatazione di inutilità di fondo del prodotto, che, tra le altre cose, pare non aver convinto neppure il grande pubblico, mettendo di fatto in dubbio anche la prosecuzione della saga di Cassie e soci.
L'unica cosa interessante da segnalare - e che nel corso delle ultime stagioni si sta facendo sentire sempre di più, parlando di settima arte - è l'influenza evidente che il mercato dei videogiochi pare avere avuto sull'intero progetto, in particolare gli sparatutto in stile Call of duty che ormai sono un vero e proprio must tra i giovanissimi, specializzati nel gioco online tanto da costruire non solo team, ma anche amicizie e rivalità proprio grazie a questi contatti virtuali.
Per il resto, tutto scorre abbastanza in fretta, entro un'oretta dalla visione avrete dimenticato tutto e l'esperienza sarà parsa tutto sommato indolore: forse sono troppo vecchio per queste stronzate, come si diceva ai miei tempi, ma l'impressione è che si sia trattato dell'ennesimo tentativo di portare in sala il pubblico occasionale dei giovanissimi, in special modo i gruppi di adolescenti o pre-adolescenti giocando su una protagonista femminile di richiamo ed una cornice di scontri tipicamente maschile, senza dimenticare la tematica della Famiglia e condendo il tutto con i più tipici alieni pronti a sostituirsi agli uomini noti fin dagli anni cinquanta.
In tutta onestà, a meno che non abbiate un paio d'ore da riempire a tutti i costi di notte o durante una sessione intensiva di pulizie, non mi sbilancerei consigliandovi la visione de La quinta onda, ma neppure di evitarlo neanche fosse la peggiore delle schifezze possibili ed immaginabili, perchè i film davvero pessimi, in fondo, sono altri.
La quinta onda è, più che altro, qualcosa che passa e va, senza aggiungere nulla ad un genere che, di suo, pare aver esaurito negli anni ottanta la sua vena migliore.







MrFord







"So close your eyes, for thats a lovely way to be
aware of things your heart alone was meant to see
the fundamental loneliness goes whenever two can dream a dream together."
Frank Sinatra - "Wave" -






domenica 31 gennaio 2016

Cabin fever

Regia: Eli Roth
Origine: USA
Anno: 2002
Durata: 93'






La trama (con parole mie): cinque universitari freschi di laurea desiderosi di sfogarsi dopo gli anni di studio, tramite la madre di uno di loro, affittano uno chalet per una settimana che intendono dedicare a bevute, sesso e, forse, qualche passeggiata in mezzo alla natura.
Peccato che, poco prima del loro arrivo, un eremita del luogo contragga un misterioso morbo che attacca carne e sangue causando una degenerazione inquietante e terribile, e che un alterco dello stesso con il membro più instabile della compagnia porti ad una serie di circostanze a causa delle quali anche i ragazzi contrarranno la malattia stessa, finendo non solo per dubitare l'uno dell'altro, ma per rischiare di non tornare mai più a casa.
Riusciranno i cinque giovani a trovare un modo per cercare aiuto evitando di lasciarci la pelle o pugnalarsi alle spalle a vicenda senza incorrere nell'ira dei ruvidi abitanti del luogo?










