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lunedì 19 giugno 2017

Nerve (Henry Joost/Ariel Schulman, USA, 2016, 96')




Dovevo saperlo, nonostante gli ultimi mesi siano stati funestati da una sorta di non belligeranza costruita da insospettabili posizioni di accordo rispetto a numerosi titoli usciti nel corso di questo duemiladiciassette, che la cannibalata sarebbe tornata a funestare qualche mia serata di visioni: perchè, a conti fatti, Nerve è praticamente il film perfetto del mio rivale ai suoi tempi d'oro.
Implausibilità, attori cagnacci che pensano di essere bravi ma sono cool, atmosfera da supergiovani, tematiche d'attualità - forse la cosa migliore della pellicola, pur se molto di moda in quest'ultimo periodo, la sensibilizzazione sui rischi cui ci si espone in rete ed in questo mondo "social" - ed uno stile videoclipparo che vorrebbe strizzare l'occhio a certe cose considerate rivoluzionarie negli anni novanta ma risulta oggettivamente a metà tra il pretenzioso e l'inutile.
In un periodo di magra totale come questa primavera cinematograficamente - per non parlare della blogosfera - spentissima, speravo sinceramente qualcosa in più da un thriller che promette ma non mantiene, come canterebbe l'Ambra targata nineties, tanto per rimanere in tema - internet a parte -, e che si è rivelato una visione parzialmente molto meh e parzialmente molto soporifera - un paio di penniche me le sono fatte, lo ammetto - nonostante alcuni passaggi impressionanti considerato il mio rapporto con le altezze ed un piglio che dovrebbe tenere incollati alla poltrona dall'inizio alla fine.
Anche il cast, giovane e in rampa di lancio tra grande e piccolo schermo, non brilla particolarmente se non per gli evidenti limiti del piccolo Franco e di Emma Roberts, catapultati in un flipper che gestiscono come se stessero recitando per il peggiore dei film da Italia Uno del pomeriggio nel weekend: una produzione, dunque, pronta a finire nel dimenticatoio come molti dei titoli passati su questi schermi nel corso delle ultime settimane, segno che, passata la "tormenta" degli Oscar, sul fronte delle uscite in sala e delle nuove proposte si sia latitato davvero parecchio.
L'unica ragione per la quale affrontare comunque un'esperienza da spettatori certo non esaltante resta l'importanza dell'argomento di fondo, che probabilmente per le generazioni future avrà un ruolo sempre più pesante ed invasivo: l'influenza dei like, della rete e di alcune dinamiche distorte da una realtà che non è realtà potrebbero - e possono, casi ce ne sono a mazzi - diventare uno dei pericoli maggiori per i giovani del futuro.
O per i futuri giovani.
Un vecchio cowboy come me, invece, malgrado le intenzioni, continuerà a considerare robetta da ragazzini titoli come questo.




MrFord




 

giovedì 15 giugno 2017

Thursday's child



Si avvicina il weekend, e con lui il consueto appuntamento in sala per tutti gli appassionati di Cinema e per chiunque voglia concedersi un paio d'ore al riparo dal caldo decisamente estivo di questi giorni: peccato che, nei prossimi giorni, ci aspetti una carrettata di novità decisamente cannibalesche, buone giusto per riportare la storica ed un pò spenta rivalità tra il sottoscritto ed il suo co-conduttore di rubrica, Cannibal Kid, agli antichi fasti.
Sarà davvero così, o nuove sorprese renderanno le vite dei due nemici della blogosfera ancora più difficili?


"Ecco, è là che Ford ha sparato Cannibal con un diretto degno di Rocky Balboa."



Nerve

"Ford ha visto il nostro film, Emma." "Dev'essere uno scherzo: qualcuno si sta prendendo gioco di Cannibal."

Cannibal dice: film teen con Emma Roberts che – naturalmente! – io ho già visto da tempo. La recensione non l'ho però scritta, per mancanza di tempo/ispirazione, ma potrei sempre recuperare, magari con qualche riferimento al fenomeno del Blue Whale che questa pellicola e il romanzo da cui è tratto hanno in qualche inquietante modo anticipato. Nel frattempo ne approfitto per lanciare una sfida potenzialmente mortale al mio mortale nemico: Ford, guardati questa pellicola adolescenziale e pure sulle nuove tecnologie, se hai il coraggio, e vediamo se riuscirai a sopravvivere!
Ford dice: film teen con Emma Roberts che - incredibilmente! - ho già visto da tempo, e anche recensito.
Come sarà andata? Lo scoprirete presto su White Russian.

