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lunedì 20 gennaio 2020

White Russian's Bulletin



Alle spalle le Feste, al Saloon si è ripresa con la consueta, e purtroppo ormai piuttosto scarna, programmazione limitata dagli impegni in famiglia, di lavoro, al lungo weekend di festeggiamenti per il compleanno del Fordino e alla stanchezza che, dopo cena, coglie inesorabilmente e spesso e volentieri il sottoscritto.
Ad ogni modo, per limitare i danni, a questo giro di giostra ne ho per tutti i gusti: un romanzo, una serie e un film. Quantomeno, posso dire di aver spaziato.


MrFord



I AM A KILLER (Netflix, UK, 2018)

I Am a Killer Poster

Proseguendo sull'onda che ha visto gli occupanti di casa Ford percorrere le strade del documentario offerte da Netflix in ambito serial killers e affini, si è inserita quasi a chiudere la parentesi I am a killer, una miniserie in dieci episodi che propone interviste ad occupanti del braccio della morte in alcune delle strutture detentive degli States.
Dieci storie diverse per dieci assassini diversi che, purtroppo, paiono avere un solo denominatore comune, l'infanzia difficile e legata a doppio filo ad ambienti a rischio, che fosse per contesto sociale, inclinazioni dei genitori, difficoltà economiche o dipendenze.
In questo caso non assistiamo a ritratti di serial killers, bensì a quelli - molto più disperati - di una miseria umana che finisce per non trovare altro sfogo se non quello della violenza: senza dubbio, nel corso degli episodi, si trovano spunti e trame che verrebbero buone per produzioni cinematografiche, ma non si ha troppo tempo per pensare. Resta ad aleggiare un alone di tristezza per tutte le vite spezzate, da una parte all'altra delle sbarre di un carcere.
In termini tecnici, interessanti i racconti, decisamente meno le ricostruzioni.




CASINO TOTALE (Jean Claude Izzo, Francia, 1995)

Risultati immagini per casino totale izzo

Come già preannunciato nel corso dei Ford Awards dedicati alle letture del duemiladiciannove, Casino totale è stato una vera e propria sorpresa: regalatomi qualche anno fa da una vecchia amica, è un noir dai toni tristi e malinconici che racconta più sconfitte che vittorie, eppure è anche uno dei romanzi più traboccanti di passione per la vita che ricordi, un ritratto stupendo di Marsiglia ed una riflessione splendida e pulsante dell'amicizia e dell'amore.
Il legame tra i tre protagonisti, cresciuti insieme e poi separatisi, si può dire, proprio a causa del loro eccesso di voglia di vivere, e quello di Fabio, pronto a scoprire la verità e cercare di rimettere a posto i cocci delle loro vite, con le donne che ha amato e che forse potrà amare, è descritto come solo qualcuno che ha vissuto davvero nel senso più profondo del termine potrebbe fare. 
Dovessi pensare di paragonare Casino totale a qualcosa, direi che è sesso selvaggio fatto in estate, quando il sudore di due corpi si mescola fino a farli diventare uno, una sbronza presa con il vento in faccia e il rumore del mare in sottofondo, un disco dei Manonegra che rapisce come una danza tribale, e fa salire tutto quello che di selvaggio portiamo dentro.
Roba forte, insomma. Come piace viverla anche a me.




RICHARD JEWELL (Clint Eastwood, USA, 2019, 131')

Richard Jewell Poster


Clint, si sa, da queste parti gioca sempre in casa.
Eppure, in passato, quando c'è stato bisogno di essere più equilibrato nei giudizi - come nel recente The Mule - non mi sono tirato indietro.
Con Richard Jewell, Eastwood prosegue nella decostruzione made in USA iniziata qualche anno fa con American Sniper e proseguita con Sully e Attacco al treno, mostrando di fatto il fianco di quel Grande Paese che in tanti ancora sono convinti che difenda a spada tratta neanche fosse il primo dei trumpisti.
Ed è curioso, perchè la sequenza più decantata della pellicola, l'arringa in difesa del figlio dell'ottima Kathy Bates, mi ha lasciato quasi indifferente. Anzi, ha finito per indispettirmi. Perchè questo Clint, questo film, non ne aveva bisogno.
Perchè Richard Jewell è un gioiellino se si pensa ai legal thriller, è un film profondamente sentito, è una protesta accesa di un repubblicano convinto all'indirizzo di un Governo sì democratico, ma sempre e comunque di un Paese che adora visceralmente.
Io non sono americano, e a prescindere dall'ingiustizia - pur se a posteriori - percepita, sono stato investito dalla pellicola principalmente per aver rivisto molti tratti del Fordino in Richard Jewell: ho visto un essere umano sensibile, profondo, forse ingenuo nell'essere troppo scoperto rispetto ad un mondo che, per chi è troppo scoperto, non ha alcuna pietà.
Spesso si parla, giustamente, di vittime collaterali. Si potrebbe pensare che Richard Jewell sia un film che tratta della principale vittima collaterale di un attentato che avrebbe potuto contare molti più morti. E non li ha contati principalmente per quella vittima.
In barba al fatto che le vittime, storicamente, sono la parte più debole.


domenica 29 aprile 2018

Dott. House - Stagione 7 (Fox, USA, 2011)





