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venerdì 27 dicembre 2019

Ford Awards 2019: del peggio del nostro peggio




Come ogni anno, l'appuntamento con il Ford Award dedicato ai film peggiori passati su questi schermi nel corso degli ultimi dodici mesi diventa un momento utile per riflettere non solo sulle pellicole clamorosamente brutte o malriuscite, ma anche su quelle che, per aspettative o potenzialità, hanno tradito clamorosamente le attese. Quale sarà il vincitore di quest'anno di questa decisamente poco ambita classifica?


MrFord



N°10: US di JORDAN PEELE

Noi Poster

Apre la carrellata proprio una pellicola dal sapore di delusione profonda: Jordan Peele, alle spalle il successo di Get out, porta sullo schermo una riflessione sulla società e le differenze legate ad essa di grande impatto visivo e tecnicamente molto valida. Peccato che compia uno dei passi falsi peggiori che un autore possa compiere: pecca di grandissima presunzione, e proprio quando potrebbe diventare un nuovo cult, finisce per avvitarsi su se stesso perdendo gran parte della potenza accumulata nel corso dei minuti. E quel "noi", all'improvviso, diventa "loro", e Peele appare più parte del Sistema che non della Ribellione.


N°9: TERMINATOR - DESTINO OSCURO di TIM MILLER

Terminator - Destino oscuro Poster

Altra clamorosa delusione - nonchè occasione sprecata - legata ad una pellicola che personalmente attendevo con trepidazione rivelatasi la fotocopia sbiadita del mitico Terminator 2 - Il giorno del giudizio. L'idea di portare sullo schermo il vero e potente sequel dei primi due film di una saga che negli anni ha avuto molti bassi e pochi alti non ha portato ad altro se non ad un'operazione nostalgia nata e finita male. Un vero peccato, soprattutto per i vecchi fan.


N°8: WOUNDS di BABAK ANVARI

Wounds Poster

Altro giro, altra delusione per un titolo della scuderia Netflix finito al Saloon spinto dai commenti positivi di alcuni colleghi bloggers e dalle atmosfere cronenberghiane partito in modo intrigante e finito con il peggiore dei finali finto autoriali/pessimisti/finti incomprensibili.
Un pasticcio che inghiotte un attore sempre interessante costretto, con la cornice di New Orleans, a tenere il peso dell'intero lavoro sulle spalle, fumo negli occhi di quelli che, come a conti fatti è stato, paradossalmente finiscono per stregare, non si sa come, i cinefili più radical.


N°7: X-MEN DARK PHOENIX di SIMON KIMBERG

X-Men: Dark Phoenix Poster

E anche la saga dei nuovi X-Men, iniziata qualche anno fa come prequel della precedente, non sfrutta la spinta dei due ottimi capitoli iniziali e si chiude con una delusione cocente, una pellicola che stravolge le vicende narrate negli albi a fumetti e diventa un baraccone poco emozionante e coinvolgente in grado di far risultare scialbi o mettere in disparte anche personaggi clamorosamente azzeccati come il Quicksilver di Evan Peters.
Un peccato, perchè i mutanti di casa Marvel, in realtà, avrebbero potenzialità perfino più grandi dei loro cinematograficamente più illustri colleghi Avengers. E invece finiscono qui.


N°6: HELLBOY di NEIL MARSHALL

Hellboy Poster

Altro regista amatissimo in casa Ford, altro titolo che portava grandi aspettative, altre clamorosa delusione. Con l'ingrato compito di riproporre un personaggio reso molto bene sul grande schermo qualche anno fa da Del Toro, Neil Marshall toppa in modo sconvolgente regalando, si fa per dire, al pubblico una pellicola pasticciata, dozzinale, troppo pane e salame - e non in senso buono, questa volta - perfino per uno come il sottoscritto, che del pane e salame ha fatto negli anni una bandiera.
Più concentrati sull'idea di dare inizio ad una nuova saga e ad un brand, gli autori perdono la strada presto e male, confezionando un lavoro spento e senz'anima. 


N°5: DOMINO di BRIAN DE PALMA

Domino Poster

Nel corso degli anni anche i grandi registi, purtroppo per me, di tanto in tanto hanno finito per popolare la classifica del peggio, senza sconti quando la delusione era troppo grande o il risultato del loro lavoro decisamente lontano dagli standard che gli stessi avevano negli anni contribuito a settare: a questo giro tocca a Brian De Palma, storico nome del thriller che, sfruttando - spero insieme ai suoi produttori - la scia di notorietà del protagonista legata al ruolo giocato in Game of thrones finisce per compiere uno degli scivoloni più clamorosi della sua carriera, ed invece di una riflessione profonda sul ruolo del terrorismo oggi - specialmente in Europa - finisce imprigionato in una vera e propria fiera del pacchiano e delle banalità da Studio Aperto.