 

Aspettando il re

"Tom, tutti i soldi del mondo non riusciranno a convincere Cannibal ad uscire a bere con te."

Cannibal dice: Se c'è una cosa che non sto aspettando è di vedere un nuovo film con Tom Hanks.
O un film consigliato da Ford.
O, peggio ancora, un nuovo film con Tom Hanks consigliato dal re dei blogger incompetenti Ford, ARGH!
Ford dice: questo film, invece, l'ho in lista da mesi ma non ho mai trovato l'ispirazione o la voglia giuste per vederlo. Sarà un segnale premonitore? Di sicuro, so che irriterà il mio rivale. E questo non è che un punto a suo favore.

 

Io danzerò

"Vedrai, con un paio di White Russian ballerai ancora meglio di Katniss Kid."

Cannibal dice: Pellicola sul mondo della danza che potrebbe risultare una specie di versione autoriale, francese e radical-chic di film come Save the Last Dance e Step Up. Parecchio intrigante il cast che comprende la cantante-attrice Soko, Gaspard Ulliel, Melanie Thierry e la figlia di Johnny Depp, Lily-Rose Depp. Non vedo l'ora di vederlo e di danzare poi sulle macerie di quel che rimarrà di Ford dopo la sua eventuale visione.
Ford dice: film danzereccio che più che di tamarrata ha il sapore della finta radicalchiccata stile Cannibal, dunque lo eviterò come la peste lasciando la visione ai pretenziosi alternativi o presunti tali come il mio rivale.

 

Corniche Kennedy

"Ma Ford aveva detto a qualcuno che il pezzo forte della giornata era un tuffo da dieci metri?" "Di certo non l'ha detto a Cannibal. Altrimenti col cavolo che veniva!"
Cannibal dice: Un film adolescenziale e pure francese?

Questa è proprio la mia settimana. Prenditela in quel posto, Mister James Ford!
Ford dice: qualcuno ha messo in piedi la settimana cannibalesca al Cinema? Se è così, svegliatemi giovedì prossimo!

 

Parigi può attendere

"Quel buzzurro di Ford ordina il White Russian anche per cena, e in un ristorante di classe: la prossima volta devo invitare Cannibal Kid."

Cannibal dice: Parigi può attendere... e pure la visione di questa pellicola. Anche se il fatto che sia il debutto alla regia di Eleanor Coppola, la moglie di Francis Ford nonché madre di Sua Santità Sofia, mi incuriosisce non poco.
Ford dice: tipica rom-com all'americana in salsa europea che non promette nulla di buono se non banalità a profusione. Potrebbe giusto sorbirsela Cannibal, sperando gli resti molto, molto indigesta.

 

Una doppia verità

"Discutiamo del caso che vede il popolo della blogosfera contro Ford e Cannibal: quei due sono un pericolo per la rete, se messi insieme!"

Cannibal dice: Thrillerino con Keanu Reeves e Renée Zellweger che sa tanto di saldo estivo anticipato. Roba buona giusto per Ford.
Ford dice: ecco qui una bella doppia verità. Questo film si rivelerà una mezza schifezza da recupero estivo, e Cannibal Kid non capisce una fava secca di Cinema.

 

Lady Macbeth

"Ford, è vodka quella, vero!?"

Cannibal dice: Pellicola in costume non tratta dalla tragedia di William Shakespeare, ma dal romanzo russo della metà del XIX Secolo Lady Macbeth del Distretto di Mcensk di Nikolaj Leskov. Direi che mi attira quanto una lotta nel fango tra Mr. Ford e The Rock.
Ford dice: siamo a giugno. Il caldo comincia a farsi torrido. E la mia voglia di schiaffarmi film in costume è pressochè la stessa di sciropparmi un film consigliato da Cannibal. Sotto zero.


Il crimine non va in pensione

"Mi ci vuole un bel cannone di quelli forti, per reggere le stronzate che scrive Cannibal."

Cannibal dice: Il crimine non va in pensione... ma quel criminale cinematografico di Ford invece dovrebbe proprio.
Ford dice: il crimine non va in pensione, mentre prima o poi - forse - ci andrà Cannibal, ancora illuso di poter essere considerato giovane.