Insieme all'ostracizzato Frank Underwood e all'impenitente Frank Gallagher, Gregory House è ormai parte integrante del trittico di veri stronzi che il Fordino adora incondizionatamente: proprio la sua passione per il claudicante medico dipendente da Vicodin è stata il motivo scatenante del recupero delle sue avventure, ai tempi - come i frequentatori abituali del Saloon ben sanno - ignorate o quasi da questo vecchio cowboy a causa della "guerra di ascolti" che coinvolgeva lo stesso House e Lost, che da queste parti era ed è quasi una religione.
Schermaglie da "tifoseria" a parte, devo ammettere di essermi molto divertito nel seguire quello che è e resta un prodotto d'intrattenimento senza picchi particolari ma che ha mantenuto sempre piuttosto costante la sua qualità con poche battute d'arresto e stagioni come questa - la penultima ad essere trasmessa - addirittura migliori delle precedenti: a partire, infatti, dal cambio di direzione fornito dall'inizio di una storia d'amore tra House e la sua direttrice sanitaria, Lisa Cuddy - altro personaggio chiave della produzione - fino alle conseguenze di questo stesso rapporto, il settimo anno del bastardissimo Greg non ha segnato alcuna crisi, ed al contrario ha proposto alcuni degli episodi più interessanti dell'intera serie - il primo che mi viene in mente è Nella notte, ma ricordo anche con molto piacere la puntata "cinematografica" con tanto di citazioni riferite a pellicole cult per il pubblico amante del grande schermo - e seppur non piazzando la zampata conclusiva - il finale ha il sapore del già visto - si propone come uno dei più interessanti dell'intera serie.
Come di consueto, poi, accanto all'imprevedibile e sempre irriverente immunologo, viene riservata attenzione anche all'evoluzione delle vite e dei caratteri dei suoi collaboratori, dagli storici Chase e Foreman - spentosi un pò nel corso degli anni - ai più "recenti" Taub - che resta la vera sorpresa della squadra di House, in bilico tra aria da loser, personaggio da commedia e jolly su tutta la linea - e 13 - che lanciò Olivia Wilde, allora non nota certo come oggi -, fino alla meteora Masters, praticamente l'opposto di tutto quello che rappresenta l'instabile medico e dunque perfetta sia nel ruolo di spalla comica che di contrappeso in termini etici - peccato, in questo senso, averla tolta dal gioco così frettolosamente -: in un certo senso, tornare ogni volta nell'ufficio di House è diventato un appuntamento piacevole e rilassante, quasi come se questa proposta ai tempi così nettamente snobbata si fosse rivelata ben più vicina al mio cuore di spettatore di quanto non potessi neppure immaginare.
Senza dubbio il Fordino ha fatto e continua a fare la sua parte in questo, ma devo ammettere che se l'appeal dei personaggi non fosse stato lo stesso o la qualità fosse calata drasticamente non avrei certo esitato a trovare un modo per dirottare le attenzioni del piccolo Ford su altro: merito, dunque, di autori ed attori aver dato vita ad un mondo sicuramente pop nelle ambizioni ma ugualmente in grado di coinvolgere piacevolmente anche chi cerca, piccolo o grande schermo che sia, anche un salto di qualità autoriale.
E se dopo sette anni ancora il risultato è questo, significa che la cura di House ha senza dubbio successo.



MrFord



 

mercoledì 18 ottobre 2017

Dottor House - Stagione 6 (Fox, USA, 2010)





La mia storia rispetto alla serie dedicata allo Sherlock Holmes della medicina, il Dottor House, è davvero strana: ai tempi del suo massimo successo, da fan adoratore di Lost, detestavo cordialmente quello che era diventato uno dei rivali - in termini di audience - dei naufraghi più famosi del piccolo schermo, boicottandone la visione e lasciando che scorresse verso l'inevitabile conclusione senza alcun colpo ferire.
Quando, anni dopo, la necessità di trovare qualche titolo valido per coprire la fascia dei pasti di casa Ford senza scombinare troppo la crescita del Fordino portò me e Julez a ripescare proprio il sarcastico e cinico immunologo, le cose cambiarono.
Dalla sigla al personaggio, infatti, tutto quello che riguardava il burbero Greg House divenne cult proprio per l'allora più piccolo del Saloon almeno quanto Frank Gallagher - altro suo idolo da piccolo schermo -, e dunque il recupero dell'intera serie è divenuto, stagione dopo stagione, una richiesta specifica del Fordino, attratto più che dalle questioni mediche dal fatto che House non si preoccupi di provocare l'ira di chi gli sta attorno, e dal comportamento del medico più irriverente che la fiction abbia mai prodotto.
Alle spalle una stagione decisamente sottotono - la numero cinque, indiscutibilmente la peggiore che il brand abbia conosciuto - il Nostro riscatta la sua posizione tornando agli standard cui aveva abituato il pubblico, cambiando nuovamente la formazione del suo team, regalando una prima manciata di episodi in pieno stile Qualcuno volò sul nido del cuculo ed un'evoluzione sentimentale che coinvolge dapprima l'amicizia con Wilson e dunque il rapporto con la vecchia fiamma mai sentita sulla pelle Lisa Cuddy, pronta a regalare un season finale in pieno stile romantico ad alimentare domande e curiosità a proposito del settimo e penultimo anno di produzione della serie.
Dal canto nostro, i Ford ora riscopertisi - almeno per quanto mi riguarda - fan dello stronzissimo specialista e dei suoi "protetti" - nel corso degli anni il posto da favoriti è stato preso saldamente da Taub e Tredici - attendono di scoprire quale sarà stato il destino scelto per la sua maturazione dagli autori, e di veder crescere il Fordino, che già ora dichiara di voler diventare ad ogni costo "medico degli animali", accanto ad uno dei suoi primi miti televisivi, dai tempi in cui batteva le mani al ritmo della sigla ad oggi, quando è pronto a chiedere quali siano le ragioni per le quali il paziente di turno sta male così tanto da aver bisogno dell'intervento di un pezzo grosso come House.