L'uscita in sala del "recente" The Green Inferno ha scatenato, non so neppure io bene per quale motivo, una curiosità a proposito dell'opera di Eli Roth dietro la macchina da presa che, di fatto, non avevo mai avuto: il giovane regista e protetto di Tarantino, infatti, da queste parti era noto solo per la sua mitica partecipazione all'altrettanto mitico Bastardi senza gloria nel ruolo dell'adorato - da Julez, ma anche dal sottoscritto - Orso ebreo.
Dunque, dopo aver archiviato Hostel, il già citato Green Inferno ed il più attuale Knock knock, ho deciso di tornare indietro nel tempo all'inizio degli anni zero, quando il suddetto Roth si affacciava nel panorama della settima arte della grande distribuzione con Cabin fever, horror che richiama le atmosfere di cult come La casa e Non aprite quella porta con una spruzzata di Romero all'interno del quale il regista si divertì anche ad inserire una propria piccola apparizione, e che lo lanciò nel mondo dell'horror come uno dei nomi più caldi legati alla nuova linfa del genere - questo, ovviamente, a prescindere dalla critica più o meno favorevole -.
La visione di Cabin fever, assolutamente divertente - considerato il genere e la mia passione per lo stesso - e disimpegnata, si è rivelata piacevole anche a fronte del fatto di non essere di fronte ad una nuova sensazione dell'horror quanto più ad un ragazzo pronto a portare sullo schermo le suggestioni di migliaia di visioni appassionate di lavori che sono stati, sono e saranno decisamente più validi di quanto potrà mai essere il suo.
Quello, però, che apprezzo e probabilmente continuerò ad apprezzare di Roth è la sua grande onestà nel proporre titoli senza alcuna ambizione "alta" - e non intendo in termini di valutazioni o recensioni, quanto di approccio -, di fatto costruiti solo ed esclusivamente per intrattenere e divertire il pubblico: Cabin fever, per quanto acerbo e derivativo, può essere tranquillamente incluso nel novero, tanto da essere riuscito non solo a far passare una serata distensiva post-lavoro al sottoscritto, ma anche a Julez, per l'occasione riuscita a tenere botta fino alla fine della visione senza crollare addormentata - la gravidanza, del resto, amplifica il già notevole talento naturale della signora Ford per la nanna -.
Doppio merito, dunque, al buon Roth, che con una consistente dose di ironia nera porta al massacro l'ennesimo gruppo di giovani determinati a passare in uno chalet isolato inserito in una cornice impreziosita da rednecks senza ritorno un'intera settimana, ispirando comunque il sottoscritto non soltanto perchè l'idea dello chalet risulta effettivamente affascinante ma anche in materia alcolica - l'idea di bere solo birra durante tutta la vacanza potrebbe risultare una sfida interessante -, portando a galla quello che è il nemico più pericoloso nelle situazioni di sopravvivenza estrema - ovvero chi dovrebbe essere nostro amico - ed arrivando a soluzioni sicuramente valide - il destino di Jeff, autista del gruppo nonchè tramite dello stesso per l'affitto dello chalet -, oltre che divertenti - la figura del vicesceriffo Winston, più strafatto del Drugo dopo una sessione intensiva di White russian -.
Un bel divertissement, dunque, per gli appassionati, che senza dubbio farà storcere il naso a chi, l'horror, non è abituato a masticarlo: e per chi lo adora, come noi qui al Saloon, è una soddisfazione ancora maggiore.





MrFord




"Fever ‘cause I’m breaking
fever got me aching
fever how will you explain
break it down again
fever got me guilty
just go ahead and kill me
fever how will you explain
break it down again."
The Black Keys - "Fever" - 





domenica 1 giugno 2014

The walking dead - Stagione 1

Produzione: AMC
Origine: USA
Anno: 2010
Episodi: 6




La trama (con parole mie): Rick Grimes, sceriffo di provincia, viene colpito da un proiettile nel corso di un conflitto a fuoco e cade in coma. Al suo risveglio, il mondo come lo conosceva è completamente stravolto: a causa di un virus che attacca il cervello, infatti, gran parte della popolazione è stata trasformata in zombies assetati di sangue. Muovendosi in una realtà ormai distorta, Grimes si mette alla ricerca della moglie e del figlio, che pensa siano riusciti a fare i bagagli e fuggire prima dell'esplosione dell'invasione dei non morti.
Giunto ad Atlanta nella speranza di trovare un presidio dell'esercito, Rick incontra un gruppo di sopravvissuti capeggiato dal suo vecchio vice Shane, che non ha soltanto portato in salvo la famiglia Grimes, ma nel frattempo ha stretto una relazione con Lori, moglie dello stesso Rick.
L'improvvisato gruppo dovrà trovare il modo di gestire gli equilibri interni ed un piano a lungo termine per sopravvivere.






