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lunedì 10 luglio 2017

Gifted - Il dono del talento (Marc Webb, USA, 2017, 101')




E' davvero curioso, come e quanto cambino le prospettive rispetto alla vita con il passare del tempo e l'accumularsi delle esperienze, tanto da ricordarmi la bellissima sequenza de L'attimo fuggente con Keating pronto a far salire i suoi studenti sulla cattedra per dare un'occhiata differente al mondo che loro conoscevano da un'altra angolazione: una ventina d'anni fa, nel pieno dell'adolescenza, sognavo di avere il talento di uno scrittore geniale, di vivere un'esistenza tormentata e di morire solo come un vero poeta romantico nell'estate del duemiladodici, a pochi mesi dal mio trentatreesimo compleanno.
Scritto, pensato o detto ora, fa quasi sorridere.
Questo perchè, a conti fatti, per quanto adori scrivere e adorerei ancor di più vivere soltanto di quello - principalmente sarebbe l'equivalente di non lavorare -, ci sono tante, tantissime cose che la vita può riservarmi e che continuerò a preferire rispetto al buttare emozioni, storie, sentimenti, fatica sulla carta: più che immaginarmi un genio che muore troppo giovane, ormai penso di essere più nella posizione di Guccini quando canta "godo molto di più nell'ubriacarmi, oppure a masturbarmi, o al limite a scopare".
Vivere, insomma.
Vivere e cercare di farlo nel modo più intenso possibile, inseguendo la felicità prima della realizzazione, l'emozione prima del sogno.
Non che, per questo, abbia cominciato a osteggiare il talento o chi ne ha, ma di sicuro tra un'esistenza di solitudine consegnata all'immortalità ed una vita normale goduta dal primo all'ultimo secondo, scelgo sempre e comunque la seconda, specie se lunga e piacevole.
C'è chi, probabilmente, penserà che il mio punto di vista sia quello di una resa, o più semplicemente la presa di coscienza di qualcuno che si è messo in pace con il fatto di non essere diventato quello che sognava da bambino.
E chissà, forse è così.
In fondo, non sono neppure riuscito a finire ad insegnare, o ad insegnare ginnastica, per dirla come Woody Allen. Eppure, dovessi pensare a me, oltre che ai miei figli, credo che la felicità e la sensazione di essere amati vengano decisamente prima dell'essere considerati una sorta di extraterrestri pronti a sconvolgere il mondo con qualcosa di rivoluzionario: certo, essere un Einstein, un Mozart o un Maradona porta e porterà sempre e comunque dei vantaggi, un pò come l'essere ricchi rispetto al non esserlo, ma considerato come finirà per tutti, credo che, a volte, questo tipo di grandezza risulti per essere sopravvalutato quanto la rockstar che sognavi di incontrare ed una volta faccia a faccia con lei capisci di essere di fronte soltanto ad un grande stronzo.
Con il Cinema, a conti fatti, è stato lo stesso.
Ho sempre amato ed amo tantissimo la settima arte, eppure non rimpiango per nulla il periodo della vita in cui passavo da un film d'autore all'altro, evitando come la peste qualsiasi proposta che non avesse un pedigree o un nome importante sulla locandina: come più volte mi è capitato di ripetere nel corso di questi ultimi mesi, sto cercando sempre più di avvicinarmi ad un Cinema di cuore, emozionante ed emozionato, che possa raccontare storie con qualche sbavatura ma assolutamente umane nella loro fallibilità.
Storie come quella di Gifted, firmato dal Marc Webb dell'ottimo 500 giorni insieme e del meno interessante Amazing Spider Man.
La vicenda della piccola Mary e di suo zio Frank, forse troppo semplice e "facile" per certi versi, senza dubbio indirizzata più al grande pubblico così come a chiunque abbia a che vedere da vicino con la crescita ed il futuro di un bambino, è una delle vicende più "straight" che abbiano accompagnato questo vecchio cowboy nel corso della stagione cinematografica in corso, divertente e commovente come solo la vita di tutti i giorni sa e può essere.
Un elogio del talento come lo furono a loro modo pellicole come L'attimo fuggente - già citata - e Will Hunting, ma allo stesso tempo di tutto quello che il talento non può raggiungere: perchè si può essere grandi nello sport, nell'arte, nella letteratura o nella scienza, ma non avere assolutamente idea di come vivere la vita.
Ed è allora che diventa fondamentale avere qualcuno che ce lo possa ricordare.
Perchè senza la vita, anche il talento perde significato.
Non esiste un Einstein senza uno studente che non capisce un beneamato cazzo di matematica.
Non esiste un Mozart, senza un orecchio che possa ascoltare la sua musica.
Non esiste un Maradona, senza un operaio che porta suo figlio allo stadio a vederlo.
Ci si sostiene a vicenda, nel bene e nel male. Come in una famiglia.
Gifted mi ha fatto sentire quel calore.
E al punto in cui sono arrivato, il pedigree ed il nome sulla locandina contano molto relativamente.
Mi sono sentito, guardando Frank e la piccola Mary, come a casa.
Ho riso, e mi sono commosso.
E vaffanculo, mi sono sentito bene come seduto sul portico con una bella birra ghiacciata in mano, il rumore dei bambini a giocare dentro ed il sole a scaldarmi.
Non c'è talento che possa eguagliare questo.




