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mercoledì 10 dicembre 2014

Lo sciacallo - Nightcrawler

Regia: Dan Gilroy
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
117'





La trama (con parole mie): Lou Bloom è un uomo ossessionato dal successo e dall'affermazione, nutrito dalla rete e dalla cultura "fai da te", protagonista di una sorta di american dream per il momento realizzato solo nella sua testa che vive di espedienti. 
Quando, per caso, si ritrova testimone di un incidente stradale, decide di gettarsi a capofitto nel mondo del giornalismo d'assalto, reinventandosi reporter per le strade di una Los Angeles abbracciata dalla notte.
Assunto un collaboratore ed avviato un proficuo rapporto con un canale televisivo locale, Lou si dedica con tutte le forze alla ricerca di servizi sempre più vicini al limite imposto dall'etica mettendo la sua realizzazione davanti ad ogni cosa, ad ogni costo: quando, una notte, giunge sul luogo di un omicidio prima della polizia riprendendo i due assassini, la posta in gioco si alza come non era mai capitato prima.








Una delle caratteristiche fondamentali di un'opera - sia essa letteraria, cinematografica, musicale o artistica in genere -, almeno per quanto riguarda questo vecchio cowboy, è sempre stata il cuore, quella scintilla che permette allo spettatore - parlando ovviamente di pellicole - di entrare in sintonia con quello che si trova di fronte: non è un mistero, in fondo, che quando un autore finisce per raccontare qualcosa che ben conosce, imbocca una sorta di corsia preferenziale rispetto a chiunque sia "dall'altra parte".
E non è un caso che i miei favoriti - i cosiddetti "fordiani" - siano tutti legati a questi concetti, da Eastwood - il rapporto tra padri e figli - a Cash - il conflitto tra la parte oscura e quella sacra -, da Nesbo - il fascino della dipendenza e la presenza per chi amiamo, sempre e comunque - a persone portate sullo schermo ma assolutamente reali - il Jean Dominique di The agronomist -.
Jonathan Demme, che firmò lo straordinario documentario appena citato, portò sullo schermo anche uno dei grandi Capolavori del Cinema USA moderno, Il silenzio degli innocenti: e perfino lì, in quella cella, o nell'agghiacciante telefonata che chiudeva la pellicola, si finiva quasi per empatizzare con il genio terrificante di Hannibal Lecter.
Come nella camminata claudicante divenuta fiera di Kaiser Soze.
O nella follia innevata di Tony Montana.
Tutti i grandi "cattivi" finiscono, in qualche modo, per affascinare almeno una piccola parte del "cattivo" che è in noi.
L'unica eccezione che ho potuto riscontrare nel corso della mia vita è rappresentata da Grenouille, protagonista indimenticabile dell'altrettanto indimenticabile Il profumo di Patrick Suskind, uno dei romanzi più importanti della mia storia di lettore e, probabilmente, uno dei dieci che porterei su un'isola deserta: le vicissitudini dell'assassino alla ricerca del profumo perfetto evocano ancora oggi immagini straordinarie, nonostante, ai tempi, per la prima volta mi accorsi del desiderio irresistibile di prendere le distanze da quel main charachter così rivoltante e disgustoso, tanto da comprendere il fastidio che lo stesso finiva per generare negli altri che incontrava pagina dopo pagina.
Dan Gilroy, al suo esordio dietro la macchina da presa - non proprio giovanissimo, considerata la classe cinquantanove -, è riuscito a farmi sentire per la seconda volta in quel modo con una sicurezza ed una padronanza del mezzo cinematografico spaventose, talmente salde da far dubitare non solo dell'esistenza di un concetto di fiction, ma di materializzare quello di giornalismo - ovvero cronaca dei fatti, non partecipazione - sostituendo, di fatto, con esso la magia del Cinema.
Lo sciacallo è un film profondamente odioso e disturbante, grottesco e caricaturale, forse perfino troppo facile nella cinica crudeltà di certi passaggi - i confronti tra Lou ed il suo aiutante Rick, l'ascesa dello stesso Lou -, che molto probabilmente non amerò mai e poi mai come un altro grande ritratto in notturna di L. A., Collateral, fotografato altrettanto bene eppure gelido come una scossa dritta nel cervello avendo ingoiato un boccone troppo grande di gelato, eppure a suo modo indimenticabile, rispetto alla stagione che volge al termine.
E dalla strepitosa performance di Jake Gyllenhaal - mai così bravo e diverso dalle sue incarnazioni precedenti, capace di rendere alla perfezione il lato quasi psicopatico, e non solo voyeuristico del suo personaggio, in bilico tra composta e falsa cortesia ed aggressività da predatore - a sequenze da brividi - l'inseguimento per le strade nel finale -, tutto pare ricondurre ad un'unica, terribile conclusione: Lo sciacallo non è Cinema, non è cuore, non è quella scintilla, ma resta e resterà clamorosamente grande.
Da fan del lato oscuro e da persona pronta spesso e volentieri a farsi tentare dallo stesso, onestamente non sono felice che sia così: perchè sapere che esistono pellicole come questa, in giro, e che in qualche modo finiscono per fotografare la realtà, riesce a fare paura più di qualsiasi horror.
Nello sguardo oltre la macchina di Lou che s'incrocia con quello del killer appena uscito dall'auto ribaltata c'è l'incontro di due predatori, neanche fossimo nel cuore della giungla (urbana) della vita: uno stringe una pistola, è coperto di sangue, è senza dubbio un carnivoro, ed aggredisce qualunque cosa rappresenti per lui un ostacolo, mantenendo il suo status di leone alfa; l'altro brandisce lo strumento principe della comunicazione moderna, vive tra le ombre, mangia quello che gli conviene mangiare, e quando vede un ostacolo, tiene ben salde le zampe che gli permetteranno di saltare all'ultimo secondo, da buono sciacallo.
Uno ha il cuore, pur se nero. L'altro no.
Uno scaglia fulmini e saette dalla sua arma, l'altro illumina il mondo che vuole sia mostrato al mondo per poterlo indirettamente controllare.
"Al mondo ci sono due tipi di uomini: quelli che hanno la pistola e quelli che scavano. Tu scavi.", recitava Eastwood in Il buono, il brutto, il cattivo.
Ma quello è Cinema.
Lo sciacallo è più simile a quello che troviamo quando le luci si spengono, usciamo dalla sala e veniamo vomitati nel mondo.
Niente più sogni.
Due predatori.
Chi pensate avrà vinto?