Allo stesso modo di Fringe, anche The walking dead, una serie nota ed amatissima da una fetta ben consistente di pubblico, era passata dalle parti del Saloon ai tempi dell'uscita di questa prima stagione, finendo nel dimenticatoio dopo un pilota tecnicamente ben realizzato - regia di Frank Darabont, trucco affidato al veterano Tom Savini - ma che non riuscì a coinvolgere i Ford come avrebbero voluto.
Conclusa l'avventura con la creatura di Abrams, abbiamo così deciso di ritentare con quella dell'appena citato Darabont, ispirata ai classici di genere e nel frattempo divenuta un vero e proprio cult del piccolo schermo: questa prima stagione, che conta soltanto sei episodi e che finisce per dare l'impressione di un lungo pilota sfruttato per il rodaggio di protagonisti e situazioni, non è riuscita a convincere fino in fondo - confermando l'impressione avuta qualche anno fa - pur mantenendo alto il livello di puro e semplice intrattenimento, ricordando al sottoscritto e a Julez lo splendido e concluso ad inizio anno videogioco The last of us, una vera e propria meraviglia gaming che probabilmente deve più di un'ispirazione a The walking dead.
Quello che, comunque, almeno finora manca a questa proposta per effettuare un vero e proprio salto di qualità va ricercato senza dubbio nell'ambientazione "apocalittica" - del resto ci aveva già pensato Romero sul finire degli anni sessanta - e nel cast, che pare mancare del carisma necessario per imporsi già dai primi episodi - in questo senso, l'esempio di Lost rimane assolutamente insuperato -: fa eccezione il già favorito fordiano Daryl, redneck di sawyeriana memoria e turbolento elemento dell'eterogeneo gruppo di sopravvissuti cui si aggiunge il protagonista Rick Grimes, che insieme all'amico/rivale Shane dovrebbe essere l'anima della serie ma che fatica a trovare uno spazio da protagonista anche soltanto fisicamente.
Non mancano, comunque, spunti interessanti ed episodi decisamente ben realizzati - l'aggressivo charachter interpretato da Michael Rooker, che sono sicuro rivedremo in futuro, e la prima fuga da Atlanta grazie ai veicoli recuperati in gioco di squadra da Rick e Glenn -, e l'impressione è quella di un titolo con margini di miglioramento molto ampi, che tornerò volentieri a mettere alla prova per scoprire se, effettivamente, ne sarà valsa la pena.
Intanto farò come se non fosse stata girata la conclusione della stagione nel Centro di controllo malattie - paradossalmente, più che un climax, si è trattato del punto meno interessante della season - e concentrerò le mie speranze sulla futura lotta per la sopravvivenza dei protagonisti e sull'evoluzione dei rapporti tra loro: in fondo, non potendo considerare gli zombies come nemesi particolarmente affascinanti, le aspettative più alte sono tutte riservate ai disequilibri umani: se le cose dovessero andare bene, mi ritroverò tra le mani una piccola chicca di genere che mi gusterò fino all'ultimo infetto cui verranno fatte saltare le cervella, mentre in caso contrario avrò sempre pronte le bottigliate delle grandi occasioni.
In un certo senso, mi sento decisamente più al sicuro che Grimes e compagni.



MrFord



"Somebody help me
I've got to eat,
somebody help me
to stand on my feet."
The Zombies - "I want you back again" -



mercoledì 11 settembre 2013

Open grave

Regia: Gonzalo Lopez-Gallego
Origine:
USA, Spagna
Anno: 2013
Durata: 98'



La trama (con parole mie): un uomo si risveglia, senza avere ricordo di come potrebbe esserci finito, in una fossa comune, ferito ed in preda al panico. A venire in suo soccorso una giovane ragazza asiatica muta, che lo conduce ad una casa dove sono rifugiate altre persone, tutte prive di memoria come lui.
Mentre i demoni del dubbio e del sospetto serpeggiano nel gruppo di sopravvissuti, gli stessi si troveranno a cercare una spiegazione a proposito della loro amnesia, della presenza in un luogo isolato che pare circondato da morte e desolazione e dell'importanza di una data che si avvicina pericolosamente: uno dopo l'altro, i ricordi affioreranno nelle loro menti, ma forse sarà troppo tardi per poter pensare di trovare una via di fuga.



