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martedì 5 giugno 2018

Proprio lui? (John Hamburg, USA/Cambogia, 2016, 111')







Ricordo ancora benissimo la sera in cui, tornato dal lavoro tardi, con i Fordini già a letto e Julez quasi, mangiai guardando Nonno scatenato, becerata all'americana di quelle buone per far venire la pelle d'oca a tutti i radical chic del mondo: le risate sguaiate e liberatorie di quell'occasione, in barba alla pochezza artistica del prodotto, furono un toccasana neanche avessi visto un filmone a cinque stelle - o quattro bicchieri, per usare il linguaggio del Saloon -.
Poco tempo fa, nel pieno della prima - e non positiva - esperienza lavorativa dopo il mio "anno sabbatico" da casalingo, in una serata da weekend zero impegni e zero neuroni, abbiamo ripescato casualmente dal bacino di Sky questo Proprio lui?, commediaccia di grana grossissima a tema "da famiglia" con Bryan Cranston e James Franco uscito nelle nostre sale all'inizio del duemiladiciassette e almeno da queste parti passato completamente in sordina: fortunatamente per me ed i miei neuroni alla ricerca di svago, il lavoro di Hamburg si è rivelato pienamente all'altezza del già citato Nonno scatenato così come dei più scombinati lavori della brigata Apatow, in particolare - considerato il protagonista - Strafumati, ancora oggi uno dei miei cult ignoranti più amati in assoluto.
Il confronto tra la famiglia dell'inquadrato piccolo imprenditore Ned, giunta in California dal Michigan per festeggiare il Natale accanto all'amata primogenita ed al suo nuovo fidanzato, un giovane multimilionario legato al mondo dei videogames e delle app, è uno spasso sopra le righe e spesso e volentieri decisamente volgare - ma non nel senso volgare del termine - che ha permesso non solo che mi sguaiassi sul divano cercando di non fare troppo casino ridendo rischiando in quel modo la sveglia dei Fordini, ma anche di ripetermi la sera successiva quando, complice la dormita fatta da Julez più o meno a metà pellicola, abbiamo replicato la visione accanto ai suoceri Ford, per mia fortuna decisamente più easy e meno inquadrati del rigido - almeno al principio - Ned.
Proprio sul personaggio interpretato da Cranston mi sono concentrato pensando al momento in cui la Fordina comincerà a presentarmi i fidanzati ufficiali, e sarò costretto non solo a cercare di non immaginare neppure quello che combineranno tra loro, ma anche a non colpire con una bottiglia il malcapitato di turno: e tra i riferimenti ai Kiss - non avrebbero potuto scegliere una band più cara al sottoscritto, con tanto di sorpresa finale -, gag davvero sopra le righe come piacciono qui al Saloon, un Franco talmente larger than life da risultare inesorabilmente spassoso, Proprio lui? ha rappresentato il punto più alto, per quanto strano possa suonare, che una commedia abbia toccato da queste parti negli ultimi mesi, in barba a tutto il radicalchicchismo ed alle proposte a denti stretti che spesso un certo Cinema d'autore forzato vuole propinare rispetto al genere.
La commediaccia, invece, è importante, vitale e sincera, quasi un simbolo perfetto - con l'action tamarra - del pane e salame che tanto amo e che sempre difenderò, si tratti di settima arte o di vita in generale: se, dunque, siete genitori di una bimba come il sottoscritto, godetevi questa parabola sguaiata per alleggerirvi dal pensiero di quando vi ritroverete dall'altro lato della barricata, mentre se siete fan hardcore del Cinema "alto", fate un favore ai vostri cervellini fumanti ed abbandonatevi a questo viaggio sulle montagne russe della volgarità, delle risate e della sguaiatezza.
Non si sa mai che possa aiutarvi a stringere un pò meno le chiappe.



MrFord




 

domenica 20 aprile 2014

I dischi con cui sono cresciuto

La trama (con parole mie): alle spalle la carrellata dei film che hanno rappresentato la mia crescita ed infanzia, eccoci giunti ai dischi, cronologicamente posti qualche anno dopo eppure altrettanto importanti, specie considerato che, negli anni della mia adolescenza ed appena di seguito, di fatto rappresentarono una realtà anche più d'impatto di quella della settima arte.
Proprio cercando di conservare quello spirito, ecco i dieci dischi della mia formazione in rigoroso ordine di "accadimento" per il sottoscritto.


