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giovedì 1 maggio 2014

Senna

Regia: Asif Kapadia
Origine: UK, Francia
Anno: 2010
Durata:
106'





La trama (con parole mie): il primo maggio millenovecentonovantaquattro moriva tragicamente in pista, a Imola, uno dei più grandi campioni della Storia della Formula 1, Ayrton Senna.
Talentuoso, amatissimo, controverso, noto per la storica rivalità con Alain Prost, che portò il grande circo dei motori dagli anni ottanta ai novanta, e traghettò il pubblico dall'epoca delle drammatiche morti sui circuiti a quella del controllo che sancì l'inizio dell'era di Schumacher.
Le gesta del fuoriclasse brasiliano, dai tempi dei kart ai tre titoli mondiali, raccontate attraverso le immagini delle vittorie e delle sconfitte più importanti della vita di un uomo combattuto tra Fede e Ragione, passione e dedizione, modestia e spirito di competizione. E del segno che lasciò in uno Sport, in un Paese e nel mondo.







Ricordo bene, il primo maggio millenovecentonovantaquattro.
Stavo finendo il primo anno di superiori, e mi portavo ancora dietro e dentro l'eredità di una fanciullezza che avrei pagato cara almeno fino al terzo: i miei compagni di classe piangevano ancora la morte di Kurt Cobain, mentre io mi perdevo dietro una delle più grandi passioni che coltivai per tutta l'infanzia, la Formula Uno.
Da amante degli outsiders, fin dalle elementari e dalle improbabili sveglie in notturna per seguire il Gran Premio del Giappone tifavo con tutto il cuore le Benetton, che con il loro verde ed i piloti di fascia medio bassa mi conquistarono fin da subito: e detestavo i campionissimi come Prost e Senna, sempre in pole position, con le vetture migliori ed il talento pronto a sprizzare da ogni poro.
Mi pareva che tutto fosse troppo facile, per quelli come loro.
Semplice, pensavo da Goonie, essere sempre il primo della classe.
Ma la vita riserva sempre sorprese.
E il Destino è beffardo.
Così quel primo maggio Senna, conquistando la pole position in un weekend di prove maledetto - l'incidente terrificante di Barrichello, quello fatale di Ratzenberger - si impose come il favorito davanti al giovane di belle speranze Michael Schumacher, astro nascente dei motori, proprio al volante di una delle "mie" Benetton, divenute paradossalmente le vetture da battere: alla partenza un altro incidente da paura portò la safety car in pista e la gara su binari che nessuno si sarebbe aspettato - e che sarebbero stati, purtroppo, il preludio di uno dei GP più drammatici di sempre -, come quelli che condussero - in circostanze, purtroppo, mai chiarite completamente - Senna ad uscire alla massima velocità alla curva del Tamburello, giudicata come una delle più semplici da affrontare del circuito per un pilota del suo calibro.
Dritto per dritto, un impatto pazzesco contro il muro prima di carambolare di nuovo al lato della pista.
Ero in camera mia, di fronte alla televisione, ai tempi, e da subito intuii che qualcosa di grave era in atto guardando la testa reclinata sul lato sinistro dell'abitacolo dell'asso brasiliano che così fortemente, e per anni, avevo detestato.
Ricordo anche bene i titoli dei giornali il giorno successivo, i processi, le domande, il lavoro sulla sicurezza che da quel giorno venne svolto in modo da evitare che si ripetessero weekend come quello del maledetto Gran Premio di San Marino.
Clint Eastwood, nel suo Capolavoro Million dollar baby, ricorda fin dal principio quanto nell'Uomo sia presente il desiderio di accostarsi alla violenza, al brivido che corre lungo la schiena nel momento in cui l'adrenalina pompa, e le emozioni si moltiplicano: per i piloti che rischiano la vita alla guida di vetture lanciate a trecento all'ora ed il pubblico che, nonostante le apparenze, spera sempre nell'incidente spettacolare e possibilmente mortale pronto a scuotere le coscienze anche dei non appassionati e far sgranare gli occhi.
Il vecchio medico della Federazione amico del campione, Syd Watkins, proprio in occasione della vigilia della gara che sarebbe finita in tragedia, testimonierà di aver chiesto a Senna il perchè della sua voglia di continuare a correre, essendo già stato incoronato campione per tre volte ed avere, di fatto, una vita davanti, magari per dedicarsi alla pesca, e alla tranquillità: alla vigilia della morte, il fuoriclasse risponderà, semplicemente, che non può farlo.
La forza della passione.
Sono passati vent'anni, e mi rendo conto di aver parlato davvero poco del bellissimo documentario firmato da Asif Kapadia, quanto più dei ricordi che io stesso ho accumulato di quell'evento fondamentale per la Formula Uno, che ora come ora seguo molto meno e che spero di tornare a vivere con la stessa intensità di allora, magari accanto al Fordino, che mostra una certa passione per le macchinine: la morte di Senna, infatti, innescò un giro di vite che, se da un lato e per il dispiacere di molti - o tutti? - annullò o quasi i rischi di questa disciplina diminuendone, di fatto, la percentuale di spettacolarità, portò a quella che, ad oggi, è l'ultima morte documentata di un pilota del più importante circo di motori del mondo, con la sua politica, i suoi soldi, e le sue leggi scritte o non scritte.
Se fossi un uomo di Fede, come Senna, potrei quasi affermare che il suo Destino era proprio questo.
Un sacrificio in nome di qualcosa che avrebbe preservato le vite di decine di altri come lui negli anni a venire.
Ma non lo sono.
Sono un uomo di profonde passioni.
E di fronte alle dichiarazioni che chiudono il documentario, e al ricordo di Senna del suo esordio europeo nel mondo dei kart, lontano dai riflettori e dai giochi di potere, dalle rivalità e dalle sponsorizzazioni, o di un intera nazione commossa dalla morte di un simbolo per tutti i suoi figli, ricchi o poveri che fossero, e alla velocità, non posso che porgere omaggio.
Neanche fossi Prost, e non mi sognerei di esserlo neanche per sbaglio.
Io sono solo un Goonie.
Ma non credo che Ayrton, con tutto il suo talento, il denaro ed il successo, potesse affrontare la vita e le sue conseguenze con tanti più mezzi di quanti ne possa avere io, che da qualche mese sono diventato più vecchio di quanto lui sia mai stato, o potrà mai essere.
Spero solo che la sua gara - considerato che avrebbe voluto una vita più lunga della sua carriera da pilota - sia valsa la pena quanto lo è valsa per i milioni di tifosi che ancora oggi invocano quel nome come un'ancora di salvezza.




