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venerdì 27 dicembre 2019

Ford Awards 2019: del peggio del nostro peggio




Come ogni anno, l'appuntamento con il Ford Award dedicato ai film peggiori passati su questi schermi nel corso degli ultimi dodici mesi diventa un momento utile per riflettere non solo sulle pellicole clamorosamente brutte o malriuscite, ma anche su quelle che, per aspettative o potenzialità, hanno tradito clamorosamente le attese. Quale sarà il vincitore di quest'anno di questa decisamente poco ambita classifica?


MrFord



N°10: US di JORDAN PEELE

Noi Poster

Apre la carrellata proprio una pellicola dal sapore di delusione profonda: Jordan Peele, alle spalle il successo di Get out, porta sullo schermo una riflessione sulla società e le differenze legate ad essa di grande impatto visivo e tecnicamente molto valida. Peccato che compia uno dei passi falsi peggiori che un autore possa compiere: pecca di grandissima presunzione, e proprio quando potrebbe diventare un nuovo cult, finisce per avvitarsi su se stesso perdendo gran parte della potenza accumulata nel corso dei minuti. E quel "noi", all'improvviso, diventa "loro", e Peele appare più parte del Sistema che non della Ribellione.


N°9: TERMINATOR - DESTINO OSCURO di TIM MILLER

Terminator - Destino oscuro Poster

Altra clamorosa delusione - nonchè occasione sprecata - legata ad una pellicola che personalmente attendevo con trepidazione rivelatasi la fotocopia sbiadita del mitico Terminator 2 - Il giorno del giudizio. L'idea di portare sullo schermo il vero e potente sequel dei primi due film di una saga che negli anni ha avuto molti bassi e pochi alti non ha portato ad altro se non ad un'operazione nostalgia nata e finita male. Un vero peccato, soprattutto per i vecchi fan.


N°8: WOUNDS di BABAK ANVARI

Wounds Poster

Altro giro, altra delusione per un titolo della scuderia Netflix finito al Saloon spinto dai commenti positivi di alcuni colleghi bloggers e dalle atmosfere cronenberghiane partito in modo intrigante e finito con il peggiore dei finali finto autoriali/pessimisti/finti incomprensibili.
Un pasticcio che inghiotte un attore sempre interessante costretto, con la cornice di New Orleans, a tenere il peso dell'intero lavoro sulle spalle, fumo negli occhi di quelli che, come a conti fatti è stato, paradossalmente finiscono per stregare, non si sa come, i cinefili più radical.


N°7: X-MEN DARK PHOENIX di SIMON KIMBERG

X-Men: Dark Phoenix Poster

E anche la saga dei nuovi X-Men, iniziata qualche anno fa come prequel della precedente, non sfrutta la spinta dei due ottimi capitoli iniziali e si chiude con una delusione cocente, una pellicola che stravolge le vicende narrate negli albi a fumetti e diventa un baraccone poco emozionante e coinvolgente in grado di far risultare scialbi o mettere in disparte anche personaggi clamorosamente azzeccati come il Quicksilver di Evan Peters.
Un peccato, perchè i mutanti di casa Marvel, in realtà, avrebbero potenzialità perfino più grandi dei loro cinematograficamente più illustri colleghi Avengers. E invece finiscono qui.


N°6: HELLBOY di NEIL MARSHALL

Hellboy Poster

Altro regista amatissimo in casa Ford, altro titolo che portava grandi aspettative, altre clamorosa delusione. Con l'ingrato compito di riproporre un personaggio reso molto bene sul grande schermo qualche anno fa da Del Toro, Neil Marshall toppa in modo sconvolgente regalando, si fa per dire, al pubblico una pellicola pasticciata, dozzinale, troppo pane e salame - e non in senso buono, questa volta - perfino per uno come il sottoscritto, che del pane e salame ha fatto negli anni una bandiera.
Più concentrati sull'idea di dare inizio ad una nuova saga e ad un brand, gli autori perdono la strada presto e male, confezionando un lavoro spento e senz'anima. 