 

venerdì 9 giugno 2017

Empire State (Dito Montiel, USA, 2013, 94')




Dito Montiel è entrato nella mia vita di spettatore come un fulmine a ciel sereno con Guida per riconoscere i tuoi santi, nel corso della primavera del duemilasette, al culmine di uno dei periodi più wild della mia vita: nottate fuori, alcool, one night stand e via discorrendo, a fare da cornice all'operazione al cuore subita da quello che è, a tutti gli effetti, il mio migliore amico.
Rimasi folgorato da quel debutto, anche e soprattutto per la carica emotiva che aveva saputo trasmettere, e mi ripromisi di tenere d'occhio quel regista e scrittore allora poco più che quarantenne che prometteva gran bene: peccato che, già al film successivo, lo spompissimo Fighting, Montiel cominciò a mostrare lacune enormi in fase di script e realizzazione unite alla cosa peggiore per un qualsiasi artista: una certa spocchia non troppo simpatica.
Il risultato, da allora, è stato una lunga serie di flopponi mai più distribuiti in Italia e massacrati dalla critica negli States, cui è seguito un abbandono totale da parte del sottoscritto.
Quando, assolutamente per caso e grazie alla presenza di The Rock, con Julez abbiamo deciso di buttarci su questo Empire State come sottofondo per una cena dalla mitica suocera Ford, neppure sapevamo che l'uomo dietro la macchina da presa fosse proprio Montiel, tanto per intenderci.
Il risultato, rispetto agli altri clamorosi fallimenti che pare aver collezionato - Fighting compreso, che avevo bottigliato a dovere a suo tempo -, tutto sommato quasi funziona, pur essendo un ibrido tra film di formazione più o meno criminale come Bronx, rimembranze scorsesiane ed un action thriller di grana grossa, a patto di non avere pretese troppo alte, passare sopra le lacune della sceneggiatura e godersi una storia "di quartiere" ambientata negli anni ottanta con un The Rock sempre tosto, un fratellino Hemsworth abbastanza in parte ed un'ottima spalla come Michael Angarano, la vera sorpresa della pellicola.
Visto in quest'ottica, Empire State risulta essere un buon riempitivo ed un film innocuo, piacevole da vedere e godibile in un'ottica di relax, come se non bastasse abbastanza adatto, come collocazione, alla stagione in corso: certo, io avrei dato più spazio al buon Dwayne Johnson e gli avrei fatto menare un pò le mani, ma non si può pretendere troppo, dunque mi faccio bastare il consueto - per Montiel - approfondimento del rapporto tra padri e figli ed una sensazione di amarcord mista ai ricordi di una crescita turbolenta in quartieri newyorkesi all'interno dei quali occorreva imparare ad arrangiarsi, e tanto mi basta.
Se poi dovessi aver voglia di vedere una pellicola di spessore dello stesso genere, nulla mi vieterà di ripescare Quei bravi ragazzi o cose di quel genere: ma per affrontare i primi caldi, direi che anche cose decisamente minori come questa sanno fare il loro.
Che è poco, ma meglio di niente.




MrFord



 

martedì 2 dicembre 2014

Palo Alto

Regia: Gia Coppola
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 100'





La trama (con parole mie): la giovane April, introversa studentessa in bilico tra l'essere allieva modello e scoprire il suo lato più alternativo, è preda di sentimenti contrastanti rispetto allo scombinato coetaneo Teddy, incline a mettersi nei guai più spesso di quanto non possa lui stesso pensare ed al suo allenatore di calcio nonchè insegnante Mr. B.
Il rapporto con i due influenzerà il susseguirsi della stagione più importante della sua adolescenza, scandita dalla scuola, gli impegni al di fuori della stessa, i piccoli e grandi drammi che lei e tutti i suoi amici finiranno per provare sulla pelle in attesa di crescere e prendere una propria strada.
E Palo Alto, California, potrebbe di colpo diventare una sorta di piccolo centro dell'universo dei teenager occidentali.








