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lunedì 4 maggio 2020

White Russian's Bulletin



Per festeggiare come si conviene l'inizio della tanto agognata Fase 2 ho pensato che uno dei vecchi e cari ritardi del Saloon ci stesse alla perfezione, considerato che, per la prima volta da sei settimane, sono riuscito ad allontanarmi da casa per allenarmi. 
Nel frattempo, all'interno del Saloon continuano a farla da padrone proposte seriali nascoste pescate su Netflix e affini e le serate Cinema con i Fordini, che cominciano ad avere all'attivo un buon numero di visioni che spero possano essere la base per il loro amore futuro per il Cinema.


MrFord



GRENSELAND - TERRA DI CONFINE - STAGIONE 1 (Netflix, Norvegia/Germania/Svezia, 2017)

Grenseland - Terra di confine Poster

Questa quarantena resterà sicuramente nella mia memoria, parlando di visioni, come quella dei recuperi pescati dal bacino dello streaming che, con ogni probabilità, in un periodo normale, tra orari di lavoro e impegni, nonostante trame interessanti sarebbero rimasti clamorosamente nella lista dei "forse un giorno". Dopo The Valhalla Murders e Bordertown, approda al Saloon un altro prodotto nordico distribuito da Netflix, legato alla figura di un detective di Oslo che, tornato al paese natio, è costretto a fare i conti con la propria integrità e la coscienza quando la sua famiglia si trova al centro di un caso che potrebbe cambiare completamente la sua vita lavorativa e non.
Il prodotto risulta interessante per cast e ambientazione, la trama ricorda quella del crime nordico che negli ultimi anni va tanto forte tra le pagine dei libri, mancano forse quella scintilla che accende la passione dello spettatore ed un finale fatto e finito, probabilmente perchè, ai tempi della sua produzione, si poteva supporre la programmazione di una seconda stagione che non è mai - o ancora - arrivata. Personalmente ho preferito la prima parte, più legata al thriller e alle ambientazioni di provincia, che non la seconda, più crime e rimbalzata a Oslo - sempre bellissima -, ma comunque, in tempi di quarantena, si lascia guardare senza patemi.




TREMORS (Ron Underwood, USA, 1990, 96')

Tremors Poster

Una delle cose più belle delle serate Cinema è poter rivedere cult della mia infanzia attraverso gli occhi dei Fordini, affascinati dalle loro prime scoperte cinematografiche: nella pausa che è intercorsa tra la cavalcata de Il signore degli anelli e quella de Lo hobbit, ho inserito come cuscinetto Tremors, una chicca dal sapore anni ottanta arrivato a cavallo con i novanta che avrebbero - ma non per sempre, per fortuna - ucciso un certo tipo di immaginario tamarro e sguaiato.
La divertente storia di un gruppetto di persone tanto folli da vivere in uno sperduto paesino dal sapore di vecchio West in Nevada pronte a lottare con le unghie e con i denti contro dei vermoni giganti giunti chissà da dove, pronti a scavare nel sottosuolo fino ad abbattere edifici e divorare uomini e animali è piacevole e sempre divertente anche a trent'anni di distanza, grazie all'ambientazione molto redneck, i battibecchi da buddies tra Kevin Bacon e Fred Ward - caratterista sottovalutatissimo - ed una serie di sequenze action molto ben realizzate.
Un intrattenimento che funziona ancora oggi, di quelli "old school" come piacciono a me, e che, come pensavo, sono riusciti ad intrattenere i Fordini e rilassare le loro giovani menti di spettatori tra una fatica di Peter Jackson e l'altra.




