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mercoledì 28 febbraio 2018

Mudbound (Dee Rees, USA, 2017, 134')




Un altro dei grandi temi legati al periodo degli Oscar è senza dubbio quello dei film "etici", titoli pronti a puntare molto sulle sensazioni provocate negli spettatori e sulla sensibilizzazione a temi molto importanti, che nel corso dei decenni ha fruttato - più o meno meritatamente - statuette in quasi tutte le categorie principali.
Curioso quanto nell'anno in cui a farla da padrone per quanto riguarda ruffianeria, retorica e strizzate d'occhio ai sentimenti sia un film d'autore - il sopravvalutatissimo The shape of water di Del Toro - un film passato in sordina ed accolto senza troppi entusiasmi come Mudbound sia riuscito, al contrario, a colpirmi positivamente e con tutta la forza dei titoli che non potranno certo ambire allo status dei grandi cult che faranno la Storia della settima arte ma che riescono in modo molto semplice a farsi voler bene.
Mudbound pare il ritratto di questo tipo di pellicola: prodotto con onestà da Netflix, ambientato nei decisamente poco ospitali e difficili Stati del Sud nel periodo a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, il lavoro di Dee Rees è dritto come un pugno in pieno viso, pronto a toccare corde sensibili di ogni persona civile ma non per questo smielato o troppo carico, e attraverso la storia di due famiglie mostra le diversità razziali, le difficoltà di fronte alla Natura e al Destino, i desideri, i sogni, la sofferenza e tutto quello che si può immaginare di trovare in vite che paiono vere e vive nel racconto.
Partito come un curioso incrocio di voci off con i personaggi principali pronti a dare la propria versione della storia - o a raccontare la parte di cui si sentivano protagonisti - e pronto a diventare palcoscenico per il duetto di characthers di ritorno dalla guerra in Europa - con tutti gli strascichi che ne conseguono - forse potrà a tratti spiazzare, o non convincere appieno in alcuni passaggi, ma rimane una storia cruda e di grande forza emotiva, ottima nel raccontare l'evoluzione di un'amicizia che nasce dalla diversità, trova terreno fertile nel tentativo di superare un orrore e lotta strenuamente per sopravvivere ad un altro: il legame tra Jamie e Ronsel, il primo bianco e tornato dal fronte con una medaglia ed i ricordi della guerra dal cielo, i gradi e le domande a proposito del perchè soltanto lui si fosse salvato del suo equipaggio, il secondo nero, carrista, che ha visto i compagni perdere la vita allo stesso modo davanti ai suoi occhi ed avanti è andato, aprendo la strada al resto dell'esercito e lasciandosi dietro un figlio avuto da una ragazza tedesca, è quello dei sopravvissuti, di chi si chiede per quale motivo il Destino abbia riservato la salvezza a loro e non a chi, invece, non ce l'ha fatta, e di chi, guardato l'abisso, pensa non valga più la pena di rovinarsi la vita quando non se ne avrebbe motivo, e se non per scelta, non riesce più ad abbassare la testa.
Ed è sconvolgente e triste e fa incazzare, a prescindere dal fatto che al sottoscritto non freghi nulla di guerre ed eserciti, osservare come due ragazzi, per dirla come Ronsel, "accolti in Europa come salvatori", assumano i connotati di emarginati nel loro Paese, costretti a dimenticare la sofferenza con l'alcool e fare i conti con ignoranza, razzismo, vite buttate.
In questo, per quanto mi riguarda, sta il bello di film come Mudbound.
Film che non sono ricattatori nel risvegliare le emozioni.
Che non cercano storie d'amore dalla lacrima facile, e hanno comunque il coraggio di finire a testa alta, in barba alla sofferenza, con l'amore.
Perchè un lieto fine è possibile anche senza comprarselo.
Ed è decisamente più bello e goduto se ce lo si è sudato lottando.



MrFord



 

martedì 8 marzo 2016

Suffragette

Regia: Sarah Gavron
Origine: UK
Anno: 2015
Durata: 106'






La trama (con parole mie): siamo nel millenovecentododici in Inghilterra, e Maud Watts, madre di un figlio, donna da sempre attenta ad obbedire alle regole - anche scomode - ed abituata al lavoro in lavanderia fin dalla tenera età, viene a contatto casualmente con un'azione sovversiva organizzata dalle Suffragette, attiviste del movimento femminista pronte a lottare con tutte le forze affinchè il voto venga garantito alle donne ed una retribuzione equa possa essere una realtà a parità di sforzo e di lavoro.
Presa coscienza della condizione che lei stessa e molte nella sua situazione vivono ogni giorno in fabbrica o a casa, Maud decide di avvicinarsi alle sue colleghe che già militano nel movimento, dapprima come spettatrice, dunque come parte attiva alla causa: la nuova direzione politica presa dalla giovane costerà a quest'ultima la tranquillità in famiglia, il posto di lavoro e sacrifici inimmaginabili per una madre, ma tenendo fede al motto della fondatrice delle Suffragette, Emmeline Pankhurst, "mai arrendersi", la "nuova" Watts lotterà fino in fondo per i suoi diritti e quelli di milioni di donne come lei.