MrFord




 

venerdì 19 ottobre 2012

Icontroversy

Regia: Antonio Prisco
Origine: Italia
Anno: 2012
Durata: 3'




La trama (con parole mie): nonostante le lezioni che grandi civiltà del passato hanno cercato di tramandare, la questione dell'omofobia è e resta una delle problematiche più importanti rispetto alla quale la società attuale ha il dovere di confrontarsi.
Antonio Prisco, giovane regista partenopeo, affronta da par suo la questione attraverso un corto che condensa in un martellamento d'immagini tutta la rabbia e la necessità di affrontare una questione che, in realtà, è simbolo di molte altre intolleranze.
Un esperimento che non sarà perfetto, ma rappresenta l'esigenza di comunicare e di muovere - finalmente - un passo verso il futuro.




Quando vengo contattato da giovani registi al lavoro per promuovere i lavori che potrebbero far sentire la loro voce - e, chissà, lanciare la loro carriera - sono sempre molto felice.
In fondo, il Saloon nasce come un luogo in cui si è liberi di esprimersi, e la mia natura di insegnante mancato è sempre ansiosa di confrontarsi con l'operato di ragazzi che tra qualche anno potrebbero essere i nuovi volti della nostrana settima arte: in particolare, sono rimasto molto colpito da Antonio Prisco.
Quando ho visto per la prima volta Icontroversy, oltre a riconoscere la sua ottima realizzazione dal punto di vista tecnico, meditavo di riservare, nonostante tutto, le bottigliate con lode a sfondo di stimolo - come fu per Fabio Cento ed il suo Mud lounges - a questo corto coraggioso ma, da un certo punto di vista, forse troppo condensato per un tema che meriterebbe senza dubbio una ricerca - e, perchè no, uno script - più approfondito e di minutaggio decisamente superiore, con una struttura che possa rispecchiare il lavoro effettivo di un regista.
Poi, l'ho visto una seconda. E ho scritto le domande che andranno a comporre l'intervista ad Antonio che potrete leggere più tardi.
Ma soprattutto, sono arrivate le sue risposte.
Ed il lavoro ha di colpo assunto uno spessore decisamente più importante.
A quel punto, ho deciso di scrivere questo pezzo - e cambiare il mio voto di partenza - quasi fossero entrambi una sorta di richiesta al regista di mettersi al lavoro su qualcosa di più imponente, cercando di portare sensibilità e voglia di comunicare ad un altro livello, quasi trasformando Icontroversy nel suo fratello maggiore.
Ma questo lo diranno il futuro, ed il buon Prisco.
Nel frattempo, non posso che manifestare interesse non soltanto per un tema che ha toccato e tocca me in quanto membro della società, ma anche molti miei amici e colleghi, e che è fondamentale sia per Antonio che per Lia Zeta, protagonista dell'opera e simbolo di quello che vuole essere il messaggio di Icontroversy: l'impatto è decisamente forte e violento, come in parte è giusto che sia - la posizione di molti uomini politici, della maggior parte delle religioni di massa nonchè dell'opinione pubblica comune è agghiacciante - considerate le reazioni decisamente al limite dell'assurdo che suscita in più di una parte del mondo, ma non nascondo che vorrei vedere l'autore ed il suo centro di gravità muoversi anche in territori più ironici e pungenti, per intenderci nello stile di Shortbus, uno dei film di genere che più ho adorato negli ultimi anni.
Certo, non sono io a dover indicare ad Antonio la sua strada, e sicuramente questo suo corto avrà quello che merita ai Festival cui parteciperà ed indicherà, in qualche modo, all'autore il percorso da intraprendere, eppure mi sento di voler profondamente sostenere i ragazzi che, con coraggio, continuano a voler investire nel proprio talento e nelle idee, anche quando gli stessi non sono ancora esplosi ed espressi al massimo del loro potenziale, attraverso consigli che saranno liberissimi di non seguire.
Dunque, caro Antonio, fatti onore e risveglia quante più coscienze possibili con il tuo Icontroversy, ma ricordati che qui al Saloon, oltre alle bevute, saranno sempre pronte bottigliate di incoraggiamento per continuare ad osare sempre di più, anche quando penserai di essere arrivato al tuo meglio.
Anzi, soprattutto in quei momenti.


