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lunedì 15 aprile 2019

White Russian's Bulletin



Agli archivi la trasferta newyorkese che, per la gioia del Cannibale, quest'anno risparmia agli avventori del Saloon il resoconto di Wrestlemania 35 - spettacolo pazzesco dal vivo un evento del genere vissuto sulla pelle negli States -, torna il Bulletin con il resoconto delle visioni che hanno accompagnato i viaggi di andata e ritorno dalla Grande Mela e quella che ci ha suggerito di salutarla dall'Italia.


MrFord


LA FAVORITA (Yorgos Lanthimos, Irlanda/UK/USA, 2018, 119')

La favorita Poster


Una delle pellicole più chiacchierate ed incensate dell'ultima Notte degli Oscar ha dovuto aspettare il volo di andata per New York per passare anche dalle parti del vecchio cowboy: avevo lasciato Lanthimos anni fa, con il geniale ma profondamente irritante Dogtooth, e lo ritrovo in una veste stilistica quasi kubrickiana - e per uno come me che adora il Maestro dei Maestri è un grande complimento - raccontare la Guerra come concetto andando ad incastrare in una storia in cui una Guerra fa da cornice la guerra tra due donne più una, o quantomeno per le attenzioni e la posizione che quell'una può garantire.
Strepitose le tre protagoniste, una linea sottile che passa tra la commedia nerissima ed il dramma leggero, la lotta selvaggia ed il soft porno: è preferibile un'amara verità o una piacevole menzogna? Questa è la domanda più difficile alla quale si può tentare di rispondere nel corso della visione rispetto all'amore. 
Perchè rispetto alla guerra, la risposta è una e praticamente certa: si perde sempre, e si perde tutti.




IL RAPPORTO PELICAN (ALAN J. PAKULA, USA, 1993, 141')

Il rapporto Pelican Poster


Di ritorno da New York, con una selezione di titoli decisamente più rosicata - Delta batte nettamente Alitalia sotto tutti i punti di vista -, ho ripiegato prima di dormire non troppo bene per la maggior parte del viaggio su un Classico degli anni novanta che ancora mi mancava, un legal thriller in cui il Denzellone di noi tutti unisce le forze con una Julia Roberts allora agli inizi della sua carriera senza neppure regalare l'emozione della consueta notte di passione tipica dei film del periodo.
La struttura è abbastanza classica, la cornice decisamente nineties ad oggi forse un pò ingenua e datata, la risoluzione forse un pò frettolosa rispetto a quanto potrebbe essere nel romanzo firmato da Grisham - che, però, non ho letto, dunque si rimane nel campo delle teorie -: il risultato, ad ogni modo, è un prodotto solido girato da un vecchio leone - del resto Pakula ci ha regalato quel gioiello di Tutti gli uomini del Presidente -, di quelli che, quando si incontrano in tv, una visione finiscono per assicurarsela sempre.




BOY ERASED - VITE CANCELLATE (Joel Edgerton, Australia/USA, 2018, 115')

Boy Erased - Vite cancellate Poster

Accolto con un certo scetticismo ed una sana dose di jetlag la sera successiva al rientro in Italia, il lavoro di Joel Edgerton come regista e attore legato ad una storia vera e alla riprogrammazione sessuale - raramente ho considerato talmente assurda un'idea quanto questa - è stato una vera e propria sorpresa: non è perfetto, la Kidman e Crowe sono un pò troppo imbrigliati in trucco e parrucco, la risoluzione piuttosto facile e in parte furbetta, eppure sono stato molto toccato come da tutte le pellicole che trattano, in un modo o nell'altro, il tema della paternità.
Ammetto, infatti, che il confronto tra il giovane Lucas Hedges ed il già citato Crowe nella parte finale alla ricerca di un modo per recuperare un rapporto che pare quasi definitivamente compromesso è valso tutta la visione, è riuscito ad emozionarmi e a pensare a quanto profondo è e resta il legame con i propri figli, che siano come li hai sognati, come vorresti o, come più probabile, simili a loro stessi e magari assolutamente diversi da te.




I GUERRIERI DELLA NOTTE (Walter Hill, USA, 1979, 92')

I guerrieri della notte Poster

Ne avevo già parlato, qui al Saloon, qualche anno fa, ma non ho resistito: anche perchè rivedere questo supercult totale firmato da Walter Hill ad un paio di giorni dal ritorno da New York, mappa della metro alla mano e ricordi freschi delle camminate tra Manhattan, Brooklyn e Coney Island è stato come assaporarlo una volta ancora dal principio.
Una lezione quasi senza pari di ritmo, tensione, gestione dei personaggi, irriverenza - per i tempi fu davvero "oltre", tanto da avere il bollino di vietato ai minori -, un mix tra il passato di Arancia meccanica ed il futuro di Tarantino: e la New York della strada e della metro, vissuta con il fiato corto e sempre in corsa, ha tutto il fascino che le luci della Manhattan bene, per quanto ipnotiche, possono solo immaginare di avere.
E' lo stomaco di una delle città più grandi, sognate, filmate e vissute al mondo, nonchè di un Cinema che, nonostante quarant'anni sulle spalle, è ancora pronto a dare lezione al futuro, e ad apparire sempre pronto a battersi: questi Guerrieri non mollano mai.
Neanche quando, finalmente, giungono all'alba della loro Coney.


venerdì 15 marzo 2019

Almost Saturday's child



Nuova settimana di uscite in sala e grande ritorno al classico ritardo del sottoscritto, pur se non clamoroso come in altre occasioni: accanto a me e al mio sempre fido rivale Cannibal Kid, a questo giro di giostra troviamo Angelo Iacopino, che è riuscito ad integrarsi con grande facilità nel triangolo più discusso della blogosfera.


P.S. A causa di un inconveniente tecnico senz'altro dovuto a qualche maleficio di Peppa Kid, non sono riuscito ad inserire altre immagini. Abbiate pazienza.


"Non preoccuparti, figliolo: non sei il primo ad essere beccato a leggere Pensieri Cannibali. Adesso ti preparo un bel White Russian e vedrai che ti passa tutto!"