N°5: DOMINO di BRIAN DE PALMA

Domino Poster

Nel corso degli anni anche i grandi registi, purtroppo per me, di tanto in tanto hanno finito per popolare la classifica del peggio, senza sconti quando la delusione era troppo grande o il risultato del loro lavoro decisamente lontano dagli standard che gli stessi avevano negli anni contribuito a settare: a questo giro tocca a Brian De Palma, storico nome del thriller che, sfruttando - spero insieme ai suoi produttori - la scia di notorietà del protagonista legata al ruolo giocato in Game of thrones finisce per compiere uno degli scivoloni più clamorosi della sua carriera, ed invece di una riflessione profonda sul ruolo del terrorismo oggi - specialmente in Europa - finisce imprigionato in una vera e propria fiera del pacchiano e delle banalità da Studio Aperto.


N°4: ALADDIN di GUY RITCHIE

Aladdin Poster

Se qualche anno fa qualcuno mi avesse detto che Guy Ritchie, autore di cose come Lock and stock e The Snatch, sarebbe finito a dirigere l'ennesimo, inutile reboot/remake di un Classico Disney - che peraltro amo moltissimo - giusto per fare cassa, avrei riso, e anche forte.
E invece ecco che l'autore anglosassone finisce schiavo delle manie di protagonismo di Will Smith e di una revisione di Aladdin che mescola parkour e presunta "modernizzazione" ed una povertà di idee che ha del clamoroso: perfino i Fordini, che conoscono il cartone animato a menadito - e forse proprio per quello - hanno attraversato la visione totalmente indifferenti.


N°3: ESCAPE ROOM di ADAM ROBITEL

Escape Room Poster

I teen horror di sopravvivenza sono un vero e proprio campo minato all'interno del quale avventurarsi, cinematograficamente parlando: il rischio di trash senza ritegno e pellicole pronte a "totalizzare zero sul grafico Pritchard" è elevatissimo, e le possibilità di incontrare qualcosa di davvero interessante sempre troppo basse.
Appartiene pienamente al novero Escape Room, filmetto dimenticato in fretta perfetto nell'incarnare la pochezza di questo tipo di Cinema. Che, forse, potrebbe non essere neppure considerato Cinema a tutti gli effetti.


N°2: PEPPERMINT - L'ANGELO DELLA VENDETTA di PIERRE MOREL

Peppermint - L'angelo della vendetta Poster

Firmato dallo stesso autore del tanto detestato - qui al Saloon - primo Taken, Peppermint entra a piedi uniti nel filone del revenge movie di grana grossa, propinando al pubblico una vicenda assolutamente implausibile raccontata con l'arroganza di chi, al contrario, pensa di stare realizzando qualcosa di profondo ed interessante. In realtà, tutto suona come una versione al femminile del suddetto Taken, giusto per arruffianarsi l'opinione pubblica sfruttando tutto quello che è accaduto ed è diventato, purtroppo, una sorta di "moda" nell'ultimo paio d'anni.
Una vera e propria schifezzona che si contrappone alle delusioni d'autore di questa classifica.


N°1: LA LLORONA - LE LACRIME DEL MALE di MICHAEL CHAVES

La Llorona - Le lacrime del male Poster

E a proposito di schifezzone, ecco quella che vince a mani basse il Ford Award per il peggio del duemiladiciannove: un horror totalmente illogico, prevedibile, noioso, realizzato come peggio non si poteva e nato da una costola della più fortunata serie The Conjuring.
Una produzione buona per le peggiori distribuzioni da agosto inoltrato e sale deserte che qui al Saloon abbiamo avuto la sfortuna di incrociare in una di quelle serate di stanca in cui un horror - o un film di genere - potrebbe avere il potere di migliorare l'umore e distrarre come un massaggio rilassante, e che in questo caso ha finito per rivelarsi peggiore di qualsiasi incubo.



