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lunedì 17 febbraio 2014

A proposito di Davis

Regia: Joel ed Ethan Coen
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 104'





La trama (con parole mie): Llewyn Davis è un giovane cantante folk senza dissa dimora che si muove quasi perduto nell'inverno del Greenwich Village newyorkese dei primi anni sessanta, intento a costruirsi una carriera da solista a seguito della tragica scomparsa del suo vecchio partner di palcoscenico. Passando di casa in casa e di divano in divano, Davis sogna una grande occasione per salire sul treno giusto barcamenandosi come può tra un gatto smarrito ed i sensi di colpa per le reazioni provocate nelle persone che, almeno in apparenza, potrebbero essere quelle a lui più vicine.
Quando, per colpa o per destino, finisce per non avere più una speranza che lo spinga, Llewyn decide di tornare al lavoro nella marina mercantile, impiego già sperimentato sulla propria pelle ai tempi in cui cercò di seguire le orme di suo padre: ma anche in questo caso le cose non andranno come previsto, e Davis si ritroverà in men che non si dica all'ennesimo punto di (ri)partenza.








Mi ha fatto proprio venire voglia di suonare, la visione di A proposito di Davis.
Forse perchè, come il buon Llewyn, protagonista di quello che è, di fatto, il meno coeniano tra i film dei Coen, ben so che finirò sempre per essere quello nel vicolo del locale, piuttosto che la futura superstar giunta quasi in sordina a calcare il palco per chiudere una serata che i presenti potrebbero ricordare come mitica, e non soltanto memorabile.
Poco importa, poi, che sia per via di una donna, di botte prese o date, di una sbronza o di un gatto smarrito la cui Odissea pare inseguire la sua stessa coda.
Perchè Llewyn Davis è uno di quegli stronzi - in senso buono e non - dei quali mi sento orgogliosamente parte e che difficilmente si troveranno, per colpa o destino, a vivere la grande occasione che hanno sognato, accarezzato, sfiorato, tenuto ben lontana per alimentare la loro fama di maledetti o duri e puri oppure sentito sfuggire tra le mani come il Tempo che, inesorabilmente, scorre e chiede un tributo al portafogli come al cuore.
Llewyn Davis è uno che, seppur a suo modo - e per non essere di parte dichiaro di essermi trovato, spesso, a non condividerlo -, tiene i cavalli e si dibatte.
Un Ulisse del folk che affronta ciclopi - John Goodman, di nuovo nel ruolo di un Polifemo come fu per Fratello dove sei? -, sirene - Carey Mulligan, che continuo a non comprendere come possa ammaliare qualcuno, con quella sua espressione da perenne morta in piedi ed insoddisfatta, resa ancora meno sopportabile da un personaggio di rara ipocrisia -, bufere e sfide agli dei - il padre, il rappresentante del sindacato della marina mercantile, il marito della cantante che finisce per insultare - conscio del suo destino di viaggiatore eterno, uno da "au revoir" più che da "so long".
Uno che passa, ma che pare proprio non avere intenzione di andarsene - un pò come le canzoni folk -.
Proprio come la pellicola che ne racconta una settimana di sopravvivenza, pronta a mordersi la suddetta coda e con sorniona agilità felina a rapire pigramente, quasi con svogliatezza, lo spettatore mettendolo di fronte ad una delle più amare verità dell'arte e della vita: i cambiamenti epocali, la ribalta destinata a rivoluzionare la vita non soltanto di chi la sperimenta sulla pelle, ma il mondo, sono riservati ad un esiguo numero di avventurieri e navigatori selezionati, possessori non si sa come e non si sa perchè, per merito o per un fato "benedetto", proprio come Davis nella sua inesorabile sconfitta, del biglietto vincente.
Per un Bob Dylan che entra sullo sfondo, neppure fosse un protagonista, in un club fumoso del Greenwich Village e si prepara a cambiare le regole della Musica, chissà quanti Llewyn - senza contare il suo più sfortunato ex partner di scena - sono dovuti passare a preparare il terreno, prima di uscire, come già scritto, per tenere i cavalli.
Restano pochi rifugi, per tutti questi viaggiatori stanchi.
Un divano, un felino tra le braccia, un rapporto di coppia che possa salvare dal silenzio che resterà quando saranno finiti gli applausi.
E una chitarra.
Mi ha fatto proprio venire voglia di suonare, la visione di A proposito di Davis.
E anche di continuare a viaggiare.
Perchè sarò pure uno stronzo, ma non mollo di certo.
Come ogni Ulisse che si rispetti.
Per tornare a casa. Anche quando casa è dove e con chi scelgo di stare in quel momento.