MOMENTI DI TRASCURABILE FELICITÀ
Angelo: Parto dal presupposto che io classifico e seleziono i film cercando di capire con quante persone del cast voglia fidanzarmi o semplicemente saxare in camera da letto, come Brooke Logan. Questo film parte malissimo, perché la monta non mi si alza neppure per un Pif. Lui sarà sagace come al solito, Luchetti sarà filosoficamente leggero, ma andate a vedervelo voi, che io nel frattempo mi chatto su Tinder con il tipo che abita accanto al cinema.
Cannibal Kid: Daniele Luchetti non l'ho mai seguito molto, ma mi sembra uno di quei registi italiani pane e salame che piacciono tanto a Ford. Pif in tv non mi dispiace, mentre al cinema non lo sopporto. La cantante e attrice Thony è potenzialmente interessante, però in Tutti i santi giorni non è che mi abbia esaltato molto. Insomma, anche per me l'eccitazione nei confronti di questo film è davvero trascurabile.
Ford: Luchetti l'ho sempre seguito poco, nonostante sia uno potenzialmente pane e salame, Pif mi sta simpatico ma finisce lì, per il resto credo sia il solito, trascurabile film troppo italiano.

BOY ERASED – VITE CANCELLATE

Angelo: Il tema dei campi di riconversione sessuale per omosessuali esposto in un film tratto da una storia vera, in cui Nicole Kidman dà prova di essersi standardizzata in ruoli da Deperate Housewife, mentre Russell Crowe in quelli di camionista trippone del Minnesota.
Un film che possiamo giocarci su Grindr, per un’uscita con un gay radical-chic. Anche se, quasi quasi andrò a vederlo da solo, sperando di incontrare e scontrare la mia anima gemella all’uscita dal cinema.
Cannibal Kid: Film che ho già visto e che non mi ha convinto un granché. Molto convenzionale e con un cast che offre prove molto standardizzate, come anticipato da Angelo che il film ancora non l'ha visto. Sullo stesso tema della riconversione “poviana” ho preferito La diseducazione di Cameron Post, per quanto pure quello non del tutto riuscito.
Ford invece lo sottoporrei a una riconversione, però non sessuale ma cannibale. A base di film teen somministrati stile cura Ludovico.
Ford: l'unica riconversione interessante qui sarebbe quella di Cannibal al pane e salame fordiano a base di film action anni ottanta e un sacco di wrestling, ma ho come l'impressione che il Cucciolo Eroico sia un caso senza speranza. Per quanto riguarda il film, invece, penso potrei passare oltre senza preoccuparmi troppo.

ESCAPE ROOM
Angelo: “Cerca di fare qualcosa che ti terrorizza durante le vacanze”.
Sembra il trailer delle uscite con le amiche mie border, invece è solo la premessa dell’ennesimo thriller alla Final Destination.
Che poi, se si reputa terrorizzante sopravvivere alla reclusione forzata in una stanza con una manciata di sconosciuti in balia di un Enigmista 2.0 che incita a lottare per la sopravvivenza tentando di ucciderti, provate a farlo ogni venerdì sera con le amiche mie di cui sopra, tra molestie ai barman e valanghe di messaggi Direct su Instagram di gente imbarazzante, adescata alla luce soffusa di una discoteca di provincia.
Cannibal Kid: L'ambientazione di una Escape Room mi sembra perfetta per un horror. Soprattutto per un horrorino senza pretese, molto scemo e molto adolescenziale. Roba da far scappare a gambe levate un fifone come Ford. Considerando che nel cast c'è Deborah Ann Woll, la rossa di True Blood e Daredevil, un salto in questa Escape Room a me sembra quantomeno d'obbligo e sinceramente io cercherai di rimanere lì con lei, piuttosto che fuggire.
Ford: horrorino buono giusto per quel pusillanime del Cannibale, che dai veri horror sta lontano per paura di farsela nei pantaloni. Piuttosto mi vado volentieri a fare un'altra esperienza in un'escape room, e poi tutti fuori a bere come si conviene. Tra le altre cose la Woll, che in True Blood mi sfiziava assai, mi pare sia sfiorita negli anni.

IL CORAGGIO DELLA VERITÀ
Angelo: Stavo già partendo bello gasato ad inizio trailer, credendo che questo film fosse una specie di gayata alla “High School Musical” del ghetto, contaminato da “Gossip Girl” e invece no. Dopo pochi minuti, ti colpiscono con la questione delle discriminazioni razziali e la predestinazione a far valere il rispetto dell’uomo.
Un film con un cast che raggruppa il maggior numero di maschi con cui mi fidanzarei, per poter sfoggiare look alla “Jenny From the Block”. Tratto dal best seller che già me l’immagino il livello di commercialità del prodotto.
Cannibal Kid: Da non confondere con l'omonimo film del 1996 con Denzel Washington e Meg Ryan (il cui titolo originale era Courage Under Fire), ecco il nuovo Il coraggio della verità (titolo originale The Hate U Give). Una storia a metà strada tra l'adolescenziale e l'impegno sociale tratta da un romanzo young adult e con protagonista la mia nuova favorita Amandla Stenberg. Non so se sarà la gayata alla High School Musical del ghetto che si augura Angelo, ma ci sono buone probabilità che sia la cannibalata della settimana. Roba che Ford non avrà mai il coraggio di affrontare.
Ford: più che non avere il coraggio di affrontarla, mi chiedo chi abbia avuto il coraggio di farla uscire in sala, questa roba.

