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lunedì 18 maggio 2020

White Russian's Bulletin



Prosegue il percorso che, un passo dopo l'altro, dovrebbe portarci oltre questi mesi così "cinematografici" data la loro peculiarità, e con esso appuntamenti con grande e piccolo schermo, recuperi e titoli proposti dai network dello streaming, così come le ormai mitiche Serate Cinema con i Fordini, che a questo giro non vedranno i due titoli passati questa settimana nel Bulletin - Indiana Jones e il mistero del teschio di cristallo e Piccoli brividi - semplicemente perchè entrambi già recensiti da queste parti.
Nel frattempo ci prepariamo ad un progressivo ritorno - si spera - alla normalità, con tutti i cambiamenti che questa prima metà del VentiVenti avrà portato.


MrFord



AFTERMATH - LA VENDETTA (Elliot Lester, UK/USA, 2017, 94')

Aftermath - La vendetta Poster


Pensare a Schwarzy come figura centrale di un film drammatico, per chi, come me, è cresciuto negli anni ottanta, è quasi fantascienza: l'ex Conan e Terminator, nel ruolo del nonno distrutto dal dolore, risulta effettivamente strana anche oggi, nonostante l'Arnold di noi tutti abbia superato bellamente la settantina. Eppure, qualche anno fa, aveva già dato buona prova di essere in grado di reggere il ruolo in Contagious, e si conferma, nonostante i suoi oggettivi limiti, ancora una volta in parte.
Peccato che, per il resto, Aftermath manchi di carattere, e che un progetto di questo genere non sia finito tra le mani di Clint, che considerata la materia avrebbe probabilmente sfornato l'ennesimo filmone: senso di colpa, vendetta, tragedia, il pane quotidiano per l'ex Dirty Harry.
Dietro la macchina da presa, però, troviamo Elliot Lester, e non me ne voglia, la differenza si vede tutta: gli spunti ci sono, ma lo spessore è davvero di un'altra categoria.




WACO (USA, Paramount, 2018)

Waco Poster

A volte, non si sa bene perchè, titoli interessanti e potenzialmente nelle corde di chi li "mette in lista", finiscono nel dimenticatoio senza essere recuperati nei tempi che meriterebbero: Waco è, senza ombra di dubbio, uno di essi, quantomeno per me ed il Saloon.
Uscita negli States quasi due anni fa, ispirato ad una controversa storia vera che ricordavo vagamente, con un ottimo cast - bravissimi sia Michael Shannon che Taylor Kitsch - e figlia di un genere da sempre tra i miei favoriti, Waco è rimasta nel cassetto per oltre un anno prima di essere rispolverata in questa parte iniziale di Fase 2: e per fortuna, direi.
Ricordavo John Erick e Drew Dowdle per alcuni prodotti non perfetti ma con spunti interessanti usciti nel corso degli ultimi anni - No escape, The poughkeepsie tapes -, e devo ammettere che i due sono riusciti a confezionare un prodotto teso, pungente rispetto alla gestione di situazioni critiche da parte delle forze dell'ordine - alcuni passaggi di Waco mi hanno riportato alla mente la scellerata gestione di Genova nel duemilauno - e molto toccante: sapete bene quanto lontano dalla religione sia, eppure nel corso delle sei puntate della miniserie ho provato empatia e comprensione per i Davidiani, criticabili concettualmente per un sacco di cose ma oggettivamente colpevoli, in quella situazione, di aver esercitato i loro diritti ed aver reagito ad un vero e proprio attacco motivato soltanto da decisioni politiche. 
Restano negli occhi, senza alcun dubbio, la chiusura dell'episodio quattro con Koresh/Kitsch che suona la chitarra alla finestra per rispondere alle torture psicologiche dell'FBI e l'ultimo, drammatico episodio che, purtroppo, segna una delle pagine più tristi della storia recente degli States. Notevole.


martedì 18 agosto 2015

True Detective - Stagione 2

Produzione: HBO
Origine: USA
Anno: 2015
Episodi: 8





La trama (con parole mie): nell'immaginaria contea californiana sorta attorno alla città di Vinci, l'omicidio di un politico locale sconvolge le vite di tre funzionari di polizia già per conto loro profondamente segnati e tendenti al "lato oscuro". Ani Bezzerides, dura e tagliente, dal complesso rapporto con padre e sorella ed un trauma mai dimenticato sepolto nel passato, Paul Woodrugh, agente della stradale, reduce di guerra che tenta con l'aura da maledetto tutto d'un pezzo di nascondere la sua omosessualità, e Ray Velcoro, padre e marito fallito che ha tentato per tutta la vita di mettere insieme i cocci ed inevitabilmente è finito per sprofondare sempre più, legato a doppio filo al criminale con velleità di pensionamento dell'attività Frank Semyon, che con la compagna Jordan sta cercando di uscire dal giro nel modo più pulito e sicuro possibile.
La catena di eventi innescata da quella singola morte condurrà i protagonisti su una strada senza ritorno, fatta di oscurità, sangue, sogni infranti e, chissà, forse anche una speranza.








