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martedì 5 settembre 2017

George A. Romero Day - La terra dei morti viventi (George A. Romero, Canada/Francia/USA, 2005, 93')





Ho sempre amato George A. Romero fin dalla prima volta in cui, da ragazzino abituato a divorarmi survival da popcorn, mi ritrovai di fronte a La notte dei morti viventi: fu il battesimo di fuoco, per quanto riguarda questo vecchio cowboy, dell'horror d'autore, quello che maschera da incubi e mostri una realtà decisamente più spaventosa di quanto qualsiasi regista di qualsiasi genere potrebbe immaginarsi.
La carriera di questo sottovalutato e straordinario cineasta non ha fatto altro che resistere ai decenni, alle mode ed allo star system finendo per consegnarlo al mito e ad una scomparsa che, personalmente, ha tolto l'ennesimo pezzo di formazione e di ricordi a fronte di un futuro più incerto di quanto se lo potrebbero immaginare gli abitanti di questo decisamente politico Land of the dead, uscito in pieno colpo di coda dell'undici settembre, quando erano gli Stati Uniti, e non l'Europa, a vivere nel terrore di un prossimo attacco terroristico.
Rivisto a distanza di quasi dieci anni dall'ultima volta, il lavoro del mitico George non ha perso lo smalto, in parte grazie agli aspetti più grezzi e di pancia del suo lavoro, in parte grazie agli effetti dell'altrettanto grande Greg Nicotero, in parte per il modo spiccio con il quale viene portato sullo schermo e condotto, senza fronzoli o scorciatoie: da questo punto di vista, ringrazio il Day proclamato con forza dai membri del gruppo di F.I.C.A. per avermi permesso di rispolverarlo, nonostante mi sia ritrovato ad abbassare leggermente il voto che avevo considerato ai tempi a causa di un finale forse troppo frettoloso o, chissà, imposto dalla Universal che lo distribuì, una sorta di tributo che il Maestro si trovò costretto a pagare per una visibilità maggiore di quella avuta con Capolavori come Zombi o film dirompenti come Il giorno dei morti viventi.
Interessante come, a prescindere dalla vicenda di Dembo e dei suoi - non ricordavo che il personaggio interpretato da Simon Baker portasse il nome del mio grandissimo amico e fratellino "adottivo" Dembo, per l'appunto - Romero porti, di fatto, il pubblico a parteggiare per la rivolta dei morti viventi, classe operaia brutta sporca e cattiva, rispetto agli umani asserragliati in grattacieli fortezza all'interno dei quali viene simulata una vita normale progettata all'indirizzo dei ceti alti ed abbienti in barba ai poveri cristi intrappolati in una sorta di limbo costellato di morte e sangue.
Spassosi - soprattutto a posteriori, e se presi con la giusta dose di ironia nera - i riferimenti alla politica del "bushismo" del periodo, dal "non trattiamo con i terroristi" a tutte quelle stronzate che hanno finito per terrorizzare il mondo quasi quanto gli attacchi dell'undici settembre nei primi Anni Zero, molto grindhouse lo stile tagliato con l'accetta, l'escalation della rivolta degli zombies ed i conflitti in seno alla società umana, ritmo serrato, un'evoluzione giostrata alla perfezione, partecipazioni esaltanti per i cinefili - da Simon Pegg ed Edgar Wright al mitico Motosega di Dal tramonto all'alba - e perfino una Asia Argento che, nonostante fosse, sia e resti una cagna maledetta finisce addirittura per stare nel ruolo, e a suo agio con un Cinema come solo gente della vecchia scuola pare sia rimasta - purtroppo - a fare, dal qui presente e compianto Romero a George Miller.
Dunque, seppure limitato dalla grande distribuzione, Romero resta sempre Romero, ed io sono e sarò sempre felice di considerarlo un Maestro a prescindere dalle limitazioni di genere e dalle metafore offerte dai morti viventi.





MrFord



 




venerdì 4 maggio 2012

Pontypool

Regia: Bruce McDonald
Origine: Canada
Anno: 2008
Durata: 93'



La trama (con parole mie): siamo in una piccola cittadina dell'Ontario, persi in inverni lunghi e bui, spesso e volentieri da sopportare sotto il peso di continue tormente di neve.
In una piccola stazione radio locale lavora Grant Mazzy, un vecchio dj affezionato al Glennfiddich che spesso e volentieri finisce per dire la sua anche quando la stessa non è decisamente richiesta.
Nel corso di quello che pare un normalissimo giorno di programmazione, dall'esterno cominciano ad arrivare notizie di una sorta di epidemia che si sta espandendo a macchia d'olio in tutta la città, causando addirittura la mobilitazione dell'esercito e stimolando l'interesse delle grosse emittenti come la BBC: Mazzy, con la produttrice Sydney e la giovane assistente Laurel-Ann, si troverà ad affrontare un virus come non se ne erano mai visti. E soprattutto sentiti.