N°4: ALADDIN di GUY RITCHIE

Aladdin Poster

Se qualche anno fa qualcuno mi avesse detto che Guy Ritchie, autore di cose come Lock and stock e The Snatch, sarebbe finito a dirigere l'ennesimo, inutile reboot/remake di un Classico Disney - che peraltro amo moltissimo - giusto per fare cassa, avrei riso, e anche forte.
E invece ecco che l'autore anglosassone finisce schiavo delle manie di protagonismo di Will Smith e di una revisione di Aladdin che mescola parkour e presunta "modernizzazione" ed una povertà di idee che ha del clamoroso: perfino i Fordini, che conoscono il cartone animato a menadito - e forse proprio per quello - hanno attraversato la visione totalmente indifferenti.


N°3: ESCAPE ROOM di ADAM ROBITEL

Escape Room Poster

I teen horror di sopravvivenza sono un vero e proprio campo minato all'interno del quale avventurarsi, cinematograficamente parlando: il rischio di trash senza ritegno e pellicole pronte a "totalizzare zero sul grafico Pritchard" è elevatissimo, e le possibilità di incontrare qualcosa di davvero interessante sempre troppo basse.
Appartiene pienamente al novero Escape Room, filmetto dimenticato in fretta perfetto nell'incarnare la pochezza di questo tipo di Cinema. Che, forse, potrebbe non essere neppure considerato Cinema a tutti gli effetti.


N°2: PEPPERMINT - L'ANGELO DELLA VENDETTA di PIERRE MOREL

Peppermint - L'angelo della vendetta Poster

Firmato dallo stesso autore del tanto detestato - qui al Saloon - primo Taken, Peppermint entra a piedi uniti nel filone del revenge movie di grana grossa, propinando al pubblico una vicenda assolutamente implausibile raccontata con l'arroganza di chi, al contrario, pensa di stare realizzando qualcosa di profondo ed interessante. In realtà, tutto suona come una versione al femminile del suddetto Taken, giusto per arruffianarsi l'opinione pubblica sfruttando tutto quello che è accaduto ed è diventato, purtroppo, una sorta di "moda" nell'ultimo paio d'anni.
Una vera e propria schifezzona che si contrappone alle delusioni d'autore di questa classifica.


N°1: LA LLORONA - LE LACRIME DEL MALE di MICHAEL CHAVES

La Llorona - Le lacrime del male Poster

E a proposito di schifezzone, ecco quella che vince a mani basse il Ford Award per il peggio del duemiladiciannove: un horror totalmente illogico, prevedibile, noioso, realizzato come peggio non si poteva e nato da una costola della più fortunata serie The Conjuring.
Una produzione buona per le peggiori distribuzioni da agosto inoltrato e sale deserte che qui al Saloon abbiamo avuto la sfortuna di incrociare in una di quelle serate di stanca in cui un horror - o un film di genere - potrebbe avere il potere di migliorare l'umore e distrarre come un massaggio rilassante, e che in questo caso ha finito per rivelarsi peggiore di qualsiasi incubo.



I PREMI

Peggior regista: Pierre Morel per Peppermint - L'angelo della vendetta
Peggior attore: Nicolaj Coster Waldau per Domino
Peggior attrice: Jennifer Garner per Peppermint - L'angelo della vendetta
Premio "parrucchino di Nicholas Cage" per il personaggio trash: la Llorona, La Llorona - Le lacrime del male
Effetti "discount": Wounds
Premio "dolcetto o scherzetto" per il costume più agghiacciante: le incarnazioni del Genio in Aladdin, Aladdin
Stile de paura: Linda Hamilton per Terminator - Destino Oscuro
Premio "veline": Mackenzie Davis per Terminator - Destino Oscuro
Peggior scena d'amore: un qualsiasi siparietto sentimentale legato a Jean Grey, X-Men Dark Phoenix
Premio "pizza, spaghetti e mandolino": la trasformazione da moglie modello ad assassina sterminatrice di Jennifer Garner, Peppermint - L'angelo della vendetta

martedì 21 maggio 2019

White Russian's Bulletin



Considerata la puntualità che nelle ultime settimane sono quasi inspiegabilmente riuscito a dare alla rubrica dedicata alle uscite in sala, ho pensato che non sarebbe stato così male tentare il ritardo con il Bulletin, slittato per questa settimana di un giorno.
Senza dubbio in termini di visioni è stata una settimana più ricca delle ultime, che affronta anche uno dei prodotti più chiacchierati del periodo, Game of thrones, giunto alla fine della sua cavalcata dopo nove anni o otto stagioni: Jon Snow e soci a parte, comunque, c'è stato spazio per proposte di ogni tipo, più o meno in grado di emozionare e conquistare il Saloon come mi sarebbe piaciuto, o mi aspettavo sarebbe stato.