Tenere fede alla fama è dura, sempre e comunque.
Quando si è numeri dieci, per sfruttare una metafora calcistica, pubblico, addetti ai lavori, allenatori e compagni si aspetteranno sempre e comunque se non la prestazione, quantomeno il numero che giustifichi la maglia che si indossa, quasi fosse d'obbligo per i suddetti dieci garantire qualcosa di unico, magico, indimenticabile: e da un certo punto di vista è anche vero, perchè, per citare Will Hunting, ognuno ha il suo ruolo, e così come il gregario garantisce la presenza e la copertura, il protagonista finisce per avere, volente o nolente, il dovere di portare il testimone, fare quel passo oltre che nessun altro farebbe al suo posto.
Per il Cinema e le serie televisive si potrebbe azzardare un paragone simile: dunque True detective, celebratissima lo scorso anno grazie ad una resa di livello altissimo sia in termini tecnici che di sceneggiatura, di atmosfere ed attoriali, con questo duemilaquindici si trovava a dover fare i conti con un'eredità pesante alla quale Nic Pizzolatto, creatore della serie, era chiamato a rendere onore.
Il risultato, secondo me piuttosto prevenuto e tipico del popolo dei rosiconi, è stato una sorta di caccia al paragone ed al difetto avvenuto fin dal primo episodio di questa seconda stagione, che ha portato ad una relativa bocciatura della stessa o, quantomeno, ad un impietoso paragone con la precedente.
Certo, il ritmo degli otto episodi trasmessi in questi ultimi due mesi è stato decisamente meno serrato - almeno all'apparenza, considerata la tensione quasi insostenibile del season finale, del numero due e della sparatoria avvenuta più o meno a metà della programmazione -, il livello medio del cast si è abbassato - sarebbe stato difficile reggere il confronto con la coppia devastante McConaughey/Harrelson, soprattutto con un troppo ingessato Vaughn, una spenta Kelly  Reilly, un bello senz'anima come Kitsch ed un Colin Farrell non troppo convincente, finendo per fare affidamento all'unica, strepitosa McAdams, che grazie ad un personaggio indimenticabile finisce per apparire affascinante come mai mi è capitato di vederla sullo schermo -, il colpo di scena che ha chiuso il già citato secondo episodio è stato vigliaccamente ritrattato, e l'epilogo, seppur interessante, ha finito per regalare fin troppa speranza poco prima dei titoli di coda, considerato come erano andate le cose fino a quel momento, che lasciavano presagire una vera e propria oscurità senza ritorno e senza ritegno per la chiusura dell'annata.
Eppure, questo True detective 2 è un prodotto potente, cattivo, nerissimo, decisamente più realistico ed umano delle vicende di Rust Cohle e soci: forse proprio per questo, per l'essere così "normale", ha finito per calamitare le antipatie di chi, anche quando sono mascherate da thriller agghiaccianti come la scorsa stagione del prodotto di Pizzolatto, vorrebbe sempre e comunque considerare fiction quello che guarda, qualcosa che, anche nei momenti peggiori, resta comunque al di fuori della realtà.
Le vicende di Woodrugh, Bezzerides e Velcoro, invece, appaiono tremendamente reali, prive del romanticismo e dell'epica delle epopee di finzione, e più che di esplosioni o bassezze sono costellate da toni foschi che paiono ricordare a tutti gli spettatori che non c'è niente di piacevole, di bello o di regalato, e anche quando qualcosa arriva, ci sarà sempre qualcuno pronto a strappartelo, non fosse altro che per soddisfare i suoi istinti predatori: tutto questo senza contare la perizia legata alla messa in scena e alla rappresentazione, degna delle migliori pagine firmate al Cinema da Michael Mann, dalla già citata sparatoria finita in un bagno di sangue nella raffineria di droga e per le strade di Vinci alla lotta nelle catacombe di Woodrugh con gli emissari del misterioso burattinaio dei fatti che mettono in gioco i tre disequilibrati detectives, senza contare il recupero di Bezzerides dalla villa in pieno stile Eyes wide shut alla strepitosa escalation dell'ultimo episodio, tra i più intensi e tesi che ricordi rispetto al piccolo schermo.
Tutto questo senza contare drammi intimi come quelli dei Semyon rispetto alla ricerca di un figlio ed il rapporto tra Velcoro ed il suo erede, tra i più complessi e di pancia tra padre e figlio degli ultimi mesi.
Se, dunque, il prezzo da pagare per questa intensità è una trama che si articola in modo nebuloso e dall'incedere che alterna momenti di calma piatta a vere e proprie rasoiate, ben venga.
La qualità non deve essere giudicata solo per l'apparenza, ma anche e sopratuttto per l'efficacia del risultato.
Altrimenti finiremmo per tramutarci tutti in rosiconi schiavi delle mode e del pettegolezzo, e prima o poi non basterà neppure più essere Rust Cohle che torna a riveder le stelle, per risparmiarsi una pugnalata alle spalle.



MrFord




"The war was lost
the treaty signed
I was not caught
I crossed the line
I was not caught
though many tried
I live among you
well disguised."
Leonard Cohen - "Nevermind" - 





venerdì 17 aprile 2015

The normal heart

Regia: Ryan Murphy
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
132'





La trama (con parole mie): siamo nei primi anni ottanta quando la comunità gay di New York comincia a rendersi conto dell'avvenuta esplosione di una nuova, pericolosa e terribile epidemia che pare continuare a crescere ed essere legata all'attività sessuale. Ned Weeks, attivista e scrittore, decide di iniziare a sensibilizzare non solo le masse ed il governo, ma anche chi, come lui, è omosessuale, lottando senza quartiere in modo che questo morbo possa essere immediatamente isolato e studiato.
Accanto agli amici di una vita guidati dal deciso Bruce Miles e dalla dottoressa Emma Brookner, Weeks prosegue per anni la sua guerra incurante delle scarse doti di diplomatico che mostra, delle amicizie che si incrinano e dei rischi - politici e non - che si assume.
Sostenuto anche dall'amore del compagno Felix, Ned si troverà a superare ogni confine arrivando perfino ad attirare su di lui le antipatie della comunità di cui fa parte, senza per questo rinunciare affinchè il mondo conosca tutti i rischi legati alla diffusione dell'HIV.