Chiunque mi conosca abbastanza bene, sa quanto le donne siano da sempre una delle debolezze principali del sottoscritto.
Ho sempre considerato l'altra metà del cielo decisamente più sveglia di quella dove sto io, più sfaccettata e complessa, più affascinante, senza dubbio più rompipalle ed in grado di gestire il rapporto tra ragione ed istinto meglio di quanto non si sia in grado di fare noi maschietti.
Un'altra cosa che ritengo sia sacra - e lo ritengo ancora di più da quando l'ho potuto vivere con i miei occhi ed i miei sensi dal giorno della nascita del Fordino - è il loro ruolo di madri: un ruolo che non ho mai considerato come "stai a casa e bada ai figli e se non mi stiri bene la camicia sono schiaffi che volano", quanto come un privilegio che a noi primati sarà sempre, purtroppo, negato.
Non mi è mai capitato, anche tornando indietro nel tempo, di pensare che le donne avessero qualcosa meno degli uomini, dai tempi dell'asilo - ricordo la guerra tra i maschi della classe rossa, quella del sottoscritto, e la gialla, dalla quale rimasi saggiamente fuori, unico tra gli aspiranti "gladiatori", e guadagnai una settimana di giardino circondato dalle fanciulle, in barba ai miei amici tutti confinati in castigo in classe - alle esperienze lavorative, dagli scontri ideologici a quelli verbali, dal conquistare all'essere conquistato.
Con questo non mi voglio certo ergere a paladino del mondo in rosa, che fin dall'alba dei tempi, pur messo sempre alle strette dai tentativi maschili, è riuscito non solo a tenere alta la testa, ma a cambiare la Storia e la società con le sue sole forze: una delle realtà più solide in grado di mostrare questo spirito indomito è senza dubbio quella delle Suffragette, che agli inizi del Novecento lottarono con tutti i mezzi in loro possesso in modo da spingere la società anglosassone verso decisioni epocali - e sacrosante - come il voto alle donne ed il riconoscimento dei loro diritti sui figli - emblematico il caso del bambino della protagonista di questo film, pur se solo accennato rispetto all'economia della trama principale -.
Il merito del lavoro di Sarah Gavron è proprio quello di testimoniare, attraverso fatti locali parte di un confronto e di un insieme più ampi, il coraggio e la passione che queste tostissime signorine mostrarono a tutti coloro i quali non le credevano non solo abbastanza stabili per poter votare, ma anche e soprattutto abbastanza per comparire da pari in società: Suffragette non sarà comunque un film destinato a fare la Storia della settima arte - per certi versi, resta molto convenzionale e dal taglio quasi televisivo -, ma a volte sono le piccole cose e gli avvenimenti casuali - si veda la sequenza più importante e ben riuscita della pellicola, l'incidente al Derby del giugno del millenovecentotredici, destinato a cambiare radicalmente gli equilibri in campo rispetto al voto alle donne - a dare inizio a qualcosa di molto più grande ed importante.
Dunque ben vengano lavori come questo, resi più forti dall'impegno e dalla partecipazione delle attrici - molto brava la Mulligan, e perfino meno fastidiose del solito la Bonham Carter e la Streep - e necessari come ogni pellicola ben costruita e legata ad una delle colonne portanti della società: i diritti civili.
E pensare alle Suffragette, alle mie colleghe, alle madri, a Julez - che, ai tempi, sarei sicuramente dovuto andare a recuperare in carcere più e più volte, e sarei stato fiero di farlo -, alle realtà che conosciamo anche quando la nostra predatoria ed istintiva natura di uomini non prende il sopravvento, alle signore ucraine responsabili delle pulizie del mio posto di lavoro che hanno promesso vodka per festeggiare oggi con noi e si stupiscono di ogni piccolo aiuto e gentilezza ricevuta qui quando la maggior parte dei loro stipendi finisce per mantenere mariti nullafacenti in patria, mi fa sperare che il percorso delle donne sia soltanto all'inizio.
E me lo fa sperare anche e soprattutto il fatto che il loro percorso è anche il nostro.
Perchè senza madri, senza mogli, o amiche, o amanti, non saremmo altro che un gruppo di scimmioni alla ricerca di un qualsiasi buco in un albero.
E non sarebbe una vita altrettanto bella.




MrFord




"Oh don't lean on me man
cause you can't afford the ticket
I'm back on Suffragette City
oh don't lean on me man
cause you ain't got time to check it
you know my Suffragette City
is outta sight... She's all right."
David Bowie - "Suffragette city" -






giovedì 3 marzo 2016

Thursday's child

La trama (con parole mie): prima edizione della rubrica più attesa della blogosfera - più o meno - giunta dopo la Notte degli Oscar, con tanto di coda di proposte legate a doppio filo alla stessa.
Purtroppo, come di consueto, oltre al sempre divertente e pane e salame qui presente dovremo portarci dietro quella lagna radical di Cannibal Kid, ma è uno sporco lavoro che qualcuno deve pur fare.
Nel frattempo, godiamoci il più possibile le proposte più interessanti di un periodo tutto sommato meno peggio del normale.