MrFord




"E ho deciso una notte di maggio
in una terra di sognatori
ho deciso che toccava forse a me
e ho capito che Dio mi aveva dato
il potere di far tornare indietro il mondo
rimbalzando nella curva insieme a me
mi ha detto "chiudi gli occhi e riposa"
e io ho chiuso gli occhi."
Lucio Dalla - "Ayrton" - 





martedì 1 ottobre 2013

Rush

Regia: Ron Howard
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
123'




La trama (con parole mie): siamo nel 1976, ed il grande circo della Formula Uno affronta una delle sua stagioni più incredibili, intense ed esaltanti che passano da ricorsi al regolamento ad incidenti mortali, da duelli all'ultima curva ad una sfida che rilancerà questo sport agli occhi degli appassionati e non solo. Questo confronto destinato a diventare leggenda vede protagonisti due piloti assolutamente agli antipodi: il primo è Niki Lauda, austriaco, preciso, calcolatore, detestato da molti per la sua arroganza ed antipatia; il secondo è James Hunt, inglese, dedito ai party, all'alcool e alle donne, spericolato ed aggressivo in pista quanto il suo principale rivale, già campione del mondo, appare ligio e tecnico.
Il primo è il simbolo del rilancio Ferrari, il secondo della sfida McLaren.
Quando, sul circuito del Nurbungring, Lauda ha un terribile incidente che quasi gli costa la vita - oltre all'integrità fisica -, tutto pare compromesso: ma l'austriaco, alle spalle un incredibile recupero di soli quarantadue giorni, torna nella sua monoposto per sfidare Hunt fino all'ultimo GP, in Giappone, dove si deciderà il destino non solo di una stagione, ma anche e soprattutto di due differenti stili di guida e di vita.