Il mio rapporto con Ryan Murphy è sempre stato piuttosto altalenante: il produttore di Nip/Tuck, Glee ed American Horror Story, infatti, è stato in grado, in questi anni, di regalare al sottoscritto ottime soddisfazioni così come di guadagnarsi le bottigliate delle grandi occasioni, ed ogni volta che approccio una sua creatura parto sempre con la guardia alta, per evitare di trovarmi a gestire delusioni troppo cocenti.
Non è il caso di The normal heart, forse la cosa migliore mai portata sullo schermo dall'autore nativo di Indianapolis, un'opera sentita e toccante legata a doppio filo a quelli che sono stati gli anni della realizzazione, da parte del mondo - e non solo di chi era ed è omosessuale - dell'esistenza dell'AIDS, che imperversò selvaggiamente proprio a partire dai primi scampoli di eighties e finì per spazzare via un'intera generazione, o quantomeno segnarla nel profondo.
Sfruttando un cast in ottima forma e costituito da grossi nomi - da Marc Ruffalo e Taylor Kitsch ad una serie di volti noti del piccolo schermo, Matt Bomer e Jim Parsons in primis -, Murphy porta in scena la vera e propria lotta che alcuni esponenti della comunità gay di New York intrapresero affinchè scattasse l'allerta per una malattia che ancora non si conosceva affatto, e che spesso finì per essere sottovalutata o messa in secondo piano rispetto ad una scopata clandestina o che non si era prevista: in questo senso, i personaggi di Ned Weeks e Bruce Miles risultano tra i più interessanti che il piccolo e grande schermo abbiano mai regalato al pubblico riguardo queste tematiche.
Il primo, donchisciottesco e poco diplomatico, talmente deciso a portare a vanti la sua lotta da rendersi nemiche anche le persone al suo fianco, ed il secondo, apparentemente più deciso e forte eppure sempre pronto a mediare, a cercare una soluzione in grado di accordare le parti in causa senza danneggiare eccessivamente l'una o l'altra; il primo dedito ad una storia lunga e molto intensa, il secondo legato a diversi partners, tutti amati e tutti ugualmente destinati a scomparire sotto il suo peso - e quello della malattia -; il primo senza mezze misure, tutto per i sogni in grande e la lotta senza quartiere, il secondo pronto a trovare sempre l'accordo migliore, pur essendo un soldato di professione.
Difficile, nel corso della visione, non trovare momenti in cui prendere le parti di uno o dell'altro, così come non rimanere toccati dalla realtà di voluta disinformazione che probabilmente costò la vita a migliaia di uomini in quel periodo, ed allo stesso tempo non notare le critiche neppure troppo velate mosse alla stessa comunità gay dall'opera, come pronta a riconoscere, almeno in alcuni frangenti, la scarsa combattività dei suoi membri nel perorare una causa che toccava da vicino tutti loro - e non solo, ovviamente -.
L'unica pecca che rende The normal heart "solo" un buon prodotto e non un cult totale è data dal fatto di essere giunto a seguito di pellicole come Philadelphia o Behind the candelabra, decisamente su un altro livello sia dal punto di vista tecnico che emotivo: resta comunque un lavoro più che pregevole, socialmente molto impegnato e coinvolgente, che ricorda più Milk o Dallas Buyers Club che non i classici citati poco sopra.
Restano, comunque, le importanti riflessioni legate alla necessità di lottare per i propri diritti, il proprio riconoscimento, la propria identità - che sia sessuale, razziale o qualunque altro fattore vogliate considerare in merito -, ed una passione grande come quella di Ned, protagonista non sempre piacevole e senza dubbio scomodo, charachter in grado di irritare profondamente eppure assolutamente perfetto come compagno di lotta.
Credo, infatti, che sia sempre grazie a personalità di questo calibro che la Storia prenda direzioni nuove, e che cambiamenti importanti - soprattutto in termini sociali - vengano applicati alle nostre società: senza i Ned Weeks pronti a stringere i denti ed andare avanti anche in barba ai compagni pronti ad abbandonarli, probabilmente ora saremmo ancora qui a chiederci per quale ragione un misterioso morbo finisca per essere così presente e distruggere dall'interno le nostre comunità.
Un morbo che non ha avuto e non ha distinzioni legate a gusti sessuali, razza o credo.
E che, paradossalmente e tristemente, risulta essere molto più democratico di molti dei politici che cercarono di tenerlo sotto silenzio.




MrFord




"Give me time
to realize my crime
let me love and steal
I have danced
inside your eyes
how can I be real
do you really want to hurt me
do you really want to make me cry."
Culture Club - "Do you really want to hurt me?" -




martedì 25 febbraio 2014

Lone survivor

Regia: Peter Berg
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 121'


La trama (con parole mie): siamo nel giugno del 2005 in Afghanisthan, ed il Navy seal Marcus Lutrell è in missione con un manipolo di suoi commilitoni in modo da scovare tra le montagne Ahmad Shahd, un comandante di Al Qaeda, ed eliminarlo. Incrociato il cammino di un gruppo di pastori la squadra si divide rispetto al fatto di ucciderli in quanto potenziali minacce per la missione o rispettare le regole d'ingaggio e risparmiarli. 
Lutrell, maggiore sostenitore della seconda ipotesi, riesce a convincere i compagni.
I mancati prigionieri, rivoltisi agli uomini di Shahd, rendono però possibile ai talebani un attacco massiccio e su territorio favorevole che mette in ginocchio i soldati USA, individuati, braccati ed uccisi uno ad uno.

Lutrell, unico superstite del suo plotone, si troverà costretto a lottare con tutte le forze per rimanere in vita e tornare a casa.





Chiunque frequenti il Saloon è al corrente di quanto bene il sottoscritto voglia a Peter Berg, molto, molto tamarro regista newyorkese praticamente texano d'adozione padre del serial da queste parti amatissimo Friday night lights, nonchè di alcune chicche come Hancock ed il più recente Battleship, sguaiate pellicole di memoria molto eighties divertentissime dall'inizio alla fine.

All'uscita di Lone survivor, lo ammetto, rimasi perplesso a fronte della scelta di Berg di raccontare una storia profondamente a stelle e strisce che correva il rischio di apparire fuori tempo massimo considerata la sua ambientazione, ma mi ripromisi di dare una chance all'operazione a seguito dell'entusiastica recensione che The Rock ne diede su Instagram nonchè da pareri principalmente positivi giunti dalla critica oltreoceano, accompagnati da un esordio a dir poco dirompente al botteghino.

Affrontata la visione ed informatomi sull'ispirazione dal libro e dalla reale storia di Marcus Lutrell - il sopravvissuto cui presta volto Marc Wahlberg -, decisamente ben riportato, posso affermare di aver trovato Lone survivor una delle cose migliori che l'action realistica abbia prodotto dai tempi di End of watch, ottimamente girato e fotografato, serratissimo ed in grado di rappresentare, di fatto, una versione di grana più grossa del meraviglioso Zero dark thirty, ponendosi un gradino sopra a proposte interessanti come Special forces - Liberate l'ostaggio, rispolverando perfino, a partire dall'inizio del conflitto a fuoco che da inizio alla lotta per la vita di Lutrell e compagni, una matrice quasi horror che ricorda Carpenter ed il suo Distretto 13 o il più recente, misconosciuto e sottovalutatissimo Nido di vespe.