MrFord



THIS IS US - STAGIONE 3 (NBC, USA, 2018)

This Is Us Poster

I Pearson, per il Saloon, sono un pò la versione da Mulino Bianco - in senso buono - dei Gallagher: una famiglia come ci si immagina e si vorrebbe sempre che fosse la famiglia, il posto dove tornare, la forza che ci permette di rialzarci quando finiamo con il culo a terra, la bomba di sentimenti per eccellenza. E in mezzo a tutto questo, un charachter fordianissimo che fin dal primo episodio ha rappresentato un ideale che, caotico e casinista come sono, non raggiungerò mai, ma che mi piacerebbe fosse una sorta di ispirazione.
Tante cose belle, tanto voler bene ai protagonisti, nonostante la creatura di Dan Fogelman tocchi il punto più basso della sua corsa fino ad oggi, impossibilitato a liberarsi dell'ingombrante - pur se magnifica - figura del già citato Jack Pearson e a portare il pubblico verso il futuro - in tutti i sensi -: e se da un lato ci troviamo di fronte ad una delle scene più belle della serie - lo stadio ricostruito per Kate da parte di Toby -, dall'altra un finale totalmente anticlimatico toglie hype rispetto a cosa ci aspetterà il prossimo anno.
Personalmente, spero qualcosa di meglio.




ANDRE THE GIANT (Jason Hehir, USA, 2018, 85')

Andre the Giant Poster


Pochi, anche tra i non appassionati di wrestling come il sottoscritto, non conoscono almeno per sentito dire la figura ormai mitica di Andre the Giant, uno dei lottatori più importanti e mitici che nel corso degli anni ottanta cambiò per sempre la percezione e la portata mediatica dello sport entertainment, finendo ad aprire la strada per chi, anni e anni dopo, avrebbe usato il wrestling stesso come trampolino per conquistare Hollywood - leggi The Rock -: la storia di Andrè Roussimoff, affetto da acromegalia e nato in un piccolo centro alle pendici delle montagne, pare scritta apposta per un film. Deciso a fare fortuna fin da ragazzo, amante della vita vissuta, uomo di compagnia ed incomparabile bevitore - i racconti di bevute che superano le cento birre o le sei o sette bottiglie al giorno divise tra vino e superalcolici sono leggendarie -, tra i più amati dai suoi colleghi, Andre segnò per sempre la sua disciplina prima che l'aggravarsi delle sue problematiche fisiche non lo condusse ad un ritiro anticipato dal ring e ad una carriera davanti alla macchina da presa chiusa ben presto dall'improvvisa quanto prevedibile morte, a soli quarantasei anni.
Un ritratto sentito e commosso di un personaggio incredibile, carismatico e dall'aura quasi romanzesca, che sarebbe bene ricordassero anche le generazioni che non l'hanno potuto vivere come la mia.




LA STORIA FANTASTICA (Rob Reiner, USA, 1988, 98')

La storia fantastica Poster

In occasione della ricorrenza del compleanno di Andre the Giant e della visione del documentario a lui dedicato ho rispolverato, in compagnia della Fordina, uno dei grandi classici della mia infanzia nonchè tra le fiabe - nel senso vero e classico del termine - più belle portate sul grande schermo: La storia fantastica.
In una cornice che non si nega una buona dose di ironia ed umorismo, ricca di momenti ormai epici e frasi cult - chiunque sia sopra i trenta e non conosca a memoria il monito di Inigo Montoya dovrebbe finire tra le grinfie dell'ultima moda giustizialista di Daenerys -, la vicenda di Bottondoro e Westley è una meraviglia ad ogni età, e se ai tempi mi esaltavo per i duelli e le lotte, e restavo sbigottito di fronte ai ribaltamenti di fronte inaspettati che accadevano, ora finisco quasi per commuovermi con l'incedere di Inigo finalmente giunto di fronte all'uomo responsabile di aver ucciso suo padre, o a Westley che "potrebbe anche trovare la forza".
Un classico senza se e senza ma, che riesce a far assaporare quella meraviglia che il Cinema può ed è giusto che regali.