MrFord




domenica 16 aprile 2017

Dr. House - Stagione 5 (Fox, USA, 2009)





Con il passare dei mesi e delle stagioni quello che, tempo fa, era soltanto un recupero riempitivo di una vecchia serie di culto buono per pranzi o cene in casa Ford, ha finito per assumere un'importanza sempre maggiore grazie all'ascendente esercitato dal suo protagonista - lo spigoloso Greg House - sul Fordino, che ha nel buon dottore uno dei suoi idoli da piccolo schermo.
Puntata dopo puntata, devo ammettere che anche rispetto al sottoscritto un titolo che odiavo cordialmente ha finito per tramutarsi in un guilty pleasure in costante escalation, con tanto di culmine nella stagione quattro, curiosamente la migliore nonostante fosse stata realizzata nell'anno terribile per le serie televisive dello sciopero degli sceneggiatori.
Purtroppo, e per la prima volta, con questa quinta annata il Saloon ha ricevuto la sua prima, grande delusione dal medico claudicante e dal suo staff: una season che procede stancamente, ripetitiva, priva degli spunti interessanti delle precedenti, ripresasi soltanto nella manciata di puntate conclusive a causa della morte di uno dei medici al lavoro per House - evento improvviso che fu legato al fatto che l'attore che lo interpretava ebbe un ruolo nella prima amministrazione Obama e dovette rassegnare le dimissioni - e la conclusione, che mostra un House sempre più instabile prendere una decisione che potrebbe influire e non poco sull'evoluzione del personaggio e delle restanti tre seasons.
Troppo poco, comunque, considerati i quattro anni precedenti e le potenzialità di un personaggio che ha la grande fortuna di riuscire a conquistare grandi e piccini senza per questo doversi "svendere", rimanendo fedele al suo essere un vero stronzo.
Anche l'evoluzione della relazione di Cameron e Chase ed il nascere di quella tra Foreman e 13, o il ruolo di "anti House" di Taub e quello di eterna storia d'amore mancata della Caddy riescono a dare verve ad un giro di giostra davvero sottotono, che abbassa e non di poco l'hype per quelli successivi e forse finisce per perdere anche diversi punti rispetto al Fordino, che di norma avvinto dalle vicissitudini dell'esperto immunologo si è dedicato per buona parte della stagione a rendere a noi davvero difficile la fruizione di ogni puntata grazie ad interminabili monologhi a volume altissimo tenuti a tavola.
Considerato che, a meno di tracolli devastanti o di schifezze atomiche, non abbandono mai una serie, posso solo sperare che da qui in avanti quel sacco di merda di Greg House torni ad essere se stesso e scuota un titolo che, l'avessi visto ai tempi, mi avrebbe fatto considerare l'idea che, forse, con questa quinta stagione si era arrivati al punto del non ritorno, quello dato dalla chiusura prima di andare definitivamente in vacca.
Dexter e True Blood ne sanno qualcosa.



MrFord




 

venerdì 13 gennaio 2017

Dr. House - Stagione 4 (Fox, USA, 2008)




Ricordo molto bene la non troppo cordiale antipatia che provavo ai tempi del boom delle serie tv capitanate da Lost rispetto ad House, che considerati formato, tipologia ed approccio simile a quello dei fumetti seriali all'italiana in cui tutto cambia per non cambiare soprattutto rispetto ai personaggi mi pareva avesse davvero troppo successo non solo presso il grande pubblico per meritarlo davvero.
Il tempo è passato, e prima sotto i suggerimenti di Julez - che indovina sempre i titoli giusti da associare ai pasti di casa Ford, lasciando i pezzi più pregiati ed impegnativi per i dopo cena - dunque a seguito delle insistenze del Fordino - sarà curioso, ma Greg House e Frank Gallagher sono i suoi due charachters favoriti del piccolo schermo - è partito un massiccio recupero in modo da colmare un vuoto che molti fan del piccolo schermo di mia conoscenza trovavano assolutamente ingiustificabile.
La prima riflessione che nasce dalla visione di questa quarta stagione è principalmente legata ad una curiosità: nell'anno, infatti, del grande sciopero degli sceneggiatori che mise in crisi praticamente tutte le produzioni di allora, e consegnò al pubblico annate "monche" e decisamente meno riuscite - due titoli sacri da queste parti come il già citato Lost e Friday night lights conobbero le loro season "peggiori" proprio nel corso di questa protesta, rispettivamente la quarta e la seconda - House trova, almeno finora per quanto mi riguarda, la sua migliore, iniziata con la ricostruzione della squadra del pungente medico concepita come una sorta di "gioco ad eliminazione" tra aspiranti - tra i quali spicca un'allora decisamente poco conosciuta Olivia Wilde - e chiusa con un doppio episodio che non solo risulta essere senza ombra di dubbio il più coinvolgente emotivamente della produzione, ma riesce anche, con l'addio ad uno dei personaggi, ad essere quasi commovente.
Grazie a questi due eventi la serie, come scrivevo poco sopra, "cambia per non cambiare" mantenendo comunque fresca la sua formula vincente data dall'unione tra House ed i suoi maltrattati collaboratori ma non rinuncia neppure a scavare nel cuore di un personaggio che cuore, almeno all'apparenza, non ha: il fatto che la morte colpisca qualcuno vicino a qualcuno a lui molto vicino potrebbe segnare e non poco lo sviluppo futuro di questo sicuramente affascinante protagonista, che una battuta cattiva dopo l'altra è riuscito a conquistare piccoli e grandi qui al Saloon.
A questo punto, considerato quanto bene sono riusciti gli autori a cavarsela in quella che è stata l'annata nera del piccolo schermo, l'hype per la quinta non può che aumentare, ed accorciare i tempi della "vacanza" di House agli occhi del Fordino, che molto probabilmente non dovrà attendere tanto quanto per rivedere Frank Gallagher su questi schermi per poter ancora una volta godersi la lingua tagliente dello Sherlock Holmes della medicina televisiva.