"Questo è quello che succede a chi sostiene Pensieri Cannibali, bello."
Room

"Certo che i film proposti da Ford sono proprio una bomba."
Cannibal dice: Il film preferito da Pensieri Cannibali tra quelli nominati agli Oscar 2016, già recensito qui http://www.pensiericannibali.com/2016/02/boom-boom-boom-boom-i-want-brie-larson.html, arriva finalmente nei cinema. Avrebbero potuto anche farlo uscire prima della cerimonia per sfruttare l'hype, ma tempismo e furbizia non sono tra le doti principali dei distributori italiani. Hey, chissà chi mi ricordano?
Ford dice: tra i candidati alla statuetta per il miglior film Room è stato uno dei miei favoriti, forse quello che avrei preferito veder vincere dopo Mad Max.
L'ho visto da un po', ma ho atteso l'uscita in sala per poter pubblicare il post, che purtroppo potrebbe essere perfino d'accordo con quello del mio rivale Cannibal Kid.




Legend

"Tranquillo, ha detto Ford che ci pensa lui, a gonfiare il Cannibale."
Cannibal dice: Una pellicola gangsta britannica ambientata negli anni '60 con Tom Hardy e... Tom Hardy. Un film che io ho già visto e che presto recensirò, ma nel frattempo mi sento di consigliarlo soprattutto ai fan di... Tom Hardy.
Ford dice: altro film passato già da un pò sugli schermi del Saloon ed uscito clamorosamente in ritardo qui in Italia, consigliatissimo soprattutto per l'interpretazione di Tom Hardy, che sarebbe stato un premio Oscar migliore rispetto a Marc Rylance, se proprio l'Academy doveva fare uno sgarro a Sly. Ma questa è un'altra storia.



Suffragette

"Carey, sei in arresto per cannibalismo."
Cannibal dice: Con il termine Suffragette venivano indicate le femministe che si battevano per i diritti delle donne. Quelle che volevano tutti i film action machisti tanto amati da Mr. Ford fuori dalle scatole, o almeno fuori dalle sale. Questo film ci racconterà se ce l'hanno fatta o meno.
Ford dice: questo Suffragette, legato ad una tematica importante come quella dell'emancipazione femminile, mi pare la classica cannibalata finto impegnata che finirà per sfracellarmi i cosiddetti durante la visione.
Ma dato che ci tengo all'emancipazione delle donne - perfino quella di Katniss Kid, riesumata per l'occasione -, un'occhiata la darò comunque.


Attacco al potere 2

"Cannibal, è inutile scappare: ormai i fordiani ti sono alle calcagna."
Cannibal dice: Come potete intuire dall'uscita di questa pellicola, le Suffragette non sono riuscite a estirpare le pellicolacce action machiste dalla faccia dell'Universo. E così ecco che arriva il sequel di un film imbarazzante (http://www.pensiericannibali.com/2013/09/olympus-has-fallen-and-cinema-too.html) di cui nessuno sentiva la necessità. Forse giusto Ford.
Ford dice: per quanto sia un appassionato di action tamarri, non sentivo affatto la necessità di questo sequel. Per riempire il vuoto lasciato dalla Notte degli Oscar, però, penso rivedrò qualche vecchio Sly d'annata.



Heidi

"Che palle, dobbiamo pure portare quella capra di Cannibal al cinema!"
Cannibal dice: La conoscete la versione dei Gem Boy della sigla di Heidi?
Ecco, riassume bene cosa ne penso anch'io di questo personaggio che, fin da piccolo, non mi è mai piaciuto. E che in questa versione live action potrei detestare ancora più di quell'altro montanaro di James Ford.
Ford dice: non ho mai amato particolarmente Heidi, non ho mai seguito il cartone animato neppure da piccolo e certo non comincerò ora, con questa versione live che pare sinceramente da incubo. Anche peggio delle proposte di Cannibal Creed.



Regali da uno sconosciuto - The Gift

"Ti lovvo da vero stalker. Sono perfino peggio di Peppa Kid."
Cannibal dice: Joel Edgerton è un attore parecchio inespressivo e quindi molto fordiano che non mi piace particolarmente. Chissà se, passando dietro la macchina da presa, dimostrerà un maggiore talento? Per una serata thriller, questo suo esordio alla regia potrebbe anche rivelarsi un piacevole regalo.
Ford dice: ho sempre avuto poca fiducia in Joel Edgerton come attore, e sinceramente come regista mi pare che la situazione possa solo peggiorare.
Considerato il genere, però, potrei tenerlo buono per qualche serata di decompressione.



The Other Side of the Door

"Ford, ti prego, fammi uscire: non dico più di essere d'accordo con Cannibal."
Cannibal dice: Prendi una storiella horror e ci metti dentro un paio di attori televisivi, in questo caso Jeremy Sisto di Six Feet Under e Suburgatory e Sarah Wayne Callies di The Walking Dead, Prison Break e Colony, attrice che a me sta abbastanza indifferente, ma in rete è tra le interpreti seriali più odiate di sempre, sarà per colpa dei suoi personaggi. Io invece il mio odio preferisco conservarlo tutto per qualcun altro...
Ford dice: altro filmetto da sabato sera su Italia Uno che viene buono per l'other side di questa rubrica, quello meno buono. E direi che lo cedo molto volentieri.