BRYAN ADAMS - SO FAR, SO GOOD


Il mio primo disco "da adulto", ed il mio primo concerto in assoluto. 
Era la fine del '93 o qualcosa del genere, e al Forum di Assago assistetti alla meraviglia del rock dal vivo. Summer of '69 rimase, per anni, nel mio cuore, e ancora oggi, quando ascolto quell'attacco, ho un tuffo simile a quello che il buon Bryan cantava proprio con quel pezzo.

LIGABUE - BUON COMPLEANNO, ELVIS


Prima che Ligabue cominciasse a fare dischi fotocopia e diventasse l'idolo delle cinquantenni insoddisfatte che si credono rock, fu la colonna sonora della mia prima grande cotta al liceo, legata a doppio filo a Jack Frusciante è uscito dal gruppo e alle fantasie tutte adolescenziali di chi si crede unico e poi scopre che tutti lo sono, pur se in modo diverso. Ricordo il concerto a San Siro, l'estate in cui morì mio nonno. E i primi accordi imparati sulla chitarra. E Vivo, morto o X cantato mentre tornavo da scuola, gridato contro i professori.

GREENDAY - DOOKIE


Più o meno nello stesso periodo, ricordo la gioia della primavera, in barba a tutte le stronzate e le paranoie, ritmata dalla cassetta di Dookie, che da Burnout a Basket case imperversò nel mio walkman dandomi una carica che non avevo mai provato prima. Quella dell'energia che sale, e ancora non si sa davvero bene come sfruttare.

ALANIS MORRISSETTE - JAGGED LITTLE PILL


Se non ci fossero state Viva! e Under the bridge, questo disco avrebbe rappresentato, per intero, la colonna sonora di quella prima, clamorosa, incredibile e mai davvero vissuta cotta del terzo anno. Ironic, canterebbe Alanis. Ironic, penso io ora, che sono quanto di più lontano da quella timidezza si potrebbe pensare.

STING - FIELDS OF GOLD


Così come fu per Bryan Adams, la raccolta di Sting rappresentò l'occasione per esplorare nuovi orizzonti che, qualche anno dopo, mi avrebbero condotto dalle parti del jazz e della fusion, fino ai miei amati Weather Report. Forse un pò troppo adulto rispetto a quando iniziai ad ascoltarlo, Sting fu l'inizio del mio periodo più cupo e di chiusura. Moon over Bourbon Street, in un certo senso.

R.E.M. - OUT OF TIME


L'abisso che si spalancò e portò ai due anni del Ford più stronzo che poteva esistere. Gli anni del "sono meglio degli altri", delle ragazze trattate di merda, delle amicizie tradite. Ma anche quelli che accesero la scintilla che mi portò ad iniziare a scrivere. Tutti qui, in un'altra cassetta letteralmente consumata.

THE OFFSPRING - AMERICANA


L'inizio della fine del tunnel in cui ero sprofondato, tra isolamento, lunghe camminate nei boschi, poesie e Letteratura. Il ritorno al mondo giunto con la fine del liceo, il primo grido di libertà dopo gli anni più duri dell'adolescenza. Peccato solo che si tradusse anche in uno dei concerti più deludenti della mia carriera di spettatore. 

KISS - LOVE GUN


Ad un periodo di cupa quiete, seguì uno di chiassosa tempesta: avrei potuto citare l'intera discografia del gruppo che mi ha cambiato la vita facendo di me il tamarro sguaiato che sono oggi, ma ho preferito limitarmi all'album che, per caso, trovai appoggiato alla mia scrivania, dimenticato da uno dei migliori amici di mio fratello.
Lo misi nello stereo, e tutto cambiò.

TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI - MOSTRI E NORMALI


L'avvicinamento al mondo del Fumetto da addetto ai lavori, la prima storia importante dopo anni di cazzatine, i viaggi tra Milano e Venezia, l'avvicinarsi di un'altra epoca della vita. Ora come ora, i TARM mi paiono come un esperimento finto alternativo imprigionato in una bolla, eppure hanno significato il primo, vero passaggio agli anni della post-adolescenza, dall'università al lavoro.