MrFord




 

venerdì 10 luglio 2015

The Lazarus Effect

Regia: David Gelb
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 83'






La trama (con parole mie): Frank e Zoe sono una coppia di scienziati e ricercatori universitari che hanno dedicato gli ultimi anni delle loro vite alla realizzazione di un siero che possa permettere di riportare in vita a tempo sulla carta indeterminato i morti in modo da poter garantire ulteriori cure.
Per la loro ricerca hanno finito per rinunciare a molto, a partire dalla vita coniugale, orari normali, matrimonio e piani per il futuro.
Quando, testimoniato da una giovane documentarista ospite dell'equipe dei due medici, un cane risponde positivamente al siero, tutto pare cambiare: peccato che la multinazionale proprietaria delle attrezzature e responsabile dei finanziamenti decida di porre fine al progetto, di fatto togliendolo dalle mani di Frank, Zoe e dei loro soci ed amici, ed il cane stesso manifesti pesanti segni di squilibrio e, durante un'incursione proibita nel laboratorio, Zoe muoia fulminata.
A questo punto Frank, sull'orlo della crisi, decide di sperimentare quello che resta del siero sulla sua compagna: gli effetti della resurrezione di Zoe, però, non saranno propriamente quelli che avrebbe desiderato.








Negli ultimi anni l'horror, complici una serie quasi infinite di uscite dalla qualità infima, ha finito per diventare un riempitivo senza troppe speranze, lontano dai fasti della mia infanzia e dell'infinità di prodotti cult usciti a cavallo tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta: non lontano da questo trend è The Lazarus Effect, distribuito non troppo tempo fa in sala e salito agli onori della cronaca principalmente per la presenza di Olivia Wilde, oggetto del desiderio della maggior parte di spettatori di sesso maschile - e forse non solo -, per la prima volta, se la memoria non m'inganna, alle prese non solo con il genere, ma anche con un ruolo da "evil" pieno, anche se solo parzialmente.
David Gelb, giocando praticamente solo sull'effetto da salto sulla sedia legato ad effetti sonori improvvisi, costruisce una vicenda come se ne sono già viste a decine - se non centinaia - nel genere, riprendendo il mito di Frankenstein ed il fascino dell'ignoto legato al post-mortem ed unendo gli stessi alle tematiche da possessione demoniaca - almeno all'apparenza -, costruendo, di fatto, un prodotto senza un'identità precisa che si riscatta solo parzialmente con la rivelazione sul significato dell'incubo che affligge la protagonista salvo poi cadere nel pessimo vizio del finale aperto creato ad hoc nella speranza di girare un sequel.
A favore del lavoro di Gelb vanno comunque annotati un minutaggio onesto - finalmente un titolo che riesce a stare sotto i novanta minuti di durata, praticamente un miracolo, di recente - ed una scelta di cast che strizza l'occhio al pubblico giovane ed al piccolo come al grande schermo: troppo poco, comunque, per risultare qualcosa in più che una visione tappabuchi, buona giusto per occupare un pranzo in solitaria o una serata di stanca.
Senza dubbio, nel corso della mia carriera - soprattutto recente - di spettatore ho visto cose peggiori, ed in grado di farmi incazzare molto di più, ma allo stesso tempo non sentivo affatto la necessità di un titolo come questo, di fatto affrontato giusto perchè recuperato in buona qualità e perfetto per staccare il cervello senza impegno: senza dubbio la prima parte, giocata principalmente sull'atmosfera e le questioni etiche risulta più sensata ed avvincente della seconda, pronta a precipitare nel più classico degli sviluppi che il genere impone ed allo stesso tempo, paradossalmente, molto meno efficace in termini di inquietudine, ma di fatto si continua a girare intorno all'inutilità di un prodotto che non aggiunge assolutamente nulla all'esperienza di chi lo guarda, e che regala i momenti migliori - fatta eccezione per un paio di dialoghi sempre sviluppati prima dell'incidente occorso a Zoe - nel confronto tra Olivia Wilde e Sarah Bolger, con la mia preferenza che va alla giovane irlandese qui nel ruolo della documentarista ignara del disastro pronto ad abbattersi sull'equipe scientifica che si è trovata a riprendere.
In questo senso, capirete bene che se in un horror l'attrattiva principale è quella data dalla scelta da fare in merito alla donzella più attraente sullo schermo, qualcosa nel resto non funziona come dovrebbe.
Un pò come il siero che lo sfortunato gruppo di ricercatori si vede scippare dal sempre mefistofelico - e troppo poco presente on screen in questo caso - Ray Wise.




MrFord




"Stone me why can't you see
you're a no one nowhere washed up baby
who'd look better dead.
your tongue is far too long
I don't like the way it sucks and
slurs upon my every word."
The Stone Roses - "Resurrection"-




mercoledì 20 maggio 2015

Wednesday's child


La trama (con parole mie): nuova settimana di uscite consacrata interamente a Paolo Sorrentino, che con Garrone e Moretti rappresenta in questi giorni l'Italia a Cannes, e proprio per Sorrentino anticipata al mercoledì. Pochi titoli, dunque, ma discrete potenzialità, a meno che non si parli del mio sempre scomodo compare di rubrica, Cannibal Kid, con il quale spero di essere in disaccordo ancora una volta, e sempre di più.