Marie Heurtin - Dal buio alla luce

"Non scappare, per favore! Giuro che non ti obbligo più a vedere The tree of life!"
Cannibal dice: Pellicola francese radical-chic della settimana che in teoria dovrebbe intrigarmi, ma considerando che è ambientato in un convento la voglia di vederlo è subito scesa al di sotto del livello di un film russo d'autore consigliato da WhiteFuckinRussian. Anche se c'è da dire che, nonostante la riluttanza iniziale, alcune storie di suore, come Ida, Lourdes e Sister Ford - Uno svitato in abito da suora, alla fine finiscono pure per piacermi.
Ford dice: considerate le delusioni della Notte degli Oscar, penso mi prenderò almeno un paio di settimane lontano da radicalchiccate e proposte anche solo vagamente cannibalesche per poter fingere che non sia successo nulla di particolarmente fastidioso, anche se, in realtà, ho la sensazione che non sia così ogni giorno aprendo Pensieri Cannibali.



Pedro - Galletto coraggioso

"Il mio prossimo sfidante è Cannibal? Ahahahahah! Quel pulcino lo spenno ad occhi chiusi!"
Cannibal dice: Heidi non bastava, per questa settimana? Doveva pure arrivare la bambinata d'animazione sui galletti che mi farei volentieri allo spiedo insieme a Ford? E non intendo nel senso che mangerei un galletto in sua compagnia...
Ford dice: filmetto d'animazione che mi dice poco o nulla e che non penso proporrò neppure al Fordino, specie considerando che, tra un paio di settimane, avremo l'uscita dell'anno pronta a festeggiare l'esordio in sala del più piccolo dei Ford.
Per il momento, dunque, il galletto me lo mangio e basta, senza guardare niente.


lunedì 17 febbraio 2014

A proposito di Davis

Regia: Joel ed Ethan Coen
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 104'





La trama (con parole mie): Llewyn Davis è un giovane cantante folk senza dissa dimora che si muove quasi perduto nell'inverno del Greenwich Village newyorkese dei primi anni sessanta, intento a costruirsi una carriera da solista a seguito della tragica scomparsa del suo vecchio partner di palcoscenico. Passando di casa in casa e di divano in divano, Davis sogna una grande occasione per salire sul treno giusto barcamenandosi come può tra un gatto smarrito ed i sensi di colpa per le reazioni provocate nelle persone che, almeno in apparenza, potrebbero essere quelle a lui più vicine.
Quando, per colpa o per destino, finisce per non avere più una speranza che lo spinga, Llewyn decide di tornare al lavoro nella marina mercantile, impiego già sperimentato sulla propria pelle ai tempi in cui cercò di seguire le orme di suo padre: ma anche in questo caso le cose non andranno come previsto, e Davis si ritroverà in men che non si dica all'ennesimo punto di (ri)partenza.








Mi ha fatto proprio venire voglia di suonare, la visione di A proposito di Davis.
Forse perchè, come il buon Llewyn, protagonista di quello che è, di fatto, il meno coeniano tra i film dei Coen, ben so che finirò sempre per essere quello nel vicolo del locale, piuttosto che la futura superstar giunta quasi in sordina a calcare il palco per chiudere una serata che i presenti potrebbero ricordare come mitica, e non soltanto memorabile.
Poco importa, poi, che sia per via di una donna, di botte prese o date, di una sbronza o di un gatto smarrito la cui Odissea pare inseguire la sua stessa coda.
Perchè Llewyn Davis è uno di quegli stronzi - in senso buono e non - dei quali mi sento orgogliosamente parte e che difficilmente si troveranno, per colpa o destino, a vivere la grande occasione che hanno sognato, accarezzato, sfiorato, tenuto ben lontana per alimentare la loro fama di maledetti o duri e puri oppure sentito sfuggire tra le mani come il Tempo che, inesorabilmente, scorre e chiede un tributo al portafogli come al cuore.
Llewyn Davis è uno che, seppur a suo modo - e per non essere di parte dichiaro di essermi trovato, spesso, a non condividerlo -, tiene i cavalli e si dibatte.
Un Ulisse del folk che affronta ciclopi - John Goodman, di nuovo nel ruolo di un Polifemo come fu per Fratello dove sei? -, sirene - Carey Mulligan, che continuo a non comprendere come possa ammaliare qualcuno, con quella sua espressione da perenne morta in piedi ed insoddisfatta, resa ancora meno sopportabile da un personaggio di rara ipocrisia -, bufere e sfide agli dei - il padre, il rappresentante del sindacato della marina mercantile, il marito della cantante che finisce per insultare - conscio del suo destino di viaggiatore eterno, uno da "au revoir" più che da "so long".
Uno che passa, ma che pare proprio non avere intenzione di andarsene - un pò come le canzoni folk -.
Proprio come la pellicola che ne racconta una settimana di sopravvivenza, pronta a mordersi la suddetta coda e con sorniona agilità felina a rapire pigramente, quasi con svogliatezza, lo spettatore mettendolo di fronte ad una delle più amare verità dell'arte e della vita: i cambiamenti epocali, la ribalta destinata a rivoluzionare la vita non soltanto di chi la sperimenta sulla pelle, ma il mondo, sono riservati ad un esiguo numero di avventurieri e navigatori selezionati, possessori non si sa come e non si sa perchè, per merito o per un fato "benedetto", proprio come Davis nella sua inesorabile sconfitta, del biglietto vincente.
Per un Bob Dylan che entra sullo sfondo, neppure fosse un protagonista, in un club fumoso del Greenwich Village e si prepara a cambiare le regole della Musica, chissà quanti Llewyn - senza contare il suo più sfortunato ex partner di scena - sono dovuti passare a preparare il terreno, prima di uscire, come già scritto, per tenere i cavalli.
Restano pochi rifugi, per tutti questi viaggiatori stanchi.
Un divano, un felino tra le braccia, un rapporto di coppia che possa salvare dal silenzio che resterà quando saranno finiti gli applausi.
E una chitarra.
Mi ha fatto proprio venire voglia di suonare, la visione di A proposito di Davis.
E anche di continuare a viaggiare.
Perchè sarò pure uno stronzo, ma non mollo di certo.
Come ogni Ulisse che si rispetti.
Per tornare a casa. Anche quando casa è dove e con chi scelgo di stare in quel momento.



