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martedì 21 maggio 2019

White Russian's Bulletin



Considerata la puntualità che nelle ultime settimane sono quasi inspiegabilmente riuscito a dare alla rubrica dedicata alle uscite in sala, ho pensato che non sarebbe stato così male tentare il ritardo con il Bulletin, slittato per questa settimana di un giorno.
Senza dubbio in termini di visioni è stata una settimana più ricca delle ultime, che affronta anche uno dei prodotti più chiacchierati del periodo, Game of thrones, giunto alla fine della sua cavalcata dopo nove anni o otto stagioni: Jon Snow e soci a parte, comunque, c'è stato spazio per proposte di ogni tipo, più o meno in grado di emozionare e conquistare il Saloon come mi sarebbe piaciuto, o mi aspettavo sarebbe stato.



MrFord



THIS IS US - STAGIONE 3 (NBC, USA, 2018)

This Is Us Poster

I Pearson, per il Saloon, sono un pò la versione da Mulino Bianco - in senso buono - dei Gallagher: una famiglia come ci si immagina e si vorrebbe sempre che fosse la famiglia, il posto dove tornare, la forza che ci permette di rialzarci quando finiamo con il culo a terra, la bomba di sentimenti per eccellenza. E in mezzo a tutto questo, un charachter fordianissimo che fin dal primo episodio ha rappresentato un ideale che, caotico e casinista come sono, non raggiungerò mai, ma che mi piacerebbe fosse una sorta di ispirazione.
Tante cose belle, tanto voler bene ai protagonisti, nonostante la creatura di Dan Fogelman tocchi il punto più basso della sua corsa fino ad oggi, impossibilitato a liberarsi dell'ingombrante - pur se magnifica - figura del già citato Jack Pearson e a portare il pubblico verso il futuro - in tutti i sensi -: e se da un lato ci troviamo di fronte ad una delle scene più belle della serie - lo stadio ricostruito per Kate da parte di Toby -, dall'altra un finale totalmente anticlimatico toglie hype rispetto a cosa ci aspetterà il prossimo anno.
Personalmente, spero qualcosa di meglio.




ANDRE THE GIANT (Jason Hehir, USA, 2018, 85')

Andre the Giant Poster


Pochi, anche tra i non appassionati di wrestling come il sottoscritto, non conoscono almeno per sentito dire la figura ormai mitica di Andre the Giant, uno dei lottatori più importanti e mitici che nel corso degli anni ottanta cambiò per sempre la percezione e la portata mediatica dello sport entertainment, finendo ad aprire la strada per chi, anni e anni dopo, avrebbe usato il wrestling stesso come trampolino per conquistare Hollywood - leggi The Rock -: la storia di Andrè Roussimoff, affetto da acromegalia e nato in un piccolo centro alle pendici delle montagne, pare scritta apposta per un film. Deciso a fare fortuna fin da ragazzo, amante della vita vissuta, uomo di compagnia ed incomparabile bevitore - i racconti di bevute che superano le cento birre o le sei o sette bottiglie al giorno divise tra vino e superalcolici sono leggendarie -, tra i più amati dai suoi colleghi, Andre segnò per sempre la sua disciplina prima che l'aggravarsi delle sue problematiche fisiche non lo condusse ad un ritiro anticipato dal ring e ad una carriera davanti alla macchina da presa chiusa ben presto dall'improvvisa quanto prevedibile morte, a soli quarantasei anni.
Un ritratto sentito e commosso di un personaggio incredibile, carismatico e dall'aura quasi romanzesca, che sarebbe bene ricordassero anche le generazioni che non l'hanno potuto vivere come la mia.




LA STORIA FANTASTICA (Rob Reiner, USA, 1988, 98')

La storia fantastica Poster

In occasione della ricorrenza del compleanno di Andre the Giant e della visione del documentario a lui dedicato ho rispolverato, in compagnia della Fordina, uno dei grandi classici della mia infanzia nonchè tra le fiabe - nel senso vero e classico del termine - più belle portate sul grande schermo: La storia fantastica.
In una cornice che non si nega una buona dose di ironia ed umorismo, ricca di momenti ormai epici e frasi cult - chiunque sia sopra i trenta e non conosca a memoria il monito di Inigo Montoya dovrebbe finire tra le grinfie dell'ultima moda giustizialista di Daenerys -, la vicenda di Bottondoro e Westley è una meraviglia ad ogni età, e se ai tempi mi esaltavo per i duelli e le lotte, e restavo sbigottito di fronte ai ribaltamenti di fronte inaspettati che accadevano, ora finisco quasi per commuovermi con l'incedere di Inigo finalmente giunto di fronte all'uomo responsabile di aver ucciso suo padre, o a Westley che "potrebbe anche trovare la forza".
Un classico senza se e senza ma, che riesce a far assaporare quella meraviglia che il Cinema può ed è giusto che regali.