NOI (Jordan Peele, USA/Giappone/Cina, 2019, 116')

Noi Poster


Jordan Peele è uno che, senza dubbio, sa il fatto suo. Già con Get out, qualche tempo fa, era riuscito nella non facile impresa di trasformare un thriller sociale mascherato da horror in un piccolo fenomeno giunto addirittura agli Oscar: con Noi era chiamato a confermare un talento che, almeno nella prima parte, pare ben più che evidente, graziato da una tensione costante ed un montaggio che - e questo per tutto il film - ha del clamoroso.
Poi, come molto spesso accade a chi ha gran talento, il buon Jordan finisce per mettere troppa carne al fuoco e cercare di dare fin troppo spessore politico ad una vicenda che, pur se interessante, finisce per risultare quasi forzata: in fondo, nella sua ben comprensibile lotta a sostegno della ribellione dei dimenticati, degli emarginati e degli oppressi, pare quasi non rendersi conto di essere a tutti gli effetti e a conti fatti uno dei privilegiati, che si parli di status artistico, sociale o anche, per l'appunto, di talento.
In questo senso Noi è una macchina perfetta che si inceppa quando cerca di affermarsi come tale, il figo o la figa della scuola che cercano in ogni modo di atteggiarsi tali senza sapere che lo apparirebbero anche comportandosi naturalmente, ricordando quasi a tutti noi comuni mortali che uno su mille ce la fa, e gli altri restano ombre.
Peccato che, nonostante predichi il contrario, o qualcosa di simile, il buon Peele non si sia accorto di fare parte dell'elite che sta dall'altra parte.




GAME OF THRONES - STAGIONE 8 (HBO, USA, 2019)

Il trono di spade Poster

Nelle ultime settimane, che si tratti della blogosfera, di internet, social o dei pub di tutto il mondo, penso che non si sia parlato di più di un prodotto per piccolo o grande schermo - forse se la gioca con Avengers Endgame - che di Game of thrones.
La serie ispirata dai romanzi di Martin e creata da Benioff e Weiss, alle spalle stagioni clamorose ed altre decisamente meno entusiasmanti, è divenuta negli anni un vero e proprio fenomeno mediatico, il primo di portata planetaria dai tempi di Lost: e come Lost, e come tutti i prodotti al centro di un quasi culto, ha finito per pagare dazio con quest'ultima stagione, sancita come tale forse troppo in fretta dagli autori che si sono ritrovati con troppa carne al fuoco e sole sei puntate per chiudere il cerchio di vicende che avevano impiegato anni a sviluppare anche solo in parte. 
E così, se da un lato è normale e lecito giustificare un fan service a questo punto quasi naturale, dall'altro pare di assistere ad una versione con il fast forward delle precedenti stagioni, con passaggi temporali in time warp e cambiamenti di personaggi che, ai tempi d'oro, avremmo vissuto nell'arco di almeno tre stagioni.
Ma tant'è. Game of thrones ci ha accompagnati per quasi dieci anni, e per quanto quest'ultima stagione suoni come un'occasione sprecata, è stato giusto viversela così, salutare i protagonisti sopravvissuti e ricordare quelli - parecchi - che ci hanno lasciato in modi più o meno sconvolgenti, e che abbiamo amato o odiato. 
Avrebbe potuto essere migliore? Senza dubbio.
Ma la vita è così. A volte sei tu che mangi l'orso, e a volte è l'orso che mangia te.
Forse Westeros era un orso troppo grosso anche per chi per anni l'ha progettato e studiato.
O un drago.
E i draghi, si sa, possono essere una variabile impazzita.


giovedì 4 aprile 2019

Thursday's child


Incredibilmente - sarà per l'imminente trasferta newyorkese o perchè per una volta Cannibal si è deciso ad inviarmi per tempo i commenti - la rubrica delle uscite a tre più scoppiettante della blogosfera torna ad essere pubblicata al Saloon nel giorno giusto, in compagnia del sempre radical Cannibal Kid e del vulcanico ospite della settimana, Giuseppe Galato.


MrFord


Shazam!