THERAPY? - TROUBLEGUM


I miei inizi da Virgin, l'impatto con il mondo del lavoro, l'essere il più piccolo del gruppo, il fratello minore, un rapporto incompleto che allora pareva il più completo immaginabile, i mezzi a fare da compagnia a viaggi da una parte all'altra di Milano.
Nel frattempo era arrivato il discman, e Troublegum fu uno dei primi inni a forzare al massimo il suo volume, da Knives a Screamager. Una bomba.




lunedì 14 gennaio 2013

2012 in music

La trama (con parole mie): approfittando della giornata musicale e dell'insolita versione che il Saloon fornisce oggi di se stesso, mi concedo - altra cosa rara - un giro sulle sette note che possa rivedere i pezzi che hanno regalato qualche emozione in più al duemiladodici appena trascorso del sottoscritto.
Un pezzo - ed un album di riferimento -, più o meno, per ogni mese, che possa simboleggiare un ricordo, un istinto, un'esperienza: non per tutti, ma tutta e a partire da me, ecco la soundtrack quasi ufficiale dell'ultimo anno fordiano.



 Gennaio: Psychosocial – Slipknot


Fin dai tempi della loro ribalta internazionale ho sempre adorato – per look e piglio “forte” – questi ragazzoni di Des Moines e la loro musica arrabbiata e violenta: Psychosocial, tratta dal loro disco “All Hope is gone”, è stata la colonna sonora perfetta dei romanzi di Nesbo, rispondendo colpo su colpo alle botte al cuore che ad ogni occasione è riuscito a darmi Harry Hole.
Quando, poi, devo convogliare in musica la rabbia, pezzi come questo sono perfetti: quasi un sacco da boxe trasformato in note.




Febbraio: Of monsters and men - Little talk


Scoperto per caso ascoltando la radio nel pieno di una sessione di pulizie casalinghe, questo brano è stato una piccola rivelazione in grado di entrarmi sottopelle fin dal primo ascolto grazie ad un’atmosfera a metà tra la festa e la malinconia, impreziosita da un video che adoro – così come il nome della band – ed un’atmosfera forse un po’ alternativa, ma di quell’alternativo yeah che non posso non amare. Mi fa ancora oggi pensare ad una giornata di inizio primavera in cui la pioggia è appena finita, e si sente il profumo della prima erba bagnata.




Marzo: Canzone del maggio e Nella mia ora di libertà – Fabrizio De Andrè


A seguito di una serata che portò ad una sbronza colossale, in un momento particolarmente ostico di un anno ancora più ostico per il lavoro, ho ripescato Storia di un impiegato, concept album dell’indimenticato Faber legato ai disagi di chi un giorno decide di ribellarsi al sistema esplodendo – letteralmente – tutta la sua rabbia.
I pezzi di apertura e chiusura di quel disco, profondamente legati tra loro, sono due tra i più potenti di tutta la Musica italiana, nonché senza dubbio tra i miei preferiti del mio cantautore del cuore.
“Per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti”. Da brividi.



Aprile: Somebody that I used to know – Gotye


Singolo di traino di un disco che, nel suo complesso, non convince tanto quanto questa hit vorrebbe far credere, ammetto che Somebody that I used to know è stato uno dei titoli passato più volte sul mio Ipod la scorsa primavera, rinverdendo i fasti dello Sting dei tempi d’oro ed accompagnando il sottoscritto verso una nuova stagione che, più che un’esplosione, è stata un crescendo.
Un po’ come la stessa canzone, che parte quasi in sordina e si concretizza in un incrocio di voci da pelle d’oca. 




Maggio: We take care of our own – Bruce Springsteen


Non poteva non essere parte della compilation fordiana targata 2012 il Boss, che torna sulla piazza con un disco che ho amato moltissimo, e che è riuscito a portare la memoria ai tempi di Born in the USA: cuore, stomaco e mani da chi è abituato a lavorare per un album profondamente proletario, lanciato da un pezzo in puro stile Springsteen che, in realtà, è soltanto l’apripista di una manciata di canzoni da urlo.