I PREMI

Peggior regista: Pierre Morel per Peppermint - L'angelo della vendetta
Peggior attore: Nicolaj Coster Waldau per Domino
Peggior attrice: Jennifer Garner per Peppermint - L'angelo della vendetta
Premio "parrucchino di Nicholas Cage" per il personaggio trash: la Llorona, La Llorona - Le lacrime del male
Effetti "discount": Wounds
Premio "dolcetto o scherzetto" per il costume più agghiacciante: le incarnazioni del Genio in Aladdin, Aladdin
Stile de paura: Linda Hamilton per Terminator - Destino Oscuro
Premio "veline": Mackenzie Davis per Terminator - Destino Oscuro
Peggior scena d'amore: un qualsiasi siparietto sentimentale legato a Jean Grey, X-Men Dark Phoenix
Premio "pizza, spaghetti e mandolino": la trasformazione da moglie modello ad assassina sterminatrice di Jennifer Garner, Peppermint - L'angelo della vendetta

lunedì 19 agosto 2019

White Russian's Bulletin


Si torna - purtroppo - dalle vacanze e con il rietro alla quotidianità riemerge anche il Bulletin, pronto a portare in dono titoli che, appena prima della partenza, nel corso delle due settimane da spiaggia e nei primi giorni a casa dei Ford hanno animato - in misura ovviamente diversa - le serate del Saloon. In questo primo giro di giostra mi occuperò di tutto quello passato su questi schermi nei primi giorni di agosto e di mare, mentre lunedì prossimo sarà la volta di tutto quello che ha accompagnato il vecchio cowboy e la sua ciurma dalle onde alla più o meno cara e vecchia Pianura Padana una volta ancora.


MrFord



DOLOR Y GLORIA (Pedro Almodovar, Spagna, 2019, 113')

Dolor y gloria Poster

Sono da sempre un ottimo fan del Pedrone, un regista che, ai tempi della sua esplosione - parliamo ormai della Spagna sicuramente non di aperte vedute di trenta e più anni fa - fu senza alcun dubbio e a suo modo rivoluzionario, e che negli anni è riuscito a regalare molte perle al pubblico e alla critica: nel corso delle ultime stagioni, però, il suo nome - nonostante per quanto mi riguarda Julieta fosse valido - non ha mai fatto gridare al miracolo, tanto che io stesso ho finito per attendere diversi mesi prima di approcciare Dolor y gloria, che pure a Cannes era stato ottimamente accolto.
Fortunatamente, per lui e per noi, questo suo ultimo lavoro è senza dubbio una delle cose migliori dell'estate - e forse non solo -: sentito, molto emotivo ed emozionante - la sequenza del teatro con la rappresentazione della vita del regista è meravigliosa -, recitato alla grande dal vecchio protetto del Pedrone, Antonio Banderas, premiato nella succitata Cannes e ancora una volta in grado di mostrare quanto in realtà sia stato sottovalutato negli anni - Mulino Bianco a parte -, in grado di portare una volta ancora sullo schermo i temi cari all'autore - il rapporto con la madre, i dolori della crescita, quelli della povertà e del successo, gli eccessi e le cadute - prendendo ciò che Almodovar aveva raccontato in ottimi lavori come La mala educacion e Tutto su mia madre e portandoli, forse per la saggezza dell'età, ad un altro livello.
Questo è il Pedro che, ai tempi di Donne sull'orlo di una crisi di nervi e Carne tremula imparai ad amare, e questo è il Pedro che qualunque amante del Cinema non può che amare. 
Finale stupendo.