"Ecco, quando Cannibal ha paura di qualcosa o deve difendersi dai bulli, Shazam!, ed entra in gioco Capitan Fordone!"
Giuseppe: Il DCEU ci prova in tutti i modi ad eguagliare il MCU; ci prova tanto; ci prova male. Dopo uno dei Batman più deficienti che si siano mai visti su pellicola (quasi da far rimpiangere i capezzoli di George Clooney), dopo il loffio pseudo-femminismo di “Wonder Woman” (da guardare solo perché ci fa la comparsa mio fratello: ciao, Franco), dopo un senza-né-capo-né-coda “Suicide Squad” (sperando che, in un eventuale sequel, Deadpool rompa la quarta parete, come suo solito, sterminandoli), dopo la risposta tamarra a Thor di “Aquaman” (carino per le tematiche ambientaliste, ma sul serio mi togli di mezzo Black Manta così frettolosamente?), arriva il “lato comico” di “Shazam!” (in risposta a “Guardians of the Galaxy”?). Eppure, continuo a guardare e riguardare i film del DCEU; perché, diciamocelo… alla fin fine sono anche io un tamarro.
Cannibal Kid: Iniziamo subito male, caro Giuseppe. Sei un fan dei cinecomics, sei un tamarro... non è che in realtà sei James Ford sotto mentite spoglie?
Questa settimana mi sa che il ruolo di supereroe toccherà a me, visto che a quanto pare dovrò scontrarmi non uno, ma contro due villain. Per quanto mi riguarda, i film della DC fanno schifo, così come anche quelli della Marvel. Non ci vedo tutto 'sto divario qualitativo. Ok, forse quelli della DC fanno ancora più schifo (a parte il divertente Suicide Squad), però, insomma, siamo lì. Questo Shazam! se non altro promette di non prendersi troppo sul serio e di regalare qualche risata. Il rischio porcheria stile Venom però mi sembra dietro l'angolo.
Ford: finalmente in questa rubrica compare uno con delle opinioni tamarre e sensate! E non sto parlando di me, bensì di Giuseppe, che a questo punto potrebbe sostituire Cannibal. Dunque, i Cinecomics DC, fatta eccezione per i Batman di Nolan e Wonder Woman - che a me è piaciuto - rispetto ai Marvel fanno davvero cagare. Questo Shazam! non mi pare abbia nulla per cambiare il destino della pattuglia della Distinta Concorrenza.

Noi

Noi
"Noi siamo venuti fino a Casale Monferrato per dare la caccia a quel radical di Cannibal!"
Giuseppe: Il tizio che nel trailer si arrampica sull’albero, con effetti speciali d’alta scuola di cineasti all’arrembaggio, merita, da solo, la visione di questo film che, dalle prime battute, pensavo fosse la risposta afroamericana/blaxploitation a “Venerdì 13”, con ‘sto bambino di colore (che, guarda caso, si chiama Jason) con ‘sta maschera perenne in testa, in vacanza nei pressi di un lago, che stai lì lì a dire “Mò s’affoga e ne esce tramutato in un bestio assassino”. Invece, poi, arrivano altri quattro neri che vogliono prendere a mazzate la famiglia di Jason; e ‘sti 4 neri so’ tipo proprio uguali uguali a loro, nelle sembianze; al che, l’innocente famigliola, ipotizza siano i loro doppi malefici; il che mi riporta alla mente quell’amico un po’ razzista che dice “Tanto i negri so’ tutti uguali”; e, quindi, ti chiedi, “Magari anche loro fanno fatica a riconoscersi, fra di loro, e quindi si so’ confusi”.
Cannibal Kid: Senza troppe difficoltà, il film più promettente della settimana, forse del mese. Negli Usa è già un successone e spero che questa volta Jordan Peele, dopo l'interessante ma anche un pochino sopravvalutato Get Out, possa aver fatto un centro pieno. Se poi il titolo fa riferimento a Noi, intesi come io e Ford, i brividi sono garantiti!
Ford: Peele mi aveva sorpreso in positivo con Get Out, e spero che con questo Noi possa confermare quello che potrebbe essere il talento "black" più interessante dai tempi del primo Spike Lee. Staremo a vedere se si tratta di critica sociale oppure di tutto fumo e niente arrosto, un po' come Cannibal.


Appurato questo, ammetto che il commento di Giuseppe è così fuori dagli schemi che forse meriterebbe un altro film sempre diretto da Peele.