"Speriamo che Ford non sia in giro alla guida di un'astronave, o siamo davvero nei guai."


Youth - La giovinezza
"Come hai detto che si intitola, questo film?" "La giovinezza." "E chi lo dirige? Ford?!"


Cannibal dice: Fai un film intitolato Youth e parli di due amici sulla soglia degli 80 anni interpretati da Michael Caine e Harvey Keitel?
Ah Sorrentì, la tua concezione della giovinezza sarà mica simile a quella di Mr. Ford, secondo il quale Stallone è ancora la più brillante promessa del cinema mondiale?
Fatto sta che questo film si preannuncia non troppo distante dalle parti de La grande bellezza, film che aveva diviso l'Italia intera, ma che a sorpresa aveva unito nel giudizio positivo sia me che Ford che l'Academy. Il miracolo si ripeterà?
Ford dice: considerato che Paolo Sorrentino - al momento per me forse il miglior regista italiano - ha raccolto bottigliate da queste parti solo in occasione del suo unico - fino ad ora - lavoro internazionale, dovrei avere quasi paura di questo nuovo Youth.
Allo stesso modo, però, c'è da dire che il quasi fresco di Oscar Paolone Nazionale pare non essersi discostato troppo dalle tematiche de La grande bellezza, che aveva compiuto il miracolo non tanto di vincere l'ambita statuetta, ma di mettere d'accordo me e Peppa. Il quesito più grande è se si ripeterà.




Tomorrowland

"E così quello è Cannibal Kid: pensavo fosse un essere mitologico frutto dell'immaginazione di qualche mente malata, e invece esiste davvero!"

Cannibal dice: Tomorrowland esce tomorrow, un giorno dopo il film di Sorrentino. Riuscirà a fargli le scarpe al box office?
Questa disneyata per bambini e per famiglie, quindi al 100% fordiana, potrebbe pure rivelarsi un prodotto di intrattenimento gradevole. Soprattutto per via della presenza di Britt Robertson, giovane attrice che io già da parecchio tempo sto cercando di promuovere come la nuova Jennifer Lawrence e chissà che con questo film non gli riesce finalmente di fare il grande salto nella Hollywood che conta. Io dico che la star del tomorrow è lei. Ford invece è solo una star del passato...
Ho detto star???

Intendevo Brodo Star!
Ford dice: Tomorrowland è uno dei titoli a maggior rischio di bottigliate da blockbuster selvaggio della stagione, eppure non riesco proprio a farmelo stare indigesto.
Tutto grazie a Brad Bird, regista de Gli incredibili e Mission Impossible: Protocollo Fantasma, nonchè del fantastico Il gigante di ferro, che nonostante le ovvie concessioni alla grande distribuzione, potrebbe perfino finire per stupire.
Staremo a vedere.




The Lazarus Effect

"Piuttosto che vedere un altro film consigliato da Peppa Kid la faccio finita."

Cannibal dice: Probabile che si tratti di un horrorino modesto modesto, però il trailer pur rispettando i soliti cliché del trailer horror, mi ha intrigato abbastanza. Sarà che una Olivia Wilde posseduta su di me fa un certo effect positivo. Così come una pellicola promossa da WhiteRussian mi fa subito un effect negativo.
Ford dice: horror da nulla di quelli che potrebbero far paura solo a quel pusillanime di Cannibal Kid. Lo vedrò giusto nel caso in cui sentissi il bisogno di una serata di svago.




Survivor

"E così non sarei un degno action hero, Ford e Cannibal!? Vi faccio fuori entrambi, così chiudiamo il discorso."


Cannibal dice: Thriller a tematica terroristica che ai tempi d'oro di 24 e Homeland mi avrebbe intrigato, ora invece mi ha stufato. Il cast poi è pieno di attori che non mi piacciono: Pierce Brosnan + Milla Jovovich + Emma Thompson. Nah, non ci siamo proprio. L'unico che mi sta simpatico è Dylan McDermott, ma solo perché è uno degli attori più odiati dal Ford.
Ford dice: la presenza di McDermott nel cast di un film è paragonabile ad una piena promozione del mio rivale in una recensione, e già basterebbe.
Eppure questo thriller di stampo terroristico tenta di fare ancora di più aggiungendo al cocktail un gruppo di attori terrificanti ed una tematica ormai fin troppo abusata.
Diciamo che, a meno di clamorose bocciature del mio rivale, me ne terrò bene alla larga.



lunedì 17 marzo 2014

Lei

Regia: Spike Jonze
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
126'




La trama (con parole mie): siamo nel prossimo futuro, in una Los Angeles in cui la gente vive in perfetta simbiosi con la tecnologia e per le lettere - d'amore e non - ci si affida a scrittori professionisti. Theodore Twombly è uno di questi specialisti del settore, un uomo solitario e malinconico che vive continuando a rimandare la firma sui documenti che prevedono il divorzio dalla ex compagna Catherine.
Quando viene introdotto un nuovo software che prevede lo sviluppo e la crescita di un'intelligenza artificiale che si occupi del suo riferimento umano e lo sostenga come la migliore delle amicizie Theodore si affida a Samantha, sua nuova compagna di viaggio in una vita che l'anima artificiale di quest'ultima vuole a tutti i costi conoscere ed esplorare.
Tra i due il rapporto si intensifica a tal punto da iniziare una relazione che porta Theodore ad emanciparsi dal ricordo della storia con Catherine e a guardare avanti: ma sarà davvero possibile per lui un'esistenza come quella immaginata accanto a Samantha?