THE PRODIGY - IL FIGLIO DEL MALE (Nicholas McCarthy, USA/Canada, 2019, 92')

The Prodigy - Il figlio del male Poster

L'estate è sinonimo di horror, e come da buona tradizione in casa Ford abbiamo cercato di recuperarne qualcuno per rendere più leggere le ultime serate prima della partenza e le prime di vacanza: questo The Prodigy, gemellino di Brightburn per tematiche, svolgimento e finale, come il succitato presenta grossi difetti e ottime idee, che mescolati forse non portano al miracolo - anzi, per nulla - ma senza ombra di dubbio consegnano al pubblico un prodotto quantomeno interessante, lontano dalle schifezze che di norma vengono distribuite in sala specialmente nei mesi estivi, che più che far rabbrividire o saltare sulla sedia sconvolgono per la loro pochezza.
Anche in questo caso, e torniamo alle assonanza con Brightburn, si parla di famiglia, di possessione - anche se da un'altra angolazione -, di una potenza smisurata consegnata, se così si può dire, all'approccio e alla mente fragile e ad un tempo pericolosa di un ragazzino: buoni colpi di scena, e buone basi. Speriamo che il regista possa migliorare ancora.




LA BAMBOLA ASSASSINA (Lars Klevberg, USA/Canada, 2019, 90')

La bambola assassina Poster

Per restare nell'ambito degli horror estivi e soprattutto e per fortuna degli horror estivi che a loro modo sorprendono in positivo ecco il reboot del supercult - per gli amanti del genere - La bambola assassina, che all'inizio degli anni ottanta non solo originò un franchise decisamente fortunato ma regalò ai fan uno dei charachters più spassosi e divertenti mai creati, Chucky.
Il lavoro di Klevberg, nonostante, come per Brightburn e The prodigy non si parli di qualcosa di miracoloso, risulta molto godibile ed interessante per la gestione di Chucky e l'introduzione di una variante rispetto alle origini dello stesso: quella che, infatti, ai tempi era una maledizione guidata da un rituale magico operato da un serial killer e che conduceva l'anima dello stesso nel corpo senza vita del giocattolo qui è - cosa decisamente innovativa e interessante - una modifica di un chip voluta da un operaio sfruttato e licenziato.
Un'attualizzazione, dunque, in grado di mostrare che dalla realtà effettiva si possa passare ai film di questo tipo con molta più facilità di quanto non si possa pensare, e proprio a partire dalla realtà - più spaventosa di qualsiasi film di paura - si possa costruire qualcosa di abbastanza inquietante.




DOMINO (Brian De Palma, Danimarca/Francia/Italia/Belgio/Olanda, 2019, 89')

Domino Poster

De Palma è un altro dei vecchi leoni del Cinema americano che ho sempre particolarmente amato, in grado di unire una tecnica prodigiosa a quell'inquietudine nata dal voyeurismo che ricorda tanto Hitchcock: negli anni il buon Brian ha avuto una carriera piuttosto altalenante, fatta di cose molto interessanti ed altre assolutamente trascurabili.
Quando ho approcciato Domino, nonostante la freddezza nell'accoglienza, ho contemporaneamente sperato che si potesse trattare di un titolo appartenente alla prima categoria: peccato che, tecnica a parte, l'ultimo lavoro del regista sia un lento sprofondare in un baratro di logica, ridicolaggine e melò al limite dell'imbarazzo, e dallo script - pessimo, sinceramente non capisco come De Palma possa essersi fatto conquistare dal fascino delle motivazioni dietro il terrorismo in Europa - alla recitazione - Coster Waldau è ai minimi storici - nulla se non la fotografia e l'occhio del regista riescono a salvare una barca che pare nata e costruita per affondare.