MrFord


"Every morning I would see her getting off the bus 
the picture never drops, it's like a multicoloured snapshot
stuck in my brain 
it kept me sane for a couple of years
as it drenched my fears
of becoming like the others
who become unhappy mothers
and fathers of unhappy kids
and why is that?"
The Ark - "It takes a fool to remain sane" -


 

venerdì 4 maggio 2012

Pontypool

Regia: Bruce McDonald
Origine: Canada
Anno: 2008
Durata: 93'



La trama (con parole mie): siamo in una piccola cittadina dell'Ontario, persi in inverni lunghi e bui, spesso e volentieri da sopportare sotto il peso di continue tormente di neve.
In una piccola stazione radio locale lavora Grant Mazzy, un vecchio dj affezionato al Glennfiddich che spesso e volentieri finisce per dire la sua anche quando la stessa non è decisamente richiesta.
Nel corso di quello che pare un normalissimo giorno di programmazione, dall'esterno cominciano ad arrivare notizie di una sorta di epidemia che si sta espandendo a macchia d'olio in tutta la città, causando addirittura la mobilitazione dell'esercito e stimolando l'interesse delle grosse emittenti come la BBC: Mazzy, con la produttrice Sydney e la giovane assistente Laurel-Ann, si troverà ad affrontare un virus come non se ne erano mai visti. E soprattutto sentiti.