LA PROMESSA DELL’ALBA
Angelo: Ma che è sta cosa con Charlotte Gainsbourg? Una specie di remake di “Mammina cara”?
Il protagonista principale [Pierre Niney] lo prenoto subito come mio fidanzato del mese di Aprile, da sfoggiare a Pasquetta. Il resto del film mi ha già messo ansia durante il trailer.
Cannibal Kid: Un film francese radical-chic con Charlotte Gainsbourg e Pierre Niney? Le uscite di questa settimana rischiano di far prendere un colpo a Ford come le tre pere rifilate da Cristiano Ronaldo all'Atletico Madrid hanno fatto con tutti gli haters della Juve. Peccato per l'ambientazione storico-bellica che non mi attira per niente, altrimenti pure questa pellicola potrebbe essere una discreta cannibalata.
Ford: la settimana delle cannibalate si chiude con l'ennesima radicalchiccata con la Gainsbourg dalla quale mi terrò ben lontano, contento di avere ancora una vagonata di film da recuperare che non mi faranno pensare alla desolazione delle uscite in sala di questo weekend.

lunedì 16 ottobre 2017

L'inganno - The beguiled (Sofia Coppola, USA, 2017, 93')





Ricordo la prima volta in cui ebbi modo di incrociare il cammino di uno dei cult più sconosciuti e sottovalutati del Cinema made in USA anni settanta, quel La notte brava del soldato Jonathan, ispirato dal romanzo The beguiled, che prendeva il machismo, il repubblicanesimo e tutto il maschilismo di Don Siegel e Clint Eastwood, due delle icone dei tempi legate a questi concetti, e le ribaltava grazie ad un thriller "femminista" come forse non si erano mai neppure immaginati.
L'idea, dunque, di un remake realizzato più di quarant'anni dopo da una regista dalla carriera altalenante - Sofia Coppola è riuscita a regalarmi graditissime sorprese come Il giardino delle vergini suicide o il troppo bistrattato Somewhere ed altre decisamente più indigeste come il sopravvalutato Lost in translation o il recente e più che vuoto Bling Ring - non mi attirava granchè, consapevole del rischio che lo stesso avrebbe comportato in termini di bottigliate.
Prima, dunque, che i nodi vengano al pettine, meglio specificare le cose: L'inganno non è un film da bottigliate, Sofia Coppola ha realizzato - tecnicamente parlando - davvero un prodotto di livello, rispettando la pellicola originale - considerato che in questo periodo, Blade Runner docet, i remake o seguiti o che dir si voglia rischiano di finire sulla graticola in men che non si dica - e nonostante il ritmo, la cornice ed il genere assolutamente fruibile e scorrevole - l'ho visto al termine di una giornata fuori porta sfiancante in compagnia del suocero Ford sostenuti entrambi da numerosi gin tonic, e senza che si crollasse dal sonno, che in quelle condizioni è tutto dire -.
Eppure, era inevitabile scontrarsi con un eppure.
Questo The beguiled - adattato non al meglio, pur se meglio dell'originale -, infatti, nonostante un comparto tecnico di livello decisamente buono, finisce per perdere il confronto con il suo predecessore principalmente a causa dell'utilizzo e della scelta del suo protagonista: non che abbia necessariamente qualcosa contro Colin Farrell, ma il Caporale McBurney dell'attore irlandese manca quasi completamente del carisma e dell'appeal di quello portato sullo schermo da Eastwood, apparendo più come un viscido approfittatore nella versione della Coppola - scelta che potrebbe essere anche stata voluta, non è da escludere - che non come il maschio alpha che si considera gallo nel pollaio e predatore e finisce inesorabilmente per essere smentito nel peggiore dei modi come in pochi altri film da ribaltamento pronti a sottolineare il vero equilibrio delle forze tra i sessi - originale di Siegel a parte, mi tornano in mente solo Holy smoke e Ritratto di signora -.
La mancanza, da questo punto di vista, di forza da parte del main charachter - o quello che si crede tale - finisce così per minare la resa della pellicola in generale, o quantomeno limitarne la portata, finendo per dare l'impressione del lavoro compiuto soltanto in parte e dunque in grado di arrivare e conquistare soltanto parzialmente la critica "dura e pura" probabilmente legata all'originale così come il pubblico occasionale alle prese con un titolo che finirà per mettere fin troppo a dura prova.
Il tutto senza contare un coraggio non pervenuto che nel millenovecentosettantuno portò Siegel addirittura a dirigere la scena di un bacio tra Eastwood quarantenne e la sua compagna di scena tredicenne, impensabile oggi.
Un vero peccato, perchè il cast femminile al contrario pare decisamente efficace ed azzeccato nelle scelte, e possa piacere oppure no all'occhio maschile che lo guarda tiene perfettamente il palcoscenico ed intriga neppure tutti gli esemplari di ominide fossero di colpo nei panni non troppo fortunati di McBurney, dall'illusione all'inganno, fino all'inevitabile conclusione.
Curioso come, ad ogni modo, uno dei registi più repubblicani della Storia di Hollywood ed il suo attore feticcio siano riusciti, almeno ai miei occhi, a rendere più netta la presa di coscienza dell'Uomo rispetto alla Donna rispetto ad una regista "rosa" resa più sicura dalle coscienze risvegliate del Nuovo Millennio.
Forse è anche questo un inganno.
O forse il bisogno, la solitudine, l'amore, il dolore, l'odio, la passione, finiscono per filtrare la realtà diversamente da quanto non sia.
L'importante, in questo caso, è accorgersi di tutto prima che sia troppo tardi.




MrFord




 



venerdì 24 febbraio 2017

Lion - La strada verso casa (Garth Davis, Australia/USA/UK, 2016, 118')