BERSAGLIO DI NOTTE (Arthur Penn, USA, 1975, 100')

Bersaglio di notte Poster

Fortunatamente, a risollevare le sorti del thriller d'autore su grande schermo dopo il fallimento di De Palma, è giunto nel corso delle vacanze e su consiglio di mio fratello il mitico Arthur Penn, che grazie ad uno dei suoi lavori meno noti, un noir d'investigazione in pieno stile Marlowe con un Gene Hackman d'eccezione, ha riportato al Saloon il gusto per questo tipo di narrazione e prodotto.
Una vicenda a tinte fosche, storie d'amore destinate a fallire o, comunque, ad avere poche possibilità di sopravvivenza, scenari perfetti per la stagione - California e Florida - ma un'oscurità nascosta in piena luce del sole, grande ritmo, dialoghi serrati, un'anima loser di grande impatto.
E dalle parti in cui pare quasi di sentire lo scoramento dentro ed il sudore sulla pelle ad altre - come il confronto finale in mare - in cui la tensione e l'azione si incastrano alla perfezione, tutto funziona e rende l'idea di quanto il Cinema di genere, se realizzato con idee, talento e carattere, possa continuare ad impartire anche a distanza di decenni lezioni memorabili.


venerdì 27 settembre 2013

Passion

Regia: Brian De Palma
Origine: Germania, Francia, USA
Anno:
2012
Durata:
102'




La trama (con parole mie): Christine Stanford, direttrice di un'agenzia pubblicitaria a Berlino, è una donna abituata a gestire il potere ed esercitarlo, così come ad avere tutti - in ufficio come nel letto - ai suoi ordini. Isabelle James è il talento più cristallino del suo team, una ragazza che Christine traduce in un'occasione di carriera così come in una sorta di giocattolo e sogno erotico idealizzato.
Quando quelli che apparentemente paiono normali conflitti lavorativi finiscono per trasformarsi in ossessioni e vendette, tra le due donne si innescherà un meccanismo mortale pronto ad oliarsi con il sangue di un omicidio apparentemente perfetto.
Ma le cose sono davvero come sembrano? O qualcuno, dietro le quinte, ha finito per manovrare anche chi pensava di essere regista di una vicenda pronta a concludersi con un finale senza sbavature?




Occorre ammettere che, nonostante il tempo che passa ed una distribuzione non più in grado - o disposta - a supportarlo come meriterebbe, Brian De Palma continua a difendersi decisamente meglio di molti suoi anche più illustri colleghi, dedicandosi alla realizzazione e messa in scena di pellicole che è evidente quanto finisca per amare senza tradire in alcun modo quella che, di fatto, è la sua poetica voyeuristica ed elegante fin dalle prime affermazioni di una lunga carriera.
Partendo da Crime d'amour di Alain Corneau, infatti, il regista di Newark porta sullo schermo una perfetta storia in piena De Palma's Way, circondando i consueti preziosismi tecnici con una cornice che ricorda i thriller di matrice hitchcockiana - del resto, il vecchio Hitch resta il Maestro ed il riferimento assoluto del buon Brian -, affiancando due protagoniste diversissime tra loro eppure insolitamente funzionali - non amo particolarmente Noomi Rapace, così come Rachel McAdams - e costruendo un crescendo di tensione e twist in grado di avvincere - seppur non convincendo fino in fondo - il pubblico dal primo all'ultimo minuto come di recente era stato in grado di fare Soderbergh con il suo Effetti collaterali, che in qualche modo ho trovato associabile - e non solo per genere - a questo Passion.
Dunque, ad un'algida fotografia e passaggi d'alta scuola - le riprese del finale, lo splendido split screen affiancato al piano sequenza di poco precedente alla scena dell'omicidio - vediamo svilupparsi temi attuali ed importanti come le molestie sul posto di lavoro - siano esse sessuali o no -, una critica feroce all'Uomo come predatore senza morale ed un deciso sguardo all'anima nera che guida la nostra mano - e non solo quella - quando all'istinto di sopravvivenza si mescola il desiderio di qualcosa, o qualcuno.
In questo senso, interessante notare come nessuno tra i protagonisti esca completamente pulito dalla vicenda, che spesso e volentieri pare quasi un complicato gioco delle parti all'interno del quale, inesorabilmente, tutti e senza complimenti lavorano in modo da colpire alle spalle chi sta loro attorno principalmente per un rendiconto personale, sia esso legato al denaro, alla carriera o al desiderio sessuale - anche perchè, di sentimenti, malgrado le complesse psicologie di Christine, Isabelle e Dani, pare davvero arduo parlare -, e che perfino nella figura dell'ispettore di polizia innamorato segretamente della sospettata principale trovano la conferma della debolezza e dell'oscurità che in quanto esseri umani portiamo in dote al mondo.
Certo, non stiamo comunque parlando del miglior lavoro del regista - i gloriosi anni ottanta e l'ironia nerissima di Omicidio a luci rosse sono purtroppo ormai lontani - ed alcuni snodi della sceneggiatura paiono a tratti troppo facili - l'escalation giudiziaria a seguito dell'omicidio e la chiusura "onirica" su tutti -, eppure il piacere di osservare un grande al lavoro resta, anche perchè l'amore che De Palma continua a nutrire per Hitchcock traspare senza spocchia alcuna da ogni fotogramma, e se il risultato resta pur sempre quello di un epigono - di classe, ma un epigono - incapace di raggiungere le vette dell'originale, il piacere si sente, negli occhi come sulla pelle.
A Brian De Palma continua, dopo decenni di onorata carriera, a non mancare la "passione".
E fortunatamente, noi amanti del Cinema siamo sempre qui, pronti a prenderci un pezzo in più di questo stesso torbido, sanguigno, travolgente istinto.