Sono contento di aver visto Pontypool. Davvero contento.
Perchè, una volta tanto, ho la possibilità di chiarire il reale significato delle bottigliate, che spesso e volentieri arrivano neanche fossero le Tre Bufere roboando sulla testa dei registi autori di opere che, fondamentalmente, avrebbero potuto essere e non sono state, ma che, di fatto, sono decisamente migliori rispetto a quelle che si vedono appioppare un solo bicchiere di valutazione.
Pontypool, segnalatomi poco tempo fa dal mio fratellino Dembo, è un'opera assolutamente interessante, ricca di spunti e di idee come raramente se ne vedono - almeno di recente - nell'ambito horror, eppure, dall'inizio alla fine, non riesce a convincere appieno, stimolando più che altro nello spettatore la curiosità rispetto a quanto potenziale sarebbero stati in grado di tirare fuori da una materia così Maestri del genere come Romero o Carpenter.
Atmosfera anni settanta, ansia da assedio, un mistero che si svela - seppur in modo parecchio macchinoso - rivelando un morbo davvero unico nel suo genere, metafora non solo dell'ambientazione del film ma della nostra società, che vede alla sua base la comunicazione: le carte in regola per un cult vero e proprio - chissà, forse anche non solo di genere - c'erano tutte, così come un ribaltamento dei topoi del genere zombie movie, che dall'azione - seppur rallentata - e dalle allegorie politiche dei suoi claudicanti protagonisti permette un passaggio ai dialoghi - o più propriamente monologhi - fitti ed ubriacanti di Grant Mazzy - uno Steven McHattie in grande spolvero - e ad un film profondamente parlato, eccessivo e sopra le righe come il dj che lo conduce letteralmente dal principio alla conclusione (?), un tipo spigoloso e ruvido che fin dalla trasmissione del mattino è pronto a schiaffarsi un Glennfiddich giusto per darsi la carica - consiglio alcolico: se non l'avete fatto, provatelo: è una bomba -.
Eppure Pontypool è tutto tranne una pellicola riuscita: sarà la mancanza di un elemento effettivamente spaventoso - inquietudine ce n'è, e molta, ma nulla che si possa paragonare a Classici come La notte dei morti viventi o anche a titoli "minori" come The fog, giusto per citare di nuovo i due giganti cui si ispira palesemente McDonald -, sarà il gigioneggiare a tratti quasi fastidioso del protagonista, saranno gli elementi grotteschi inseriti - non divertenti quanto il regista vorrebbe fossero -, sarà che il talento dell'uomo dietro la macchina da presa non è certamente quello di una potenziale Palma d'oro, ma il sapore che resta una volta conclusa la visione è quello di una grande - per non dire grandissima - occasione più che sprecata affidata alle mani sbagliate.
Idee sulla carta geniali come il resoconto telefonico dell'attacco degli infetti alla clinica da parte dell'inviato dell'emittente esplodono così soltanto una minima parte del loro effettivo potenziale, ridimensionando una pellicola che appare come un cult da videoteca nerd da film anni ottanta quando avrebbe potuto rompere gli argini e diventare qualcosa di decisamente più incisivo come di recente è stato per lavori come The descent di Neil Marshall, Eden Lake di James Watkins e The Woman di Lucky McKee.
Certo, le atmosfere di Pontypool sono molto diverse, il gore è praticamente inesistente e i presupposti decisamente più mentali che viscerali: eppure chi ha mai detto che un horror debba inquietare, spaventare o esplodere soltanto grazie a squartamenti e sangue?
Non è la parola uno dei nostri strumenti di comunicazione, se non il principale?
E non è la mente il vero fulcro su cui fare leva per scatenare le peggiori paure?
In questo senso, il lavoro di McDonald scopre un nervo decisamente delicato per ogni spettatore, e lancia una sorta di sfida all'horror in toto ribaltando la necessità di stupire attraverso gli occhi e l'adrenalina per concentrarsi su quello che può fare il nostro cervellino, se stimolato a dovere.
Di recente, soltanto Ti West con il suo Innkeepers ha cercato di sperimentare una via alternativa in questo senso, e come per Pontypool, il risultato non è stato incisivo quanto avevo sperato.
Ma non occorre fasciarsi troppo la testa.
In fondo, ogni nuova strada si apre attraverso sacrifici ed esperimenti che possono anche non essere riusciti al meglio.
Si può dire che McDonald si sia dato da fare per essere una sorta di esploratore di quello che potrebbe tornare ad essere un punto di riferimento dell'horror: un'autorialità giocata su testa, società e comunicazione. Una litania invece di un grido. Un assedio invece di una fuga in campo aperto.
Sconvolgimento mentale prima di azione fisica.
Linguaggio prima di sangue.
Un survival politico che antispettacolarizza uno dei generi più spettacolari che esistano.
Resta da vedere se la strada imboccata da questi improvvisati nuovi pionieri si rivelerà un tripudio di genialità come fu per i loro più grandi predecessori o un'intricata matassa di noiosi tentativi pseudo intellettuali.


MrFord


"Fiumi di parole
fiumi di parole tra noi
prima o poi ci portano via
ti darò il mio cuore
ti darò il mio cuore se vuoi."
Jalisse - "Fiumi di parole" - 


 

sabato 25 giugno 2011

Monsters

La trama (con parole mie): Andrew Kaulder, giornalista d'assalto, è in Messico a caccia di fotografie redditizie per la sua carriera ed il suo portafogli quando si ritrova in compagnia della giovane Samantha, figlia del proprietario del giornale per cui lavora, rimasta bloccata e a rischio di rientro prima della chiusura delle frontiere, e si incarica di accompagnarla negli States.
Il viaggio non andrà come previsto, e i nostri due protagonisti saranno costretti ad attraversare la pericolosissima zona infetta, una parte considerevole del territorio messicano invasa da creature aliene prosperate a seguito dello schianto di un satellite con materiale recuperato dai profondi recessi del nostro Sistema solare sei anni prima delle vicende narrate.
Le sorprese più grandi, però, verranno, più che dai mostri, dai percorsi interiori dei due protagonisti.

