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venerdì 9 gennaio 2015

The Rocky Horror Picture Show

Regia: Jim Sharman
Origine: USA, UK
Anno:
1975
Durata:
100'





La trama (con parole mie): Brad e Janet, reduci da un matrimonio, decidono di dare finalmente libero sfogo ai loro sentimenti e di sposarsi a loro volta. Quando, però, sulla strada del ritorno a casa, un violento temporale li costringe a chiedere aiuto agli occupanti di un castello visto in lontananza, le loro vite cambiano. Quella cui si trovano a bussare è infatti la dimora di Frank 'N Further, venuto dal lontano pianeta Transylvania per portare l'assoluta libertà nel sesso e nei costumi sulla Terra, dedito ad esperimenti e feste decisamente lontani dagli standard dei futuri sposini.
Accompagnati da personaggi inquietanti e grotteschi come Riff Raff, i due giovani finiranno prede del vortice di libidine orchestrato dallo stesso Frank, in attesa di rivelare quella che dovrebbe essere la sua più grande creazione - Rocky - senza sapere che l'intervento dell'ingestibile Eddie e le macchinazioni di alcuni suoi conterranei potrebbero mescolare completamente le carte in tavola.








La mia prima volta come spettatore del Rocky Horror Picture Show fu la migliore che si potrebbe chiedere ad un cult assoluto ed indimenticabile come il musical firmato da Richard O'Brien divenuto negli anni un fenomeno di massa planetario con schiere di fan incalliti di Frank 'N Further e soci: ero all'inizio dell'ultimo anno delle superiori, ed una sera fui portato da un gruppo di amici già appassionati al Cinema Mexico di Milano, locale storico che, da trent'anni, propone ogni settimana la versione cinematografica delle disavventure di Brad e Janet parallelamente ad una live con attori e partecipazione attiva - molto, molto attiva - del pubblico.
Per quanto, senza dubbio, il Ford di allora finì per divertirsi e lasciarsi andare in misura molto minore di quanto non farebbe il Ford attuale, quell'esperienza fu una delle più incredibili che la settima arte ed il potere che la stessa genera sarebbe stata in grado di farmi provare sulla pelle - in molti sensi -: e senza dubbio contribuirono alla creazione di questo ricordo gli amici che erano con me, l'atmosfera splendida del Mexico, il riso lanciato, l'acqua e i balli scatenati.
Ma nulla sarebbe stato lo stesso, senza il Rocky Horror.
Per quanto abbia amato, nel corso della mia successiva carriera di spettatore, musical meravigliosi come West Side Story - forse il mio preferito di sempre -, Cats o Hedwig, nessuno nel mio cuore avrà infatti mai la considerazione, l'amore e la capacità di farmi godere più della strampalata, caotica, travestita, ribollente, creatura di Jim Sharman, un affresco tra i più divertenti, sexy ed allo stesso tempo clamorosamente impacciati e grotteschi di sempre condito da una colonna sonora ed una selezione musicale praticamente perfette: eppure, nonostante gli innumerevoli pregi di questo affresco decisamente sopra le righe, niente potrebbe prendersi il merito della sua affermazione quanto la clamorosa galleria del cast of charachters, dall'indimenticabile Frank 'N Further, paladino della libertà di esprimere se stessi e del sesso sfrenato fino all'irrefrenabile Eddie, passando da Riff Raff e Magenta fino ai già citati quanto improbabili Brad e Janet.
Un gruppo variegato ed indimenticabile, in grado di fornire al pubblico tutte le differenze e diverse più o meno umanità in modo da stabilire da subito un contatto molto stretto - quasi quasi carnale - con i propri preferiti, sfruttando un meccanismo che, anni dopo, avrebbe reso così importante un lavoro come Lost, imitato alle feste e da una parte e dall'altra dello schermo praticamente fin dai primi giorni della sua uscita nelle sale: avremo dunque chi si immedesimerà in Brad e Janet, progressivamente conquistati e, chissà, per una certa morale, "corrotti", chi si crogiolerà nei panni dell'incontenibile Frank - che, considerati i Gallagher, pare fare del suo nome una sorta di garanzia -, chi si godrà semplicemente Magenta, altri che perderanno il sonno nel tentativo di spiegare il curioso e mellifluo Riff Raff, e ci sarà chi verrà travolto dall'istinto puro come Eddie o, semplicemente, finirà per chiedersi stranito cosa sta accadendo accanto a lui come Rocky.
Ed è profondamente giusto così.
Il Rocky Horror è infatti uno dei più importanti inni alla diversità positiva del Cinema, e se fosse possibile, sarebbe bello che ognuno di noi lo leggesse - o rileggesse - in maniera nuova e sorprendente, diametralmente opposta a tutte le altre: non che questo voglia necessariamente significare essere eccentrici o sopra le righe a tutti i costi, quanto un appello a chiunque ha tenuto tra le mutande ed in tutte le sue zone erogene la carica giusta per sorprendere la vita almeno quanto la stessa sorprese anche me al Cinema Mexico ormai quasi vent'anni fa.
Liberatevi di tutto, dal raziocinio al buon senso, e tuffatevi.
Sarà una delle prime volte più goduriose che possiate immaginare.
Che siate dalla parte di chi la sperimenta, o da quella di chi la insegna.