MrFord




"Straight out of hell
one of a kind
stalking his victim
don't look behind you
nightcrawler
beware the beast in black
nightcrawler
you know he's coming back
nightcrawler."
Judas Priest - "Nightcrawler" - 




 

domenica 23 dicembre 2012

Arma letale 4

Regia: Richard Donner
Origine: USA
Anno: 1998
Durata: 127'




La trama (con parole mie): Riggs e Murtaugh, inseparabili compagni e pilastri - si fa per dire - della Omicidi, non sono più due ragazzini. Lo stesso Riggs, da sempre il più folle e spericolato della coppia, comincia a perdere qualche colpo e pensare più alla famiglia che sta per mettere su rispetto al tentare di oltrepassare perennemente i suoi limiti: Lorna Cole, sua compagna da tempo, è infatti incinta, ed il dubbio se chiederle oppure no di sposarlo è la cosa che tormenta di più lo scombinato Martin, che si appoggia al sempre solido amico Roger per tutte le questioni che riguardino sparatorie e famiglia.
Questa volta la strada dei due, promossi quasi per caso capitani, si incrocia con quella della Triade cinese, che oltre ai traffici di clandestini vorrebbe "importare" negli USA i quattro boss più potenti di Hong Kong, catturati dalla polizia cinese e spediti a Los Angeles grazie ad un generale corrotto.
Inutile dire che i criminali dovranno fare i conti con quella che ormai è, di fatto, la famiglia allargata di Murtaugh - alle prese con il giovane detective Butters, suo futuro genero - e Riggs, pronta a prenderli dal primo all'ultimo a calci nel culo.