Lo ammetto, le aspettative per questo film erano piuttosto elevate, a seguito della vagonata di pareri positivi collezionata in rete da quest'interessante seppur in qualche modo incompiuta opera del promettente Gareth Edwards.
Una pellicola, come si evince da quel piccolo ma pesante "incompiuta", incapace, nonostante l'ottima realizzazione, di convincermi fino in fondo.
La scelta del regista di concentrare le sue energie sul duo di protagonisti seguendoli per tutta la durata del loro viaggio con piglio quasi documentaristico ricorda i noti esempi di Cloverfield e District 9, senza però mostrare l'aspetto ludico e divertito del primo o i contenuti sociali espliciti del secondo.
In qualche modo, pare che Monsters non sappia, in definitiva, quale direzione prendere rispetto a se stesso e allo spettatore, finendo per transitare in un limbo incapace di far strabuzzare gli occhi all'audience o, al contrario, di colpirla al cuore, coinvolgendola emotivamente prima che visivamente rispetto alle vicende narrate.
Un vero peccato, specie considerata l'ottima parte tecnica - scenografia e fotografia da urlo, con i mostri a mantenere il proprio irresistibile fascino per quanto non animati impeccabilmente, quasi sulla scia della prima parte di Troll hunter - ed il lavoro che il regista e sceneggiatore tenta di svolgere attraverso il rapporto dei due protagonisti, anch'essi vittime della stessa incompiutezza della pellicola, mai davvero coinvolgenti eppure ottimi nel rendere i caratteri dei loro personaggi.
Molto più interessante, rispetto all'evoluzione interiore degli stessi, il loro rapporto con l'esterno ed il confronto con la corruzione e le dinamiche sotterranee tipiche del Paese in crisi in cui tutti si arrangiano e pochi guardano in faccia chi hanno di fronte: in questo senso, risultano perfetti gli esempi del funzionario responsabile della vendita dei biglietti per gli ultimi traghetti e la donna con la quale passa l'ultima notte - o almeno quella che dovrebbe essere l'ultima notte - messicana Andrew, divenuta il rosicatissimo espediente - come giustamente sottolineato da Eddy - affinchè i protagonisti continuino il loro viaggio via terra.
Interessanti anche il confronto con la donna che ospita i due viaggiatori nei pressi del confine con la zona infetta ed il rapporto - praticamente inesistente, ma ugualmente incisivo - con la scorta armata all'interno di essa, quasi a dimostrare quanto "mostruosa" possa essere la convivenza tra uomini e quanto, in realtà, la cornice sci-fi serva unicamente come mezzo per mostrare situazioni estremamente "quotidiane" e realistiche.
La stessa sequenza finale - pericolosamente in bilico, per un momento, con il patetismo finto autoriale che personalmente detesto - conserva questi richiami ed il carattere ibrido che rende Monsters unico nel suo approccio eppure, per gli stessi motivi, più anonimo di altre pellicole simili per intenti ed ambientazione come quelle citate ad inizio post.
Una visione interessante, che però, a ben osservare, manca il suo bersaglio più grosso ed ambizioso senza risultare, al contrario, passibile delle peggiori bottigliate: un piccolo diamante grezzo che, se Edwards continuerà sulla strada giusta, troverà la sua dimensione ottimale nelle future opere di un regista senz'altro da tenere d'occhio.


MrFord


"He ate my heart, he a-a-ate my heart
(you little monster)
he ate my heart, he a-a-ate my heart out
(you amaze me)
he ate my heart, he a-a-ate my heart
he ate my heart, he a-a-ate my heart."
Lady Gaga - "Monster" -
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