NOI (Jordan Peele, USA/Giappone/Cina, 2019, 116')

Noi Poster


Jordan Peele è uno che, senza dubbio, sa il fatto suo. Già con Get out, qualche tempo fa, era riuscito nella non facile impresa di trasformare un thriller sociale mascherato da horror in un piccolo fenomeno giunto addirittura agli Oscar: con Noi era chiamato a confermare un talento che, almeno nella prima parte, pare ben più che evidente, graziato da una tensione costante ed un montaggio che - e questo per tutto il film - ha del clamoroso.
Poi, come molto spesso accade a chi ha gran talento, il buon Jordan finisce per mettere troppa carne al fuoco e cercare di dare fin troppo spessore politico ad una vicenda che, pur se interessante, finisce per risultare quasi forzata: in fondo, nella sua ben comprensibile lotta a sostegno della ribellione dei dimenticati, degli emarginati e degli oppressi, pare quasi non rendersi conto di essere a tutti gli effetti e a conti fatti uno dei privilegiati, che si parli di status artistico, sociale o anche, per l'appunto, di talento.
In questo senso Noi è una macchina perfetta che si inceppa quando cerca di affermarsi come tale, il figo o la figa della scuola che cercano in ogni modo di atteggiarsi tali senza sapere che lo apparirebbero anche comportandosi naturalmente, ricordando quasi a tutti noi comuni mortali che uno su mille ce la fa, e gli altri restano ombre.
Peccato che, nonostante predichi il contrario, o qualcosa di simile, il buon Peele non si sia accorto di fare parte dell'elite che sta dall'altra parte.




GAME OF THRONES - STAGIONE 8 (HBO, USA, 2019)

Il trono di spade Poster

Nelle ultime settimane, che si tratti della blogosfera, di internet, social o dei pub di tutto il mondo, penso che non si sia parlato di più di un prodotto per piccolo o grande schermo - forse se la gioca con Avengers Endgame - che di Game of thrones.
La serie ispirata dai romanzi di Martin e creata da Benioff e Weiss, alle spalle stagioni clamorose ed altre decisamente meno entusiasmanti, è divenuta negli anni un vero e proprio fenomeno mediatico, il primo di portata planetaria dai tempi di Lost: e come Lost, e come tutti i prodotti al centro di un quasi culto, ha finito per pagare dazio con quest'ultima stagione, sancita come tale forse troppo in fretta dagli autori che si sono ritrovati con troppa carne al fuoco e sole sei puntate per chiudere il cerchio di vicende che avevano impiegato anni a sviluppare anche solo in parte. 
E così, se da un lato è normale e lecito giustificare un fan service a questo punto quasi naturale, dall'altro pare di assistere ad una versione con il fast forward delle precedenti stagioni, con passaggi temporali in time warp e cambiamenti di personaggi che, ai tempi d'oro, avremmo vissuto nell'arco di almeno tre stagioni.
Ma tant'è. Game of thrones ci ha accompagnati per quasi dieci anni, e per quanto quest'ultima stagione suoni come un'occasione sprecata, è stato giusto viversela così, salutare i protagonisti sopravvissuti e ricordare quelli - parecchi - che ci hanno lasciato in modi più o meno sconvolgenti, e che abbiamo amato o odiato. 
Avrebbe potuto essere migliore? Senza dubbio.
Ma la vita è così. A volte sei tu che mangi l'orso, e a volte è l'orso che mangia te.
Forse Westeros era un orso troppo grosso anche per chi per anni l'ha progettato e studiato.
O un drago.
E i draghi, si sa, possono essere una variabile impazzita.


venerdì 11 maggio 2018

This is us - Stagione 2 (NBC, USA, 2018)