Un paio di mesi fa, ormai, usciva nelle sale italiane The Wolf of Wall Street, filmone totale in grado di riportare Scorsese ai fasti del suo passato, nonchè vero e proprio ritratto di quelli che sono gli istinti più predatori dell'Uomo, le sue necessità più fisiche, i piaceri che passano dalla bocca, alla pancia, fino alla zona sotto la cintola.
Il Lupo è stato la scossa in questo inizio anno al Saloon, una botta in grado di alimentare tutte quelle pulsioni che sono alla base della passione, della voracità, della voglia di prendersi tutto il possibile da questa vita, resto compreso.
Ed ora, ecco Her - o Lei, e per una volta non deve essere stato troppo difficile l'adattamento dei titolisti italiani -, nuova fatica firmata Spike Jonze, un tipo strano e al limite del radicalchicchismo in grado al contempo di firmare sceneggiature per i pazzoidi di Jackass e passare dai videoclip al Cinema indie in un batter di ciglia: Lei è tutto quello che vive e pulsa dall'altro lato della galassia del Lupo. Una storia d'amore aerea e malinconica, sentita e profonda, ironica e dolcemente triste.
Her è l'anima romantica dell'Uomo, la sua capacità di perdersi in una storia d'amore, la volontà di viverla, di passare dai primi tempi in cui tutto pare così bello da togliere il fiato, in cui il sesso è talmente arrembante da far dubitare che esista altro, in cui ci si perde in ogni piccola molecola della persona che ci sta accanto, in cui si impara a conoscere il suo modo di parlare, vestirsi, muoversi, mangiare, ridere, e si sente di potersi innamorare ancora di più, tanto da rimanere senza fiato, alle battaglie quotidiane per ritrovarsi, comprendere quello che può capitare che sfugga, superare le piccolezze che rendono difficile sopportare anche qualcosa dal peso specifico pressochè nullo.
Her è la risata di una donna che si sa già di amare senza volerlo ammettere, sono i battibecchi provocatori, gli sguardi che si incrociano, la mimica, i gesti, i punti in cui la lingua sbatte sui denti nel momento in cui si pronuncia proprio quella parola, una canzone che pare scritta apposta per quell'istante, e chissà come avrà fatto l'autore ad immaginare proprio noi, qui, ed ora.
E come per il Lupo, poggiato sulle spalle di un Di Caprio straordinario, anche in questo caso il lavoro del regista - elegante e delicato come l'avvolgente fotografia, i colori pastello, i sussurri appena svegli  - è legato a doppio filo ad una grandiosa interpretazione, quella di un Joaquin Phoenix se possibile addirittura superiore perfino rispetto alla superlativa prova offerta con The master, superbo nel trasmettere con un semplice movimento della mano a toccare la montatura degli occhiali tutta la dolcezza e la poesia di un'opera come questa.
Perchè il legame tra Theodore e Samantha non potrebbe essere descritto in altri termini se non quelli che solo la poesia può garantire: una magia che sfiora l'apparente banalità e rende anche i suoi aspetti più ovvi qualcosa che quasi sfugge le leggi della fisica cui la Natura è sottoposta, un massaggio dell'anima che porta brividi al solo pensiero, e toglie il fiato come una nostalgia troppo profonda per essere affrontata, anche quando ci si sente abbastanza forti per farlo.
E la già citata fotografia, la perfetta performance vocale di Scarlett Johansson, la colonna sonora da urlo firmata dagli Arcade Fire, le atmosfere soffuse, quella testa appoggiata dolcemente da Amy Adams sulla spalla di Joaquin Phoenix di fronte ad una nuova alba non rendono abbastanza la delicata forza di questo film: perchè questo è uno di quei titoli in grado di commuovere e colpire anche i più duri, e provocare un desiderio di profonda primavera - fisica e di sentimenti - in chi ne affronta la visione.
Se The Wolf of Wall Street è stato L'animale, Her è senza dubbio La cura.
I due lati dell'anima umana tradotti in quelli che, ad oggi, sono senza dubbio i due film dell'anno.
Ed io, che sono un Lupo, guardo Her ed il miracolo di Spike Jonze e Joaquin Phoenix, e ringrazio davvero che possa esistere l'altra parte: quella della leggerezza, della tenerezza, della poesia, della fragilità.
Perchè non saremmo quello che siamo, senza di essa.
E' l'ossigeno che permette anche all'oscurità di sopravvivere.
E senza di Lei la vita sarebbe infinitamente più triste e più noiosa.
E quella nuova alba sarebbe soltanto una palla di fuoco uscita ad illuminare una fredda primavera senza sole.



MrFord



"This island's sun I've laid a thousand times
fortune me, fortune me, of all of my mistakes
I think I lent you late, now every sick person
seemed to come my way."
The Breeders - "Off you" - 




mercoledì 5 febbraio 2014

Drinking buddies

Regia: Joe Swamberg
Origine: USA
Anno:
2013
Durata:
90'




La trama (con parole mie): Luke e Kate sono colleghi in un birrificio di Chicago, amici per la pelle sempre pronti a scherzare tra loro e a concedersi bevute e giocate al biliardo nel pub preferito. Entrambi vivono due esperienze sentimentali importanti: Kate è infatti fidanzata con Chris, posato e maturo appassionato di musica, mentre Luke parla di nozze con Jill, decisamente meno incline di lui ad uscite e linguaggio pane e salame.
Quando, ad un evento organizzato da Kate per il birrificio, le due coppie si conoscono per la prima volta e decidono di passare un weekend nella casa al mare di Chris, le cose cambiano: mentre, infatti, Luke e Jill continuano, tra alti e bassi, a pensare al matrimonio, i loro amici terminano la loro relazione.
Gli eventi scatenati da questo fatto portano Luke e Kate a confrontarsi e a parlare più o meno apertamente dei sentimenti che provano l'uno per l'altra.