Per quanto possa suonare strano scritto da qualcuno che ha preso la patente a trent'anni più che suonati e che ancora oggi detesta guidare, da bambino ho sempre amato moltissimo i motori, e dai tempi in cui mio padre - appassionato praticamente di ogni sport - mi raccontava le gesta leggendarie di miti della pista come Gilles Villeneuve rimasi affascinato dal mondo della Formula Uno seguendone le stagioni con passione sempre crescente, arrivando ad alzarmi anche in piena notte per scoprire in diretta chi avrebbe vinto in Giappone o in qualche altro lontano luogo del mondo.
Da quei tempi è passata davvero molta acqua sotto i ponti, sono cambiate scuderie e piloti, la sicurezza è aumentata, la passione andata calando: eppure, quando mi capita, finisco sempre per essere ipnotizzato dall'atmosfera e dalla magia tesissima di una gara, che non ho mai trovato noiosa o statica neppure quando si decide solo grazie alla tattica dei pit stop - che, al contrario, ho sempre considerato geniale ed altrettanto thrilling -. 
Certo, mi manca avere un preferito - anche se gente come Webber o il giovane Rosberg mi piace molto -, così come la tensione che si avvertiva in sfide leggendarie come quella tra Lauda e Hunt nell'indimenticabile mondiale 1976: probabilmente manca anche a Ron Howard e Peter Morgan - un signor sceneggiatore, autore di moltissimi grandi script come quelli di Frost/Nixon o Hereafter, tanto per citarne un paio -, che partono proprio da quelle vicende concedendosi giusto la licenza poetica di una rivalità nata nel corso della gioventù dei due piloti per definire al meglio i protagonisti prima di lanciarsi nella cronaca dell'inseguimento di quel titolo ma soprattutto nella definizione di questi due incredibili interpreti di uno degli sport più crudeli che possano esistere.
Attraverso le vicende "legali" - non viene accennato al fatto che Enzo Ferrari minacciò addirittura di ritirare la scuderia dal campionato a seguito del ricorso che la Federazione accettò da parte della McLaren - e gli scontri in pista e fuori, Lauda e Hunt vengono presentati come due grandi personaggi drammatici, di quelli che rendono Rush un grandissimo film americano in tutto e per tutto, all'interno del quale la confezione impeccabile di un grande artigiano come Howard sfiora la poetica di registi di ben altra caratura come Michael Mann.
Ancor più, infatti, dello spaventoso incidente - replicato alla perfezione - e dello straordinario recupero che vide Lauda tornare in pista a Monza quarantadue giorni dopo aver rischiato la morte con una tenuta speciale che gli permise di sopportare il dolore ancora forte delle ustioni durante la gara conquistando un quarto posto mitico, a fare la differenza in quella che è una pellicola di costruzione, più che di tensione - nel corso della prima ora assistiamo praticamente soltanto al posizionamento dei pezzi sulla scacchiera di Howard e Morgan - è il rapporto fuori dalla pista tra Lauda e Hunt: dagli insulti ai consigli ignorati su come vivere una vita lontana da quella dell'altro i due piloti si affrontano neanche fossero l'Ordine e il Caos, leggende viventi che, neppure trentenni, scrissero una delle pagine più drammatiche ed incredibili di uno sport in grado di conquistare il mondo.
E non si parla soltanto di differenza di stili e di caratteri - tanto antipatico e preciso Lauda, quanto piacione e casinista Hunt, che non dimentica, nel corso di una delle tante scaramucce con il rivale, di affermare "a volte è utile piacere a tutti" -, ma anche di coraggio: il coraggio di buttarsi sempre e comunque, vivendo la vita come se ogni giorno fosse l'ultimo, o dietro una curva potesse aspettarci la morte, e quello di avere paura, di riconoscere quelli che sono i nostri limiti umani, di ammettere di non farcela e tirarsi fuori neppure troppo tempo dopo aver sorpassato la grande mietitrice innestando una marcia quasi magica, seppur dolorosa.
"Dagli amici mi guardi dio, che dai nemici mi guardo io", recita il vecchio adagio: ed il confronto nel finale tra i due stili di vita, la voglia di godere - "Non rischio ogni giorno la pelle per poi non divertirmi neanche un pò" - e la disciplina - "Volare aiuta a formarsi, ci sono molte più regole da seguire che in pista" -, il rispetto mascherato da rivalità da machos a tutti i costi, la voglia di spingere il pedale dell'acceleratore fino in fondo e quella di sollevare il piede nel momento in cui la posta in gioco potrebbe essere troppo alta.
Del resto, vivere sempre controllati rischia di toglierci troppo.
E rischiare sempre e comunque finisce per toglierci tutto.
Lo sanno bene Lauda e Hunt: il primo, ora a capo di una compagnia aerea, che tornò in pista con la seria intenzione di vincere ancora, e vinse, probabilmente ha sempre invidiato lo spirito indomito del suo miglior nemico.
E il secondo, cui bastò quell'unica annata per dimostrare al mondo chi era James Hunt, e si ritirò dalle corse non troppo tempo dopo, ma non smise mai di superare il limite, ed un giorno se ne andò, velocemente come aveva vissuto.
Rush è il brivido della velocità, il cuore che batte, il cervello che registra il rischio di essere andati oltre.
Questa non è Formula Uno, signori miei.
E' la vita.
Ci sono i Lauda, e ci sono gli Hunt.
C'è il coraggio di andare oltre, e quello di fermarsi. 
In entrambi i casi, si arriva fino in fondo.
Solo così si può sentire il brivido. Solo così teniamo a bada il rimpianto.
Solo così non ammazziamo lo sport e la passione.


MrFord


"E per un istante ritorna la voglia di vivere
a un'altra velocità
passano ancora lenti i treni per Tozeur."
Franco Battiato - "I treni di Tozeur" - 



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