MrFord



"Oh ev'ry girl that ever I've touched
I did not do it harmfully
and ev'ry girl that even I've hurt
I did not do it knowin'ly
but to remain as friends we need the time
and make demands and stay behind
and since my feet are now fast
and point away from the past
I'll bid farewell and be down the line."
Bob Dylan - "Farewell" - 



lunedì 24 giugno 2013

Searching for Sugar Man

Regia: Malik Bendjelloul
Origine: Svezia, UK
Anno: 2012
Durata: 86'




La trama (con parole mie): Sixto Rodriguez, cantautore di culto di origini messicane nato e cresciuto nella periferia dei lavoratori di Detroit, incise all'inizio degli anni settanta due album che, per i suoi produttori, lo portarono ben oltre il livello perfino di mostri sacri della canzone popolare americana come Bob Dylan. Peccato che, a seguito dell'insuccesso commerciale totale degli stessi, l'uomo scomparve letteralmente senza lasciare traccia del suo passaggio.
A cavallo degli anni ottanta, però, in Sudafrica, Rodriguez divenne una sorta di leggenda ispirando perfino i primi gruppi rock bianchi pronti a contestare duramente l'apartheid: il proprietario di un negozio di dischi, Stephen "Sugar" Segerman, ed un giornalista musicale, fan della prima ora di Rodriguez, si incaricano di indagare quale possa essere stato il destino del loro idolo.
Quello che scopriranno attraversando l'oceano sarà un'incredibile storia di musica e di vita.