A volte la pesca nell'infinito - purtroppo - oceano di titoli destinati a non venire distribuiti qui nella Terra dei cachi porta ad alcune scoperte più che positive: è il caso di questo Drinking buddies, piacevolissima commedia dolceamara a tema sentimentale in pieno stile Sundance che ha riportato alla memoria del sottoscritto - e non solo perchè tra i protagonisti ritroviamo Jake Johnson - lo splendido Safety not guaranteed passato quasi esattamente un anno fa su questi schermi.
Girato probabilmente con pochi spiccioli rispetto alle grandi produzioni hollywoodiane - considerando lo stesso genere, sia chiaro -, interpretato con ottima partecipazione dai protagonisti - oltre al già citato Johnson, troviamo anche Olivia Wilde e Anna Kendrick - e scritto con sensibilità ed intelligenza, il lavoro si Swamberg è stato una delle sorprese indie più piacevoli del duemilatredici, tanto pane e salame quanto da molti punti di vista imprevedibile nel suo svolgimento: del resto, l'amore e l'amicizia restano due sentimenti tanto fondamentali quanto fondamentalmente complessi da decifrare, e che spesso e volentieri finiscono per portare la maggior parte di noi a vivere i giorni migliori e peggiori della propria esistenza, a scrivere libri e canzoni, a ricordare un momento che, grazie a qualcuno, diventa "IL" momento, uno di quelli in grado di definire la nostra vita.
Dunque l'intreccio che coinvolge i protagonisti - Kate e Chris da una parte, Luke e Jill dall'altra -, anche nelle sequenze più easy e leggere della pellicola, definisce passo dopo passo non soltanto le loro esperienze, ma quello che sarà il percorso futuro di ognuno: in questo senso, non pensiate di andare incontro al classico plot da blockbuster sentimentale all'interno del quale i due amici scoprono di essere innamorati e mollano tutto e tutti e vissero felici e contenti, perchè lo svolgimento di Drinking buddies è decisamente più realistico e sfaccettato di quanto non possiate credere, e senza dubbio riporterà alla mente di molti spettatori rapporti finiti bene o male che si è cercato di vivere andando in una direzione ritrovandosi poi a pensare cosa sarebbe accaduto se si fosse scelto diversamente.
In casa Ford le vicende di questi quattro ragazzi alle prese con la crescita e l'evoluzione dei loro rapporti a partire dalle piccole cose di tutti i giorni - dimenticatevi scene madri e situazioni sopra le righe, qui parliamo al massimo di una serata al pub o di un trasloco - hanno fatto tornare con la mente ed il cuore ai tempi in cui il vecchio cowboy e Julez erano "solo amici", ed il sottoscritto spesso e volentieri finiva le sue peggiori serate da sbronza selvaggia a casa di quella che di fatto era la roccia a cui finivo per aggrapparmi quando le onde erano troppo alte per una barca che andava dritta verso la deriva, svegliandosi il mattino dopo senza ricordare come fosse riuscito a raggiungere il suo rifugio favorito trovando biglietti del buongiorno che ricordavano di passare a riconsegnarle le chiavi tornando a casa.
Senza dubbio non parliamo di un film destinato a fare la Storia della settima arte, eppure Drinking buddies racchiude in un'ora e mezza scarsa tutto il meglio del Cinema indipendente in stile Sundance, riesce ad emozionare senza esagerare e a raccontare una storia talmente ordinaria - e non nel senso noioso e dispregiativo del termine - da risultare straordinaria facendosi volere bene come solo pochi titoli riescono a fare, invitando a nuove visioni pronte a farci sentire meglio - o peggio - a seconda dei momenti in cui le affronteremo.
E chissà che, di fronte alle difficoltà, un piccolo gesto come una manciata di patatine messe nel piatto non facciano la differenza tra un momento e IL momento.


MrFord


"Came out of a lady and
I want you to save me its amazing
came out of a lady ooh
and I want you to save me it's amazing."
Rubblebucket - "Came out of a lady" -


martedì 1 ottobre 2013

Rush

Regia: Ron Howard
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
123'




La trama (con parole mie): siamo nel 1976, ed il grande circo della Formula Uno affronta una delle sua stagioni più incredibili, intense ed esaltanti che passano da ricorsi al regolamento ad incidenti mortali, da duelli all'ultima curva ad una sfida che rilancerà questo sport agli occhi degli appassionati e non solo. Questo confronto destinato a diventare leggenda vede protagonisti due piloti assolutamente agli antipodi: il primo è Niki Lauda, austriaco, preciso, calcolatore, detestato da molti per la sua arroganza ed antipatia; il secondo è James Hunt, inglese, dedito ai party, all'alcool e alle donne, spericolato ed aggressivo in pista quanto il suo principale rivale, già campione del mondo, appare ligio e tecnico.
Il primo è il simbolo del rilancio Ferrari, il secondo della sfida McLaren.
Quando, sul circuito del Nurbungring, Lauda ha un terribile incidente che quasi gli costa la vita - oltre all'integrità fisica -, tutto pare compromesso: ma l'austriaco, alle spalle un incredibile recupero di soli quarantadue giorni, torna nella sua monoposto per sfidare Hunt fino all'ultimo GP, in Giappone, dove si deciderà il destino non solo di una stagione, ma anche e soprattutto di due differenti stili di guida e di vita.