Con ogni probabilità, This is us potrebbe essere considerata una delle serie più fordiane mai prodotte: se, infatti, titoli come Californication stuzzicano il lato wild, beone e artistico del sottoscritto, la storia dei Pearson massaggia il cuore di quello che vorrebbe essere il fratello, il padre, il marito, il nonno migliore possibile.
E nelle vicissitudini di Jack, Rebecca, Randall, Kate e Kevin c'è un massaggio che pare magia, che stringe un groppo in gola ad ogni episodio, fa riconoscere all'interno di essi, vibra attorno al patriarca dei Pearson, un uomo talmente grande da inghiottirsi, nel bene e nel male, tutti i membri della famiglia, da vivo o da morto, da eroe o da uomo con le sue debolezze e fallimenti.
Ed è proprio attorno al charachter perfettamente reso da Milo Ventimiglia che ruotano l'intera proposta e questa seconda stagione, pronta finalmente a rivelare l'episodio che portò alla morte di Jack ed introdurre un nuovo schema nell'equazione dell'epopea di questa famiglia che potrebbe regalare nuova linfa e nuove emozioni con la terza annata già confermata per il prossimo anno, pronta a mostrarci non più soltanto quello che è stato dei Pearson, ma quello che sarà.
L'idea degli autori, perfetta per rendere la serie ancora più appetibile dopo la rivelazione che aveva tenuto sulle spine l'audience nel corso di tutta la prima stagione, è assolutamente perfetta e legata, in partenza, al complesso e decisamente interessante Randall, pronto a fare da traino per i suoi fratelli e condurre nel futuro anche chi non fa parte della "cerchia ristretta", dei "tre più grandi", di chi finisce a fare da spettatore allo spettacolo dei Pearson e di Jack ancor più dei Pearson stessi.
Ma mi riesce davvero difficile cercare di scrivere un post razionale ed analitico per una serie che è tutta cuore, e che quasi ad ogni episodio commuove i Ford più maturi e conquista i più piccoli, pronti a buttarsi nelle avventure di Randall - il preferito del Fordino - e a tempestare di domande i vecchi di casa rispetto ai passaggi temporali ed ai decenni che si rimbalzano la narrazione.
Mi riesce difficile non ammettere di aver sentito le lacrime bussare agli occhi a più riprese, e di avere avuto un colpo al cuore nel corso di tutto l'episodio legato al matrimonio di Kate, quando Jack, con un equilibrio difficile da raggiungere per un padre rispetto alla figlia, le ricorda - o la avverte - che un giorno conoscerà qualcuno che non solo amerà senza confini, ma che sarà più bello, più forte e più qualsiasi cosa voglia di lui, e sarà per quel qualcuno che lui la accompagnerà all'altare.
In quel momento ho posato lo sguardo sulla Fordina, che ora mi cerca al mattino presto per attaccarsi al mio petto e spingere la sua faccia sulla mia, e dice "Papà ti mamo", e che quando mi siedo a giocare sul tappeto con loro istintivamente viene a sedersi sulle mie gambe, e ho pensato a quando dovrò lasciarla andare, affidarla a qualcuno che in questo momento detesto, sperando possa essere migliore di me promettendo il peggio se dovesse farla soffrire.
E penso al Fordino, che ricorda proprio Randall nella sua maniacalità, nella passione per quelle cose che possono apparire troppo controllate o "smielate", ma che rivelano solo un grande cuore. Sinceramente, spero non soffra troppo, e che in questo impari invece ad essere un pò più stronzo, come il suo vecchio, perchè la vita non regala nulla.
Ma a prescindere da tutto, spero vivano la loro vita al meglio, e che possano prendere da me e Julez il meglio possibile, per trasformarlo in quelle che saranno le loro vite, le loro strade e le loro storie.
O le nostre.
Perchè, in fondo, questi siamo noi.



MrFord



P. S. Tutto questo senza contare che, con l'apparizione di Sylvester Stallone nel ruolo di se stesso e di preferito di Jack Pearson con Rocky - considerato che Milo Ventimiglia interpretò proprio il figlio del mitico pugile in Rocky Balboa -, This is us è entrata di diritto nel pantheon del mio cuore.



 

lunedì 20 novembre 2017

This is us - Stagione 1 (NBC, USA, 2016)