LO HOBBIT (Peter Jackson, Nuova Zelanda/USA, 2012/2013/2014)

Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato Poster

Terminato il viaggio de Il signore degli anelli, passati attraverso Avatar e il succitato Tremors, i Fordini hanno richiesto a gran voce di tornare nella Terra di mezzo buttandosi nella trilogia de Lo hobbit, di fatto prequel delle avventure di Frodo e compagni, pronto a riprendere le gesta di Bilbo Baggins e degli accadimenti che portarono l'anello nelle sue mani.
Rivisto a distanza di quasi dieci anni dall'unica visione il mio giudizio si è completamente ribaltato: ai tempi avevo trovato il primo capitolo molto bello per la gestione della malinconia e del fascino della trilogia del Signore degli anelli, ed il secondo ed il terzo più deboli, figli dei doveri di produzione verso il successo commerciale. Ebbene, nonostante si tratti sicuramente di un prodotto meno incisivo e potente del suo predecessore, ho trovato - ma potrebbe essere un merito legato al fatto di averli visti in tre giorni, quindi a distanza ravvicinata - il suo crescendo interessante, ed il primo capitolo, decisamente favolistico, più debole di quanto ricordassi.
Hanno riscosso un discreto successo rispetto ai Fordini Gandalf - che già era il preferito del Fordino prima - e Radagast, mentre tra i "cattivi" a farla da padroni sono stati gli orchi Azog e Bolg, anche se la curiosità rispetto a Gollum - presente solo nel primo capitolo - e Smaug l'ha fatta da padrona.
Una cavalcata interessante, anche se, senza dubbio, per sempre sorella minore di quella legata al viaggio dell'unico anello.


giovedì 15 gennaio 2015

Silkwood

Regia: Mike Nichols
Origine: USA
Anno:
1983
Durata:
131'





La trama (con parole mie): Karen Silkwood, donna dal passato non proprio facile privata dei figli dall'ex marito ed operaia in un impianto legato al trattamento dell'uranio ed altri materiali dannosi nel pieno degli anni settanta, vive la sua quotidianità accanto al compagno Drew e all'amica Dolly.
Quando scopre di essere stata contaminata dalle radiazioni, finisce per consacrarsi alla causa sindacale in modo da lottare affinchè il suo lavoro e quello dei colleghi possa essere tutelato da una proprietà che pare non interessarsi affatto alla cosa: la battaglia che la donna ingaggerà sarà l'inizio di un percorso di sensibilizzazione dell'opinione pubblica e, soprattutto, personale, senza contare che la sua vita - così come la misteriosa morte, avvenuta a causa di un incidente mai completamente documentato - diverrà un simbolo per tutti i lavoratori, siano essi di quel settore, oppure no.







Questo post partecipa a pugni chiusi al Mike Nichols Day.




Non sono mai stato un grande fan di Mike Nichols, lo devo ammettere, così come - e sarebbe strano il contrario - della sua filmografia non sono esperto quanto potrei definirmi se si parlasse di quella di Clint Eastwood: certo, Il laureato è un cult imprescindibile, Angels in America un ottimo prodotto per la televisione, eppure qualcosa ha sempre finito per non convincermi, un pò come il più che sopravvalutato Closer, uno dei titoli più inutili che gli Anni Zero ci abbiano lasciato in eredità.
L'occasione di un evento organizzato da noi blogger cinefili interamente dedicato a lui ha fatto in modo che, mi piaccia o no, qui al Saloon si sfruttasse l'occasione per riscoprire il lavoro del cineasta recentemente scomparso: il risultato è stato, considerate le aspettative della vigilia, un successo.
Silkwood, impegnato biopic figlio dei primi anni ottanta - che, probabilmente, all'epoca avrebbe potuto essere considerato vintage - che ai tempi fece incetta di nominations ai principali premi dell'anno, inserito nel filone delle biografie d'autore ed altrettanto pop hollywoodiane, è stato senza dubbio una visione meritevole ed interessante, profonda ed in grado di esplorare il mondo del lavoro - e di un certo tipo di lavoro - sul grande schermo come pochi altri sono ancora oggi in grado di fare: senza dubbio non siamo dalle parti di affreschi abominevoli come quelli mostrati in Workingman's death, o di prodotti poco conosciuti quanto assolutamente imperdibili come Tuta blu, eppure il ritratto dell'indomita e sfortunata Karen Silkwood si inserisce perfettamente in un contesto che vede tra le sue voci più autorevoli Erin Brockovich o North County - La storia di Josey.
Se, di norma, l'altra metà del cielo fatica a trovare non solo spazio, ma trattamento equo nella realtà lavorativa attuale - ammesso che di realtà lavorativa si possa parlare - ricoprire un ruolo scomodo come quello di questa protagonista nel pieno degli anni settanta non doveva certo essere una passeggiata, in bilico tra le minacce più o meno velate dei datori di lavoro e l'atteggiamento ostile dei colleghi pronti a sacrificare perfino la loro stessa incolumità pur di mantenere posto e stipendio - cosa, peraltro, almeno in una certa misura comprensibile, nonostante completamente avulsa dalle credenze e dagli atteggiamenti fordiani in genere -: Nichols, in questo senso, fu assolutamente in grado di gestire come un direttore d'orchestra d'eccezione tutti gli elementi più a rischio conferendo al film un equilibrio non comune, sfruttando lo script firmato anche da Nora Ephron ed un terzetto di main charachters d'eccezione ed in ottima forma - Meryl Streep, Kurt Russell e Cher, che proprio grazie a Silkwood si portò a casa un Globe come migliore attrice non protagonista.
Considerati i tempi, ed il periodo - il reaganesimo impazzava, all'epoca - occorre dare atto a Nichols di aver avuto un polso non comune nel portare sullo schermo una protagonista di questo calibro, in un certo senso madre di tutte le lottatrici venute dopo di lei, delle - e degli, perchè no - outsiders in cerca, più che di riscatto, del riscontro della dignità che il lavoro necessita, e del rispetto della stessa.
Forse, e da più angolazioni, in un momento d'incertezza come quello che stiamo vivendo, un prodotto come Silkwood potrebbe essere proiettato quasi fosse in testa ad una selezione dedicata alla funzione del lavoro ed ai suoi protagonisti - i lavoratori stessi -, un omaggio a tutti i working class heroes ma anche e soprattutto uno stimolo che possa permettere, agli operai ed ai dipendenti del futuro, di avere ogni strumento possibile per contrastare chiunque possa pensare di mettersi al di sopra delle parti come fosse una divinità, un signore feudale o un capofamiglia troppo autoritario.