MrFord


"In the bars and the cafes, passion
in the streets and the alleys, passion
a lot of pretending, passion
everybody searching, passion."
Rod Stewart - "Passion" - 


venerdì 27 luglio 2012

Mission impossible

Regia: Brian De Palma
Origine: Usa
Anno: 1996
Durata:
110'




La trama (con parole mie): Ethan Hunt, membro del nucleo "missioni impossibili", è a Praga con la sua squadra per intercettare l'uomo che dovrebbe trafugare la lista di tutti gli agenti sotto copertura in Europa per conto del misterioso trafficante Max.
Nel corso dell'operazione, i componenti del team vengono eliminati, e Hunt, unico superstite, finisce sulla lista nera dal Governo Usa come sospetta talpa: rimasto solo ed in fuga, dovrà rimettersi in piedi ed organizzare una complessa operazione che vedrà coinvolti Max, i vertici della sua ex agenzia, i vecchi colleghi ed una squadra d'azione costituita interamente da elementi allontanati dagli incarichi, le cosiddette "mele marce", almeno per gli organismi ufficiali.
Il suo scopo è individuare il vero traditore e vendicare, in qualche modo, i compagni d'armi perduti sul campo.




L'impressione che ho avuto trovandomi quasi per caso a rispolverare il primo capitolo della fortunata serie di Mission impossible è stata quella di essere proiettato nel pieno di una di quelle feste vintage in cui non si capisce bene se ci si stia divertendo oppure sprofondando in un amarcord triste nel vero senso della parola - un pò come quando, per caso, finisco per imbattermi in una puntata di Friends data in tv -: il taglio profondamente anni novanta che avvolge la pellicola di De Palma, infatti, pare essere rimasto come congelato quindici anni fa - e oltre - dall'approccio allo stile, tanto da rendere decisamente pesante anche la mano del regista - che resta, di fatto e nonostante questa impressione, uno dei virtuosi dei movimenti della mdp più eleganti del panorama statunitense - e decisamente meno scorrevole di allora questo divertissement d'azione che pare decisamente invecchiato maluccio - al contrario del suo protagonista, un Tom Cruise che, fresco cinquantenne, è ancora in forma come ai tempi della sua prima scorribanda nei panni di Ethan Hunt -.
Nonostante tutto ammetto di essermi comunque divertito, nel giro su questa insolita macchina del tempo in grado di stupire in un paio di sequenze - l'apertura con l'eliminazione dei membri della squadra di Hunt dal sapore hitchcockiano così come la parte dedicata alla camera di sicurezza di Langley, costruita ottimamente sia dal punto di vista tecnico che di coinvolgimento -, riuscendo addirittura a dribblare l'inespressività del già allora bollitissimo Jean Reno - che pare rimasto ai bei tempi di Leon, a proposito di cristallizzazioni - e godendomi la versione reloaded del Marcellus Wallace di Pulp fiction di Ving Rhames quasi come fosse un vecchio amico ritrovato.