Sono contento di aver visto Pontypool. Davvero contento.
Perchè, una volta tanto, ho la possibilità di chiarire il reale significato delle bottigliate, che spesso e volentieri arrivano neanche fossero le Tre Bufere roboando sulla testa dei registi autori di opere che, fondamentalmente, avrebbero potuto essere e non sono state, ma che, di fatto, sono decisamente migliori rispetto a quelle che si vedono appioppare un solo bicchiere di valutazione.
Pontypool, segnalatomi poco tempo fa dal mio fratellino Dembo, è un'opera assolutamente interessante, ricca di spunti e di idee come raramente se ne vedono - almeno di recente - nell'ambito horror, eppure, dall'inizio alla fine, non riesce a convincere appieno, stimolando più che altro nello spettatore la curiosità rispetto a quanto potenziale sarebbero stati in grado di tirare fuori da una materia così Maestri del genere come Romero o Carpenter.
Atmosfera anni settanta, ansia da assedio, un mistero che si svela - seppur in modo parecchio macchinoso - rivelando un morbo davvero unico nel suo genere, metafora non solo dell'ambientazione del film ma della nostra società, che vede alla sua base la comunicazione: le carte in regola per un cult vero e proprio - chissà, forse anche non solo di genere - c'erano tutte, così come un ribaltamento dei topoi del genere zombie movie, che dall'azione - seppur rallentata - e dalle allegorie politiche dei suoi claudicanti protagonisti permette un passaggio ai dialoghi - o più propriamente monologhi - fitti ed ubriacanti di Grant Mazzy - uno Steven McHattie in grande spolvero - e ad un film profondamente parlato, eccessivo e sopra le righe come il dj che lo conduce letteralmente dal principio alla conclusione (?), un tipo spigoloso e ruvido che fin dalla trasmissione del mattino è pronto a schiaffarsi un Glennfiddich giusto per darsi la carica - consiglio alcolico: se non l'avete fatto, provatelo: è una bomba -.
Eppure Pontypool è tutto tranne una pellicola riuscita: sarà la mancanza di un elemento effettivamente spaventoso - inquietudine ce n'è, e molta, ma nulla che si possa paragonare a Classici come La notte dei morti viventi o anche a titoli "minori" come The fog, giusto per citare di nuovo i due giganti cui si ispira palesemente McDonald -, sarà il gigioneggiare a tratti quasi fastidioso del protagonista, saranno gli elementi grotteschi inseriti - non divertenti quanto il regista vorrebbe fossero -, sarà che il talento dell'uomo dietro la macchina da presa non è certamente quello di una potenziale Palma d'oro, ma il sapore che resta una volta conclusa la visione è quello di una grande - per non dire grandissima - occasione più che sprecata affidata alle mani sbagliate.
Idee sulla carta geniali come il resoconto telefonico dell'attacco degli infetti alla clinica da parte dell'inviato dell'emittente esplodono così soltanto una minima parte del loro effettivo potenziale, ridimensionando una pellicola che appare come un cult da videoteca nerd da film anni ottanta quando avrebbe potuto rompere gli argini e diventare qualcosa di decisamente più incisivo come di recente è stato per lavori come The descent di Neil Marshall, Eden Lake di James Watkins e The Woman di Lucky McKee.
Certo, le atmosfere di Pontypool sono molto diverse, il gore è praticamente inesistente e i presupposti decisamente più mentali che viscerali: eppure chi ha mai detto che un horror debba inquietare, spaventare o esplodere soltanto grazie a squartamenti e sangue?
Non è la parola uno dei nostri strumenti di comunicazione, se non il principale?
E non è la mente il vero fulcro su cui fare leva per scatenare le peggiori paure?
In questo senso, il lavoro di McDonald scopre un nervo decisamente delicato per ogni spettatore, e lancia una sorta di sfida all'horror in toto ribaltando la necessità di stupire attraverso gli occhi e l'adrenalina per concentrarsi su quello che può fare il nostro cervellino, se stimolato a dovere.
Di recente, soltanto Ti West con il suo Innkeepers ha cercato di sperimentare una via alternativa in questo senso, e come per Pontypool, il risultato non è stato incisivo quanto avevo sperato.
Ma non occorre fasciarsi troppo la testa.
In fondo, ogni nuova strada si apre attraverso sacrifici ed esperimenti che possono anche non essere riusciti al meglio.
Si può dire che McDonald si sia dato da fare per essere una sorta di esploratore di quello che potrebbe tornare ad essere un punto di riferimento dell'horror: un'autorialità giocata su testa, società e comunicazione. Una litania invece di un grido. Un assedio invece di una fuga in campo aperto.
Sconvolgimento mentale prima di azione fisica.
Linguaggio prima di sangue.
Un survival politico che antispettacolarizza uno dei generi più spettacolari che esistano.
Resta da vedere se la strada imboccata da questi improvvisati nuovi pionieri si rivelerà un tripudio di genialità come fu per i loro più grandi predecessori o un'intricata matassa di noiosi tentativi pseudo intellettuali.


MrFord


"Fiumi di parole
fiumi di parole tra noi
prima o poi ci portano via
ti darò il mio cuore
ti darò il mio cuore se vuoi."
Jalisse - "Fiumi di parole" - 


 
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