Non aspettatevi, però, di sedervi in sala ed assistere ad uno spettacolo diretto con l'approccio quasi giornalistico della Bigelow, perchè Lone survivor trasuda stelle e strisce da ogni poro, e regala momenti ad alto tasso di retorica come il finale legato alle istantanee dei membri di quella maledetta missione o le morti dei singoli componenti del commando, violente quanto intrise della stessa epica che rese inviso a molti Salvate il soldato Ryan.
A prescindere, comunque, dall'apparenza, Lone survivor è solido e cazzutissimo Cinema di genere realizzato con tutti i crismi, per una volta premiato dal successo di pubblico e critica e giustamente preso a modello per quella che dovrebbe essere l'action intelligente lontana dagli effetti e dal pane e salame dei prodotti più fracassoni - comunque da queste parti ugualmente rispettati -: una componente fisica vicina al gusto di Neil Marshall che incontra l'afflato quasi romantico della filosofia USA larger than life, una vicenda di guerra e morte che si è portata via le vite di giovani perduti da una parte e dall'altra della barricata - come in tutti i conflitti, del resto - trasformata in un inno alla vita e alla voglia di viverla e sopravvivere sempre e comunque per farlo, a prescindere dalle prove che ci vengono messe di fronte.
In quest'ottica la scelta di non oscurare - anzi, di trasformare in fondamentale anche sul grande schermo - l'aiuto che Lutrell ebbe da una tribù locale legata ad una tradizione millenaria volta alla sacralità degli ospiti diviene un buon viatico per passare oltre le apparenze e mostrare un altro lato dell'approccio spesso e volentieri troppo tendente alla conquista degli States: forse perfino questi novelli cowboys armati di fucili di precisione ed addestrati a superare quasi ogni limite umano sono riusciti a fare loro la lezione più importante fin dai tempi delle lotte senza quartiere con i nativi americani.
Non esistono un unico nemico, un unico volto, un'unica guerra.
Esistono però dei confini che è sempre meglio non superare, ed altri che è vitale difendere a costo della propria vita.
Perchè sono gli stessi che ci definiscono come persone.
Gli stessi che ci permettono di lottare o di morire in pace.
O di sopravvivere per continuare a sentirli sulla pelle.


MrFord


 
"I'm a survivor (What?)
I'm not gon give up (What?)
I'm not gon stop (What?)
I'm gon work harder (What?)
I'm a survivor (What?)
I'm gonna make it (What?)
I will survive (What?)
Keep on survivin' (What?)"
Destiny's child - "Survivor" - 


       

domenica 24 marzo 2013

Friday night lights - Stagione 5

Produzione: NBC
Origine: USA
Anno: 2010/2011
Episodi: 13




La trama (con parole mie): Eric Taylor si appresta ad iniziare una nuova stagione alla guida degli East Dillon Lions, ormai rodati e resi ancora più forti dagli innesti fatti alla squadra dell'anno precedente che era costata ai Panthers, rivali cittadini, la qualificazione ai playoffs.
Ormai sono i ragazzi del coach la squadra da battere, e pare proprio che gli unici rivali nella strada che porta alla vittoria del campionato nazionale siano loro stessi: Vince Howard, talentuoso quarterback, è infatti influenzato dal ritorno a casa del padre dopo anni di galera; Luke Cafferty, co-capitano, dal suo rapporto con Becky, che soltanto l'anno prima abortì perchè rimasta incinta di lui; Buddy Garretty Jr dal suo legame con il padre.
Come se non bastasse, Taylor dovrà affrontare anche i problemi della figlia Julie al college, l'incombere della possibilità che l'anno successivo i Lions possano essere cancellati per motivi di bilancio e fusi con i Panthers nonchè con l'offerta che la moglie Tami dovrà valutare se trasferirsi a Philadelphia come responsabile delle ammissioni di un college locale.