Le aspettative, di norma una brutta bestia per ogni spettatore pronto a scommettere sulla validità di una pellicola, a volte riescono anche a trarre dagli impicci chiunque decida di imbarcarsi in una visione alla quale non è concesso troppo credito: è stato il caso dell'incontro tra gli occupanti di casa Ford e Open grave, produzione americana firmata dal madrileno Gonzalo Lopez-Gallego che già in partenza non si pensava avrebbe rivoluzionato questo periodo di visioni da ultimi scampoli d'estate.
Un titolo che probabilmente finirà nel dimenticatoio a breve, senza infamia e senza lode, che rimescola senza troppa fantasia le carte del survival e dello zombie-movie con epidemia annessa ricordando cose decisamente valide come 28 giorni dopo ed altre assolutamente dimenticabili come The Chernobyl diaries: e se da un lato è giusto che sia così, ed il bicchiere e mezzo finisce quasi per essere una sorta di concessione considerate la mancanza assoluta di ritmo nella narrazione, uno storytelling pessimo ed un montaggio al limite dell'amatoriale, dall'altro viene quasi da pensare che le idee di fondo - dall'utilizzo dell'amnesia come base dell'indagine dei protagonisti al finale, decisamente la cosa più azzeccata dell'intero lavoro - non fossero poi così male, e probabilmente se affidate alla mano di uno sceneggiatore ed un regista più capaci si sarebbe perfino rischiato di tirare fuori da Open grave qualcosa di interessante.
Purtroppo - non che mi aspettassi, per l'appunto, niente di diverso -, però, a Lopez-Gallego ed al suo team mancano personalità e tecnica per trasformare un discreto spunto in una pellicola quantomeno in grado di raggiungere il suo buon sei politico, e dunque ci si ritrova principalmente a resistere neanche si fosse uno dei protagonisti stessi attendendo la conclusione come una sorta di liberazione, senza alcuna speranza di venire inquietati o spaventati, più che altro cercando di formulare proprie ipotesi a proposito del Destino dei personaggi in un ping pong di idee ottimo per rimanere svegli e reattivi ed evitare una siesta da divano che, essendo ancora in vacanza, non pare necessaria come quelle durante i periodi di intenso lavoro.
Vorrei poter aggiungere altro, ricordare le ambientazioni simili a quelle di Wrong turn o portarvi come esempi situazioni in grado, tutto sommato, di regalare spunti di riflessione, ma la realtà dei fatti è che Open grave è uno di quei film che si potrebbero recensire in un tweet, una cosa come "smemorati asserragliati in una casa in mezzo al nulla che rischiano di tramutarsi in zombie rischiano ancora prima di farsi fuori tra loro", e forse anche qualche parola in meno.
Tenetevelo buono per uno di questi ultimi weekend estivi, magari dopo una giornata passata al parco o fuori porta, in modo da poter trovare una buona giustificazione per un eventuale pisolino fuori programma.


MrFord


"Children of tomorrow live in the tears that fall today
will the sun rise of tomorrow bring in peace in any way?
Must the world live in the shadow of atomic fear?
Can they win the fight for peace or will they disappear?"
Black Sabbath - "Children of the grave" - 


lunedì 15 luglio 2013

World War Z

Regia: Marc Forster
Origine: USA
Anno:
2013
Durata: 116'




La trama (con parole mie): Gerry Lane, ex agente speciale delle Nazioni Unite, viene sorpreso in una normale mattinata passata con la sua famiglia da un'invasione di infetti pronti ad uccidere e passare il morbo a chiunque capiti loro a portata di morso.
Riuscito a mettersi in salvo - con i suoi cari, ovviamente - grazie al suo addestramento e raggiunto da un vecchio compagno, viene a sapere che l'epidemia si è propagata su tutto il pianeta, ed in cambio della sicurezza della famiglia decide di tornare in campo per proteggere un esperto virologo pronto a partire alla ricerca di una potenziale cura.
Quando, a missione poco più che avviata, lo stesso studioso perde la vita, a Lane non rimarrà altro che continuare la ricerca da solo, passando da Gerusalemme per finire in Galles per nutrire un'intuizione che potrebbe rivelarsi una scommessa fatale.