Resto sempre stupito, quando un film che ha tutte le carte in regola per entrare nelle grazie del mio eterno rivale Cannibal Kid finisce in qualche modo per non deludermi, mostrando anzi spunti almeno in parte interessanti: Palo Alto, firmato dall'ultima degli esponenti della dinastia Coppola, appartiene senza dubbio alcuno alla categoria.
Firmato da una "figlia d'arte", interpretato da volti giovani e pseudo alternativi capitanati da James Franco, che riesce ad essere tanto pane e salame quanto indie-cool, ambientato nella provincia californiana bene, almeno sulla carta più simile al debole The bling ring che non a cult dell'adolescenza come The breakfast club, il qui presente titolo rischiava di fatto una tempesta di bottigliate già sulla carta.
Fortunatamente per il sottoscritto - considerata anche la stanchezza accumulata di questo periodo, che mi costringe a sforzi sovrumani per non addormentarmi sul divano nel corso delle visioni - e per la giovane donna dietro la macchina da presa, il risultato è stato, di fatto e pur non dando libero sfogo a pareri entusiastici, un discreto successo: il lavoro dell'interessante Gia, tratto da una serie di racconti firmati proprio da James Franco, è fresco quanto basta per evitare la trappola dell'indie-chic che tanto mi fa incazzare, fotografa con un piglio deciso il periodo burrascoso dell'adolescenza e mantiene alta l'attenzione dello spettatore senza eccedere nella misura, regalando perfino un finale che suona quasi perfetto.
Merito del risultato senza dubbio anche quello di un cast decisamente in parte, che rispolvera vecchie conoscenze come Val Kilmer - accompagnato per l'occasione da suo figlio, tanto per rimanere in tema di nepotismi hollywoodiani - e giovani volti come Emma Roberts, che ricordo più volentieri in Cinque giorni fuori che non nella poco interessante terza stagione di American Horror Story: a sostenerlo, uno script tutto sommato non banale che ha nei confronti tra Teddy e Fred i suoi momenti migliori, e che riesce a presentare tutte le immagini che pare essersi prefissato senza per questo imbrigliarle in uno schema definito, con un inizio ed una fine.
Palo Alto ricorda più un'istantanea, come una foto delle vacanze che si stringe tra le mani sospirando nel cuore dell'inverno o il ricordo di una cotta che non è durata, ma che ha finito per lasciare il segno: niente di davvero destinato ad essere un avvenimento fondamentale della nostra vita eppure qualcosa alal quale sarà difficile, in un modo o nell'altro, non rimanere legati.
In questo senso la capacità del film di mostrare senza pregiudizi il lato più sguaiato e cazzone dell'adolescenza - che, poi, se non si vive in prima persona, spesso è anche quello più fastidioso percepito dall'esterno - e quello più intimista è decisamente invidiabile, sia che si parli di storie d'amore - e, dunque, della protagonista April -, sia di amicizia - e torno a citare i dialoghi e le divergenze che si cominciano a creare tra Teddy e Fred -: in quegli anni tutti noi finiamo per vivere sulla pelle emozioni e situazioni che crediamo fortemente saranno le uniche e le più importanti della nostra esistenza.
Madornale errore, si direbbe se fossimo in un film action.
Perchè tutto passerà, e finiremo per vivere emozioni decisamente più forti.
Eppure quello che avremo accumulato in quegli anni definirà il bagaglio che porteremo sulle spalle una volta affacciati davvero sul mondo adulto: e dalla decisione di April rispetto al suo futuro sentimentale a quella di Teddy, pronto a scendere da una macchina forse troppo autodistruttiva perfino per lui, troviamo in Palo Alto tutta la poesia naif che difficilmente avrà spazio ancora una volta nelle nostre esistenze.
Ed è bello pensare che, in questo caso, non sia un male così grande.
Forse necessario. Senza dubbio.
Ma è confortante che vada in questo modo.
Confortante e caldo.
Come il sole di questa California dai sentimenti incerti.




MrFord




"Don't think that we were beautiful
don't think that I'm your friend
I'll be the first one to tell you a lie."

Devonte Hynes - "Palo Alto" -





sabato 26 aprile 2014

American Horror Story - Coven

Produzione: FX
Origine: USA
Anno: 2013/2014
Episodi: 13




La trama (con parole mie): Zoe, un'adolescente che scopre di avere poteri magici, viene condotta ad una speciale accademia di New Orleans che da secoli protegge e prepara le streghe al mondo e ad affrontare i loro poteri. Accanto ad una manciata di altre ragazze come lei, Zoe si troverà a dover affrontare cacciatori votati alla loro eliminazione, la minaccia della regina del voodoo locale, il ritorno alla vita di una spietata nobildonna di origini francesi che nel corso dell'ottocento commise nella sua casa atroci delitti e gli intrighi della Suprema - la strega che, di fatto, ha il comando della categoria ed i poteri più sviluppati in assoluto - Fiona, che non vorrebbe fosse giunto il momento della sua successione e della conseguente morte, e trama per eliminare tutte le possibili candidate al suo ruolo. Lei compresa.