Con ogni probabilità, se si pensa di vivere una vita piena, pronta a concederci gioie, dolori, amore, morte, crescita, esperienze, la stessa sarà sempre superiore a qualsiasi film, romanzo o canzone possa colpirci da quando arriviamo a quando ce ne andiamo.
Del resto, esistono avvenimenti, casualità, cadute e risalite che provate sulla pelle assumono il valore unico di renderci protagonisti del film incredibile che resta la nostra vita, nella sua semplicità, a prescindere da quanto siamo destinati a combinare su questa palla di fango.
This is us non è certo la migliore serie televisiva che abbia mai visto in termini oggettivi ed assoluti, ma senza ombra di dubbio mi è parsa quella più toccante nel raccontare con sincerità - pur trattandosi, per l'appunto, di un'opera di fiction - la meraviglia assoluta che è e resta l'esistenza quando viene vissuta, specie a partire da quello che è il suo cardine più importante ed ingombrante: la Famiglia.
Che lo si voglia o no, che si tratti di quella che viviamo per questioni di sangue o costruiamo per amore, la Famiglia è la scintilla che accende ed accenderà le braci più roventi sulle quali andremo a camminare, e che regalerà a chiunque i momenti migliori o peggiori che potremo ricordare.
La storia dei Pearson, tra presente e passato, amarezze e grandi gioie, lacrime e speranze, è qualcosa che si sente sottopelle perchè portato sullo schermo con la stessa disarmante sincerità del racconto di un padre, una madre, un nonno, un fratello, una sorella: si ritrovano una colonna sonora - magnifica -, momenti di commozione - a profusione: onestamente penso che This is us abbia conquistato il primato del serial con il più alto numero di lacrime strappate ai Ford da sempre - e divertimento, conquiste e perdite, piccoli e grandi gesti, scelte e destino, e non dovrei aver bisogno di aggiungere altro, considerato che tutti noi conosciamo le sensazioni per averle provate nel corso della nostra vita.
In Jack - il tipico personaggio che uno stronzo come me sogna da sempre di diventare da grande -, Rebecca, Randall, Kevin, Kate, William - il tipico personaggio che uno stronzo come me spera di diventare da vecchio -, c'è tutta la magia dei sentimenti che, più passa il tempo e più mi rendo conto di quanto sia assurdo negare, fanno parte della vita di tutti noi.
Percorrendo la storia dei Pearson - che, per usare le parole di Jack nell'ultimo episodio di questa folgorante prima stagione, "è solo all'inizio" - mi sono tornati in mente momenti che non potrò mai cancellare dalla memoria: la morte di mia nonna quando avevo undici anni e quella forza che mi si sgretolò tra le mani quando mia madre in lacrime aprì la porta di casa, quella di mio nonno poco prima dei diciotto, il primo bacio e la prima scopata, il giorno del matrimonio, quello in cui incontrai Julez e volai di corsa dal mio capo di allora a complimentarmi per la nuova assunzione, le lacrime sulle note de Il cielo d'Irlanda al funerale del mio amico Emiliano, la nascita del Fordino ed il parcheggio mancato sotto la neve, quella della Fordina con il neo fratellino a correrci incontro nel corridoio dell'ospedale con un mazzo di fiori in mano, i momenti in cui ogni giorno troviamo la magia in piccoli gesti, due notti fa quando la più piccola di casa Ford mi si è addormentata sul petto stringendomi così forte da farmi mancare il fiato, quel terribile ventotto maggio duemilaquattordici quando scoprimmo che quella che sognavamo sarebbe stata la nostra bambina era perduta, il sorriso di AleLeo al nostro ritorno a casa, pronto a salvarci entrambi da un dolore troppo forte.
E in tutto questo, la voglia di essere ancora qui, di vivere questa vita fino in fondo, di costruire una Famiglia che sarà gioie e dolori, ma anche quel qualcosa che ameremo più di qualsiasi altra, sempre e comunque.
"Questa storia d'amore è solo all'inizio", dichiara Jack a Rebecca in chiusura di stagione.
Ed è giusto, umano, vero, straordinariamente bello che sia così.
Perchè questi siamo noi.




MrFord




mercoledì 26 agosto 2015

Joker - Wild card

Regia: Simon West
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 92'






La trama (con parole mie): Nick Wild è un tuttofare nell’ambito della sicurezza anglosassone trapiantato malvolentieri a Las Vegas che sogna di mollare tutto per cinque anni, comprare una barca e navigare dalla Corsica in tutto il Mediterraneo.
Quando una giovane prostituta d’alto bordo sua amica finisce per chiedergli aiuto dopo essere stata violentemente percossa dal figlio di un boss locale, e Nick, da buon cavaliere, accetta di sistemare le cose per lei, le carte sul tavolo della guardia del corpo cambiano: ritrovatosi con nuovi nemici, uno strano cliente e venticinquemila dollari, con una notte ancora da trascorrere nella Città del Peccato, decide di giocarsi il tutto per tutto al tavolo di Blackjack.
Riuscirà a guadagnare abbastanza da abbracciare il suo sogno lontano dagli States?
O l’alcool, la predisposizione alla sconfitta e la minaccia del padre del rampollo che ha contribuito a sbatacchiare intralceranno i suoi piani?