Il recupero della saga di Arma letale, da troppo tempo accantonata in casa Ford, è stato una goduria come non me ne capitavano davvero da un sacco di tempo.
Onestamente, penso di essermi addirittura perso, ai tempi, questo quarto film, già troppo concentrato ad entrare nel periodo buio che furono i miei anni da radical chic cinematografico tutto film d'autore e recupero di classici fondamentali con il minor divertimento possibile.
E invece devo ammettere che quest'ultimo - per ora - capitolo rappresenta forse in qualche modo e nella maniera migliore la summa di quella che è l'idea alla base delle avventure di Riggs e Murtaugh, coppia inossidabile e guascona di investigatori della Omicidi che, definitivamente abbandonate le cupe e violente - pur se stemperate dal loro rapporto sempre burrascoso - atmosfere del primo capitolo, si è focalizzata principalmente sulla connotazione ironica dell'azione e del poliziesco unite ad una forte componente legata al concetto di famiglia, da sempre al centro delle vite dei due protagonisti.
Alla già numerosa famiglia del burbero Roger si uniscono per quest'avventura non solo Leo Getz, accanto ai nostri per la terza volta, e la cazzutissima Lorna Cole, ormai compagna fissa di Riggs, ma anche il futuro genero ed apparente corteggiatore di Murtaugh - divertentissimo il siparietto in macchina con Riggs a buttare benzina sul fuoco tra il suo partner ed il giovane collega - Lee Butters, interpretato da un allora ancora poco noto Chris Rock.
A fare da contrappeso alla nutrita squadra dei "buoni" questa volta troviamo la Triade cinese, legata al traffico di esseri umani orchestrato dalle cosiddette "teste di serpente" - così vengono chiamati i responsabili dei viaggi in condizioni disumane di quelli che possono essere considerati come dei moderni schiavi - e capeggiata da un Jet Li nel quasi inedito ruolo del cattivo, pronto a sfoderare una serie di evoluzioni e calci rotanti da fare paura e a tenere testa ai due protagonisti - l'ormai un pò arrugginita "arma letale" Mel Gibson compresa - in più di un'occasione.
Il duello finale a mani nude - o quasi - che vede Riggs e Murtaugh opposti al loro piccolo ma agguerrito avversario è degno delle migliori perle action made in Hong Kong, così come da applausi è l'inseguimento in macchina con tanto di "surf urbano" con tavolino annesso - una dei passaggi a mio parere più riusciti dell'intero franchise, o almeno della sua parte più fisica: non mancano, inoltre, le battute e gli intermezzi comici poggiati principalmente sulle spalle di Joe Pesci e Chris Rock - roba grossolana e di bassissima lega, ma che continua a farmi pisciare sotto dal ridere in barba a qualsiasi pretesa di cultura o presunta tale - ed un lieto fine che pone l'accento sul già affrontato concetto di famiglia - in questo caso molto allargata - tanto caro al mitico Richard Donner - che continuerò a ringraziare in eterno, non fosse altro che per I Goonies e questa serie assolutamente indimenticabile -.
La curiosità di scoprire cosa si potrebbe combinare con un quinto capitolo - ovviamente orchestrato dalla stessa squadra vincente, e chissà, magari impreziosito da un ritorno alla sceneggiatura di Shane Black, creatore dei personaggi e penna dietro il primo film - con tanto di figlio cresciuto di Riggs è molta, specie se gestita con il piglio divertito che ha contraddistinto l'evoluzione di due insoliti e scombinati detectives che per passare da duri hanno preso una strada rischiosa ma impossibile da non condividere come quella dell'autoironia.
E a questo punto, posso proprio dirlo: non si è mai troppo vecchi per certe stronzate.


MrFord


"I seen ya, I seen ya, I seen ya walkin' down in Chinatown
I called ya, I called ya, I called but you did not look around
I pay my, I pay my, I pay my money to the welfare line
I seen ya, I seen ya, I seen ya standing in it everytime."
Smash Mouth - "Why can't we be friends" -



giovedì 13 dicembre 2012

Arma letale 3

Regia: Richard Donner
Origine: USA
Anno: 1992
Durata: 118'




La trama (con parole mie): Roger Murtaugh, dopo anni di onorato servizio, è finalmente ad una settimana dalla pensione quando il suo inseparabile e folle collega Martin Riggs combina un casino tale da far retrocedere entrambi al ruolo di semplici agenti di pattuglia a piedi.
I due, comunque, riusciranno ad inserirsi in un'indagine ad alto rischio che coinvolge un ex poliziotto divenuto un trafficante d'armi pronto a mettere in mano alle gang di quartiere di Los Angeles fucili automatici e proiettili "ammazza-sbirri" dal potenziale devastante.
Al cocktail già esplosivo Murtaugh/Riggs - con il loro sempre bistrattato socio Leo Getz - si aggiungerà l'agente della disciplinare Lorna Cole, donna cazzutissima pronta a dare filo da torcere a Riggs a suon di battute, colpi di arti marziali e numero di cicatrici: ovviamente, per i "cattivi", saranno cazzi amari.