Evidentemente American horror story funziona a stagioni alterne, qui al Saloon.
Dopo una prima annata, infatti, fin troppo incensata e decisamente sopravvalutata - che da queste parti venne bottigliata, e non poco - ed una seconda assolutamente di alto livello, al terzo giro di giostra la creatura di Falchuck e Murphy subisce la sua più clamorosa caduta in termini di qualità ed interesse suscitato, finendo addirittura per scalzare sul gradino più alto del podio al rovescio del sottoscritto, tra episodi inutili ed un cattivo gusto da fare invidia alle ultime stagioni di True blood, perfino la tanto detestata season d'esordio.
L'idea di ambientare i tredici episodi a New Orleans - una delle città più misteriose ed oscure degli States - e di incentrarli sulle streghe ed il conflitto non solo razziale, ma anche di genere da sempre in gioco tra uomini e donne risultava, sulla carta, assolutamente interessante ed azzeccata, degna di un riscatto delle congreghe dopo i fallimenti clamorosi del passato recente, dalle fin troppo numerose incarnazioni di Hansel e Gretel all'obbrobrio di Rob Zombie: purtroppo, però, il risultato è stato decisamente inferiore alle aspettative - così come alle pretese -, finendo per portare sullo schermo una sorta di dark comedy - involontaria - teen fuori tempo massimo che è riuscita a riportare alla mente del sottoscritto più l'insipido Dark shadows che non una nuova proposta horror degna di questo nome.
Senza dubbio parte delle responsabilità ricade sul cast, più adatto ad una soap per liceali che non ad un pubblico adulto, ed in grado di affossare perfino la sempre bravissima Jessica Lange - che pare cominciare a gigioneggiare un pò troppo -, Denis O'Hare - ridicolo il suo personaggio -, Angela Bassett - partita come una sorta di iradiddio e finita in men che non si dica - e Kathy Bates - clamorosamente sprecata, rispetto alle potenzialità che avrebbe potuto esprimere -, e sugli script, che seppur supportati da una regia sempre elegante non risultano decisamente all'altezza di un titolo con velleità di sconvolgimento del mondo del piccolo schermo.
Senza contare, dunque, l'assenza pressochè totale di inquietudine o di un senso di thrilling legato al genere, ed i charachters partiti in quarta e dunque clamorosamente appiattiti - Axeman, gli schiavi torturati, i vicini della congrega -, i limiti peggiori di questa stagione vengono evidenziati da episodi che definire riempitivi sarebbe quasi un complimento ed una direzione mai certa data dagli autori, che fin dall'opening sono apparsi incerti sulla piega da far prendere all'annata: un'indecisione pagata molto cara, considerata l'attenzione calata vertiginosamente in casa Ford con il susseguirsi degli episodi, nella speranza che tutto potesse concludersi in fretta ed il meno dolorosamente possibile.
Resta a confortarmi la speranza che, come fu al termine della prima stagione, l'idea di abbandonare definitivamente AHS possa portare bene per l'anno successivo, andando a rinverdire, di fatto, i fasti di Asylum cancellando quella che è parsa come una versione allucinata di un episodio troppo lungo di Desperate Housewives, lontano anni luce da quello che, almeno sulla carta, la creatura di Falchuck e Murphy vorrebbe tanto rappresentare.




MrFord




"If witchcraft all the fools condemn,
it turns around and crushes them.
When good has been twisted,
when good has been killed,
then love is resisted and blood will be spilled."
Black Sabbath - "Coven" - 




domenica 6 aprile 2014

5 giorni fuori

Regia: Anna Boden, Ryan Fleck
Origine: USA
Anno: 2010
Durata:
101'




La trama (con parole mie): Craig è un sedicenne introverso e riflessivo schiacciato spesso e volentieri dal peso delle sue doti e dal rapporto con il mondo esterno, dai genitori agli amici, dalla scuola alle aspettative per il futuro. Oppresso da una sensazione che lo vorrebbe suicida, decide di farsi ricoverare nel reparto psichiatrico dell'ospedale più vicino attrezzato per le cure delle malattie mentali, ritrovandosi a causa di una ristrutturazione accorpato, insieme agli altri adolescenti, al reparto degli adulti.
Nei cinque giorni di esame previsti prima delle sue eventuali dimissioni dalla struttura, Craig imparerà a crescere confrontandosi con il disequilibrato Bobby e la sua coetanea Noelle, riscoprendo se stesso ed il mondo e lasciando il segno tra i suoi compagni di ricovero.