Esistono alcuni titoli dei quali si ha indiscutibilmente paura, per quanto possa suonare snob anche da parte di un pane e salame come me, soprattutto quando entrano a far parte della corsa agli Oscar, e trattano argomenti potenzialmente strappalacrime, e sono ispirati da storie vere: Lion - La strada verso casa appartiene indubbiamente alla categoria.
Uscito a ridosso dell'ultimo natale dalle nostre parti e lanciato verso ben sei candidature, il lavoro di Garth Davis pare riprendere quella che fu la "favola" di The millionaire senza che si possa contare sull'estro di Danny Boyle o sulla particolarità della narrazione della vicenda, con tutti i limiti del caso - non parliamo certo del filmone del secolo, nonostante ai tempi ebbe gran successo soprattutto rispetto all'Academy -, pur presentando una prima parte insolitamente sottotitolata - almeno per l'Italia - e particolarmente scorrevole e coinvolgente nonostante la scarsità di dialoghi, che è riuscita addirittura a riportare alla mente del sottoscritto cose decisamente grosse come Una tomba per le lucciole, prima di concedersi un'escalation che pare puntare dritta alle statuette più note del Cinema, in barba a chiunque potesse avere riserve su questo prodotto ibrido che mescola il tentativo di differenziarsi dagli States tipico della settima arte australiana e quello, al contrario, tutto emozioni forti e lacrima facile a stelle e strisce.
Un peccato, perchè tutto sommato Lion non è un film brutto come altri finiti nel giro Academy nel corso degli ultimi anni, o fastidioso, anzi, si lascia guardare e finisce per essere coinvolgente come ogni storia legata alla Famiglia - almeno per il sottoscritto - portata sullo schermo, non fosse per un eccesso di enfatizzazione e semplificazione della sceneggiatura nel corso della seconda parte, troppo dedicata alle scene madri così come ai dialoghi che ci si aspetterebbe dal classico drama di questo tipo che non a quanto potrebbe essere anche solo suggerito, finendo per banalizzare in parte una vicenda che ha risvolti sociali decisamente interessanti - come ricordato giustamente anche prima dei titoli di coda - e perde nettamente il confronto con le altre pellicole in gara per la statuetta del miglior film.
Il fatto, poi, di aver visto Lion - ottimo, occorre ammetterlo, l'utilizzo del titolo e del significato del nome del protagonista rivelato solo a film concluso - nello stesso giorno del ben più potente Moonlight non ha certo aiutato un Garth Davis decisamente più artigiano di Barry Jenkins, e non nel senso genuino e buono del termine, così come questo prodotto, letteralmente scomparso di fronte all'epopea di Chiron, per quanto di fiction contro eventi reali si possa trattare.
D'altro canto, per il pubblico occasionale e per chi ama le storie "da sala" pronte a regalare un certo tipo di emozioni Lion è il film perfetto, confezionato con perizia e pronto - inutile negarlo mostrandosi radical chic - e stuzzicare corde cui difficilmente si può resistere, dalle peripezie del piccolo Saroo nel momento del suo smarrimento a Calcutta fino alla parte finale, indubbiamente emozionante per quanto furba rispetto al riscontro dell'audience.
Se, dunque, siete in cerca di qualcosa che ricordi il già citato The Millionaire o Forrest Gump, che coinvolga tutti i membri della famiglia e faccia uscire dalla visione con la voglia di apprezzare ancora di più ciò che si ha, non resterete delusi: certo, d'altro canto, pensare a Lion accanto ad altri calibri decisamente grossi selezionati dall'Academy quest'anno, il risultato potrebbe risultare decisamente più simile a quello cui potrebbe ambire una pecora nella gabbia, per l'appunto, dei leoni.




MrFord




mercoledì 27 aprile 2016

Il segreto dei suoi occhi

Regia: Billy Ray
Origine: USA
Anno:
2015
Durata:
111'







La trama (con parole mie): nel pieno della lotta al terrorismo post-undici settembre, un team di investigatori scopre che la figlia di una dei membri dello stesso è stata violentata ed uccisa prima di essere scaricata in un cassonetto accanto ad una moschea già sorvegliata a causa dei possibili legami con cellule pronte ad attaccare Los Angeles.
Quando i sospetti si concentrano su Marzin, un giovane frequentatore della moschea stessa, i coordinatori dell'indagine cercano in tutti i modi di mettere un freno a Ray Kasten, deciso a catturare il colpevole dell'omicidio, in modo da non pregiudicare l'intera operazione: quando i conflitti interni diverranno così evidenti da non poter essere più arginati, Kasten abbandonerà l'incarico ed il tempo trascorrerà.
Tredici anni dopo, convinto di aver ritrovato Marzin sotto un'altra identità, Ray tornerà dai suoi vecchi colleghi in modo da riaprire il caso che ha sconvolto le loro vite: ma le cose non andranno come poteva sperare.










E' universalmente noto ad appassionati e non di Cinema quanto possa essere difficile realizzare sequel all'altezza degli originali, che possano appassionare e convincere senza risultare copie sbiadite degli stessi, conquistare se possibile una parte di pubblico ancora maggiore - discorso già fatto ieri, tra l'altro, rispetto a Il cacciatore e la regina di ghiaccio -.
Allo stesso tempo, penso sia ancora più difficile realizzare un remake che possa in qualche modo eguagliare il livello - quando è buono - del titolo che l'ha ispirato, riuscendo all'occorrenza anche ad aggiungere qualcosa che ne definisca addirittura una profondità maggiore: in questo senso, in tempi recenti l'unico titolo che posso pensare di inserire in questa categoria è il Millennium di David Fincher, in grado di superare - e neppure di poco - il suo epigono scandinavo, ma parliamo, comunque, di merce molto rara.
Il segreto dei suoi occhi, film cileno vincitore dell'Oscar come miglior film straniero nel duemiladieci, per tematiche, tecnica ed intensità emotiva, aveva fatto breccia nel mio cuore ai tempi della sua uscita, lasciando un segno che ancora oggi posso quasi toccare con mano: l'idea di un remake in salsa a stelle e strisce già di partenza risultava, a prescindere dalla così breve distanza temporale dal suo ispiratore, davvero fuori luogo, anche e soprattutto perchè priva della carica che la questione della dittatura di Pinochet garantiva al lavoro originale di Campanella, qui presente in veste di produttore.
Il risultato, senza dubbio ottimamente portato sullo schermo e reso interessante da un cast di prim'ordine - dalla Kidman ad un'ottima Julia Roberts, passando per Chiwetel Ejiofor -, in grado di funzionare discretamente come thriller a sè stante, finisce però per perdere nettamente il confronto, dimostrandosi ad un tempo privo del carattere necessario per risultare in qualche modo memorabile per chi non ha ancora avuto modo di gustarsi l'originale, della tecnica per emularlo - sequenze come quella dello stadio, per quanto ben trasposte, parlano da sole - e soprattutto in grado di far ricredere chi, come questo vecchio cowboy, lo approcciava con il dubbio che non potesse esserne all'altezza.
Non che questo secondo Il segreto dei suoi occhi sia un brutto film - anzi, oserei dire il contrario -, che non coinvolga - del resto, le tematiche restano profonde ed importanti, pur cambiando l'ordine degli addendi, per dirla come ai tempi della scuola - o non catturi l'attenzione quanto basta per rimanerne avvinti: più che altro, pare mancare la scintilla che distingue i grandi film da quelli che si possono guardare - o riguardare - al loro passaggio in tv ma finiscono per essere sempre e comunque pellicole tra le tante, perse nell'oceano di proposte di un genere - come il thriller - decisamente sfruttato soprattutto oltreoceano.
Un risultato a metà, dunque, per Billy Ray ed il suo cast, di quelli che funzionano ma non convincono, non hanno nulla di cui rimproverarsi ma, allo stesso tempo, che possa davvero distinguerli dal resto: sarei comunque eccessivo se affermassi di non essermi goduto la visione - e quasi mi sentirei di consigliarla a tutti coloro che ancora non avessero visto l'originale, fosse anche solo un tentativo per approcciare il genere -, o allo stesso tempo promuoverlo senza riserve.
Va riconosciuto, comunque, a regista ed attori l'impegno profuso ed il coraggio di mostrare una certa comunanza di idee con la pellicola d'ispirazione nonostante, di fatto, in questo caso si parlasse del decisamente più politicamente corretto mercato distributivo statunitense ed internazionale.
Niente di perfettamente riuscito, dunque, ma un tentativo: e, chiedetelo pure a Ray, un tentativo, a volte, è in grado di fare la differenza rispetto a silenzi pesanti come macigni.