A volte non c'è davvero bisogno di troppi giri di parole: Searching for Sugar Man è un grande film, nonchè uno dei migliori documentari che mi sia capitato di vedere nel corso delle ultime stagioni cinematografiche.
Ma prima dei premi, dei riconoscimenti al Sundance e alla notte degli Oscar, prima della ribalta e della distribuzione addirittura in Italia, prima della musica stessa e di una vicenda che pare talmente incredibile da essere stata scritta proprio per un film, il lavoro di Malik Bendjelloul - bravissimo davvero, questo ragazzo svedese di chiare origini extraeuropee, che ha finito per curare praticamente ogni aspetto del suo lavoro, dalla regia, al montaggio, fino alle bellissime sequenze arricchite dai disegni animati, anch'essi opera della sua mano - è un inno alla vita come raramente se ne incontrano nel corso del cammino che intraprendiamo giorno dopo giorno, un esempio di quello che fa la differenza tra chi non riesce a gestire la fama ed il successo e chi, al contrario, decide di vivere quello che il destino gli ha riservato, prendendo quello che ha come parte della sua storia - e, come scrivevo poco sopra, che storia -.
Sixto Rodriguez, cantautore di origini messicane nato e cresciuto nella Detroit dei lavoratori e dei losers della grande tradizione del folk - e non solo - made in USA, all'inizio degli anni settanta compone ed incide due dischi in grado di strabiliare gli addetti ai lavori, album brevi ed intensi che raccontano le vite consumate lungo una Frontiera che di mitico non ha proprio nulla, almeno sulla carta, fatta di calli alle mani e storie di periferia, lavori perduti e sconfitte che non lasciano spazio alle vittorie, speranze perdute un giorno dopo l'altro, schiacciate dalla forzata sopravvivenza.
Due dischi che gente alle spalle di artisti come Marvin Gaye o i Cure non esita neppure un secondo a definire epocali, considerando Rodriguez come uno dei massimi interpreti della musica americana, perfino oltre quello che è stato, è e sarà sempre Bob Dylan: eppure, questi due album monumentali finiscono inspiegabilmente nel dimenticatoio di tutte quelle proposte che, una volta immesse sul mercato discografico, si perdono in un oblio quasi mitologico - altro che Frontiera annichilita dal quotidiano e dal lavoro -.
Così, Sixto Rodriguez scompare. Definitivamente.
Senza sapere di essere diventato quasi per caso una leggenda all'altro capo del mondo, in Sudafrica, in un contesto sociale in cui i suoi testi attecchiscono e divengono uno dei più importanti stimoli della lotta contro l'apartheid, nonchè riferimento per un artista in grado di influenzare generazioni intere: e mentre rimbalzano le voci di un suo suicidio, della sua morte sul palco o per overdose, perduto tra le pagine del mito, Sixto Rodriguez aleggia ancora, come un fantasma, anche se nessuno dei suoi fan lo sa.
E sulle sue tracce si mossero, sul finire degli anni novanta, il proprietario di un negozio di dischi ed un giornalista musicale, pronti a mettere tutte le energie possibili in campo per arrivare a scoprire il vero destino di quell'uomo che avevano imparato a conoscere dietro ogni nota, e la voce rotta da un sentimento profondo di comunione con i perdenti di cui cantava.
E se pensate che questo possa essere già molto, non avete ancora scoperto il meglio.
Spesso mi capita di citare il John Ford de L'uomo che uccise Liberty Valance, con quel suo "Nel West, quando la Realtà incontra la Leggenda, vince la Leggenda".
Qui pare esattamente il contrario: e quello che la vita ha riservato a questa sorta di eroe della musica dei nostri tempi vissuto da fantasma per quasi un trentennio, è un passaggio di lirismo quasi magico che neppure il Cinema di fiction sarebbe riuscito a rendere nello stesso semplice, travolgente modo: una finestra che si apre, un volto che si affaccia sulla strada.
Quella strada cantata tante volte, anni e anni prima, e ancora ogni giorno, in modo diverso, ma ugualmente forte, deciso, pieno di passione.
Una strada diversa da quella di una fama internazionale, di denaro e groupie, e chi più ne ha, più ne metta.
Una strada fatta di tre donne, ed un bimbo nato dall'altra parte del mondo, pronto in qualche modo a raccogliere la sua eredità.
Un'eredità di musica, senza dubbio, ma soprattutto di dignità, forza, coraggio, solidità.
Anche quando non si è altro che un fantasma per le strade di una città che non regala niente a nessuno, costruita sulle spalle dei lavoratori della vita.
Searching for Sugar Man è una lezione, ed un grande film.
Perchè insegna che la passione non è subordinata al successo, come molta della cultura del mondo in cui viviamo pare suggerire.
E insegna anche che la generosità e la forza non nascono dalla fama stessa, ma arrivano dritti dalle ferite che ci ricordano che è impossibile crescere senza farsi male.
E quando abbiamo qualcuno da proteggere, e a cui mostrare il cammino, è ancor più inevitabile.
Caro Rodriguez, non ho mai conosciuto la tua musica, ma è come se fossi stato sempre con me.
Ed anche ora che correrò a comprare i tuoi dischi, credimi, non penserò che sarà finita con qualche pezzo - peraltro magistrale - ascoltato camminando per le strade del mondo.
Non penserò che sarà mai finita, perchè non lo è.
Fino a quando non arriva il momento di scomparire.
E forse non basterà neppure quello.


MrFord


"Sugarman
won't ya hurry
coz I'm tired of these scenes
for a blue coin
won't ya bring back
all those colours to my dreams
silver majik ships, you carry
jumpers, coke, sweet MaryJane."
Rodriguez - "Sugar Man" -


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