Tendenzialmente, la mia inguaribile nostalgia per il Cinema action anni ottanta rispetto alla penuria di proposte in grado di reggere il confronto attuale mi porta a considerare assolutamente imperdibile ogni proposta che garantisca la presenza nel cast di Jason Statham.
Se, poi, dietro la macchina da presa si trova Simon West, parte integrante della figata estrema che è stata la saga degli Expendables, i dubbi finiscono per scendere sotto zero: Wild Card, gioco di parole legato alle carte ed al cognome del suo protagonista, è un prodotto atipico, rispetto a quello che ci si aspetterebbe considerate le premesse, ovvero una sequela infinita di botte rifilate dal nostro inglese spaccaculi preferito ai suoi rivali di turno.
La vicenda di Nick Wild, infatti, è più una sorta di nostalgica riflessione sulla natura di outsiders che non il classico prodotto tamarro e sopra le righe che ci si aspetterebbe considerati i nomi sul cartellone, e che, paradossalmente, proprio in questa sua diversità mostra un fascino perso, ancor più paradossalmente, proprio nelle sequenze action a tutti gli effetti, appesantite da ralenti stile Matrix decisamente superati ed evidentemente accessorie rispetto alla vicenda principale narrata dagli autori.
La posizione del protagonista, loser nonostante le potenzialità, e perfino nella vittoria – si veda il suo ruolo nel confronto tra il boss e la sua amica, o la sequenza d’apertura, prevedibile eppure inaspettata, quantomeno rispetto ai fan di Statham – destinato alla polvere, rappresenta lo spunto più interessante di un action assolutamente atipico, non nuovo all’attore – era già capitato con il sottovalutato Homefront, che spiazzò anche questo vecchio cowboy, scritto, tra l’altro, da Sly in persona – e decisamente più legato all’aspetto crepuscolare di un certo tipo di eroe che non al suo essere un “buono”, o un “vincente”.
La parte di pellicola ambientata nel casinò, con Nick intento a giocarsi tutte le sue carte, i soldi ed i sogni sul tavolo verde alzando sempre di più la posta, infatti, è indicativa rispetto a quello che, probabilmente, West e soci vanno ricercando fin dai tempi dell’operazione Expendables già citata: purtroppo, una certa epoca è inevitabilmente tramontata, e per quanto noi si possa sognare e sperare di no, dobbiamo accettare il fatto di essere destinati a perdere la partita, probabilmente perché guidati da sogni che, in una certa misura, desideriamo rimangano tali proprio perché perfetti per spingerci un giorno dopo l’altro ad inseguirli.
Le presenze di Sofia Vergara, Milo Ventimiglia – un vero cane – e Stanley Tucci fanno, come Las Vegas, da sfondo ad una parabola da tramonto di fine estate incentrata – come è giusto che sia in questi casi – su un protagonista che è impossibile non amare, un lone wolf d’altri tempi in grado di ricordarci, purtroppo, che il West e la Grande Frontiera sono tramontati, e con loro i tamarri sopra le righe figli degli eighties, destinati ad una nostalgia che non potrà mai essere placata, come una sete dagli appetiti insaziabili, o la ricerca di chi non si accontenta di sopravvivere, ma finisce per voler vivere sempre di più, sempre un passo oltre.
E’ il grande limite ed il grande pregio di prodotti come questo, che segnano la fine di qualcosa eppure, in qualche modo, ne officiano l’immortalità: perché tutti quelli guidati da una certa passione, continueranno a sognare una barca nel cuore del Mediterraneo, ad anni lontani da tutte le quotidianità del mondo.
Che si riescano, oppure no, poco importa.
Quello che farà la differenza, sarà l’aver tentato, l’aver vissuto, l’aver lottato.



MrFord



"My odds are stacked
I've never been a gambling man
I've never had the winning hand
but for you I'd lose it all
my odds are stacked
I've never been a gambling man
I've never had the winning hand
but for you I'd lose it all
(baby I'd lose it all)."
The Overtones - "Gambling man" - 





mercoledì 8 agosto 2012

The divide

Regia: Xavier Gens
Origine: Francia, Usa, Germania, Canada
Anno: 2011
Durata: 112'



La trama (con parole mie): nel cuore di una New York sotto attacco nucleare, un gruppo di abitanti di un condominio trova rifugio nel bunker antiatomico costruito dal manutentore dell'edificio Mickey, posto nei sotterranei del palazzo.
Superata la sensazione di disorientamento iniziale, i rifugiati cercano di trovare un equilibrio nella loro convivenza, quando una squadra di soldati armati di tutto punto e protetti da tute anti radiazioni entra nel rifugio rapendo la giovane figlia di Marilyn, membro del gruppo: a questo punto i conviventi forzati si troveranno di fronte all'ostilità di Mickey rispetto all'idea di tentare una missione di recupero per la bambina e all'idea che, se le cose all'esterno non dovessero andare per il verso giusto, tutti loro dovrebbero convivere con l'idea di rimanere prigionieri sottoterra fino ad una morte quasi certa.