MrFord





"I saw you creeping around the garden
what are you hiding?
I beg your pardon don't tell me "nothing"
I used to think that I could trust you
I was your woman
you were my knight and shining companion
to my surprise my loves demise was his own greed and lullabies."
Lana Del Rey - "Big eyes" - 





giovedì 11 settembre 2014

Thursday's child

 
La trama (con parole mie): il fatto che le proposte per i weekend in sala potessero migliorare era - e oserei dire quasi giustamente - una pia illusione, considerati i nostrani distributori ed uno degli anni meno interessanti per quanto riguarda la settima arte che io ricordi, ma onestamente nutrivo la speranza che, alla ripresa della stagione, per poter sopportare al meglio un altro anno di Cannibal Kid, potessi contare quantomeno su un mesetto più o meno decente.
Ecco invece profilarsi - fatta eccezione per Miyazaki - un'altra settimana da dimenticare per il pubblico della blogosfera e non: l'unica soluzione, oltre ai recuperi, pare essere dedicarsi a questa rubrica per il gusto di veder proseguire la faida tra i due antagonisti più antagonisti che la rete possa regalare.


"Ford, Cannibal, siete sicuri di continuare a preferire Jennifer Lawrence?"


Sex Tape – Finiti in rete
 

Cannibal dice: Pellicola più che mai attuale, soprattutto dopo l’uscita delle foto intime di Jennifer Lawrence, di cui pare esista anche un sex tape. Il film che sia io che Ford per una volta unificati attendiamo di più quest’anno.
Riguardo a questo Sex Tape - Finiti in rete, sembra la solita camerondiazzata, un po’ come il recente Tette contro lui. Cosa che significa che probabilmente non è un granché, ma una visioncina senza pretese se la merita comunque.
Ford dice: fatta eccezione per il film che sia io e Cannibal attendiamo, questa robetta, ora che l'estate si avvia alla conclusione, non sarà proprio in cima alle mie priorità.
Verrà ripescata, probabilmente, giusto in caso mi dovesse capitare davanti agli occhi.

"Certo che questo Cannibal ne scrive di minchiate!"
The Giver – Il mondo di Jonas


Cannibal dice: Dal trailer sembra un incrocio tra Pleasantville e Hunger Games. Un teen-fantasy che quindi non mi farò mancare, anche se potrebbe essere alquanto deludente. Una sua utilità comunque questo film di certo ce l’ha: sono sicuro che Ford lo odierà!
Ford dice: non bastava il teen drama della scorsa settimana Colpa delle stelle, ora ci si mette anche il fantasy! Una roba come questa non ho intenzione di vederla se non per una buona causa, ovvero una bella Blog War contro Peppa Kid!

"Molla all'istante quel pusillanime di Peppa e mettiti con me, ti prego!"

Le due vie del destino – The Railway Man
 

Cannibal dice: Nicole Kidman non azzecca un film da anni. Colin Ford… intendevo Colin Firth, a parte rari casi, non lo reggo. La trama va dalle parti del drammone storico più patetico. Già solo il trailier mi ha fatto addormentare. Da premesse simili ne può uscire qualcosa di buono?
Certo che sì: una mia recensione stroncatura come si deve.
Ford dice: alle spalle un paio di settimane di quasi speranza, torniamo sui binari della desolazione completa. Questo drammone dal sapore fin troppo patetico mi attrae almeno quanto un qualsiasi titolo consigliato dal mio rivale, dunque penso che me lo conserverò quasi con amore per la prossima tornata di bottigliate selvagge.

"Tu lo sai, vero, che questo film sarà più noioso ed irritante di un ritardo del treno?" "Assolutamente sì."
Necropolis – La città dei morti
 

Cannibal dice: Ennesimo horrorino su cui ripongo una fiducia inferiore a quella che riservo a Ford quando dà giudizi a film, serie tv, dischi, libri, donne, o in pratica a qualunque cosa.
Il titolo però sembra pertinente. Sperando che presto arrivi una qualche pellicola a smentirmi, lo dico: il cinema horror è deceduto e sta bene seppellito nella città dei morti!

Ford dice: l'horror, ormai, versa in condizioni praticamente disperate, e questa ennesima robetta che non spaventerebbe neppure quel pusillanime del mio antagonista ne è la triste dimostrazione. Altro che Necropolis, qui ci vuole il Necronomicon!

"Scappate! Siete all'interno dell'ennesimo finto found footage horror!"

Senza nessuna pietà
 

Cannibal dice: Se lo chiedono loro nel titolo, non si lamentino poi se verranno accontentati.
Nel caso prima o poi veda questo film con l’insopportabile Favino, sicuramente non avrò nessuna pietà nel dare il mio giudizio. Nel frattempo, posso dire in maniera altrettanto spietata che Ford è il peggior co-commentatore di questa rubrica sulle uscite cinematografiche che abbia mai avuto.
Il fatto che sia anche l’unico che ho mai avuto non è rilevante.
Ford dice: non credo mostrerò alcuna pietà rispetto a questo film - che probabilmente costituirà l'ennesima robetta troppo italiana così come per il buon Cucciolo, che si prepara ad essere bottigliato come si conviene al nostro prossimo scontro aperto.
E allora altro che rubrica sulle uscite in sala!