Book Club - Tutto può succedere

"E ora ci facciamo un bell'aperitivo da vecchie signore come quelli che piacciono a Katniss Kid."
Giuseppe: Vabbe’, qui ci sta Diane Keaton, che, tipo, io amo (anche se ha diretto un episodio di quell’abominio denominato “Twin Peaks”, e vabbe’: nessuno è perfetto). Ad ogni modo, una commedia romantica sui desideri sessuali di belle signore attempate? Devo capire se la cosa mi prende perché, un po’, sono gerontofilo o perché, in realtà, sta diventando un cazzo di vecchiaccio anche io. Probabilmente, la verità sta nel mezzo.
Cannibal Kid: Giuseppe ama Diane Keaton, che io trovo decisamente insopportabile. Definisce poi il capolavoro Twin Peaks un abominio...
L'abbiamo trovato: uno più strafatto e con opinioni più discutibili di me e di Ford messi insieme è qui!
Quanto al film, tutto può succedere, neh, ma che mi piaccia questa robetta da tè delle cinque per carampane mi sembra mooolto difficile.
Ford: robetta da merendina delle cinque che può piacere giusto ai radical come Cannibal o ai gerontofili come Giuseppe - che su Twin Peaks mi caga anche un pò fuori dal vaso, c'è da ammetterlo - che evito ben volentieri, anche perchè Diane Keaton non mi sta proprio simpatica. Anzi, mi è sempre parsa una tipa un pò cannibalesca.

Il ragazzo che diventerà re

"Cannibal, smetti di fare lo snob e diventa un vecchio fordiano pane e salame come me!"
Giuseppe: Questo film sarà una cacata d’avventura per bambini, con trama semplice semplice ed effetti speciali a iosa. E per questo devo ASSOLUTAMENTE vederlo. Tra l’altro, il regista, Joe Cornish, fa parte della cricca di quel figo immenso conosciuto come Edgar Wright, quindi ci fidiamo a scatola chiusa. Anche se nessuno potrà mai eguagliare Graham Chapman nei panni di re Artù.
Cannibal Kid: Joe Cornish è il regista di quella figata di Attack the Block, e quindi respect. Questa cacata d'avventura per bambini comunque la lascio al folle Giuseppe e all'eterno bambino Fordone.
Ford: non sarà la figata dell'anno, ma Joe Cornish, oltre ad appartenere alla cricca del mitico Wright, è l'autore di Attack the block, una vera figata, dunque un tentativo direi che lo vale tutto.

Il viaggio di Yao

"Ragazzo, mi raccomando: la prima cosa che devi fare è accertarti che Ford non sia alla guida di uno di quegli autobus."
Giuseppe: Ho visto il trailer del film con il mio amico razzista, che pensava stessimo ancora guardando il trailer di “Noi”: non ce la fa. La ricerca (non voluta) della felicità nelle cose semplici e nei valori di una vita povera, difficile, ma felice, in contrapposizione ai ritmi frenetici, agli impegni immani e all’asfissia dei tempi moderni; l’occidente contro l’Africa. E sarei pure d’accordo. Se in Africa non vi fosse un dilagare di sfruttamento e miseria su cui, proprio l’occidente, si erge. Evitate di comprare uno smartphone all’anno.
Cannibal Kid: Nuovo film con Omar Sy, attore che dopo Quasi amici sembrava dovesse spaccare tutto, e invece la sua si è trasformata in una carriera da quasi star. Un po' come Ford è un quasi blogger. Questo road movie riuscirà a farlo svoltare definitivamente? Ne dubito.
Ford: incredibile quanto, a volte, un film sia in grado di lanciare e condannare ad un tempo un regista o, come in questo caso, un attore. Omar Sy, dopo Quasi amici, pare essere rimasto imprigionato nello stesso ruolo e nella stessa pellicola, solo di volta in volta meno originale e potenzialmente più buonista. Il tipo di viaggio che non ci tengo troppo a fare.

Bene ma non benissimo

"Non ti preoccupare: cose del genere accadono al Cucciolo Eroico quasi tutti i giorni anche oggi."
Giuseppe: “Ma cu minchia è ‘stu Shade?”. Lo ammetto: me lo sono chiesto anche io. Probabilmente sempre per via del fatto che non ho quasi più ragione di potermi definire gerontofilo, se faccio apprezzamenti di tipo sessuale nei confronti di una vecchia. L’idea del film “di formazione”, con protagonisti dei pre-adolescenti bullizzati, ci piace (essendolo stati): però io, a quell’età, non ascoltavo ‘sta musica di merda.
Cannibal Kid: Shade non farà certo musica di livello eccelso, però mi sta abbastanza simpatico. In più il film è diretto da Francesco Mandelli, anche noto come il Nongio, uno dei miei idoli adolescenziali e che ancora oggi seguo con interesse. Mi erano piaciuti persino I soliti idioti, almeno i primi tempi. Contro tutti gli snob gerontofili come Giuseppe e Ford, una possibilità a questa robetta teen che fin dal trailer sa di stronzata io la darei. Bene ma non benissimo promette di essere male ma non malissimo.
Ford: non ho mai sopportato il Nongio, così come non ho mai sopportato i bulli. Il Nongio non dev'essere mai stato un bullo, ma uscendo con questa roba quasi sembra voglia bullizzare il pubblico. Dunque non mi resta che ergermi a baluardo in difesa dei bullizzati e sparare un paio di calci rotanti a questo film.