E così continua il revival della saga di Arma letale, tornata di gran moda di recente in casa Ford e riscoperta come rimedio per gli stress da rientro al lavoro e per il sangue amaro da quotidianità troppo arrembante: il terzo capitolo - che io, nella memoria ormai confusa da alcool e antidolorifici da tonsillectomia, pensavo fosse il secondo - riprende di fatto la formula che ha reso questo franchise vincente, nonchè un cult consolidato per almeno una generazione di spettatori, ovvero l'amicizia virile tra i due protagonisti Murtaugh e Riggs attorno alla quale ruotano tutte le vicende - d'azione e non - dello script.
Certo, rispetto al primo film si è persa ormai completamente la componente noir e violenta, sostituita da un impianto decisamente più fracassone e votato all'intrattenimento puro di cui è emblema il personaggio interpretato da Mel Gibson, completamente folle e votato alla cazzata per contratto - si veda, in questo senso, la sequenza con il cane da guardia, una delle più irresistibili ed imbarazzanti della carriera dell'attore e regista australiano -: nonostante questa "commercializzazione", comunque, il prodotto funziona e diverte sempre parecchio, grazie sicuramente anche al ruolo di parte seria della coppia di Murtaugh, alla macchietta che, di fatto, è Leo Getz/Joe Pesci e all'inserimento vincente di Rene Russo, protagonista con il già citato Gibson di una delle scene di "sesso" più note della storia recente della settima arte, nonchè già più volte citata e parodiata - chi non ha mai visto, Arma letale o no, quella sequenza del conteggio delle cicatrici che finisce con una scopata royale, in fondo!?!? -.
La scelta di affiancare una presenza femminile anche al caotico Riggs risulta azzeccata anche nell'ottica generale della saga, che ha una forte componente radicata nei concetti di famiglia e cura dei propri cari - i Murtaugh, di fatto, adottano sia Riggs che Getz -, e pone le basi per quella che sarà una delle sorprese più importanti - per quanto riguarda i personaggi - nel successivo quarto capitolo: c'è spazio inoltre per una riflessione legata alla depressione da pensionamento e alla sensazione che, una volta appeso al chiodo il lavoro - specie se si è così fortunati da averne uno che appassiona -, si possa avere una paura fottuta di non essere utili a niente e nessuno, e ad una sulla violenza nelle strade che, nelle grandi metropoli come Los Angeles, conduce ragazzi giovanissimi alla morte soltanto perchè mossi da un qualche ideale di gloria malriposto.
Ma non pensate che questo Arma letale 3 sia un film da introspezione o contraccolpi particolarmente profondi: il lavoro di Donner è quello di regalare al pubblico la sensazione di essere completamente a suo agio sul divano con snack, salsa piccante ed un bel bicchiere di robusto bourbon pronti a godersi ogni singola follia che i protagonisti riusciranno ad inventarsi per fare il culo al criminale di turno, specie se il malvivente in questione dovesse avere l'insana idea di spostare il "conflitto" su un piano personale.
Dunque troverete già pronte ed impacchettate una prima parte più votata all'ironia e al lato guascone del poliziesco ed una seconda all'interno della quale sarà l'azione a farla da padrona, con un finale ambientato in un cantiere di case in costruzione che permetterà al buon Riggs di sfoderare un altro dei suoi numeri, ed un epilogo che andrà ad omaggiare l'esordio del charachter di Murtaugh, con tanto di torta, candeline, famiglia al completo e vasca da bagno.
Senza dubbio, questi due sbirri apparentemente male assortiti, rappresentano una delle coppie cinematografiche migliori che il genere abbia mai regalato al suo pubblico, ed ora che mi ritrovo ad averli riscoperti difficilmente li abbandonerò, specie in quelle serate in cui sentirò il bisogno di sciogliere i muscoli e rilassarmi senza dover necessariamente rifare i connotati al sacco o a qualcuno a me sgradito.


MrFord


"If the night turned cold
and the stars looked down
and you hug yourself
on the cold cold ground
you wake the morning
in a stranger's coat
no-one would you see
you ask yourself, 'Who'd watch for me?'
My only friend, who could it be?
It's hard to say it
I hate to say it
but it's probably me."
Sting - "It's probably me" -


 
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