MrFord



"Oh ev'ry girl that ever I've touched
I did not do it harmfully
and ev'ry girl that even I've hurt
I did not do it knowin'ly
but to remain as friends we need the time
and make demands and stay behind
and since my feet are now fast
and point away from the past
I'll bid farewell and be down the line."
Bob Dylan - "Farewell" - 



lunedì 20 maggio 2013

Il grande Gatsby

Regia: Baz Luhrmann
Origine: Australia, USA
Anno: 2013
Durata:
142'




La trama (con parole mie): Nick Carraway, giovane di belle speranze del Midwest, giunge a New York, culla dei sogni, per coltivare le speranze di scrittore e riallacciare i rapporti con la cugina Daisy, sposata al milionario vecchio stampo Tom Buchanan. Il giovane finisce per trovare un lavoro a Wall Street ed incuriosire nientemeno che Jay Gatsby, nuovo ricco in testa ad un impero dalle dubbie origini che vive in un castello proprio accanto alla piccola abitazione di Nick, noto in tutta la città per le sue principesche feste alle quali chiunque, dalle star di Musica e Cinema ai politici, dai criminali alle ereditiere, desidera partecipare per perdersi nel cuore del suo mondo.
Quello che nessuno sa è che Jay Gatsby è un uomo solo, all'inseguimento di un desiderio che è anche una rivalsa rispetto ad una società che l'aveva rifiutato e costretto, in qualche modo, a pensare sempre e solo in grande.
Nick diverrà il suo confidente, e scoprirà la sostanza che è fuoco e motore di quello stesso desiderio, finendo per abbandonare New York, l'alcool, le feste e l'ipocrisia di un universo in cui tutto pare misurarsi con l'apparenza.