venerdì 29 dicembre 2017

Ford Awards 2017: i film (N°30-21)



Ed eccoci giunti alla classifica più importante, quella dedicata ai film che più hanno conquistato i favori del sottoscritto tra quelli usciti in sala nel corso dell'anno: ovviamente, come di consueto, mancano all'appello alcuni titoli più o meno importanti, e considerato che nonostante un inizio anno notevole la qualità si sia abbassata a questo giro ho deciso di diminuire il numero dei titoli in classifica dai consueti quaranta a trenta.
Scopriamo dunque quali sono gli apripista della classifica.


N°30: L'INGANNO di SOFIA COPPOLA


Apre la classifica Sofia Coppola, regista discontinua ma di talento, che riporta sullo schermo un classico di Don Siegel, La notte brava del soldato Jonathan, riuscendo comunque a non sfigurare troppo nel confronto. Nell'anno della rivincita delle donne, una pellicola che pare quantomai attuale.

N°29: DUNKIRK di CHRISTOPHER NOLAN

 

L'illusionista del Cinema, Christopher Nolan, torna sul grande schermo con un film bellico celebratissimo - forse troppo - alla sua uscita, considerato dal primo giorno uno dei favoriti per la prossima corsa agli Oscar. Peccato che, nonostante l'indubbia ed incredibile tecnica, al cuore non resti nulla se non una bella confezione.
N°28: CARS 3 di BRIAN FEE

 

Alle spalle la delusione cocente di Cars 2, Saetta McQueen torna sullo schermo con un terzo capitolo decisamente nelle corde del primo, grazie al quale assistiamo al passaggio di ruolo del protagonista da allievo a maestro. Parabola sul rapporto tra vecchie e nuove generazioni che conserverò tra i ricordi più vivi in quanto primo film visto in solitaria al Cinema con il Fordino.
N°27: THOR - RAGNAROK di TAIKA WAITITI


Irrompe nella classificona il Dio del Tuono in versione Taika Waititi, fracassonata divertentissima che pare uscita dritta dritta dagli anni ottanta e che rilancia alla grande lo spirito più guascone dei film Marvel del Cinematic Universe sul modello di Guardiani della Galassia - ma avremo modo di riparlarne -. Ci si diverte, ci si intrattiene, si spacca. 

N°26: DETROIT di KATHRYN BIGELOW

 

La cazzutissima Bigelow, più che attesa alla vigilia, è una delle delusioni di questa classifica: avrei voluto che Detroit irrompesse come una tempesta piazzandosi decisamente più in alto, ma benchè la confezione sia ineccepibile, questo lavoro comunque importante ha lo stesso difetto di Dunkirk. Si ammira, ma non si ricorda.

N°25: IL DIRITTO DI CONTARE di THEODORE MELFI


Il The Help del duemiladiciassette. Forse confezionato per le candidature ai passati Oscar, ma genuino, piacevole e scorrevole da guardare. Inoltre, parliamo di una storia vera che non ha perso in termini di attualità ed è in grado di mettere d'accordo spettatori con gusti profondamente diversi tra loro. 

N°24: T2 - TRAINSPOTTING 2 di DANNY BOYLE

 

I ragazzacci di Welsh e Boyle tornano sullo schermo a un ventennio di distanza dal cult che li aveva consacrati, e spazzano via i sospetti di una bieca operazione commerciale con un perfetto mix di nostalgia ed ironia. Tornare da Bagby e soci è stato come rivedere gli amici del quartiere che si sono persi con la vita, e continuare, con loro, a scegliere a vita stessa.
N°23: BORG MCENROE di JANUS METZ

 
 
Una delle sorprese di fine anno. Senza strafare in termini di tecnica ed originalità, Metz porta sullo schermo con grande tensione e partecipazione uno dei match più belli della storia del tennis, e lo fa riuscendo nella non facile impresa di rendere al meglio lo spirito che c'è dietro la pratica sportiva, a qualsiasi livello sia praticata.