Nella mia storia di fruitore di titoli legati al piccolo schermo, poche serie sono riuscite ad emozionare questo vecchio cowboy quanto Friday night lights.
Sin dal pilota, passato dalle parti del Saloon attorno all'autunno 2011, con quel "Texas per sempre" e la promessa di Tim Riggins a Jason Street di rimanere amici per sempre e giocare insieme nella NFL a questo strepitoso finale, i cuori di casa Ford hanno palpitato con quelli dei protagonisti di una delle proposte più potenti, sentite e sincere che si possa sperare di incontrare.
Perchè quei due liceali idoli del loro piccolo mondo di provincia finiranno inghiottiti da una vita che regala tanto, ma colpisce senza guardare in faccia a nessuno: perchè Jason Street, golden boy della provvidenza, finirà su una sedia a rotelle, e dopo aver sbandato scoprirà che il Texas non è la sua casa, bensì la New York degli agenti sportivi, così come una famiglia diversa da quella che si era aspettato, ma ugualmente importante.
Perchè Tim Riggins scoprirà che dopo la gloria delle scuole superiori e le ragazze tutte ai suoi piedi riuscire ad essere protagonisti anche nel mondo degli adulti è una cosa tosta, e dovrà essere il carcere ad insegnare quanto la libertà e l'amore per quella terra siano importanti.
Ma non per questo si smetterà anche solo per un momento di volere bene a loro come ad ognuno degli altri volti di questo serial, a partire dalla famiglia del coach Taylor, uomo dalle palle d'acciaio, padre ed insegnante da manuale, uno dei personaggi meglio scritti e riusciti che abbia mai incontrato nella mia carriera di spettatore, un modello di solidità come ogni uomo sogna di essere per se e per chi gli sta accanto.
Perchè Friday night lights è come una famiglia. Anzi, come il concetto stesso di Famiglia.
Osservando le storie degli abitanti di Dillon, dei ragazzi pronti a coltivare grandi sogni a partire dal campo di football, si osservano vicissitudini che hanno visto anche noi lottare per ritagliarci un posto nel mondo, che fosse attraverso qualcuno che si ama o cavalcando sogni di gloria con il pensiero che gli stessi potrebbero sempre rivelarsi come un buco nell'acqua.
Si era partiti con la gloria dei Panthers e si è giunti alla volontà dei Lions, da Jason Street sfortunato protagonista mancato e Matt Saracen timido eroe outsider a Vince Howard che se non ci fossero stati il football ed il coach Taylor sarebbe finito a marcire in gabbia come il suo vecchio, una vita spesa nei sobborghi a spacciarsi per l'ennesimo duro di periferia finito male.
E invece Vince è qui, sul campo. Accanto ad un ragazzo che più bravo non si potrebbe, quel Luke Cafferty emblema di una purezza che forse esiste in una persona su mille, e che lo condurrà nella parte del finale forse più commovente ad un destino che potrebbe essere decisamente più amaro di quello dei suoi ex compagni passati a questo o quel college o ad un nuovo anno in una super squadra destinata a rendere Dillon la capitale del Texas del football delle scuole superiori.
Ma è inutile continuare a stare ad elencare le vicende - scritte e dirette alla grande, si veda l'ultimo episodio, una chicca da manuale sotto ogni aspetto tecnico ed emozionale - dei personaggi di questo prodotto magnifico: perchè in fondo, è come se fossimo noi.
Da Eric Taylor a sua moglie Tami fino ad ogni singolo charachter del titolo sviluppato da Peter Berg, non esiste una sola traccia di posticcio nel risultato: il bello di Friday night lights è la sincerità e la passione nella narrazione, la voglia di mostrare quello che accade in casa vostra, o alla porta accanto, che voi viviate nel Texas del football e dei timorati di Dio o nel cuore di un'Italia ben lontana dalle imprese della palla ovale.
Ma poco importa.
"Occhi limpidi e cuore puro non possono perdere", recitava Eric Taylor nello spogliatoio dei suoi Panthers, campioni dello Stato nel 2006.
"Occhi limpidi e cuore puro, e per il resto ci sarà tempo", afferma con un sorriso lo stesso uomo cinque anni dopo, cresciuto con i suoi ragazzi partita dopo partita.
Nel pieno di quest'ultima stagione, il padre di Vince uscito da poco di galera, guardando negli occhi il figlio dopo una strepitosa performance di quest'ultimo sul campo, afferma "questa sera mi hai insegnato cosa significa essere orgogliosi".
Friday night lights è una serie che mi ha reso orgoglioso.
E che al solo pensiero alimenta il fuoco della passione per la vita che non ho proprio alcuna intenzione di lasciar spegnere.
Texas per sempre, Eric Taylor.
Texas per sempre, Tim Riggins.
Mi mancherete.
Ma i miei occhi ed il mio cuore non vi dimenticheranno di certo.


MrFord


"The stars at night - are big and bright
deep in the heart of Texas.
The prairie sky - is wide and high
deep in the heart of Texas.
The Sage in bloom - is like perfume
deep in the heart of Texas.
Reminds me of - the one I love
deep in the heart of Texas."
George Strait - "Deep in the heart of Texas" - 


giovedì 22 novembre 2012

Friday night lights - Stagione 4

Produzione: NBC
Origine: USA
Anno:
2009/2010
Episodi: 13



La trama (con parole mie): per il coach Taylor e la sua famiglia la fine dell'anno precedente è stata un punto di svolta non da poco. L'allenatore responsabile della vittoria dei Panthers nel campionato di tre anni prima, infatti, viene dirottato grazie alle pressioni del nuovo magnate della squadra nonchè padre del quarterback J. D. McCoy alla guida del team della East Dillon High, i Lions.
Peccato che la scuola in questione, situata nella parte più problematica della città, non abbia una squadra come si deve dall'inizio degli anni ottanta, e che la maggior parte dei suoi membri siano ragazzi con problemi di disciplina e una fedina penale da record.
Taylor, però, non è il tipo da darsi per vinto, e con l'aiuto di Buddy Garretty e di alcuni ex alunni riuscirà non senza fatica a presentare una squadra in grado, se non altro, di portare a termine il campionato.
Nel frattempo sua moglie Tami dovrà fronteggiare le numerose pressioni legate alla sua delicata posizione di preside della West Dillon, la figlia maggiore Julie la separazione dallo storico fidanzato nonchè ex quarterback dei Panthers Matt Saracen e la vecchia star del football locale Tim Riggins, abbandonata l'università, dovrà trovare il modo di ritagliarsi il suo spazio nel Texas che tanto ama.