Per quanto possa suonare strano scritto da qualcuno che ha preso la patente a trent'anni più che suonati e che ancora oggi detesta guidare, da bambino ho sempre amato moltissimo i motori, e dai tempi in cui mio padre - appassionato praticamente di ogni sport - mi raccontava le gesta leggendarie di miti della pista come Gilles Villeneuve rimasi affascinato dal mondo della Formula Uno seguendone le stagioni con passione sempre crescente, arrivando ad alzarmi anche in piena notte per scoprire in diretta chi avrebbe vinto in Giappone o in qualche altro lontano luogo del mondo.
Da quei tempi è passata davvero molta acqua sotto i ponti, sono cambiate scuderie e piloti, la sicurezza è aumentata, la passione andata calando: eppure, quando mi capita, finisco sempre per essere ipnotizzato dall'atmosfera e dalla magia tesissima di una gara, che non ho mai trovato noiosa o statica neppure quando si decide solo grazie alla tattica dei pit stop - che, al contrario, ho sempre considerato geniale ed altrettanto thrilling -. 
Certo, mi manca avere un preferito - anche se gente come Webber o il giovane Rosberg mi piace molto -, così come la tensione che si avvertiva in sfide leggendarie come quella tra Lauda e Hunt nell'indimenticabile mondiale 1976: probabilmente manca anche a Ron Howard e Peter Morgan - un signor sceneggiatore, autore di moltissimi grandi script come quelli di Frost/Nixon o Hereafter, tanto per citarne un paio -, che partono proprio da quelle vicende concedendosi giusto la licenza poetica di una rivalità nata nel corso della gioventù dei due piloti per definire al meglio i protagonisti prima di lanciarsi nella cronaca dell'inseguimento di quel titolo ma soprattutto nella definizione di questi due incredibili interpreti di uno degli sport più crudeli che possano esistere.
Attraverso le vicende "legali" - non viene accennato al fatto che Enzo Ferrari minacciò addirittura di ritirare la scuderia dal campionato a seguito del ricorso che la Federazione accettò da parte della McLaren - e gli scontri in pista e fuori, Lauda e Hunt vengono presentati come due grandi personaggi drammatici, di quelli che rendono Rush un grandissimo film americano in tutto e per tutto, all'interno del quale la confezione impeccabile di un grande artigiano come Howard sfiora la poetica di registi di ben altra caratura come Michael Mann.
Ancor più, infatti, dello spaventoso incidente - replicato alla perfezione - e dello straordinario recupero che vide Lauda tornare in pista a Monza quarantadue giorni dopo aver rischiato la morte con una tenuta speciale che gli permise di sopportare il dolore ancora forte delle ustioni durante la gara conquistando un quarto posto mitico, a fare la differenza in quella che è una pellicola di costruzione, più che di tensione - nel corso della prima ora assistiamo praticamente soltanto al posizionamento dei pezzi sulla scacchiera di Howard e Morgan - è il rapporto fuori dalla pista tra Lauda e Hunt: dagli insulti ai consigli ignorati su come vivere una vita lontana da quella dell'altro i due piloti si affrontano neanche fossero l'Ordine e il Caos, leggende viventi che, neppure trentenni, scrissero una delle pagine più drammatiche ed incredibili di uno sport in grado di conquistare il mondo.
E non si parla soltanto di differenza di stili e di caratteri - tanto antipatico e preciso Lauda, quanto piacione e casinista Hunt, che non dimentica, nel corso di una delle tante scaramucce con il rivale, di affermare "a volte è utile piacere a tutti" -, ma anche di coraggio: il coraggio di buttarsi sempre e comunque, vivendo la vita come se ogni giorno fosse l'ultimo, o dietro una curva potesse aspettarci la morte, e quello di avere paura, di riconoscere quelli che sono i nostri limiti umani, di ammettere di non farcela e tirarsi fuori neppure troppo tempo dopo aver sorpassato la grande mietitrice innestando una marcia quasi magica, seppur dolorosa.
"Dagli amici mi guardi dio, che dai nemici mi guardo io", recita il vecchio adagio: ed il confronto nel finale tra i due stili di vita, la voglia di godere - "Non rischio ogni giorno la pelle per poi non divertirmi neanche un pò" - e la disciplina - "Volare aiuta a formarsi, ci sono molte più regole da seguire che in pista" -, il rispetto mascherato da rivalità da machos a tutti i costi, la voglia di spingere il pedale dell'acceleratore fino in fondo e quella di sollevare il piede nel momento in cui la posta in gioco potrebbe essere troppo alta.
Del resto, vivere sempre controllati rischia di toglierci troppo.
E rischiare sempre e comunque finisce per toglierci tutto.
Lo sanno bene Lauda e Hunt: il primo, ora a capo di una compagnia aerea, che tornò in pista con la seria intenzione di vincere ancora, e vinse, probabilmente ha sempre invidiato lo spirito indomito del suo miglior nemico.
E il secondo, cui bastò quell'unica annata per dimostrare al mondo chi era James Hunt, e si ritirò dalle corse non troppo tempo dopo, ma non smise mai di superare il limite, ed un giorno se ne andò, velocemente come aveva vissuto.
Rush è il brivido della velocità, il cuore che batte, il cervello che registra il rischio di essere andati oltre.
Questa non è Formula Uno, signori miei.
E' la vita.
Ci sono i Lauda, e ci sono gli Hunt.
C'è il coraggio di andare oltre, e quello di fermarsi. 
In entrambi i casi, si arriva fino in fondo.
Solo così si può sentire il brivido. Solo così teniamo a bada il rimpianto.
Solo così non ammazziamo lo sport e la passione.


MrFord


"E per un istante ritorna la voglia di vivere
a un'altra velocità
passano ancora lenti i treni per Tozeur."
Franco Battiato - "I treni di Tozeur" - 



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