N°22: GIFTED - IL DONO DEL TALENTO di MARC WEBB

 

Alle spalle l'ottimo 500 giorni insieme e i decisamente meno interessanti Spider Man, Marc Webb torna in un territorio che gli è più congeniale, e regala al pubblico uno di quei film dei quali innamorarsi senza chiedere troppe spiegazioni, ma seguendo la pancia ed il cuore.
Immedesimazione o età, ho trovato vivo e sentito il racconto di questo rapporto che mette i sentimenti prima del talento, e ricorda a tutti che non esiste un genio senza qualcuno che lo sostenga.

N°21: SCAPPA - GET OUT di JORDAN PEELE


Una delle sorprese più piacevoli della stagione: in bilico tra tensione e spavento, critica sociale ed ironia, Jordan Peele regala al pubblico una piccola chicca che, con un finale meno consolatorio, avrebbe conquistato una posizione ben più alta di questa.
Un paio di scene sono instant cult, gli interpreti funzionano, il messaggio è chiaro. Avercene.


TO BE CONTINUED...

lunedì 22 maggio 2017

Scappa - Get Out (Jordan Peele, USA, 2017, 104')




Archiviati gli anni novanta e l'epoca d'oro di un certo tipo di thriller, riuscire nell'impresa di centrare il bersaglio con un film "dal fiato corto" - dello spettatore, ovviamente - è stato merce rara almeno quanto confezionare un horror che riuscisse davvero a spaventare.
In tempi recenti, di degni appartenenti a questa schiera ricordo soltanto l'Hush che fu sorpresa la scorsa estate e, pur considerandolo a tutti gli effetti un film dell'orrore, Eden Lake, e per il resto, principalmente robetta.
Il Get out di Jordan Peele, giunto dalle parti del Saloon in anticipo rispetto all'uscita italiana spinto da opinioni lusinghiere raccolte oltreoceano - dove ha avuto un successo clamoroso -, si poneva dunque di fronte ad una prova ardua, nonchè alla circospezione del sottoscritto: e devo ammettere con piacere il fatto che, pur non essendo perfetto, sia riuscito a superare la prova più che bene.
A prescindere, infatti, dall'assunto di base che qualcosa non vada e che sia palese il fatto stesso che non vada - ma, del resto, cose come Rosemary's Baby hanno insegnato che non è necessario mettere in dubbio l'evidenza per inquietare - Get out procede prendendosi il tempo necessario con piglio deciso - esempio lampante la sequenza bellissima con il protagonista intenzionato ad uscire in giardino per la sigaretta notturna - prima di esplodere in un'escalation finale che è riuscita in una certa misura a ricordarmi l'Haneke di Funny Games e che affronta in modo senza dubbio intelligente una delle tematiche più importanti degli States attuali, in bilico tra Trump e le ferite passate, ovvero la questione razziale.
Qualcosa, da una parte e dall'altra - così come nell'epilogo - viene concessa rispetto all'ottica della grande distribuzione -purtroppo-, ma il film funziona ed intrattiene a dovere, non pecca in logica e sfrutta la curiosità crescente dell'audience in modo da portare avanti un plot che, come già sottolineato, pare evidente fin dal principio e crea tensione principalmente grazie all'attesa del momento in cui la situazione esploderà divenendo a tutti gli effetti senza ritorno, senza per questo dimenticare alcune parentesi senza dubbio ironiche.
A dare supporto al tutto, un cast ben assortito ed in parte, un'atmosfera in bilico tra Eyes Wide Shut - anche citato - e Non aprite quella porta - privo della componente slasher - ed un naturale senso di straniamento e disagio nato per empatia con il main charachter, cataputato in un vero e proprio incubo ben lontano dall'idea di passare il weekend con i genitori della propria fidanzata - ed in questo senso, ho decisamente giocato con Julez al solo pensiero di quando la Fordina comincerà a portare a casa degli "accompagnatori" - e sentirsi a disagio nel confronto con gli stessi.
A prescindere, infatti, dalla parte scientifica dell'evoluzione della trama - comunque interessante, considerata l'esigenza e la presunzione di alcuni esponenti delle classi sociali "alte" di potersi permettere di vincere anche il Tempo e la Natura -, Get Out funziona come thriller e come survival, inchioda come si deve alla poltrona e tiene benissimo il campo - un campo difficile, come già sottolineato - dal primo all'ultimo minuto, senza sbruffoneggiare con ambizioni troppo alte ma allo stesso tempo mostrando tutta la solidità dei prodotti con le palle.
Di quelli che sopravvivono ai confronti ed ai pregiudizi.
Di quelli che gli appassionati cercano e bramano come l'aria.
Ed è bello, in questi casi, venire soddisfatti.
Anche se il prezzo è una visione a cuore non troppo leggero.




MrFord



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