Se torno con la memoria agli inizi della mia carriera di spettatore rispetto all'universo delle serie tv per poi riavvolgere il nastro fino al presente, sono pochissimi i titoli che, anno dopo anno, stagione dopo stagione, hanno mantenuto il loro livello alla stessa altezza, conquistandomi ripetutamente e senza alcuna attenuante: Friday night lights è senza dubbio uno di questi.
Ho ancora impressa nel cuore l'escalation di emozioni che fu il pilota, primo passo di un'avventura che - tolto qualche cedimento nel corso della seconda annata, segnata dall'ormai noto sciopero degli sceneggiatori che paralizzò il piccolo schermo qualche tempo fa - non ha fatto altro che alimentarsi di una passione che ancora pulsa fieramente negli occhi, nei gesti e nelle storie di questi ragazzi del profondo Texas segnato da Dio e dal football, cui basta uno sguardo per conquistare chi, anche da questa parte dell'oceano, conosce bene il concetto senza confini della volontà di cercare uno spazio in cui sentirsi liberi, a casa, pronti ad essere felici.
E' per questa felicità che lottano costruendosi dal nulla i nuovi Lions del Coach Taylor, che episodio dopo episodio incarna sempre più la figura del padre a tutto tondo, severo e deciso quanto presente e disposto a dare tutto affinchè i suoi ragazzi possano garantirsi un futuro; per questa felicità lottano Julie e Matt, la prima ancora indecisa rispetto a cosa la aspetterà al termine delle superiori, il secondo alla ricerca di un riscatto dal ruolo che lo ha sempre visto giocare da outsider, anche quando è stato protagonista; per questa felicità lotta Vince Howard, costretto a fare da padre alla madre tossica, animo nobile contro destino da criminale; per questa felicità lotta Luke Cafferty, promessa del football della parte "bene" della città precipitato da un giorno all'altro nei "bassifondi"; per questa felicità lottano Becky e sua madre, entrambe troppo giovani e troppo sole per poter credere ancora negli uomini; per questa felicità lotta Tim Riggins, alla ricerca di un nuovo ruolo ora che i tempi del football sono alle spalle.
Ed è proprio questa la forza di Friday night lights.
La voglia e la determinazione di battersi per tornare negli spogliatoi a testa alta, ed affrontare ogni nuovo giorno con l'orgoglio di chi ha dato tutto, e anche di più.
Rinnovare una serie così radicalmente proprio quando il pubblico poteva essersi affezionato ai personaggi principali praticamente rivoluzionando il cast ed il setting - la parte Est di Dillon, segnata dallo spaccio e da vite vissute sempre in bilico, pare distante anni luce dalla provincia felice del lato Ovest - è stata senza dubbio una scommessa azzardata da parte di Peter Berg e degli autori del serial: scommessa comunque vinta a mani basse con una stagione dedicata più alla costruzione dei nuovi charachters che al football giocato, libero comunque di rubare la scena con la partita che chiude la stagione e che vede opposti i raffazzonati e mai domi Lions agli spocchiosi Panthers costruiti attorno a J. D. McCoy, giovane e miracoloso quarterback passato dall'essere la timida ombra del padre nel corso della season three ad un adolescente borioso ed arrogante, pieno di sè ed incapace di portare sul campo lo spirito di squadra tanto caro al coach Taylor.
Ed è proprio nel corso di quel match combattuto fino allo scadere che i leoni dello stesso Taylor trovano per la prima volta una loro identità come team, in una partita raccontata alla grande che rischia di essere addirittura la più emozionante vista nel corso della vita di questo titolo, superiore anche al già citato match del pilota e a quello della vittoria dei campionati statali che vide Riggins, Saracen e gli altri Panthers dei bei tempi affrontare l'ex compagno di squadra Voodoo.
E così, masticando spesso amaro ed allargando le spalle con la forza che solo la gente comune e disposta a tutto per vivere mostra - spesso e volentieri, di fronte alle storie di questo Texas lontano eppure affine a tutti noi "della strada" torna alla mente il mitico discorso del Tom Joad interpretato da Henry Fonda in Furore di John Ford, uno dei Capolavori inarrivabili del Cinema -, si torna a guardare un orizzonte che possa un giorno donarci la felicità che cerchiamo - splendidi i passaggi di Riggins di fronte al suo appezzamento di terra - gridando ancora più forte "occhi limpidi e cuore puro non possono perdere".
Amen, coach Taylor.


MrFord


"Can't see nothin' in front of me
can't see nothin' coming up behind
I make my way through this darkness
I can't feel nothing but this chain that binds me
lost track of how far I've gone
how far I've gone, how high I've climbed
on my back's a sixty pound stone
on my shoulder a half mile line."
Bruce Springsteen - "The rising" -



lunedì 5 novembre 2012

Le belve

Regia: Oliver Stone
Origine: USA
Anno: 2012
Durata:
131'




La trama (con parole mie): Ben e Chon sono due amici inseparabili, imprenditori a capo di un'impesa milionaria legata alla coltivazione e distribuzione di marijuana che li ha resi noti in tutta la California. Il primo è un pacifista plurilaureato che con i guadagni gira il mondo aiutando popolazioni in difficoltà, il secondo è un ex navy seal, un killer. Il primo si perde in notti da letto e carezze, il secondo scopa dove capita esorcizzando il male che porta dentro.
Ben e Chon condividono tutto, anche l'amore della loro vita: Ophelia detta O, devota ugualmente ad entrambi, come se fosse possibile essere innamorati in tre, contemporaneamente.
La vita da sogno dei ragazzi è però bruscamente interrotta con l'arrivo di un'offerta del Cartello messicano diretto con pugno di ferro da Helena e coordinato dal suo braccio armato, Lado: Ben pensa di poter semplicemente rifiutare la collaborazione, Chon sa già che la situazione precipiterà.
Prima di riuscire ad attuare il piano di dileguarsi facendo perdere le proprie tracce, infatti, O viene rapita dagli uomini di Helena: i due amici inseparabili non potranno, a quel punto, più tirarsi indietro dalla guerra.