Certo, l'ultimo capitolo del franchise firmato Brad Bird fresco di visione finisce per eclissare anche il lavoro di un veterano come il buon De Palma, eppure rispetto alla tamarrata di John Woo ed al fiacco numero tre targato J.J. Abrams questo primo capitolo funziona ed avvince, confermandosi come uno dei migliori prodotti action d'intrattenimento dei novanta dimentichi delle atmosfere fracassone degli eighties e spesso e volentieri tormentati e cupi quanto e più dei precedenti seventies.
Hunt, in effetti, non ha nulla - se non una robusta dose di ego decisamente sopra le righe, eredità del suo interprete - degli eroi del decennio a lui precedente, uomini tutti d'un pezzo e dalla battuta pronta usciti dal trash con la prepotenza di chi si sente sempre a proprio agio, e trova i suoi avversari più ostici nel senso di colpa e nella ricerca di un brivido che, probabilmente, non riuscirà mai a raggiungere divenendo, di fatto, una sorta di "cercatore" di un'onda perfetta che, quando verrà il momento, non sarà pronta a nient'altro che a spazzarlo via: una filosofia spericolata ed in una certa misura autodistruttiva che rende l'agente Ethan nella versione Cruise lo specchio convincente di un decennio in cui anche l'action pagò il suo tributo ad una realtà che aveva smesso con i luccichii delle illusioni reaganiane.
Niente male davvero per un prodotto dalle poche pretese in cui lo stesso regista pare non mettere troppa anima, che nel suo essere prigioniero di un momento ben definito, finisce per esserne, in qualche modo, un'immagine decisamente profonda in cui tuffarsi alla ricerca delle proprie origini o di una visione che appare più solida di un ricordo.


MrFord


"I've been waiting my life
and I stayed on my grind
now I made up my mind
it's been way too much time
that's why
(it's just impossible)
it's impossible
and you know that
(it's impossible)"
Kanye West - "Impossible" -


giovedì 9 febbraio 2012

Secuestrados

Regia: Miguel Angel Vivas
Origine: Spagna
Anno: 2010
Durata: 85'



La trama (con parole mie): Jaime, Marta e la loro figlia adolescente Isa sono i componenti di una ricca famiglia della borghesia spagnola che di recente si è trasferita in una splendida villa lontana dalla città.
La sera della loro prima cena nella nuova abitazione, con Isa in agitazione a causa di un litigio con la madre e in attesa che il fidanzato la passi a prendere, tre rapinatori fanno irruzione prendendoli in ostaggio e minacciandoli per ottenere carte di credito e oggetti di valore.
Mentre Jaime viene portato in città da quello che pare il capo in modo da poter prelevare tutto il possibile dai conti correnti con la minaccia costituita dalle due donne in mano ai suoi due complici, però, in casa scoppia il finimondo: il ritorno dei due uomini non sarà davvero quello che si sarebbero aspettati.