Giugno: Some nights – Fun


Altra sorpresa del 2012, questo brano a metà tra la marcia e l’inno da stadio è stato il primo tormentone di un’estate che attendeva di esplodere nel segno del Fordino: come il ritorno della bella stagione, questa canzone trasmette la sensazione di rialzarsi e correre dopo troppo tempo passato con il culo per terra.
E considerato che da queste parti, spesso e volentieri, si tengono i cavalli, direi che si ha anche bisogno di sensazioni di questo genere almeno quanto della bevuta quotidiana.



Luglio: Only the horses – Scissors sisters


E parlando di cavalli, non posso non citare quello che è stato l’inno ufficiale del consueto appuntamento con il festeggiamento dell’addio al celibato che da qualche anno a questa parte è diventato un cult dell’estate in casa Ford – o più precisamente, fuori da casa Ford, considerato quello che accadde nel corso della prima, vera, "notte da leoni" del sottoscritto -: un pezzo esaltante, gioioso, carico di energia come solo un certo periodo dell’anno sa essere.


Agosto: Guardian - Alanis Morissette
 
 
All’annuncio ufficiale dell’arrivo del Fordino è seguita di pochissimo l’uscita del pezzo di una delle rocker storiche della mia adolescenza dedicato proprio al figlio, diventando immediatamente un supercult di casa Ford: persa l’aura dei primi album, la vecchia Alanis sfodera comunque una ballad rock di quelle d’impatto assicurato, che è riuscita a rappresentare al meglio il momento di gioia legato alla futura paternità.
The greatest honor of all as your guardian. Parole sante.



Settembre: Sunrise – Ryan Bingham


A fine 2011, in occasione del mio compleanno, un amico mi regalò Mescalito, disco non più recentissimo del giovane Ryan Bingham, figlio del nuovo country che qui al Saloon è praticamente di casa: risultato fu che ancora oggi continuo a consumare le tracce di quell’album, che si apre con la magnifica Sunrise, un pezzo da Frontiera pura che, nei continui viaggi in treno da pendolare, ha il potere di cambiare il setting che mi accompagna e sostituire la Pianura Padana con la sua nebbia da record schiaffandomi davanti agli occhi il Texas del mio adorato West.


Ottobre: Hell or Halleluja – Kiss


Il 2012 ha segnato il grande ritorno della band che è stata il mio primo, vero, grande amore rock sulle scene a due anni dal già buon Monster: il pezzo d’apertura nonchè primo singolo è una tirata kitch e larger than life nella migliore tradizione Kiss, apripista di un disco che pare uscito dai loro momenti migliori del passato nonostante la formazione non sia più, purtroppo, quella originale.
Per omaggiare questo avvenimento ho approfittato dell’occasione, ed il 18 giugno sarò con mio fratello al Forum di Assago per scuotere un po’ le mie vecchie membra e vedere questi mostri sacri del rock ancora una volta dopo quattordici anni. Hell yeah!



Novembre: Natural disaster e Day that I die – Zac Brown


Scoperto grazie ad una collaborazione con Kid Rock, famosissimo negli States – dove ha fatto incetta di premi fin dal suo esordio – e purtroppo praticamente sconosciuto qui da noi, questo mio quasi coetaneo è il rappresentante più importante del country di questa generazione, portatore sano di quei valori tipici del “Southern Wild” che tanto piacciono a noi vecchi cowboys.
Se la prima tra le due canzoni è una ballad vivace che racconta un gioco di passione e seduzione, la seconda è un brano struggente di quelli che vorrei tanto fossero suonati al mio funerale, o alla festa senza lacrime che ne dovrebbe conseguire – sempre per tornare allo stile di noi “bestie del profondo Sud” -: erano anni che non mi capitava di ascoltare un brano venti o trenta volte di seguito come è successo con questo.