Qualche anno fa, quasi per caso, acquistai in libreria un romanzo che mi avvinse già dalla trama in quarta di copertina, e che - questo ancora non lo sapevo - mi avrebbe rivelato uno degli autori destinati ad entrare nell'Olimpo letterario di casa Ford, un signore di nome Don Winslow: L'inverno di Frankie Machine era il titolo in questione.
Raccontava il ritorno in azione - molto poco voluto - di un ex killer della Mafia che figurai nella mia testa durante la lettura come una sorta di Michael Madsen un pò più vecchio, sognando già l'ipotetica trasposizione cinematografica - finora rimasta nel limbo - firmata da Michael Mann con De Niro protagonista.
La lettura fu ottima, tanto da ricordarmi uno dei miei libri preferiti di tutti i tempi - Come una bestia feroce di Edward Bunker -, e quando tempo dopo recuperai Il potere del cane realizzai di avere tra le mani l'opera di uno scrittore assolutamente incredibile.
Come se non bastasse, i lavori di Winslow che lessi di seguito mi stupirono tutti in positivo, almeno fino a Le belve: per la prima volta, infatti, quello che stringevo tra le mani aveva l'aspetto dell'opera finta e posticcia, cool e alla moda abbastanza da stuzzicare immediatamente l'appetito di Hollywood che pronti via avviò la macchina della produzione coinvolgendo un regista discontinuo eppure decisamente potente, Oliver Stone, nell'operazione.
In questo senso, ammetto di essere partito discretamente prevenuto a proposito dell'operato del regista di Platoon - altra enorme delusione per il sottoscritto -, che speravo si rivelasse più una tamarrata dai colori sgargianti che non una prova da "ambizione molto superiore al talento" quale era stata, di fatto, quella del romanzo: purtroppo per me, Le belve - sarà anche per la collaborazione alla sceneggiatura di Winslow - mantiene lo spirito del libro alla grandissima, cosa che sarebbe stata particolarmente apprezata se il punto di riferimento fosse stato in grado di farmi gridare al miracolo - come i già citati Come una bestia feroce e Il potere del cane, ad esempio - ma non nel caso di uno scritto ipertrofico e pompato che probabilmente il vecchio Don ha partorito in un momento di profonda e radicata crisi di mezza età sperando di poter tornare giovane, muscoloso, con i capelli e vivere un'avventura incredibile accanto ad una tipa mozzafiato pronta a soddisfarlo in tutto e per tutto.
Da questo punto di vista, forse, Stone è riuscito in un'impresa non da poco - soltanto i Coen con Non è un paese per vecchi, di recente, ce l'avevano fatta conservando lo stesso rispetto per il romanzo d'ispirazione -, tra l'altro ritrovandosi a maneggiare una materia che già conosceva, e addirittura il finale - reso più morbido rispetto a quello disperato e definitivo del libro - pare quasi non stonare all'interno dell'economia di una visione che fa dell'eccesso la sua parola d'ordine, quasi si stesse parlando di una versione aggiornata di U-Turn, uno dei film di Stone meno amati dal sottoscritto, tra le altre cose: il montaggio frenetico e videoclipparo, i protagonisti scelti principalmente per la loro fisicità - anche se, occorre ammetterlo, Taylor Kitsch in originale pare assumere uno spessore maggiore, a livello attoriale -, il gusto dell'estremo che filtra attraverso le figure sopra le righe - e a tratti irritanti - di Del Toro e Travolta sono tutto il fumo negli occhi di una pellicola che vorrebbe fotografare le sfumature dell'essere selvaggi - interessante notare il parallelo secondo il quale gli uomini del Cartello da una parte e Ben, Chon e O dall'altra ritengano gli avversari, per l'appunto, tali - ma che, di fatto, si preoccupa soltanto dell'impatto creato in superficie.
Quasi come se, per uscire a farci una bella bevuta, affittassimo una Hummer per andare a parcheggiarla in doppia fila, invece che entrare in sordina nel locale e riuscire a bere più di chiunque altro: troppo facile, caro Oliver.
Come era stato troppo facile per il caro Don.
Resta, dunque, con lo scorrere dei titoli di coda, la sensazione di aver assistito ad uno spettacolo che non sarà stato così male ma decisamente non si ritroverà destinato a rimanere impresso nella memoria, quasi come una conquista in una serata di baldoria: il mattino dopo, più della stessa, sarà la presenza dell'hangover ad occupare tutti i nostri pensieri.
Forse Winslow e Stone sono più e troppo simili di quanto non sarebbe stato utile al romanzo - e al film -.
Forse ci sarebbe voluto un Rodriguez, per raccontare le gesta leggendarie di un terzetto che, invece di uscire dalla pagina e dallo schermo come la sua leggenda vorrebbe, finisce per essere il ritratto senza spessore di una generazione che bada solo ed esclusivamente alla copertina.



MrFord


"Here comes the sun, doo doo doo doo
here comes the sun, and I say
it's alright
little darling
it's been a long, cold, lonely winter
little darling
it feels like years since it's been here."
The Beatles - "Here comes the sun" -


giovedì 25 ottobre 2012

Thursday's child

La trama (con parole mie): quello che si prospetta in sala è il più classico dei weekend per tutti i gusti. Avremo uno dei potenziali film dell'anno, due titoli che potrebbero essere piacevoli sorprese così come bersagli per bottigliate, il consueto film horror di infimo livello ed il consueto film italiano di livello ancora più infimo e le castronerie che il Cannibale continua imperterrito a propinare alla blogosfera tutta nonostante la mia continua Resistenza.
Almeno non mancheranno le opzioni, nonostante la parola d'ordine del sottoscritto questa settimana continui ad essere "recuperate a tutti i costi quella figata di Killer Joe".


Ford e Cannibale ad uno dei loro raduni di wrestlers underground.

Le belve di Oliver Stone


Il consiglio di Cannibal: le belve di Stone ci piacciono, quella belva di Ford no!
Oliver Stone non è sempre garanzia di capolavoro, però è sempre garanzia di pellicola quanto meno interessante. E qui sembra tornare sui sentieri maligni di Natural Born Killers, il suo film che personalmente preferisco. Super cool poi il cast in cui tra i tanti svettano la gossip girl Blake Lively e il kick ass Aaron Johnson.
In più, è tratto da un romanzo di Don Winslow che mi pare non avesse convinto molto il mio blogger rivale Ford. Il che non può che giocare a favore della pellicola!
Il consiglio di Ford: poco fumo e tanta erba!
Partiamo dal principio: io adoro Don Winslow, ed alcuni dei suoi romanzi sono tra i miei preferiti in assoluto nell'ambito del crime novel. Purtroppo, Le belve è stato il suo lavoro che meno ho amato: troppo spocchioso e palaniukiano, autocelebrativo e finto giovane. Ed ecco che non faccio neppure in tempo a bottigliarlo che Stone ci piazza un film con uno dei fordiani nascenti - Taylor Kitsch, il Riggins di Friday Night Lights - che potrebbe diventare la proposta tamarra del mese.
Non nutro grandissima fiducia, e sento già i finti saputelli del Cinema che lo bolleranno come un cult imperdibile, ma di sicuro in settimana non si troverà di meglio. A meno che non corriate a rivedervi Killer Joe.

"Ford, ti prego, smetti di leggere le cazzate che scrive il Cannibale e torna a letto!"
Io e te di Bernardo Bertolucci



Il consiglio di Cannibal: io e te, Ford. Non saremo mai amici.
Una pellicola teen firmata da un regista ultrasettantenne? Bernardo Bertolucci fa il ggiovane con questo Io e te, film che ha già scatenato entusiasmi e qualche critica. A quasi dieci anni dal suo ultimo piuttosto riuscito, seppure non un cult assoluto, The Dreamers, Bertolucci mi ispira fiducia. In fondo, è pure lui un po’ come Oliver Stone, capace di fare pellicole più o meno riuscite, ma che se non altro difficilmente lasciano indifferenti.
Io e te, Ford?
Non esiste nessun “io e te”. Esiste modestamente un Dio, cioè io, e poi, a parte, esiste un te, che se ne sta per i cavolacci suoi.
Il consiglio di Ford: io e te, Cannibale, non possiamo essere uniti in amicizia neppure da Bertolucci!
Il ritorno in sala di uno dei grandi Maestri del nostro Cinema dovrebbe da solo valere il biglietto ed il consiglio a scatola chiusa. Purtroppo, però, con il tempo ho imparato a diffidare di Bertolucci quasi quanto io diffidi dei consigli cinefili del Cannibale, considerata la delusione e le bottigliate scatenate da alcuni suoi lavori universalmente riconosciuti come filmoni - Io ballo da sola o Piccolo Buddha, tanto per citarne un paio -. Considerato che sono ancora in arretrato con Garrone, Virzì, Ciprì e Bellocchio, questo passa in quarta fila. Per essere buoni.

