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martedì 25 aprile 2017

Via da Las Vegas (Mike Figgis, USA, 1995, 111')




Di norma, considerati il mio background, i vizi e le debolezze, gli stronzi con un cuore dediti ad alcool e donne finiscono sempre per colpire il sottoscritto, che con ogni probabilità fa parte senza neppure fare troppa fatica della categoria.
Da anni sentivo parlare di Via da Las Vegas, cult per moltissimi spettatori che avevo sempre in qualche modo mancato e che non troppo tempo fa, in occasione del Day dedicato da noi bloggers al mitico Nicholas "Parrucchino Selvaggio" Cage, avevo dovuto abbandonare per mancanza di tempistiche nel recupero del dvd: a causa di quell'ennesimo colpo a salve, ho deciso che in un modo o nell'altro avrei recuperato questo lavoro di Mike Figgis, che nel corso della vita ho perfino sentito definire Capolavoro da alcuni tra i miei amici e colleghi decisamente a loro agio in materia cinematografica.
Onestamente, il responso non è stato, almeno per questo vecchio cowboy, dei più positivi.
Perchè certo, Via da Las Vegas è un film intenso e struggente, in grado di raccontare con grande forza sia la passione di una storia d'amore sia quella che ogni persona con una dipendenza ha rispetto al veleno che si è scelta, con un'ottima escalation ed un paio di momenti decisamente toccanti, ma è anche un film prigioniero del suo tempo - puzza di anni novanta, come stile e contenuti, lontano miglia -, fin troppo volutamente "alternativo", lento e, a tratti, perfino noioso.
E a fare da contraltare ad una Elizabeth Shue bellissima come sempre, un Cage che, per quanto gli voglia bene, pare troppo sopra le righe perfino per lui, anche se, lo ammetto, il dubbio che il suo esserlo fosse legato anche all'esserlo della pellicola mi è passato per la mente: basterebbe pensare, sempre per rimanere in ambito alcolico, ad un Capolavoro - quello sì - come Giorni perduti di Wilder, forse ancora oggi uno dei ritratti più drammatici e toccanti del dramma dell'alcolismo, che se confrontato con il tentativo di Figgis finisce per ridimensionare lo stesso non poco.
Eppure, nonostante tutto e nonostante il fatto che, a conti fatti, non mi sia particolarmente piaciuto, non sono proprio riuscito a voler male a questo film, forse per lo spirito da outsiders e perdenti che lo pervade fin nell'anima, e che consegna al pubblico un ritratto - anzi, due - dei losers a stelle e strisce che dal grande sogno sono stati masticati e sputati fuori perchè non troppo graditi.
Con ogni probabilità, infatti, è stato sopravvalutato come molti film generazionali - presumo che i trentenni di allora abbiano visto in un lavoro come questo la versione romantica di quello che fu Trainspotting, decisamente superiore sotto tutti i punti di vista - e per chi lo vede ora per la prima volta, privo dell'occhio dell'amore, non resta molto altro se non i difetti.
Anche se, in una certa misura, è giusto così: Via da Las Vegas è la storia devastante di due solitudini che si incontrano e che sono inevitabilmente destinate al disastro.
E a volte è dura ammettere che dal disastro non c'è speranza di salvarsi.
Soprattutto se non lo si vuole.




MrFord



 
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