MrFord



Partecipano alle celebrazioni del "laureato" Nichols anche:
Onironauta Idiosincratico - The graduate
Non c'è paragone - The graduate
Babol - Chi ha paura di virginia wolf?
Denny B - Closer
Recensioni Ribelli - Closer
Marco Goi - La Guerra di Charlie Wilson
La fabbrica dei sogni - Una donna in carriera
Director's Cult - Wit, la forza della mente 
Montecristo - Angels in America
Mari's Red Room - Wolf la belva è fuori


"Amazing grace, how sweet the sound
that saved me from the war
I once was lost but now I'm found I
blind but now I see."

Lee Ann Rimes - "Amazing grace" - 





venerdì 8 novembre 2013

Cani sciolti

Regia: Baltasar Kormakur
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 109'




La trama (con parole mie): Bobby Trench ed il suo compare Stig sono due delinquenti in rampa di lancio, interessanti al traffico di droga del boss Papi Greco e ai soldi dello stesso, depositati in una banca di minima sicurezza sul confine. Quando la rapina progettata per alleggerire Greco di tre milioni di dollari va a buon fine e i due scoprono di aver portato a casa un bottino certamente più consistente - più di quaranta milioni -, iniziano i guai: perchè quella montagna di verdoni è frutto dei fondi neri della CIA, ed i nostri due soci finiscono nel mirino di più persone pericolose di quante avrebbero voluto conoscere nella vita. 
Senza contare che la loro alleanza sarà messa a dura prova dal fatto che entrambi hanno fatto il doppio gioco: Bobby, infatti, è un agente della DEA, mentre Stig un membro dei Servizi segreti della Marina.