"Dateme er Canibbale, che lo gonfio!"
Vinodentro


Cannibal dice: Il cinema italiano negli ultimi tempi sta mostrando qualche segno di risveglio. Questo film, aiutato da una bella bevuta di vino stonante, potrebbe tornare a farlo dormire.
Ford dice: già vino non ne bevo, inoltre il mio rapporto con il Cinema nostrano sta pericolosamente prendendo la strada già imboccata da tempo dall'horror. Direi che lascio volentieri il bicchiere - per una volta - al mio finto bevitore compare di rubrica.

"Di che annata è questa bottiglia?" "Storica, quella del ritiro di Cannibal dalle scene!"
Barbecue


Cannibal dice: A me di solito piacciono i film francesi, però questo mi attira quanto un barbecue con tanto di birre analcoliche organizzato da James Ford.
Ford dice: ben vengano i barbecue, ma solo ed esclusivamente con carnazza e bourbon a volontà. I film francesi ed i pusillanimi come Cannibal dovrebbero essere banditi per contratto.

"Chi ha cucinato?" "Ford e Cannibal." "E dove credono di essere, a Masterchef!?"
The Protector 2



Cannibal dice: Perché, c’è stato un The Protector 1?
E se sì, credo manco Ford abbia avuto il coraggio di vederlo.
Ford dice: considerata la penuria della settimana, potrei addirittura pensare di recuperare il primo Protector - che, pur essendo un tamarro senza speranza, avevo evitato - per schiaffarmi questo secondo, che presumo possa rivelarsi come uno di quei b-movies tanto odiati dalle parti di Casale. Staremo a vedere.

"Ora sono pronto a spiegare al Cucciolo nel dettaglio la mia specialità."
Si alza il vento
(da sabato 13 settembre)



Cannibal dice: Esce eccezionalmente di sabato, non si sa perché – ennesimo mistero della distribuzione italiana – il nuovo nonché ultimo film di Hayao Miyazaki. Il Maestro dell’animazione giapponese ci lascerà con un capolavoro cannibale o con una delusione fordiana?


Presto lo scopriremo...
Ford dice: Finalmente, dopo una serie di schifezze da evitare come la peste, qualcosa per cui vale veramente la pena. Solo con un annetto di ritardo, infatti, giunge nelle nostre sale quello che dovrebbe essere l'ultimo film del Maestro Miyazaki. Onestamente, l'evento e l'uomo dietro la macchina da presa basterebbero a valere il prezzo del biglietto.
L'impressione, però, è che ci sia molto di più. Quindi, direi che non mancherò all'appuntamento.

"Caro Peppa Kid, tu sull'aereo fordiano non metti piede neanche per sbaglio!"

giovedì 15 agosto 2013

Da morire

Regia: Gus Van Sant
Origine: USA
Anno: 1995
Durata: 106'




La trama (con parole mie): siamo nel profondo della provincia americana dei borghesi perfetti ed inappuntabili, e la giovane Suzanne Stone, immagine da copertina di un'intera comunità, si ritrova al centro di una torbida vicenda che ha portato alla morte del marito, Larry Maretto, ex "cattivo ragazzo" divenuto esempio di coniuge perfetto nonchè imprenditore di successo alla guida del ristorante di famiglia.
I due, innamoratisi ai tempi della scuola, nascondono però dietro l'apparenza di coppia da favola una serie di conflitti che Larry pare non voler vedere, circuito da Suzanne, pronta a tutto pur di arrivare al successo come giornalista televisiva: sfruttando una sorta di inchiesta che la coinvolge in prima persona, scopriamo quali sono stati gli episodi chiave della vicenda, che legame si è creato tra la Stone ed un gruppo di ragazzini espressione del disagio adolescenziale e all'omicidio di Maretto.
Senza contare le conseguenze dello stesso sulla carriera e la vita di Suzanne.





Gus Van Sant è da sempre uno dei registi nordamericani favoriti del sottoscritto, uno di quelli che, dal blockbuster a larga diffusione - Milk - ai film Sundance Style - Will Hunting, Restless - fino ai supercult destinati a diventare pietre miliari - Elephant, Drugstore cowboy - difficilmente delude, e che soltanto in un'occasione ho trovato davvero tronfio e fuori luogo - il troppo autoreferenziale Paranoid Park -.
Recentemente, spinto dalla curiosità di recuperare anche gli ultimi suoi titoli non ancora passati dalle parti del Saloon, ho rispolverato Da morire, commedia nera uscita nel pieno degli anni novanta che, ai tempi, consolidò la fama di Nicole Kidman - probabilmente nel suo periodo migliore - e lanciò i giovani Casey Affleck e soprattutto Joaquin Phoenix, fratello del compianto River nonchè volto destinato a segnare produzioni importantissime di inizio nuovo millennio, da Il gladiatore al recente The master.
Considerata la fama che circondava questa pellicola, ammetto di essere rimasto - anche se solo in parte - deluso da una vicenda sviluppata quasi come fosse una sorta di incrocio tra due classici del periodo come Edward mani di forbice e Velluto blu, entrambi ritratti a metà tra la fiaba e l'agghiacciante realtà dela provincia americana tutta costruita attorno all'apparenza, rivelandosi, di fatto, inferiore ad entrambi: la vicenda di Suzanne e Larry - un Matt Dillon forse un pò in ombra, ma che resta indiscutibilmente uno dei volti più importanti dei "rebels without a cause" cresciuti tra gli anni ottanta e novanta -, comunque, avvince e colpisce soprattutto grazie alla scelta di regia di Van Sant di raccontare la vicenda quasi come se si trattasse di un reportage giornalistico, con tanto di interviste e punti di vista anche diametralmente opposti presentati a fare da raccordo ai flashback sulla vicenda che ha portato alla morte del succitato Larry, irretito e manovrato dalla sua illusoria principessa come una marionetta fino alla fine.
E attorno a questa presunta coppia perfetta, un mondo che passa quasi senza accorgersene dalla borghesia benestante al disagio sociale profondo del quale fanno esperienza sulla pelle proprio i ragazzi che si legano a Suzanne sognando, di fatto, qualcosa di molto simile a quello che ha portato Larry ad un destino infausto e sfortunato: la promessa di un'oasi che altro non è se non un colorato e sgargiante miraggio, simbolo di un sogno americano andato in rovina che cela dietro una maschera di buone maniere la realtà di un oceano di squali tra le acque del quale vige ancora la legge del più forte, e soltanto chi ha i denti abbastanza affilati può sperare di addentare una preda buona per avere le energie necessarie a cavalcare la corrente fino alla successiva.
E così è per Suzanne, pronta ad imporsi su Larry, i giovani Russell e Jimmy, i superiori al lavoro, la società, il mondo dello spettacolo: la principessa di provincia pronta a tutto per entrare nelle case di qualsiasi americano attraverso il mezzo che più permette questa sorta di magia, l'esperienza di quel sogno accessibile a lei e soltanto promesso a tutti gli altri, la televisione.
Allo stesso modo Van Sant ci irretisce grazie alla sua protagonista fino a condurre l'audience intera a pensare a quale direzione possa aver preso la sua durissima critica sociale fino a ribaltare le carte in tavola mostrando quanto quella stessa middle class che porta a difendersi principalmente e solo dalle dicerie si possa rivelare esattamente quello che cerca di nascondere: un predatore ancora più vorace di quello che muove Suzanne con il suo desiderio di successo.
Ma non spargete troppo la voce: in fondo al lago c'è sempre spazio per chi esce dal seminato.