Alcune pellicole, quasi per definizione, paiono portare nel loro bagaglio polemiche e pareri profondamente discordanti, e riescono ad essere in grado di far parlare anche in maniera diametralmente opposta i loro spettatori: senza dubbio Secuestrados può essere considerata parte del gruppo, così come prima di lei furono i due Funny games firmati Haneke e, ancora più indietro, Arancia meccanica.
Certo, è chiaro fin da subito che in questo caso ci si trovi di fronte a qualcosa di ben diverso e ben lontano dal Capolavoro kubrickiano e più simile ai survival della storia recente come il clamoroso Eden Lake: il lavoro di Vivas, consigliato dal mio fratellino Dembo e molto chiacchierato nella blogosfera non arriva ai livelli di turbamento e tensione del gigantesco lavoro di Watkins, eppure il regista spagnolo confeziona una pellicola realizzata alla grande - con più di una strizzata d'occhio a De Palma, evidentemente omaggiato, ed il Gaspar Noè di Irreversible -, d'impatto, violentissima e decisamente efficace.
Sinceramente, alcune delle critiche mosse a questo lavoro - accusato di essere profondamente reazionario, soprattutto osservando l'utilizzo e la caratterizzazione dei personaggi dei rapinatori, due su tre albanesi, uno dei quali assolutamente folle - mi sono parse addirittura eccessive, anche e soprattutto perchè la sensazione più straniante emersa nel corso della visione è quella di una desolazione morale, fisica ed umana che coinvolge tutti i protagonisti, e di una freddezza che pervade lo spettatore lasciando spazio più all'attenzione per la resa visiva dell'opera che non per l'effettivo "trauma da visione" presente al contrario nel già citato Eden Lake - ansia dal primo all'ultimo minuto - o in lavori come l'altrettanto potente The woman.
I protagonisti di questo Secuestrados appaiono profondamente distanti dal pubblico, talmente chiusi nelle loro imperfette umanità da risultare - vittime e carnefici - quasi fastidiosi, dai ricchi borghesi per i quali, almeno in linea teorica, si dovrebbe parteggiare, ai tre rapinatori: in particolare, data una caratterizzazione maggiore legata all'approccio "da protagonisti" alla vicenda di questi ultimi, osserviamo quanto tutti, dal più professionale leader al suo compatriota - come detto, fulminato a mille - per giungere al "collega" spagnolo - per certi versi il peggiore, con il suo ruolo di talpa e di passivo aggressivo - risultano squallidi per l'atteggiamento quanto e prima che per la violenza perpetrata, e la sensazione è che si sia assistito, nonostante il finale per certi versi estremo, ad una mera esibizione di talento da parte del dotatissimo Vivas.
Proprio la tecnica del regista - per quanto, forse, eccessivamente reiterata nel suo utilizzo - legata al piano sequenza è obiettivamente sbalorditiva, e anche l'uso dello split-screen, normalmente non particolarmente apprezzato in casa Ford, risulta funzionale ed interessante, specie nei momenti in cui vengono presentate sequenze di pari importanza e tensione, e gli occhi finiscono per rimbalzare sconvolti da una parte all'altra dello schermo: il climax appena precedente alla conclusione, con l'incontro dei due piani sequenza e, di conseguenza, delle due metà dello schermo, resta un momento unico nel suo genere, nonchè uno dei passaggi più interessanti cui abbia assistito dai tempi della riscoperta del succitato Noè e del sorprendente Il segreto dei suoi occhi.
Forse è troppo poco, per una pellicola di questo genere, arrivare a coinvolgere soltanto per il talento da esecutore del suo regista, ma chissà che il futuro non riservi a Vivas uno sceneggiatore di livello che gli permetta di smussare gli angoli - l'inutile incipit tutto votato esclusivamente allo shock provocato nello spettatore -, non strafare e puntare, più che agli occhi, al cuore e allo stomaco dell'audience: qui, sarà per un'eccessiva confidenza con i film da morti ammazzati come se piovesse, più che il saggio di un ottimo regista, non mi è parso di trovare altro.


MrFord


"I just wanna be kidnapped
tied and gagged and bound to the chair
if you dare.
I'm just kidnapped
'cause you're stealing my love
and I swear you don't care."
Gary Moore - "Kidnapped" -



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