MrFord




"Don't get strung out
by the way I look
don't judge a book by its cover
I'm not much of a man
by the light of day
but by night I'm one hell of a lover
I'm just a sweet transvestite
from Transexual, Transylvania."
Richard O'Brien - "Sweet transvestite" - 






mercoledì 29 maggio 2013

Snitch - L'infiltrato

Regia: Ric Roman Waugh
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 112'




La trama (con parole mie): John Matthews è un professionista nel campo dei trasporti edili, un tipo all'antica che si è fatto il culo e ha creato la sua impresa dalle fondamenta, che non rifiuta mai di rimboccarsi le maniche e dare una mano ai suoi lavoratori.
Suo figlio Jason, invece, non vede il padre così di buon occhio: lui e sua madre, infatti, lo hanno avuto al college, molto giovani, si sono separati ed hanno preso strade diverse, tanto che John ha finito addirittura per costruirsi una nuova famiglia.
Quando un amico di Jason dedito allo spaccio di anfetamine finisce per farsi beccare, incastra il giovane per avere uno sconto di pena seguendo quello che è il testo di una legge decisamente curiosa made in USA, mettendo il figlio di Matthews nella stessa situazione: per poterlo aiutare John si offrirà di trovare una pista che lo possa condurre a spacciatori più importanti barattando di fatto la loro consegna con la libertà del figlio.