Dicembre: Happy New Year – Kid Rock


Non potevo non chiudere la carrellata senza il mio protetto repubblicano Kid Rock, uscito un po’ in sordina con un nuovo album – Rebel soul – che seppur non in grado di regalare gli acuti di Devil without a cause e Cocky, o la solidità di Born free, si presenta come un prodotto tosto ed onesto, erede della grande tradizione degli States del lavoro duro, delle armi da fuoco, della malinconia di casa e delle feste selvagge tutte alcool e sesso.
Politicamente non c’entra molto con me, ma che volete farci!? Io a Robert James Ritchie voglio proprio bene, e mi godo i suoi dischi almeno quanto una bella bottiglia di Jim Beam, preferito non solo mio e suo, ma anche del sempre mitico Harry Hole.
Mica poca roba, insomma.



mercoledì 11 luglio 2012

Rock of ages

Regia: Adam Shankman
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 123'




La trama (con parole mie): Sherrie, giunta a Los Angeles dalla provincia profonda carica di sogni di rock and roll incontra per caso Drew, aspirante cantante che lavora come barman al Bourbon Club, uno dei locali che ha dato origine alla leggenda degli Arsenal e di Stacee Jaxx, loro leader e frontman.
I due ragazzi si innamorano proprio alla vigilia dell'ultima esibizione del gruppo di Jaxx prima del suo esordio come solista, ma durante il concerto le loro strade si dividono: Drew viene ingaggiato dal manager di Stacee, il viscido Paul Gill, come nuova promessa della musica, mentre Sherrie finisce a lavorare nello strip club gestito da Justice Charlier.
Le cose paiono mettersi sempre peggio per il rock ed i suoi alfieri, complice il volere del sindaco Whitmore e della sua consorte, e per il Bourbon Club, ma proprio quando le speranze vacilleranno, i nostri impareranno "a non smettere di credere".




Mi fa davvero molto, molto strano mettermi a scrivere un post che possa trasmettere il senso e le emozioni che il rock è in grado di regalare: potrei andare con la memoria a quel giorno in cui il mio vecchio amico Emiliano, passato dall'allora casa Ford, dimenticò Love gun, cd dei Kiss del 1977 che finì per curiosità nel mio stereo e diede inizio ad una vera e propria febbre che portò in dono, oltre ai suddetti Kiss, band come i Black Sabbath, gli Ac/Dc, i Led Zeppelin, gli Aerosmith e tante altre, per una passione che ancora, dopo tutti questi anni, è tutt'altro che spenta, tanto che basta l'inizio di un riff per scatenare un'energia inesauribile.
O degli anni passati a frequentare lo Zoe, storico locale delle profondità di Baggio ed ultimo baluardo delle discoteche rock milanesi dopo la caduta degli storici Rainbow, Transilvania e Transilvania Live, tra le mura del quale il sabato sera - oltre a sbronze colossali - si andava incontro ad un ritorno al futuro nel pieno degli anni ottanta fatto di personaggi improbabili, fan del glam e perle a profusione - almeno quelle che riesco a ricordare -.
Ma basterebbe soltanto pensare a questa mattina, o ad una qualsiasi, quando premendo il tasto play sull'Ipod avviandomi alla stazione il mondo cambia con il passo e la sensazione di poter andare avanti come uno schiacciasassi anche quando mi aspetta una giornata di lavoro tutto tranne che stimolante o entusiasmante, prendendo quello che arriva come qualcosa di magico, unico e speciale.
Questo è il rock.
Per me, ma fortunatamente non solo.
Il rock è come la carne al sangue, un bourbon che ti spacca il naso con un pugno e poi ti infila la lingua in bocca, la sensazione che sì, ci sei, ed è questo il tuo momento: una sorta di carpe diem dopato e con il volume al massimo.
Rock of ages non sarà mai la trasposizione effettiva di questa sensazione, di questa magia - troppo morbido, legato alla recente iconografia filtrata dal Cinema per famiglie e da Glee -, eppure per chi lo ama rappresenterà un palliativo piacevole e non indifferente agli anni che passano e a tutte quelle voci che vorrebbero la sacra fiamma del R&R spenta per sempre: certo, abbiamo una storia d'amore nel più canonico dei suoi percorsi, degli antagonisti soltanto caricaturali - nonostante il sempre mitico Bryan Cranston ed una Catherine Zeta-Jones in grande spolvero, soprattutto nella sua interpretazione del classico di Pat Benatar Hit me with your best shot -, passaggi non limpidi - o troppo limpidi - dello script, un non osare che finisce per limitare anche le sfumature più interessanti della storia.
Ma abbiamo anche Stacee Jaxx.
E Stacee Jaxx è il rock.
Quel rock barcollante e sfrontato che non molla mai, neanche quando il suo tempo pare inesorabilmente tramontato, o la leggenda ha superato la realtà neanche fossimo nel vecchio West di John Ford e quasi si ha la sensazione di soffocarcisi dentro: perchè Stacee è prigioniero del suo mito, volontario esiliato di una solitudine fatta di donne che cadono ai suoi piedi e palchi confusi uno con l'altro, ex ragazzo smarrito che ancora pare non avere il coraggio di crescere, quasi avesse paura che quella spinta, quella magia possa essere subordinata ad una cosa mutevole come l'età.
Ma non è così, caro Jaxx.
Il rock non è così.
Il rock è per sempre, una volta che ci sei davvero dentro.
Ed il percorso per arrivare a questa consapevolezza è lungo, arduo e pericolosamente in bilico tra il piacere estremo ed il più rischioso degli smarrimenti.
Ma chi davvero lo ama non si tirerà mai indietro.
Un pò come il vecchio Stacey, cui non poteva prestare follia, corpo e volto - e chissà, forse anche anima - quel Tom Cruise che salta sui divani e sgrana gli occhi, giunto alla soglia dei cinquanta eppure fisicamente ancora a stento un quarantenne - se non meno -.
Un Tom Cruise che si destreggia tra Guns, Def Leppard, Poison e gli alfieri di questa schiera di cui orgogliosamente mi sento parte ogni giorno, quando basta un play per sentirsi a cavallo del mondo intero come ad essere giganti su una tavola da surf lunga quanto la Via Lattea.
E poco importa che Rock of ages sia poco più di un cocktail sciapo, rispetto alle gradazioni cui posso essere abituato: il solletico che provoca è quello della fiamma che non si spegne, di quel Love gun dimenticato da Emiliano, della lingua di qualche tizia di cui non ho mai ricordato il nome di un sabato sera allo Zoe, di ogni giorno prima e dopo il lavoro, di quando sarà il momento in cui, chissà, quei riff potrebbero risvegliare sensazioni simili anche nei miei figli, che potranno anche arrivare a pensare che sarò troppo vecchio per un concerto, o per ascoltare quella musica.
Ma non si è mai troppo vecchi, per il rock.
Come non si è mai troppo vecchi per la vita.
E per la fiamma che non si spegne.


