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lunedì 19 giugno 2017

Nerve (Henry Joost/Ariel Schulman, USA, 2016, 96')




Dovevo saperlo, nonostante gli ultimi mesi siano stati funestati da una sorta di non belligeranza costruita da insospettabili posizioni di accordo rispetto a numerosi titoli usciti nel corso di questo duemiladiciassette, che la cannibalata sarebbe tornata a funestare qualche mia serata di visioni: perchè, a conti fatti, Nerve è praticamente il film perfetto del mio rivale ai suoi tempi d'oro.
Implausibilità, attori cagnacci che pensano di essere bravi ma sono cool, atmosfera da supergiovani, tematiche d'attualità - forse la cosa migliore della pellicola, pur se molto di moda in quest'ultimo periodo, la sensibilizzazione sui rischi cui ci si espone in rete ed in questo mondo "social" - ed uno stile videoclipparo che vorrebbe strizzare l'occhio a certe cose considerate rivoluzionarie negli anni novanta ma risulta oggettivamente a metà tra il pretenzioso e l'inutile.
In un periodo di magra totale come questa primavera cinematograficamente - per non parlare della blogosfera - spentissima, speravo sinceramente qualcosa in più da un thriller che promette ma non mantiene, come canterebbe l'Ambra targata nineties, tanto per rimanere in tema - internet a parte -, e che si è rivelato una visione parzialmente molto meh e parzialmente molto soporifera - un paio di penniche me le sono fatte, lo ammetto - nonostante alcuni passaggi impressionanti considerato il mio rapporto con le altezze ed un piglio che dovrebbe tenere incollati alla poltrona dall'inizio alla fine.
Anche il cast, giovane e in rampa di lancio tra grande e piccolo schermo, non brilla particolarmente se non per gli evidenti limiti del piccolo Franco e di Emma Roberts, catapultati in un flipper che gestiscono come se stessero recitando per il peggiore dei film da Italia Uno del pomeriggio nel weekend: una produzione, dunque, pronta a finire nel dimenticatoio come molti dei titoli passati su questi schermi nel corso delle ultime settimane, segno che, passata la "tormenta" degli Oscar, sul fronte delle uscite in sala e delle nuove proposte si sia latitato davvero parecchio.
L'unica ragione per la quale affrontare comunque un'esperienza da spettatori certo non esaltante resta l'importanza dell'argomento di fondo, che probabilmente per le generazioni future avrà un ruolo sempre più pesante ed invasivo: l'influenza dei like, della rete e di alcune dinamiche distorte da una realtà che non è realtà potrebbero - e possono, casi ce ne sono a mazzi - diventare uno dei pericoli maggiori per i giovani del futuro.
O per i futuri giovani.
Un vecchio cowboy come me, invece, malgrado le intenzioni, continuerà a considerare robetta da ragazzini titoli come questo.




MrFord




 

sabato 27 settembre 2014

Catfish

Regia: Henry Joost, Ariel Schulman
Origine: USA
Anno: 2010
Durata:
87'





La trama (con parole mie): Niv Schulman è un giovane fotografo di New York che condivide lo studio con due giovani registi, il fratello Ariel ed il loro comune amico Henry. Entrato in contatto con la giovanissima pittrice Abby e la sua famiglia, proveniente da uno sperduto paesino del Michigan, Niv conosce Megan, una loro parente, e tra loro inizia una corrispondenza che passa dalle e-mail a Facebook, fino alle telefonate, aprendo le porte ad un legame sempre più forte che potrebbe sfociare, una volta superata la barriera telematica, in una vera e propria relazione.
Quando i tre giovani artisti, impegnati in un documentario sulla danza nel Nord degli States, decidono di improvvisare una visita a questa strana famiglia, i misteri cominciano ad infittirsi: le canzoni che Megan manda a Niv dichiarandole registrazioni per lui sono infatti prese dalla rete, e qualcosa pare sempre più strano nel comportamento della ragazza.
Il confronto con Abby e Angela, la madre della bambina, rivelerà uno dei più clamorosi inganni che le relazioni sentimentali online abbiano mai rivelato, ed una realtà che pare quasi quella di un film.