E' davvero curioso che un grande appassionato di action come il sottoscritto abbia di fatto incrociato il cammino delle due migliori proposte che il genere abbia offerto in questo duemilatredici partendo da aspettative decisamente basse, e che entrambe abbiano come principale motore uno dei mestieranti più sottovalutati che una tamarrata - ma non solo - possa offrire: Marc Wahlberg.
Sto parlando, ovviamente, del già mitico Pain&gain e di questo sorprendente, sguaiato e divertentissimo Cani sciolti - in originale 2 guns, molto più efficace -, cocktail esplosivo - sotto tutti i punti di vista - di buddy movies, anni ottanta, tarantinate, sparatorie e spassosi botta e risposta nella miglior tradizione dei romanzi di Joe Lansdale con protagonisti Hap e Leonard: Kormakur, che non troppo tempo fa aveva firmato il discreto Contraband, prosegue dunque al meglio la sua carriera di artigiano del genere regalando al pubblico un'ora e cinquanta minuti di adrenalina pura e ritmo serrato senza per questo prendersi troppo sul serio o cagare fuori dal vaso, per usare un'espressione certamente consona al Saloon, ricordando cose estremamente divertenti come Viaggio in Paradiso ed una qualsiasi pellicola anni ottanta con due eroi pronti a stuzzicarsi l'un l'altro dall'inizio alla fine - qualcuno ha detto Tango&Cash!? -.
Accanto agli ottimi e perfettamente in sintonia con i loro ruoli di protagonisti Wahlberg ed il sempre mitico fordiano ad honorem Denzellone Washington, che seppur non in una forma fisica da tempi d'oro regala un personaggio che è un concentrato di palle, stile ed approccio sornione lasciando la parte del simpatico cazzone al suo socio dedito agli occhiolini alle cameriere ed al tiro al bersaglio con le teste dei polli, troviamo inoltre un'ottima galleria di comprimari, dal rappresentante della CIA tutto d'un pezzo con tanto di tormentone sull'ammontare del denaro ed aneddoto reiterato rispetto alla roulette russa interpretato da Bill Paxton allo spietato ufficiale di Marina Quince cui presta l'odioso volto da boy scout James Marsden, senza contare vecchie glorie come Fred Ward, che è sempre un piacere rivedere anche in una parte marginale.
Ad un cast in grande spolvero ed una regia funzionale troviamo inoltre la consueta cornice tipica della Frontiera USA/Messico - che tanto ricorda la mitica Breaking bad - e tutto quello che potremmo chiedere ad un titolo di questa risma: sparatorie, battute a raffica, amicizia virile, machismo positivo, buoni che sembrano cattivi e cattivi che sembrano buoni, un finale aperto ad un ipotetico e da queste parti molto ben accetto sequel, donne in pericolo e donne che sono un pericolo, una strizzata d'occhio al sociale - la traversata di ritorno negli States dei nostri come fossero immigrati irregolari -, esplosioni, morti ammazzati, soldi e quel qualcosa che varrà sempre più del verde dei dollari, motore di ogni amicizia da duri che si rispetti.
Insomma, un film perfetto per le serate tra compagni di pacche sulle spalle, il Saloon ed ogni fordiano che si rispetti, in grado di intrattenere, divertire, gioire del mezzo cinematografico ed al contempo non doversi sforzare neppure lontanamente per arrivare alla fine: una specie di ottovolante ruvido e polveroso - come ogni bancone di ogni bevuta che si rispetti dovrebbe essere - dal quale, una volta saliti, sarà impossibile - e sconsigliabile - scendere, pena una decisamente poco piacevole lezione offerta dai professori Washington e Wahlberg, che in quanto a spaccare culi paiono andare forte almeno quanto a occhiolini all'indirizzo delle cameriere.


MrFord


"I'm hiding in Honduras
I'm a desperate man
send lawyers, guns and money
the shit has hit the fan."
Warren Zevon - "Lawyers, guns and money" -



venerdì 20 gennaio 2012

30 minutes or less

Regia: Ruben Fleischer
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 83'



La trama (con parole mie): Nick non ha grandi prospettive. Consegna pizze a domicilio cercando di arrivare grazie alla sua guida sportiva in meno di trenta minuti a destinazione, vive con il migliore amico Chet ed è più o meno segretamente innamorato della sorella di quest'ultimo, in procinto di partire e realizzare i suoi sogni lavorativi.
Anche Dwayne non ha grandi prospettive. Suo padre è un ex maggiore dei marines divenuto milionario dopo aver vinto la lotteria e per nulla disposto a condividere la sua fortuna con un figlio che ritiene debole e stupido. Tolti i film e i cocomeri fatti saltare in aria, a Dwayne non resta che la compagnia dell'amico Travis.
Fino a quando una spogliarellista non mette sul piatto l'idea di assumere un sicario per fare fuori il vecchio.
Ma i sicari vanno sempre pagati.
Ed è a questo punto che entra in scena Nick.