"E così, mentre noi eravamo tutti presi a cercare di scoprire cosa ci fosse di sporco dietro il successo di Gatsby, lui inseguiva un sogno più puro di quanto ognuno di noi fosse."
Recita più o meno così una delle frasi di Nick Carraway che definiscono Jay Gatsby, straordinario protagonista del mitico romanzo firmato da Francis Scott Fitzgerald portato in sala con magnifica ridondanza da Baz Luhrmann, che lasciatosi alle spalle il suo film meno riuscito - Australia, per la cronaca - è tornato a strabiliare il pubblico e ai fasti di Moulin rouge!, in barba alla tiepida critica che l'ha accolto a Cannes.
Senza dubbio la materia che ha originato quest'opera magnificente e tecnica, commovente e sentita, esplosiva e malinconica, è qualcosa che molti romanzieri potranno solo sognare di produrre in tutta la loro più o meno illustre carriera, eppure il regista australiano è riuscito nella non facile impresa di mettere il suo visionario talento per l'eccesso al servizio di una vicenda dal respiro classico, una delle storie d'amore e critiche alla società e all'Uomo moderno più intense e vibranti di sempre, trasformando la New York spumeggiante che precedette il crollo del ventinove in un melting pot all'interno del quale si mescolano jazz e Jay-Z, fumo e colori, spirito da esploratori e salotti da film in costume, riuscendo a tirare fuori il meglio da un cast praticamente perfetto, all'interno del quale non sfigura neppure Joel Edgerton, uno dei cani maledetti più sconcertanti che il Cinema americano possa offrire. Da Isla Fisher a Toby Maguire - forse il vero anello debole della catena, se di debolezze possiamo parlare, per un'opera come questa -, da Carey Mulligan - perfetta per interpretare la vuota, pessima, frigidissima Daisy - ad un clamoroso Leonardo Di Caprio, che sfodera un fascino in grado di trasformare le spettatrici in sala in quattordicenni neanche ci trovassimo ai tempi d'oro di Titanic e porta in scena un protagonista che trasforma Il grande Gatsby in una versione al maschile del già citato Moulin rouge! con la sua Satin.
Come se non bastasse, negli eccessi e nella solitudine di questo personaggio larger than life, nella purezza del suo sogno, nei misteri che circondano la sua inesorabile ascesa, troviamo riferimenti che vanno dall'Howard Hughes che lo stesso Di Caprio interpretò nello splendido e troppo sottovalutato The aviator scorsesiano al Kane di Quarto potere, oltre ad una versione positiva del Calvin di Django unchained, potentissima ultima fatica tarantiniana che aveva visto brillare il buon Leo come ormai siamo abituati a vedere.
Ad ogni modo, si potrebbero davvero scrivere molte cose, di un film come Il grande Gatsby: si potrebbe discutere della messa in scena fastosa e festosa della prima parte contrapposta al decadente oblìo autunnale della seconda, del ritmo vorticoso che quasi non permette di percepire le due ore e un quarto suonate conclusive, della colonna sonora come sempre curata nei minimi dettagli, della fotografia patinatissima e perfetta, delle influenze letterarie e cinematografiche dietro a sequenze che sono veri e propri gioiellini come il the pomeridiano a casa di Carraway che permette l'incontro a distanza di anni di Gatsby e Daisy - un omaggio perfetto alla screwball comedy dei tempi d'oro di Howard Hawks, per intenderci -, del crescendo che porta a quella fatidica telefonata a bordo piscina e della luce verde che è la Rosebud di Jay Gatsby, milionario per attitudine, ambizione ed aspirazioni prima che per denaro.
Ma non è quello che ho intenzione di fare ora.
Quello che voglio è chiudere gli occhi e lasciarmi travolgere dal ricordo struggente di una visione tra le più emozionanti dell'anno - l'ultimo film uscito in sala ad avermi colpito in questo modo è stato Noi siamo infinito, pur narrando di epoche della vita decisamente differenti -, sulla grandezza schiacciante del sogno di Gatsby e la sua impotenza di fronte ad un Idea in grado di soverchiare completamente la Realtà, anche quando la stessa è modellata da qualcuno con il Potere ed il denaro che soltanto nei sogni da mille e una notte si potrebbe pensare di avere: voglio sentire sulla pelle il brivido di una corsa in macchina attraverso le strade di una città che pare essere il centro del mondo, la rabbia montare di fronte a chi giudica e prende posizione e continua a pensare di essere superiore per diritto di nascita - altro passaggio straordinario, quello del confronto tra Gatsby e Buchanan rispetto all'amore di Daisy -, sogni in bianco o nero perdersi in un presente inesorabilmente grigio, che non prevede buoni o cattivi, non giudica e al massimo osserva, come gli occhi di un dio che pare essere in prima fila per uno spettacolo travolgente e magico, proprio come il Cinema.
Voglio camminare a passi decisi lungo quel pontile ed osservare la luce verde fendere la nebbia ed arrivare nel cuore di ogni festa sfarzosa e sopra le righe, nel luogo in cui esistono solo silenzio e malinconia, solitudine ed il mare in tempesta di quello che vorremmo essere intento ad infrangersi sugli scogli di quello che siamo destinati ad essere.
Un tempo mi sarei perso nella visione di questo film immaginando di essere Carraway, l'aspirante scrittore che, di fronte a quella che sarà la "grande" materia della sua opera e della sua vita, scopre un passo dopo l'altro se stesso, dall'apice al declino, dai colori all'oscurità, dal sole e dal mare fino alla neve dell'inverno.
Ora guardo avanti e vedo la mia luce verde, e sento il formicolio che lungo la schiena sale per finire dritto al cuore, come un proiettile: Gatsby.
Chi è veramente Gatsby?
E' un milionario? Un esploratore? Un soldato? L'assassino del Kaiser? Un reduce? Un ragazzino di umili origini divenuto un nuovo ricco con mezzi non sempre leciti? Un amico? Un sognatore?
Un prigioniero dei sogni? La vittima di un'idea?
Una barca che rema controcorrente, risospinta senza sosta nel passato?
Ci sono tante domande, ipotesi, voci e dicerie, a proposito di Gatsby.
Per me esiste una sola risposta: Gatsby è grande.
Come questo film.


MrFord


"In all my dreams
it's never quite as it seems
never quite as it seems
I know I've felt like this before
but now I'm feeling it even more
because it came from you."
The Cranberries - "Dreams" - 


giovedì 2 febbraio 2012

Shame

Regia: Steve McQueen
Origine: Uk
Anno: 2011
Durata: 101'


La trama (con parole mie): Brandon vive e lavora a New York in perfetta solitudine, alternando la sua esistenza da yuppie a sessioni intensive di porno su internet e scopate occasionali, a pagamento e non. Tutto pare filare liscio come l'olio, fino a quando nella sua quotidianità non rientra la sorella Sissy, con la quale l'uomo ha un rapporto completamente irrisolto e che è destinata a sconvolgere le sue giornate di freddo equilibrio e controllo, tanto da forzargli la mano fino ad arrivare a sfiorare quello che potrebbe diventare un vero rapporto di coppia.
Ma quando le certezze cominciano a vacillare e prende corpo la "vergogna", tutto pare messo in discussione. Anche la vita stessa.