MrFord


"Rise up! Gather round
rock this place to the ground
burn it up let's go for broke
watch the night go up in smoke
rock on! (rock on!)
drive me crazier, no serenade
no fire brigade, just Pyromania, c'mon."
Def Leppard - "Rock of ages" -


 

lunedì 13 giugno 2011

Say yeah!

La trama (con parole mie): Niente giri di parole. Quorum raggiunto. Bottigliate in arrivo per Mr. B(ean) e compagnia bella. Grande, grande soddisfazione.

Normalmente, a meno che non traspaia dalle mie righe, non considero il mio blog/saloon come uno spazio politico, ma questa volta ci vuole proprio.
Non è neppure passata la batosta delle amministrative, che è arrivata anche quella dei Referendum.
Finalmente cominciamo a mostrare di che pasta siamo fatti.
Speriamo sia solo l'inizio.

MrFord

"Now, I don’t wanna hear you might
there’s a fire that you’re near
and sparks ignite
if you’re ready for a wild ride
let me hear you say yeah!"
Kiss - "Say yeah" -

Role models

La trama (con parole mie): Danny e Wheeler sono due promoter che si occupano della promozione di una nuova energy drink nelle scuole superiori. Il primo è ombroso, piuttosto stronzo e visibilmente insoddisfatto della sua vita e del suo lavoro, nonchè fidanzato da anni con l'avvocatessa Beth. Il secondo ha abbracciato felicemente la vita dello scapolo e si gode i suoi giorni senza troppe preoccupazioni. Tutto questo fino a quando Beth molla Danny che, ubriaco, mette i due nei guai con la legge e li costringe a dedicarsi a centocinquanta ore di servizio civile per evitare il carcere.
La "pena" prevede che i nostri si occupino di due ragazzini con dei problemi: a Danny tocca Augie, chiuso nel suo mondo fatto di giochi di ruolo e signori degli anelli vari, a Wheeler Ronnie, sboccato e pronto a dare battaglia all'ennesimo adulto che gli viene assegnato.