"Certo Ford, esco volentieri con te: sono chiusa in casa con il Cucciolo Eroico e mi sto annoiando a morte!"
Amour di Michael Haneke


Il consiglio di Cannibal: amour. Per Ford? Ma no, per Haneke!
Michael Haneke, regista bastardissimo quanto geniale, alle prese con un film d’amore?
Ne potrebbe venire vuori qualcosa di davvero particolare e inaspettato, un po’ come Cannibal alle prese con un action, o Mr. Ford alle prese con un bel film.
Dopo quel capolavoro de Il nastro bianco, le aspettative per la Palma d’Oro di Cannes 2012 sono alte, altissime, anche se, certo, la storia d’amore tra due vecchini sa più di fordianata che di roba per fine young cannibals.
E comunque arriverà nelle solite 2 sale in croce in tutta Italia e quindi ci toccherà aspettare l’arrivo in rete… pardon, l’uscita in DVD.
Il consiglio di Ford: un amour di film, finalmente!
Haneke. Ovvero Funny games, Il tempo dei lupi, Niente da nascondere, Il nastro bianco. Questo è il suo nuovo film. Ha vinto la Palma d'oro all'ultimo Festival di Cannes. Se ve lo perdete, giuro che appena mi capitate sotto mano vi pesto più di quanto pesterei Suocera Kid. E voi tutti sapete bene quanto lo pesterei.

"Il copione che Ford ha scritto per lo spettacolo di fine anno della casa di riposo è davvero una bomba!"
The Possession di Ole Bornedal


Il consiglio di Cannibal: ne conosco già uno, di tipo vittima di una Possession, e mi basta
Filmettino horror della settimana, che in periodo halloweenesco potrebbe suscitare anche una certa curiosità, ma che con grande probabilità si rivelerà la solita schifezzina buona giusta per i palati meno raffinati e più fordiani.
Se voglio passare un Halloween davvero terrorizzante poi, non c’è film che valga quanto un giro dalle parti di WhiteRussian.
Buah ah ah!
Il consiglio di Ford: tenete il Cannibale chiuso nella scatola!
Horror di matrice demoniaca che mi attrae quasi meno di quell'abominio di L'altra faccia del diavolo, e che può essere finirò per guardare giusto per avere l'ennesimo possibile candidato per la classifica del peggio dell'anno che si avvicina a grandi passi con il Nachele. Una robetta, comunque, che farà cagare sotto il mio antagonista dal cuore deboluccio ma che, probabilmente, nel sottoscritto susciterà soltanto grasse risate.

"Cannibale, in nome di dio, esci da questo corpo!"
Alla ricerca di Nemo di Andrew Stanton


Il consiglio di Ford: basta, basta, basta con le riedizioni in 3D. Cazzo.
Come tutti voi ben sapete, adoro la Pixar e la quasi totalità della sua produzione. Nemo è uno dei titoli di maggior successo degli ormai mitici e suddetti Studios, e pur non essendo tra i miei più amati è sempre
riuscito a conquistarmi. Ma davvero, non voglio più vedere un film già visto in sala giusto per
spremere ancora un pò i poveri cristi costretti a portare i bambini a rimbambirsi con il 3D.
Davvero. Che queste operazioni siano messe fuorilegge.
Il consiglio di Cannibal: alla ricerca del cervello di Ford
Io queste riedizioni in 3D eviterei persino di commentarle, ma bimboFord ci tiene proprio e quindi mettiamo pure queste tra le uscite della settimane…
Alla ricerca di Nemo è tra i film più carini della ruffianissima Pixar, ma certo non è un capolavoro. Rifare uscire una pellicola così recente solo per scucire qualche soldo col treddì è poi un’operazione che ormai non riesce a fregare nemmeno i più ingenui come Ford. Capito, Pixar?

"Cucciolo, un giorno o l'altro dovrai pur deciderti a fare un giro fuori dal tuo acquario!"
Viva l’Italia di Massimiliano Bruno


Il consiglio di Cannibal: abbasso l’Italia
Ci sono quelli che si vantano di essere nazionalisti e io invece no.
Io sono antinazionalista e antifordista. Soprattutto antifordista.
Ford invece non so se sia antinazionalista, ma di sicuro so che è anticinema.
Dopo un (presumibilmente) classico horrorino poco horrorifico come The Possession, ecco che Viva l’Italia potrebbe rivelarsi la classica italiana molto horrorifica. La classica commediola poco divertente con per di più pretese di satira socio-politica sul nostro paese. La presenza di Ambra Angiolini nel cast fa pensare al peggio, però il regista Massimiliano Bruno con la sua opera prima Nessuno mi può giudicare (http://pensiericannibali.blogspot.it/2011/09/nessuno-ti-puo-giudicare-tranne-me.html)
aveva fatto un film non bello, assolutamente no, ma (quasi) decente. Chissà se riuscirà a ripetere l’impresa, perché fare un film italiano decente ormai è una vera impresa. Quasi come trovare una soluzione alla crisi.
Economica?
No, del blog WhiteRussian. Sono settimane che non azzecca più un post decente…
Il consiglio di Ford: viva l'Italia, se per una settimana evita di proporci schifezze nostrane in sala.
Sarebbe stato davvero molto strano incappare in un weekend privo della consueta uscita inutile made in Terra dei cachi. Questa, in particolare, pare talmente tanto inutile da farmi rivalutare il valore del mio avversario, il non plus ultra dell'inutilità Cucciolo eroico. Comicità spicciola, Placido scatenato, politica o presunta tale, e Rocco Papaleo. Basta parte seconda. Mettiamo fuorilegge anche lui.

"E così Ford mi odia più del Cannibale!? E io protesto!"

 
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