E così, Steve McQueen non ce l'ha fatta.
Da un certo punto di vista penso che potrei sentirmi addirittura più deluso di una sana incazzatura da bottigliate selvagge.
Perchè il tanto chiacchierato Shame non riesce ad andare oltre ai limiti del da poco ripescato Hunger, presentandosi con una confezione impeccabile, alcuni spunti notevoli, eppure un'incapacità di fondo di andare dritto al cuore dello spettatore, o rimanere impresso come un abominio o un Capolavoro.
Forte di una fotografia splendida e di due interpretazioni ottime - Fassbender e, non dimentichiamola, Carey Mulligan, che per quanto non mi piaccia continua a regalare al pubblico personaggi a loro modo di culto -, Shame avrebbe tutte le carte in regola per essere un nuovo volto dello splendido Two lovers di James Gray, da me personalmente adorato, con in più il brivido del sesso rivisitato - anche se purtroppo nel lavoro di McQueen non in chiave ironica - già qualche anno fa in Shortbus, eppure, nonostante sequenze decisamente interessanti, resta poco più di una discreta visione, di quelle che fanno sentire lo spettatore come un allenatore con un numero dieci che non inventa ma si perde nelle leziosità già a partire dalla prima inquadratura.
Passaggi notevoli, dunque, come quello dell'abbordaggio in metropolitana - che mi ha ricordato momenti vissuti anche dal sottoscritto, ai tempi del mio stato brado - con le sue due facce, i dialoghi tra Brandon e Sissy a cercare di trovare un'interpretazione al loro rapporto, il litigio tra i due, lo splendido appuntamento tra lo stesso Brandon e Marianne - il momento migliore della pellicola, a mio parere -, vengono vanificati da passaggi al limite dell'inutilità come la vita da ufficio del protagonista - che trascorre tra una Red Bull e un sito porno, oltre ad una totale elasticità di orari e tolleranza rispetto all'entrata e all'uscita: vorrei anche io avere un lavoro così -, il secondo incontro con la stessa Marianne - scivolato progressivamente nel cattivo gusto - ed il crescendo finale, che invece di raccogliere i semi delle ottime premesse dello script a proposito dell'evoluzione dei personaggi di Brandon e Sissy cerca nella banalità della risoluzione più ovvia una strada per analizzare la loro relazione - decisamente più profonda di quanto le stesse scelte di sceneggiatura facciano intendere -.
Peccato, perchè avrei preferito davvero incazzarmi e scatenare la mia furia sul patinatismo da radical chic o stupire il mio antagonista Cannibale affermando di avere trovato un nuovo film di culto, piuttosto che essere qui a scrivere che Shame è un film soltanto "carino", un pò come quando si esce con qualcuna che si sa già non si rivedrà più, e si finirà per evitare non rispondendo alle sue chiamate.
Da questo punto di vista McQueen potrebbe addirittura aver fatto centro, anche se mi pare davvero eccessivo associare un'analisi così profonda come quella dipinta da alcune recensioni a proposito della dipendenza dal sesso a questo film: in fondo, non viene raccontato nient'altro che il gioco della mente di un uomo che non avrà mai quello che vuole e, dunque, trova la sua soddisfazione soltanto nel distacco - e torniamo all'ottimo dialogo tra Brandon e Marianne - e nel sesso senza come o perchè.
Certo, questo protagonista vive da depresso anche la più liberatoria delle scopate, ma in fondo, forse, è proprio così che va: io stesso, nei periodi della mia vita da "ok usciamo stasera ma non sperare che ti richiamerò mai da domani mattina in avanti", probabilmente, sapevo bene cosa avrei voluto, ed il piacere della conquista del momento non ha mai davvero alimentato la bramosia che tutti portiamo dentro, sia essa legata, oppure no, al sesso.
Da questo punto di vista avrebbe forse meritato più spazio il personaggio della Mulligan, che sarebbe stata utile per scoprire quali sono i meccanismi che scattano in noi quando per esorcizzare un grande amore finiamo per rifugiarci nella vergogna o nella fuga.
E poi, sarà davvero vergogna, quella espressa?
In fondo, tutti siamo egoisti - chi più, chi meno, certo - e tutti abbiamo bisogno di sentire quel brivido che all'inizio può spaventare, ma che resta il magnete più forte cui tutti noi piccoli pezzettini di ferro possiamo fare ritorno.
Quello che è certo, è che Shame non sia un film da buttare.
Ha un sacco di qualità, e sono tutte da scoprire.
Dall'altra parte, è anche ben lungi dall'essere un Capolavoro.
Dovessi parafrasare la vita di Brandon, potrei dire che non sarà certo una vergogna apprezzarlo, ma che non risulterà niente di più della sveltina di una sera fuori.
Il giorno dopo, si finirà per averlo già dimenticato.