Da tempo, nella blogosfera e non, si parlava con trepidante attesa dell'uscita in sala di World War Z, travagliatissimo - in fase di produzione e realizzazione - titolo firmato da Marc Forster che, almeno sulla carta, pareva avere la non comune chance di mettere d'accordo il pubblico occasionale da filmone da multisala nel weekend e quello più snob, pronto a dilettarsi con un pò di sano divertimento con un pizzico di autorialità che fa sempre bene.
Peccato che il risultato - e non credo a causa dei suddetti problemi insorti nel corso della lavorazione - sia un colossale fallimento da una e dall'altra parte: se non fosse che le aspettative del sottoscritto erano basse in partenza, infatti, vi sareste trovati di fronte ad una delle tempeste di bottigliate più toste del passato recente, spinta dall'anonima regia di Forster, dalla retorica a stelle e strisce che percorre l'intera opera ed esplode in terrificanti momenti che sarebbero calzati a pennello ad un film con Will Smith e da un approccio che, come troppo spesso accade ultimamente, dimentica l'ironia per vestirsi di un tono serioso neanche si trattasse di materia da Festival delle proposte di nicchia.
Brad Pitt - e qui c'è da dirlo, figo da paura anche alle soglie dei cinquanta - incarna, suo malgrado, un protagonista che è l'esempio perfetto della grana grossa ammeregana nella piena tradizione del Jack Bauer di 24 - ma meno reazionario - e dell'inossidabile Liam Neeson - ma meno spietato - dei due pessimi Io vi troverò inserito in un contesto che pare la copia edulcorata e fracassona dell'ottimo 28 giorni dopo, che riporta la dimensione degli zombies veloci ed assetati di sangue dalle strade deserte di Londra ad una sorta di epidemia globale senza però riuscire a mantenere la benchè minima parte di tensione neppure nei momenti sulla carta più spettacolari - la sequenza dell'attacco a Gerusalemme e quella del laboratorio di Cardiff, che è riuscita a riportarmi alla mente addirittura lo Steven Spielberg di Jurassic Park con i Velociraptor confinati nello spazio chiuso del centro e pronti a dare la caccia agli umani -.
Come se non bastasse, per un titolo dalla durata non esagerata come quella di molti altri giocattoloni distribuiti negli ultimi anni - siamo sull'ora e cinquanta scarsa -, la noia finisce per affiorare spesso e volentieri, a causa anche dei rimandi più o meno voluti ad una raccolta di film catastrofici più o meno efficaci dai quali gli sceneggiatori - e pensare che tra loro figura anche Drew Goddard, peccato davvero! - paiono aver pescato a piene mani senza preoccuparsi troppo di quello che sarebbe stato il risultato, o almeno di copiare "con stile" come avrebbe fatto, personalizzando senza ritegno, un Tarantino o un Rodriguez, giusto per non alzare troppo il tiro.
Forster, dunque, manca clamorosamente il bersaglio sprecando l'occasione di creare una sorta di "punto d'origine" di un brand - come vorrebbe la produzione e si evince chiaramente dal finale aperto, irritante e quasi patetico - che poteva essere la risposta sul grande schermo al successo che sta coinvolgendo The walking dead, serial tra i più amati della tv - anch'esso ben lontano, tra l'altro, dall'essere tra i miei favoriti -.
Solo il destino - ed il botteghino - potranno dirci se questo sarà effettivamente possibile: quello che è certo è che, con tutta la simpatia per Brad Pitt e la voglia di svagarsi con un bel filmaccio costruito sugli inseguimenti di zombies supercattivi e superveloci, l'unica cosa interessante uscita dalla visione è l'insegnamento base di un corso di sopravvivenza in caso di catastrofe di questo genere.
Doveste, infatti, ritrovarvi per le strade di una città completamente invasa, cercate di mettervi sempre sulla scia dell'attore di turno - preferibilmente action hero - e starete in una botte di ferro.


MrFord


"I think I'd better run, run, run
I think I'd better run, run, run
you didn't catch me fallin', fallin', fallin'
fallin',fallin', fallin'."
Phoenix - "Run run run" - 



mercoledì 10 ottobre 2012

Resident evil: retribution

Regia: Paul W. S. Anderson
Origine: Germania, Canada, UK
Anno: 2012
Durata: 96'




La trama (con parole mie): Alice, dopo gli sfaceli che fecero esplodere l'epidemia del virus diffuso dalla Umbrella Corporation in tutto il mondo e la resero portatrice di poteri sovrumani, si ritrova suo malgrado alleata dell'ex nemico Albert Wesker - l'uomo che la privò di quegli stessi poteri - prigioniera di una struttura che fu dell'ex Unione Sovietica all'interno della quale la corporazione sta sviluppando scenari ipotetici rispetto ad un nuovo propagarsi dell'infezione.
Il ritorno del computer Regina rossa e l'utilizzo di cloni ed infetti affetti da ogni genere di mutazione renderanno la fuga della donna una vera e propria impresa nonostante l'aiuto di una squadra inviata appositamente per darle una solida mano, ed una volta riconquistata la libertà l'incubo non sarà comunque finito: tra gli zombies e gli umani, infatti, pare essere divampata una vera e propria guerra.