Devo dire che il mio fratellino Dembo comincia a conoscermi bene.
Quando mi suggerì di recuperare Role models, una decina di giorni fa, la mia mente passò da una cosa scassona ed action come The Losers al "nostro" indimenticabile Suxbad, senza sapere bene cosa aspettarmi, a parte il fatto che faceva parte del cast la sempre agguerrita Sue Sylvester che tutti gli spettatori di Glee hanno imparato ad amare.
Risultato: pur non raggiungendo le vette toccate dalle imprese di McLovin, Role models è stato un ottimo intrattenimento godereccio appartenente meritatissimo dell'Apatow-movement che tante perle sta regalando a noi vecchi, inossidabili cazzoni sempre pronti ad una serata tra amici ed una risata - anche di troppo -.
Inoltre, due elementi hanno permesso che percepissi Role models in modo molto più personale rispetto ad altre pellicole dello stesso genere: il servizio civile e i Kiss.
Come altre volte mi è capitato di raccontare, i dieci mesi che spesi tra il 2000 e il 2001 in modo da esaurire i crediti dello Stato sulla mia persona - peraltro, ricordo che fui l'unico tra i miei amici a passare al primo colpo le visite dei famigerati "tre giorni" e ad essere chiamato per adempiere ai miei doveri - furono tra i più importanti e formativi che mi sia capitato di vivere nel corso della mia vita. 
Fu l'occasione di cimentarsi in qualcosa che non avevo mai fatto prima e scoprire come rapportarsi a problematiche fino a quel momento da me praticamente neppure immaginate.
Dall'altra parte, come il mio antagonista Cannibale ben sa, i Kiss sono state una delle band responsabili del mio amore per il rock e per le maschere, per i fumetti e per il senso di spettacolo che ancora oggi mi attanaglia e mi fa godere di tamarrate inusitate come, ad esempio, il wrestling - che se solo avessi un pò più di tempo e qualche anno meno continuerei a praticare dopo la mia esaltante esperienza legata ad un incredibile regalo di Julez, ma questa è un'altra storia-.
Tornando al film, non posso certo dire che si tratti di una pellicola fondamentale ed assolutamente necessaria per uno spettatore, eppure nell'ambito della commedia demenziale made in Usa di cui sopra si colloca ben al di sopra di altri titoli più noti e riconosciuti - qualcuno ha detto Molto incinta? -: inoltre, il valore aggiunto dato dalla presenza di Christopher Mintz-Plasse, vero e proprio nuovo oggetto di culto del panorama attoriale giovane, è assolutamente incalcolabile, e rende davvero al meglio in un contesto come quello dei giocatori di ruolo dal vivo ricco di sfigati e subnormali a livelli che voi umani non potreste neppure immaginare - e lo dico da conoscitore della materia, essendo stato frequentatore, almeno in passato, delle fiere di fumetti, nonchè giocatore di ruolo, pur se "solo" da tavolo -.
L'accettazione del diverso e la crescita interiore legata al confronto con lo stesso è un tema vecchio come il mondo, e qui neppure affrontato nel modo più originale possibile, eppure a volte bastano una semplice buona dose di onestà ed autoironia per trasformare un potenzialmente banalissimo filmetto in un divertente intrattenimento pomeridiano.
Inoltre, Sean William Scott e quel suo essere tamarro - spalleggiato dal piccolo, terribile Ronnie - rientra perfettamente nella mitologia fordiana degli ultimi anni, e culmina nella battaglia tra giocatori di ruolo sul terreno della quale i nostri si presentano in formazione piena e truccati come i suddetti Kiss.
Ovviamente, come il sottoscritto ai tempi in cui mi cimentai nell'impresa, lo stesso Scott impersona "Space" Ace Frehley, da sempre il mio favorito della band.
Chissà che un giorno non decida dunque di ripetere l'esperienza - facendomi clamorosamente buttare fuori di casa da Julez - e di pubblicare una foto della versione fordiana dei Kiss.
Bastano solo altri tre volontari.
E mi offro, tramite attenta parafrasi, di ripagare i fortunati spiegando nel dettaglio il sottotesto culturalmente superiore di Love gun.

MrFord

"No place for hidin' baby
no place to run
you pull the trigger of my
love gun, (love gun), love gun
love gun, (love gun), love gun."
Kiss - "Love gun" -
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