MrFord


"You're bringin' on the heartbreak
bringin' on the heartache
you're bringin' on the heartbreak
bringin' on the heartache
can't you see?"
Def Leppard - "Bringin' on the heartbreak" - 


lunedì 12 agosto 2013

Giorni di tuono

Regia: Tony Scott
Origine: USA
Anno: 1990
Durata: 107'




La trama (con parole mie): Cole Trickle è un giovane pilota di belle speranze venuto dal mondo dei prototipi con l'intenzione di sfondare nel circuito Nascar: quando l'opportunità della vita arriva e passa attraverso l'esperto costruttore Harry Hogge, Cole si trova più in difficoltà di quanto non credesse, e prima di riuscire a provare il suo valore in pista si ritroverà costretto all'angolo in più di un'occasione da piloti esperti come il campione Rowdy Burns.
Ma proprio quando tutto parrà cominciare a funzionare, un incidente porterà proprio lui e Burns alle soglie della morte nonchè a comprendere il senso di una rivalità divenuta ormai amicizia: preso il posto dello stesso Burns, a Trickle non resterà che battere in pista il nuovo rivale Russ Wheeler e conquistare il cuore della neurologa responsabile della sua guarigione, la dottoressa Lewicki.




Mi pare davvero assurdo che una tamarrata dei livelli di Giorni di tuono, firmata dal mitico Tony Scott ed interpretata da uno dei fordiani ad honorem Tom Cruise - senza contare Robert Duvall e Michael Rooker - non fosse ancora passata qui al Saloon.
Approfittando dunque dell'estate e delle sue serate in cui una fuga dal caldo e da qualsiasi impegno intellettuale è praticamente la regola, sono tornato al leggendario millenovecentonovanta - anche se, considerato il gusto ed il tipo di pellicola, verrebbe quasi da dire che si tratta ancora di un titolo profondamente figlio degli eighties - e a questo cult dei motori e della ridondanza magica del tempo, godendomelo dal primo all'ultimo minuto e riscoprendolo responsabile di successivi titoli qualitativamente di molto superiori - su tutti, lo splendido Cars, uno dei miei Pixar favoriti -.
Giocato tutto sul rapporto d'amicizia tra il giovane Cole ed il costruttore Harry prima e sui due ex rivali Trickle/Burns poi, questo giocattolone legato allo spettacolo della Nascar è una sorta di versione da strada di Top Gun, pur non riuscendo a raggiungere gli stessi livelli di magia di quello che è uno dei titoli simbolo firmati da Tony Scott, compianto fratello di grana grossa di Ridley che per troppi anni mi sono ritrovato a bollare come una sorta di incapace raccomandato. Ingiustamente.
Interessante come, senza contare le sequenze spettacolari legate ad incidenti o manovre in pista - per nulla preponderanti rispetto all'evoluzione dello script - ed una sceneggiatura decisamente non all'altezza, il risultato sia comunque un discreto spaccato di quello che è il mondo dei piloti come sarà ritratto più di un decennio dopo da Driven, popolato da uomini abituati a sfrecciare a velocità impensabili rischiando la morte ma, di fatto, prigionieri di una serie di paure da record: del successo, della vittoria, della sconfitta, della sfortuna, di quella bolla che si crea tra l'abitacolo ed il mondo esterno, che troppo spesso e volentieri finisce per essere difficile da rompere affinchè si possa creare una strada a doppio senso.
Ma non vorrei, in tutta onestà, caricare di significati troppo impegnativi e profondi un film che è una vera e propria goduria per noi vecchi tamarri residuati di un'epoca ormai tristemente lontana perfetta per la stagione più rilassata dell'anno: doveste buttarvi su un titolo di questo genere, il mio consiglio è quello di aprire il cuore, l'amarcord dei pensieri e soprattutto la pancia e non farvi troppe domande sul resto, lasciando le riflessioni importanti al massimo a momenti in cui si ride sopra al fatto di aver visto, proprio all'inizio di quest'anno, Duvall e Cruise di nuovo insieme in Jack Reacher.
Considerato che, dunque, come si sente spesso cantare ultimamente, l'estate è "eternità e un battito di ciglia", fossi in voi approfitterei prima che l'autunno arrivi troppo in fretta per dedicare una bella maratona a film come questi, il cui spirito ormai non riesce più ad essere replicato e la cui innocenza è pari alla spocchia simpatica di Tom Cruise, che pare destinato sempre e comunque ad essere il figo, strafottente eroe positivo pronto, alla fine, a regalare una soddisfazione alle masse adoranti.
Allacciate dunque le cinture e preparatevi ad un giro di giostra - o meglio, di pista - come non se ne fanno più, e godetevelo come uno di quegli amori da spiaggia pronti a finire in men che non si dica una volta tornati a casa, ma che danno l'impressione di poter durare per sempre.