E' curioso quanto alcuni titoli che restano lì come in agguato per mesi, diretti da un regista che non è mai stato particolarmente in grado di stupirci in positivo, riescano al contrario ad affermarsi con una forza insospettabile e a suo modo dirompente: The divide è uno di questi.
Costruito su un'ossatura per nulla nuova al suo genere - dai tempi di Carpenter e del suo Distretto 13 le pellicole d'assedio hanno di fatto costituito quasi una sorta di sottofamiglia del thriller e dell'horror - dall'atmosfera post-apocalittica alla terribile evoluzione del concetto "homo homini lupus", non immune ad una serie di difetti ben definiti - alcune parti e giustificazioni paiono raffazzonate, come l'intrusione dei soldati all'esterno o il loro laboratorio, altre troppo poco approfondite, come il passato del custode Mickey -, il lavoro di Gens prende consistenza con il passare dei minuti - anche se, occorre ammetterlo, soprattutto nella fase centrale si finisce per patire il minutaggio abbondante - mostrando un piglio decisamente interessante che ha riportato alla memoria del sottoscritto titoli spietati come Il tempo dei lupi di Haneke, complice il progressivo regredire ad uno stato selvaggio degli occupanti del bunker, consumati da invidie, bisogni primari e squilibri psicologici e culminato con una serie di scontri sempre più violenti ed una parte finale da fare invidia ai migliori horror, che se solo avesse liberato la sua potenza con qualche minuto di anticipo avrebbe reso The divide una proposta imperdibile per gli appassionati del genere.
L'accoppiata Milo Ventimiglia/Michael Eklund, in questo senso, funge da catalizzatrice di tutte le energie più efficaci e spaventose del film, passando dal rappresentare la resistenza al regime di Mickey a divenire le vere e proprie anime nere del bunker, progressivamente deformate anche nel corpo neanche fossero le creature sotterranee di The descent, prive di capelli e sopracciglia, abbigliate come i membri più importanti di una distorta famiglia più che disfunzionale.
Ma la vera sorpresa della convincente esplosione della parte finale del lavoro di Gens è data da Ivan Gonzales: il suo Sam, compagno della protagonista Eva, vissuto all'ombra dei maschi alfa rinchiusi come predatori affamati in un rifugio che pare sempre più stretto ed angusto, esplode la sua rabbia repressa in un gesto sconsiderato e clamoroso, terrificante eppure inesorabilmente umano.
Un faccia a faccia terribile e senza speranze che porta lo spettatore a prendere coscienza di una riflessione che non sarà nuova, ma che riesce sempre e comunque a sconvolgere: quella della crudeltà da abisso della sopravvivenza che ci portiamo dentro in quanto prima di ogni altra cosa animali pronti a dare libero sfogo alla legge della giungla nel momento in cui le condizioni di pacifica convivenza vengono meno, e tutto si riduce alla scelta più terribile: "O tu, o io".
Se soltanto il regista - e gli sceneggiatori - si fossero concentrati maggiormente su questo aspetto senza dover necessariamente inserire l'elemento esterno - i soldati apparentemente nordcoreani, di fatto inutili se non per giustificare le tute anti radiazioni - o perdersi nello scontro iniziale tra il gruppo e Mickey - anche se, occorre dirlo, l'immagine del manutentore fresco di omicidio appena compiuto dietro alla bandiera americana come un sipario è un colpo magico -, il risultato, più snello ed assolutamente malvagio, avrebbe fissato uno standard difficilmente eguagliabile dai titoli di un genere che, come detto, continua ad essere sfruttato senza perdere nulla del suo fascino.



MrFord


"Divide, divide, divide, divide
You might say that I'm the last man standing now,
And though you try, you'll never find a way to break me
You might say that I'm sick of being lost in the crowd,
I hear the sirens but they're never gonna take me."
Disturbed - "Divide" -



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