Probabilmente Paul W. S. Anderson spera di stabilire un record di presenze fisse nella top ten fordiana dedicata al peggio della stagione per più e più anni di seguito.
Probabilmente Milla Jovovich non è ancora stata messa al corrente di essere la regina delle cagne maledette.
Probabilmente quel "retribution" nel titolo dell'ennesimo capitolo della saga cinematografica tratta dal franchise di videogiochi di Resident evil allude al fatto che chiunque assista a questo spettacolo andrebbe retribuito - e ringraziato - dalla produzione.
Probabilmente tante, tante cose.
E in mezzo a tutte loro, una sola, granitica certezza: l'ultima fatica dell'Anderson peggiore del Cinema è una schifezza di proporzioni bibliche che rischia davvero grosso di entrare prepotentemente sul podio della succitata classifica di fine anno anche a scapito di altre schifezze mortali uscite in sala nel corso degli ultimi dodici mesi.
Considerata l'esperienza "irripetibile" de I tre moschettieri, lo scorso anno, e assodato il fatto di aver trovato pessimi tutti - ma proprio tutti - i capitoli precedenti di questa serie, mi sarei dovuto costringere a risparmiare ad occhi e cervello una visione che neppure una sbronza da record sarebbe in grado di cancellare: regia ridicola, script scriteriato - Julez ha ipotizzato fosse il prodotto di un reality in cui un gruppo di sceneggiatori avrebbe composto una sequenza per ogni membro dello stesso senza curarsi di quello che gli altri avevano prodotto -, effetti speciali che di speciale non hanno nulla se non la pessima qualità, un cast che riuscirebbe a fare brutta figura perfino al cospetto delle "stelle troppo italiane" di Boris.
Eppure, per dovere di recupero delle novità in sala e forse per una discreta dose di masochismo legato alla settimana del rientro dalle ferie, non ho saputo dire di no.
Voi, però, che potete, ascoltate il mio consiglio: se un amico, il fidanzato, il marito, la moglie, l'amante, Gesù Cristo sceso appositamente sulla Terra, gli alieni o chiunque altro dovesse chiedervi di aggregarvi per una visione, fate un bel respiro, afferrate la prima bottiglia che vi capita a tiro e sfracellatela sulla testa del vostro interlocutore. Lui potrebbe anche non capire, ma tendenzialmente direi che potrebbe ringraziarvi una volta ripresosi per averlo salvato da una delle esperienze cinematografiche più imbarazzanti degli ultimi anni.
Dalla trama risibile ai personaggi tratteggiati a colpi d'accetta - non che fosse mai stata una grande attrice, ma Michelle Rodriguez non potrebbe finire più "lost" di così - fino all'incubo di un incombente nuovo capitolo, tutto prosegue come un videogioco a schermi di quelli che fecero impazzire generazioni intere nel corso degli anni ottanta senza per questo riuscire a conservarne minimamente il fascino, affidandosi ad interpreti che paiono le riserve delle riserve di attori di professione - il capo della squadra di supporto ad Alice, sosia sbiadito del Sawyer lostiano cui devo il "nome", pare essere stato ripescato dopo un rifiuto di Josh Holloway di tornare a sfoggiare le sue due espressioni in un altro film di infima categoria dopo il terribile Il respiro del diavolo - e a situazioni al limite del ridicolo.
Neppure la parte sguaiata, tamarra ed action riesce a mettere una pezza almeno ironica su un vero e proprio disastro, e soltanto il minutaggio breve e la totale assenza di ambizioni - uno dei principali difetti che portarono l'orrendo Gamer, altro film ispirato al mondo dei videogiochi, in cima alla classifica del peggio nel 2010 - risparmiano al pubblico la sofferenza del ritmo lento e lo sguardo fisso al contatore sul lettore pregando che i titoli di coda possano arrivare il più presto possibile o di addormentarsi senza ritegno prede della stanchezza.
A me, sfortunatamente, non è accaduto.
Forse avrei dovuto aspettare qualche giorno, con i ritmi di lavoro tornati a premere sulle palpebre la sera.
O forse non avrei proprio dovuto neppure considerare di schiacciare play.
Una cosa, però, voglio dirla: non mi ha fatto incazzare.
Ho solo riso forte pensando che forse Anderson può farcela davvero, a portare a casa il record di presenze tra i worst movies di casa Ford.


MrFord


"But you see, it's not me, it's not my family
in your head, in your head they are fighting
with their tanks and their bombs
and their bombs and their guns
in your head, in your head, they are crying."
Cranberries - "Zombie" -

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