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domenica 7 maggio 2017

Marvel's Iron Fist - Stagione 1 (Netflix, USA, 2017)




Nell'ambito dell'operazione Defenders e realtà urbane Marvel orchestrata da Netflix neanche ci trovassimo di fronte ad una risposta da outsiders più povera e zozza del Cinematic Universe figlio del grande schermo e degli eroi cosmici - come già scritto ieri -, Danny Rand è forse quello che partiva più svantaggiato.
Iron Fist, del resto, non è un eroe di particolare richiamo, e se negli anni il suo compagno - di albi - Luke Cage ha avuto una maggior fortuna ed un rilancio, l'esperto di arti marziali miliardario addestrato in un luogo mistico ha finito per non conquistare mai davvero il pubblico di appassionati ed ancor meno quello occasionale.
Allo stesso modo, tra le serie "con superpoteri" targate per l'appunto Netflix Iron Fist ha finito per essere la più massacrata, neanche ci si trovasse di fronte ad uno scempio totale: il lavoro operato su questo charachter dal sapore anni settanta, in fondo, è stato onesto e diretto, forse non sviluppato nel migliore dei modi - la stagione parte decisamente meglio di quanto non si evolva o chiuda - o supportato da una dose di talento degna di nota, eppure il tutto, almeno per quanto mi riguarda, ha funzionato bene in ottica di intrattenimento puro e semplice, tanto da farmi preferire le gesta di Danny Rand rispetto a quelle più cerebrali - almeno in parte - di Jessica Jones o assurde e scombinate del Mr. Robot dei supereroi, Legion - del quale parlerò tra non molto -.
Certo, la sensazione di deja vou è ben presente, soprattutto per chi ricorda cose come Batman Begins, così come il pensiero che, se non inserito all'interno di un contesto di gruppo in divenire - i Defenders, per l'appunto, che mi pare di capire dovranno fare i conti con la Mano - avrebbe guadagnato poca fiducia anche rispetto ai produttori, eppure Iron Fist rappresenta uno di quei titoli d'avventura/azione solidi ed artigianali che accompagnano bene i momenti di stanca o quelli conviviali - nell'ambito delle proposte da cena di casa Ford è andato più che bene, con il Fordino che ha potuto associare l'utilizzo del "chi" di Danny a quello del suo idolo Po in Kung Fu Panda 3 -, che non avranno mai la pretesa di cambiare la storia del piccolo schermo ma che mantengono le promesse senza strafare o scavare troppo in basso.
Interessanti i protagonisti, dal Danny Rand esule di Game of thrones al Ward così diverso dal Bunker di Banshee, passando per l'ex Faramir de Il signore degli anelli, Rosario Dawson ormai immancabile ed i volti nuovi e promettenti come quello di Colleen Wing, che aspetto di vedere - ricordando gli albi - in coppia con la Misty Knight di Luke Cage a capo di un'agenzia di investigazioni, e chissà, magari protagonista di uno spin off tutto suo.
Per il resto, sinceramente penso che chi si aspetta qualcosa di rivoluzionario o manifesti apertamente gusti troppo radical si troverà a demolire Iron Fist, troppo semplice, veloce e di grana grossa: ma poco importa.
Anche perchè, nonostante la base "spirituale", questa serie ed il suo protagonista sono profondamente e senza alcun dubbio istintivi e fordiani.
E a me va benissimo così.




MrFord



 

venerdì 24 febbraio 2017

Lion - La strada verso casa (Garth Davis, Australia/USA/UK, 2016, 118')





Esistono alcuni titoli dei quali si ha indiscutibilmente paura, per quanto possa suonare snob anche da parte di un pane e salame come me, soprattutto quando entrano a far parte della corsa agli Oscar, e trattano argomenti potenzialmente strappalacrime, e sono ispirati da storie vere: Lion - La strada verso casa appartiene indubbiamente alla categoria.
Uscito a ridosso dell'ultimo natale dalle nostre parti e lanciato verso ben sei candidature, il lavoro di Garth Davis pare riprendere quella che fu la "favola" di The millionaire senza che si possa contare sull'estro di Danny Boyle o sulla particolarità della narrazione della vicenda, con tutti i limiti del caso - non parliamo certo del filmone del secolo, nonostante ai tempi ebbe gran successo soprattutto rispetto all'Academy -, pur presentando una prima parte insolitamente sottotitolata - almeno per l'Italia - e particolarmente scorrevole e coinvolgente nonostante la scarsità di dialoghi, che è riuscita addirittura a riportare alla mente del sottoscritto cose decisamente grosse come Una tomba per le lucciole, prima di concedersi un'escalation che pare puntare dritta alle statuette più note del Cinema, in barba a chiunque potesse avere riserve su questo prodotto ibrido che mescola il tentativo di differenziarsi dagli States tipico della settima arte australiana e quello, al contrario, tutto emozioni forti e lacrima facile a stelle e strisce.
Un peccato, perchè tutto sommato Lion non è un film brutto come altri finiti nel giro Academy nel corso degli ultimi anni, o fastidioso, anzi, si lascia guardare e finisce per essere coinvolgente come ogni storia legata alla Famiglia - almeno per il sottoscritto - portata sullo schermo, non fosse per un eccesso di enfatizzazione e semplificazione della sceneggiatura nel corso della seconda parte, troppo dedicata alle scene madri così come ai dialoghi che ci si aspetterebbe dal classico drama di questo tipo che non a quanto potrebbe essere anche solo suggerito, finendo per banalizzare in parte una vicenda che ha risvolti sociali decisamente interessanti - come ricordato giustamente anche prima dei titoli di coda - e perde nettamente il confronto con le altre pellicole in gara per la statuetta del miglior film.
Il fatto, poi, di aver visto Lion - ottimo, occorre ammetterlo, l'utilizzo del titolo e del significato del nome del protagonista rivelato solo a film concluso - nello stesso giorno del ben più potente Moonlight non ha certo aiutato un Garth Davis decisamente più artigiano di Barry Jenkins, e non nel senso genuino e buono del termine, così come questo prodotto, letteralmente scomparso di fronte all'epopea di Chiron, per quanto di fiction contro eventi reali si possa trattare.
D'altro canto, per il pubblico occasionale e per chi ama le storie "da sala" pronte a regalare un certo tipo di emozioni Lion è il film perfetto, confezionato con perizia e pronto - inutile negarlo mostrandosi radical chic - e stuzzicare corde cui difficilmente si può resistere, dalle peripezie del piccolo Saroo nel momento del suo smarrimento a Calcutta fino alla parte finale, indubbiamente emozionante per quanto furba rispetto al riscontro dell'audience.
Se, dunque, siete in cerca di qualcosa che ricordi il già citato The Millionaire o Forrest Gump, che coinvolga tutti i membri della famiglia e faccia uscire dalla visione con la voglia di apprezzare ancora di più ciò che si ha, non resterete delusi: certo, d'altro canto, pensare a Lion accanto ad altri calibri decisamente grossi selezionati dall'Academy quest'anno, il risultato potrebbe risultare decisamente più simile a quello cui potrebbe ambire una pecora nella gabbia, per l'appunto, dei leoni.




MrFord




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