MrFord


"What a shame we never listened
I told you through the television 
and all that went away was the price we paid
people spend a lifetime this way
oh what a shame..."
Robbie Williams feat. Gary Barlowe - "Shame" -

lunedì 3 ottobre 2011

Drive

Regia: Nicolas Winding Refn
Origine: Danimarca/Usa
Anno: 2011
Durata: 100'



La trama (con parole mie): un giovane stuntman lavora nell'officina di Shannon. 
E' silenzioso, tranquillo, capace. Efficace sul lavoro e mai una lamentela. Non importa che si tratti di usare la chiave inglese o il martello. O guidare per portare al sicuro gente che ha davvero bisogno di essere portata al sicuro.
Tutto fila liscio, fino a quando nella vita del ragazzo entrano Irene e suo figlio Benicio: potrebbe nascere l'amore, ma c'è di mezzo Standard. Che non è davvero un gran cosa, ma fino a quando non arriverà la versione deluxe non ci si potrà fare molto altro. Eccetto proteggerli tutti.
E qui cominciano i problemi seri.
Perchè una rapina andata male innesca una spirale di sangue e morte da cui difficilmente si uscirà indenni. A meno di portare uno scorpione dentro e fuori di sè.



Per arrivare alla vera essenza di Drive occorre davvero essere degli scorpioni.
E non lo dico per solidarietà zodiacale.
L'ultima fatica del sempre più sorprendente Refn è un incrocio stradale con tanto di inseguimenti e schianti che passa da Michael Mann a Lynch, dai Classici del noir ad Arancia meccanica, da Mulholland Drive a Strade violente.
E richiede lo stomaco dell'anima che solo gli scorpioni hanno.
La fame dei predatori e la presenza delle madri, la comprensione e la violenza, la dolcezza e la rabbia che esplode, perchè è una libertà che da un piacere quasi incontrollabile.
L'accelerazione dell'action in pieno stile Statham ed i tempi dilatati del Cinema autoriale estremo.
Il look e la confezione degli eighties violenti di Vivere e morire a Los Angeles e l'avanguardia di Collateral.
Conoscete la storia della rana e lo scorpione?
Per arrivare alla vera essenza di Drive occorre davvero essere degli scorpioni.
Stare in un posto, eppure non essere presenti.
Vivere profondamente, ma avere la certezza di essere soli, sempre e comunque.
Nessuno è peggio di noi.
Una colonna sonora fulminante firmata Badalamenti ed una fotografia da brividi per una sceneggiatura che lascia tutto all'istinto, pur costruita sulla razionalità pura, e la freddezza imposta del suo protagonista - ottimo Gosling, stupefacente Carey Mulligan a giocare di sponda -.
Nessuno è peggio degli scorpioni, si diceva.
Di quelli che sanno di sopravvivere a scapito di altri, e continuano a credere nell'arroganza di poter prendere il loro posto.
Generosi egoisti, si direbbe.
Di quelli che quando è il momento, sacrificio o scelta di comodo, quel posto non se lo prenderanno mai.
Conoscete la storia della rana e lo scorpione?
Drive corre, e corre veloce, dritto verso il punto.
Anche quando il punto è soltanto un'interpretazione che lo spettatore può dare ad immagini mozzafiato, tirate all'estremo eppure cristallizzate in momenti congelati nella sua memoria.
L'eredità della trilogia di Pusher è cresciuta sacrificandosi, lasciando che l'iperrealismo si mescolasse alla poesia - neanche fossimo di fronte al primo Wong Kar Wai - per essere impeccabile nel momento in cui deciderà di stendere l'audience con il veleno più terribile, e lasciarla giacere a terra, ansimando e gorgogliando nel proprio sangue.
Conoscete la storia della rana e lo scorpione?
Racconta di uno scorpione che, giunto di fronte al fiume, si ritrova costretto a chiedere un passaggio ad una rana per poter raggiungere la riva opposta.
La rana rifiuta, per paura che lo scorpione possa pungerla ed avvelenarla nel corso del tragitto.
Lo scorpione, senza battere ciglio, convince l'anfibio affermando che sarebbe stupido per lui pungerlo, perchè significherebbe la morte di entrambi.
La rana è convinta, e caricatasi sulle spalle lo scorpione, nuota decisa verso destinazione.
Ad un tratto, una fitta tremenda.
Lo scorpione ha colpito con il suo aculeo.
La rana chiede il perchè allo scorpione, poichè il destino lo porterà ad affogare.
Lo scorpione, senza battere ciglio, risponde che non potrà mai vincere la sua natura predatoria.
Drive è così.
Ci chiede un passaggio e ci lascia secchi sul ciglio della strada.

MrFord

"You got a fast car
we go cruising to entertain ourselves
you still ain’t got a job
and I work in the market as a checkout girl."
Tracy Chapman - "Fast car" -

 
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