Di tanto in tanto, devo ammettere che fa proprio bene lasciarsi trasportare da una qualche pellicola indie sentita, coivolgente e ben riuscita come 5 giorni fuori, titolo praticamente sconosciuto in Italia risalente ai tempi in cui Zack Galifianakis era ancora un quasi sconosciuto, scoperto grazie ad un amico di recente: la pellicola firmata a quattro mani da Anna Boden e Ryan Fleck, infatti, pur non brillando per originalità o rivoluzionarietà del linguaggio, riesce a toccare le corde giuste per emozionare sfruttando un curioso incrocio tra Qualcuno volò sul nido del cuculo e Noi siamo infinito in versione minore e molto, molto Sundance nel senso buono del termine.
La vicenda di Craig, sedicenne tormentato da una vita che non lo riempie e soddisfa, finito per scelta in un brevissimo ma intenso esilio volontario accanto a chi davvero deve combattere una battaglia troppo grande per una sola mente, o anima, o che dir si voglia, pronto a riscoprirsi non solo piacevolmente fragile - come è giusto che ogni ragazzo o ragazza di quell'età sia -, ma anche in una certa misura uomo cominciando a scontare sulla sua pelle le sconfitte che prima o poi tocca a tutti affrontare, da un amore deluso ad un'amicizia per la quale occorre rimboccarsi le maniche almeno quanto con la propria famiglia.
Seppur sfiorando soltanto in superficie temi decisamente complessi come la solitudine che attanaglia chi finisce per trovare troppo difficile anche solo muovere un passo fuori da un letto e sfiorando il quasi "oltre" con sequenze decisamente sopra le righe - la rappresentazione di Under pressure, pezzo che peraltro ho sempre amato molto -, i registi finiscono per riuscire a portare sullo schermo con una grande onestà di sentimenti e narrazione una vicenda piccola piccola eppure coinvolgente ed in qualche modo toccante, perfetta per chi cerca un riscatto o un nuovo punto di partenza, oppure accarezza in qualche modo il sogno di innamorarsi di nuovo nonostante le ferite che lo stesso amore è in grado di provocare in tutti noi.
Il personaggio di Bobby - molto azzeccato e divertente il gioco di citazioni ed omonimia con Bob Dylan -, interpretato decisamente bene da Galifianakis - in una versione paradossalmente più sobria e sensata delle macchiette oltre misura cui ci ha ormai abituati - funge dunque da benzina sul fuoco per l'evoluzione interiore e non solo di Craig, protagonista fragile - almeno ad una prima occhiata - e molto "Goonie" nel pieno rispetto della tradizione tutta eighties del giovane nerd pronto a conquistarsi, arrancando, il posto nel mondo - o almeno, nel suo mondo - che gli compete.
Il risultato è un cocktail certo non ammazzacristiani eppure decisamente piacevole da sorseggiare, un onesto e contenuto film dal sapore di primavera che stuzzica la voglia di correre nel vento abbandonando cappotti ed anfibi per liberare tutto quello che è possibile liberare in modo che il corpo e la mente riescano ad esprimere davvero quello che sentiamo, vogliamo, proviamo, ed anche quello che ancora è incerto, perso in un futuro di ipotetici concerti ed ipotetiche partenze, nonostante resti il dubbio che possano non essere avvenuti.
Ma il bello è proprio buttarsi ugualmente, spinti da un anelito di follia che è come ossigeno per i nostri polmoni soffocati da un'esistenza giocata tutta - o almeno in gran parte - sulla fatica e le energie spese per quel giorno speciale che continueremo a ricordare ogni volta che salteremo, e salteremo, e salteremo: perchè la vita è tutta lì, stupido o no che possa sembrare.



MrFord



"Insanity laughs under pressure we're cracking
can't we give ourselves one more chance
why can't we give love that one more chance
why can't we give love give love give love give love
give love give love give love give love give love."
Queen feat. David Bowie - "Under pressure" - 



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