MrFord


"You say you don't spook easy
you won't go, but I know
and I pray that you will
fast as you can, baby
run-free yourself of me
fast as you can."
Fiona Apple - "Fast as you can" - 


domenica 14 luglio 2013

Cuori ribelli

Regia: Ron Howard
Origine: USA
Anno: 1992
Durata: 140'




La trama (con parole mie): siamo alla fine dell'ottocento, ed in Irlanda imperversano i proprietari terrieri che con gli affitti dei terreni soffocano le esistenze dei contadini. Joseph Donnelly, perduto il padre, insegue il sogno di avere una terra di sua proprietà andando in cerca di vendetta e di Daniel Christie, che possiede i campi per proteggere i quali il suo vecchio ha perso la vita.
Giunto alla tenuta dell'uomo, Joseph scopre di non essere poi così bravo ad uccidere e finisce per fuggire in America con la figlia dello stesso, Shannon, che insegue un desiderio di libertà e modernità.
Giunti a Boston e fintisi fratello e sorella, i due scopriranno il ribaltamento dei destini che li separava nel Vecchio Continente: mentre il primo, infatti, fa fortuna con la boxe e s'imborghesisce, la seconda continua a lavorare come un'operaia criticando i modi da puzza sotto il naso dei ricchi. Quando il legame che si è creato tra i due esplode, il dramma e la separazione li attenderanno al varco, per riunirli soltanto mesi dopo, in Oklahoma, in occasione della grande corsa che prevede l'assegnazione di terre a chiunque riesca a picchettare il proprio angolo di Paradiso sopravvivendo agli altri aspiranti proprietari.







Lo ammetto: ho sempre considerato dei veri e propri guilty pleasures polpettoni come Cuori ribelli.
Curiosamente, questa poco riconosciuta pellicola firmata Ron Howard non era ancora finita tra le mani del sottoscritto, ed è giunta in casa Ford principalmente grazie al contributo di Julez, che rispolverando ricordi di gioventù ed associandola alla mia cara Vento di passioni ha sollecitato questo graditissimo recupero.
Perchè se da un lato prodotti di questo genere rappresentano senza dubbio tutto il peggio che il Cinema americano ha da offrire per quanto riguarda la retorica e la grana grossa della narrazione, dall'altro il lavoro dell'ex Ricky Cunningham di Happy Days è onesto, puntuale, sentito e soprattutto autoironico, cosa che non si potrebbe affatto dire di pellicole simili spacciate per prodotti profondamente autoriali come War horse e Lincoln, che di norma hanno lo straordinario potere di farmi incazzare come un bufalo quando non riescono ad annoiarmi.
Cuori ribelli, al contrario, assume la connotazione di versione pane e salame delle stesse, e cavalcando una storia coinvolgente e volutamente sopra le righe permette allo spettatore di andare oltre anche alle peggiori brutture - i titoli di testa ed il pessimo dolly in stile "anima" conclusivo, per citarne due delle più clamorose - concentrandosi su una vicenda divertita e divertente interpretata da una coppia allora unita anche nella vita reale - curioso pensare alle vicende sentimentali di Tom Cruise e Nicole Kidman, da Giorni di tuono e Cuori ribelli fino al "definitivo" Eyes wide shut - che sfrutta proprio in questo senso il lato più provocatorio e da commedia del romanticismo, lasciando spesso e volentieri spazio agli scambi tra Joseph e Shannon in grado di originare anche le sequenze migliori del film - come le rispettive sbirciate durante la preparazione per la notte a Boston, forse addirittura il pezzo migliore dell'intero lavoro - ed alimentare l'evolversi della trama, suddivisa idealmente in tre atti tra Irlanda - la parte più raffazzonata -, Boston - il momento migliore del racconto, che stizza l'occhio non solo al già citato Vento di passioni ma anche a quello che sarà, dieci anni dopo, Gangs of New York - e l'Oklahoma - pronto a fare da cornice al consueto finalone da kolossal hollywoodiano che, ai tempi ed in questo caso, non servì a trasformare l'opera di Howard nella consueta macchina da soldi e premi che di norma finisce per essere la naturale evoluzione di questo tipo di proposte.
Ma senza soffermarsi troppo sulle questioni tecnico/artistiche rischiando di finire, volente oppure no, a fare lo snob che affibbia una bonaria pacca sulle spalle al mestierante regista di turno con fare di presunta superiorità, mi getto nelle sensazioni positive che titoli di questo genere riescono sempre a lasciare, figli di un'eredità cinematografica effettivamente larger than life ma sempre in grado di parlare ad ogni genere di pubblico ed incarnare, in qualche modo, il senso di meraviglia che per primi stuzzicarono Capolavori come Via col vento: senza contare che il piacere di godersi il divano di casa Ford tutti e tre insieme - anche se per ora per il Fordino non fa alcuna differenza - non ha prezzo rispetto al pensiero della noia d'essai patita di Julez a proposito di alcune scelte troppo estreme del sottoscritto o alle mie stesse pretese a volte decisamente maniacali a proposito delle visioni.
Un bel modo, dunque, per stare insieme e godersela, come un pomeriggio in cui il Cinema intero si trasferisce a casa vostra a favore della Famiglia.
E se il prezzo dev'essere accettare l'esistenza di titoli dal sottotesto retorico ed il richiamo alla lacrima facile, poco importa: la settima arte è anche questo - senza contare che il rapporto tra Joseph e Shannon è riuscito a ricordare molto, seppur fra due poveracci, il continuo provocarsi che ha posto le fondamenta di quello che abbiamo io e Julez oggi -, e sono ben contento che il semplice goderseli dall'inizio alla fine vada oltre ai tentativi di "nobilitarli" raccontando del ribaltamento di ruoli tra i protagonisti nel corso del loro viaggio e dunque del rapporto tra Vecchio e Nuovo Continente, perchè sarebbe come dare ragione ad un borioso proprietario terriero quando qui al Saloon si è sempre appartenuti alla grande schiera dei venuti dalla terra e dalla strada.


MrFord


"There's diamonds in the sidewalks, there's gutters lined in song
dear I hear that beer flows through the faucets all night long
there's treasure for the taking, for any hard working man
who will make his home in the American land."
Bruce Springsteen - "American land" -


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