Lo ammetto fin dal principio, così da togliermi subito il sasso dallo stivale: devo essere stato l'unico blogger cinematografico o pseudo tale - anche se allora il saloon non esisteva ancora - a non aver esaltato a dismisura Benvenuti a Zombieland, che fece fortuna un paio d'anni fa rimbalzando attraverso la rete come una palla matta riscuotendo successi e consensi quasi unanimi.
Avendo ancora davanti agli occhi quella meraviglia di Shaun of the dead, il precedente lavoro di Fleischer mi parve interessante, ma - esclusa la geniale parte legata a Bill Murray - ben lontano dalle gesta degli eroi di Edgar Wright, e finii dunque per accoglierlo tiepidamente.
Alla notizia di una nuova pellicola del regista - esaltatissima dal mio antagonista Cannibale - mi sono incuriosito soprattutto per le premesse - tutte mantenute - da buddy movie che lasciava presagire questo 30 minutes or less: del resto, soprattutto dopo un anno passato a riscoprire Apatow e soci, una pellicola ritmata, scorrevole e senza pretese di quelle perfette per le serate con gli amici non poteva che essere la benvenuta in casa Ford, e da questo punto di vista Fleischer centra in pieno il bersaglio, sfruttando quattro protagonisti che funzionano come un orologio, da Jesse Eisenberg a Danny McBride, senza dimenticare le loro due magnifiche spalle.
Eppure, nonostante alcune sequenze decisamente riuscite - il rapimento di Nick con Dwayne e Travis mascherati da scimmie, il furto della macchina e la rapina in banca - il tutto non esce dal seminato del puro e semplice film d'intrattenimento, e l'impressione è che la scintilla del piccolo cult non scatti fino in fondo, facendo rimpiangere perle clamorose come SuXbad o Strafumati, per non parlare di Clerks - 1 o 2, poco importa -.
Certo, non manca il personaggio memorabile - il maggiore interpretato da Fred Ward, un vero e proprio mito degli anni ottanta e primi novanta, interprete di filmoni come Uomini veri, I guerrieri della palude silenziosa e Tremors, che ricorda il dispotico ufficiale gay maniaco del controllo di American beauty -, il rapporto tra Nick e Chet è divertente al punto giusto e Dwayne e Travis nel ruolo dei redneck ignoranti e repressi sono a dir poco perfetti, eppure alla fine della visione non sembra di aver guadagnato molto più di qualche risata ed un'ora e mezza scarsa di relax in bilico tra la commedia grottesca e l'azione.
Peccato soprattutto per la parte legata al sicario chicano, che avrebbe potuto, con un pò di attenzione in più dal punto di vista dello script - ed un'interpretazione meno macchiettistica -, rubare la scena alle due coppie di protagonisti rappresentando una sorta di variabile impazzita molto più di quanto non sia stata.
Ottime, invece, colonna sonora e regia - Fleischer gioca bene con la macchina, ed il taglio delle inquadrature è sicuramente superiore alla media dei buddy movies all'ammeregana che si è abituati ad affrontare nelle serate alcoliche da pacche sulle spalle e risate sguaiate -, che quasi parrebbero più nello stile di un film "alla Sundance", che di una pellicola di questo genere.
Non si disperi comunque il mio antagonista, perchè nonostante il voto medio sono pronto a consigliare una visione di 30 minutes or less ad occhi chiusi, rilanciando anche una riflessione sul parallelo tra le consegne "a tempo" delle pizze da parte di Nick e quel periodo della vita in cui, in bilico tra gioventù e maturità, ci pare di essere quasi obbligati a scegliere la strada migliore possibile prima che tutto sia inesorabilmente alle nostre spalle.
Oppure, con uno spirito decisamente più pane e salame, arraffare birra e patatine a volontà e godersi le disavventure delle due insolite coppie di protagonisti senza pensare troppo a quello che è o dovrebbe essere.
In fondo, i prodotti di questo tipo sono forti anche per questo.


MrFord


"You need some time to sew
all those bridges that you burned
'cause there's nothing left to bring
to someone who just won't learn."
Blink 182 - "Wrecked him" -



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