Senza alcuna ombra di dubbio, internet ed il suo concetto non solo di condivisione globale, ma anche di evoluzione - o involuzione - dell'identità sociale e reale sono stati tra i più importanti che la Storia umana abbia conosciuto nel passato recente e non solo: la comunicazione, l'Arte, la Musica, il Cinema, il sesso, le relazioni sono cambiate radicalmente nell'epoca della Rete, e noi stessi, pronti a trasformare la blogosfera nella nostra quasi casa, avremmo preso strade sicuramente differenti un centinaio di anni or sono.
Personalmente, non conservo brutti ricordi - o quantomeno bizzarri - degli incontri nati da una conoscenza fatta online, e dagli aneddoti divertenti - come quella volta in cui Julez, alla vigilia della mia prima uscita con Dembo, si mostrò preoccupata pensando che il mio Fratellino fosse l'Edward Bunker con la faccia da ergastolano settantenne del suo avatar - alle occasioni per rimorchiare, devo
ammettere che mi è andata discretamente bene.
Qualche stagione fa, invece, Mtv cominciò a presentare una trasmissione decisamente interessante legata ai rischi - sentimentali e non - delle storie d'amore telematiche condotta da un regista e da un giovane fotografo, Niv Schulman, che ispirò la stessa grazie ad un documentario realizzato nei primi tempi della sua avventura artistica dal fratello, che con un amico regista condivideva con lui lo studio a New York: Niv, infatti, conobbe la famiglia della piccola Abby, pittrice sorprendente per la sua età che realizzava quadri a partire dalle sue fotografie, finendo per perdere la testa per sua sorella maggiore, Megan, intrattenendo con quest'ultima una fitta corrispondenza cartacea, telefonica e telematica di nove mesi prima di decidere, sfruttando un incarico lavorativo, di rompere il ghiaccio e
dirigersi verso la sperduta località del Michigan dove abitava, ovviamente accompagnato dai due futuri registi di questo documentario.
Il risultato fu a dir poco incredibile, tanto da sospendere Niv in uno stato in bilico tra lo stupore, la malinconia e la quasi ammirazione per il talento mostrato nel mentire rifugiandosi in sogni e pezzi di vite non sue della donna con la quale aveva condiviso momenti e sentimenti degni di una vera e propria storia, finendo, con le rivelazioni che seguirono il loro incontro, proprio per ispirare la stessa a cambiare la propria esistenza ed uscire da un guscio che pareva essere stato costruito appositamente per una di quelle pellicole da provincia americana senza speranza buona per un cocktail tra Lynch e Springsteen.
La vita di Angela - questo il nome della donna -, di fatto rivoltata come un guanto dall'ingresso di Niv nella stessa, finisce dunque per rivelare sfumature che vanno ben oltre la questione legata ai chiaroscuri della rete, ma toccano corde sospese tra il coraggio e la follia, la disperazione e la speranza: osservare suo marito definire Niv il catfish delle loro esistenze in quella che è, probabilmente, la sequenza pià clamorosa di questo sorprendente documentario e mosaico di frammenti di vite, e spiegare il significato della definizione stessa, custodisce la scintilla del grande Cinema, quello legato al bisogno di raccontare una storia, o forse più di una, e di quanto una persona anche lontana migliaia di chilometri da noi possa influenzare l'esistenza che conduciamo tutti i giorni.
Ma è davvero un rischio, quello di vivere?
O dovremmo sempre sperare di incontrare i nostri catfish, per poterci spingere un passo avanti?
A ognuno la sua risposta, a ognuno la sua identità.
Vera o falsa che sia, l'importante sarà viverla.
O cercare di farlo.




MrFord




"How I wish, how I wish you were here.
We're just two lost souls swimming in a fish bowl,
year after year,
running over the same old ground. What have we found?
The same old fears,
wish you were here."
Pink Floyd - "Wish you were here" -





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