Come tutti gli avventori del Saloon ben sanno, difficilmente riesco a stare troppo tempo senza dedicare almeno una visione al piacere del mio lato tamarro, e dunque approfitto delle serate di stanca in cui disintossicarmi dal lavoro e dagli impegni per abbandonare i propositi d'autore e lasciare spento il cervello con una bella pellicola che di norma mi aspetto ricca di esplosioni, botte da orbi e situazioni ben oltre il limite dell'assurdo: di recente, escludendo gli Expendables old school e la certezza - o quasi - Jason Statham, quando considero una scelta di questo genere mi affido spesso e volentieri a The Rock, mito del wrestling dei primi anni zero nonchè erede della grande tradizione degli action heroes che nel corso degli eighties è stata una delle basi del mio amore per il Cinema.
Così, dopo essermi dilettato con Il re scorpione e G. I. Joe - La vendetta, ho deciso che non potevo certo risparmiarmi Snitch - L'infiltrato, che sulla carta mi suonava come una cosa estremamente tamarra e potenzialmente in grado di regalarmi perle degne di rimanere impresse nella memoria: è invece cosa accade? 
Non solo scopro che The Rock, nel corso dell'intera pellicola, praticamente non muove un muscolo se non per guidare un articolato e prova a recitare la parte dell'uomo comune certamente non avvezzo alle armi o agli scontri - nonostante la stazza -, ma finisce per passarsela decisamente male anche in un paio di sequenze che lo vedono addirittura incassare una buona dose di legnate, in completa contraddizione con la realtà del mondo e del Cinema action tutto.
Se avessi considerato solo questo aspetto, Snitch avrebbe meritato bottigliate pesantissime, anche perchè far picchiare The Rock - e dico, The Rock - da dei semplici spacciatori di strada equivale a bestemmiare contro l'intero Pantheon delle divinità d'azione, scatenando l'ira di tutti gli Expendables provocando una tempesta devastante di calci rotanti, colpi sulla nuca, pallottole come se piovesse e chi più ne ha, più ne metta: il lavoro di Ric Roman Waugh - un artigiano e nulla più, sia chiaro - si salva solo ed esclusivamente per una trama che, seppur ovviamente non sviluppata nel migliore dei modi, finisce per trovare un suo senso come una sorta di thriller poliziesco di grana grossa di quelli da passaggio in tv il sabato sera, che senza infamia e senza lode scorre dritto verso la sua naturale conclusione offrendo, di contro, una riflessione davvero importante su una delle leggi più assurde che mi sia mai capitato di scoprire in vigore - eccetto, ovviamente, quelle da leggenda metropolitana anch'esse figlie della curiosa realtà sociale a stelle e strisce -.
Perchè la base della vicenda narrata, infatti, è data dall'assurda posizione che lo stato americano assume rispetto a chi viene arrestato per un reato legato allo spaccio di droga: oltre a considerare lo stesso, infatti, alla stregua di stupri, omicidi, rapine ed abusi di vario genere, l'unico modo per scampare ad una condanna - che, spesso e volentieri, è pesante - è quello di incastrare un altro spacciatore o presunto tale per una quantità di roba pari ad un minimo di mezzo chilo, creando in questo modo una sorta di catena di Sant'Antonio in cui amici, soci o, perchè no, illustri sconosciuti, passano il tempo a scaricare la patata bollente uno sull'altro.
Ora, senza dubbio gli strumenti di controllo - anche decisi - sono importanti, ma in tutta onestà ho trovato decisamente anticostituzionale questa disposizione del governo USA, pronto a fare della spiata - che sia giustificata, oppure no - una sorta di leva per il monitoraggio del traffico di stupefacenti, anche quando tutti noi sappiamo bene che non viviamo in un film con The Rock in cui tutto alla fine si sistema e la catena di scarico di responsabilità finisce per condurre dritti dritti al superboss del Cartello vero burattinaio dell'Organizzazione di turno.
Uno spunto, dunque, decisamente interessante per una pellicola assolutamente mediocre, all'interno della quale non trovano una performance convincente neppure due attori decisamente di livello come Susan Sarandon e Barry Pepper, che negli ultimi anni pare sparito ancor più di Edward Norton, suo compagno in quella che è stata una delle pellicole migliori per entrambi, La 25ma ora di Spike Lee.
Detto questo, e lasciato Snitch alle spalle, lancio un appello ufficiale a tutti i registi intenzionati a scritturare The Rock: una volta che il buon Dwayne è della partita, non buttatelo a capofitto in una parte drammatica e solo recitata.
Facciamoli lavorare, quei muscoli.
E soprattutto, non esiste davvero che The Rock si prenda una manica di botte senza restituire neanche un People's Elbow.
E ho detto tutto. La prossima volta che non vedo The Rock menare le mani, partono le bottigliate.
Siete avvisati.



MrFord



"It's the long arm, it's the strong arm
it's the long arm of the law
it's the long arm, it's the strong arm
it's the long arm of the law."
Warren Zevon - "The long arm of the law" -


mercoledì 20 marzo 2013

Arbitrage - La frode

Regia: Nicholas Jarecki
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 107'
 



La trama (con parole mie): Robert Miller è un magnate di successo, un milionario potente alle prese con affari che smuovono capitali da fantascienza al comando di un vero e proprio impero, un padre di famiglia spesso in ritardo ma sempre pronto a tornare a casa nei momenti che contano.
Robert Miller, però, è anche un uomo che cerca di proiettare un'immagine da vincente in modo da avere sempre le spalle in qualche modo coperte, anche quando gli affari non vanno così bene e tocca liquidare il suddetto impero grazie a trucchi da illusionista e squalo che, se portati alla luce, lo condurrebbero dritto in galera.
Il rischio maggiore però viene dall'amante di Miller, l'artista francese Julie, che una notte durante una gita in macchina muore a causa di un incidente causato da un colpo di sonno dell'uomo che, una volta in fuga, muove ogni pedina gli sia possibile affinchè tutto possa essere risolto sott'acqua, senza che le increspature turbino gli affari.
Riuscirà il capitano d'industria a far quadrare conti e questioni legali? O il detective Bryer sarà in grado di mettergli i bastoni tra le ruote?





Film come Arbitrage tornano sempre utili, nel loro sapore Classico, un pò come un whisky di malto che si sorseggia seduti in poltrona, in tranquillità, lasciandolo scivolare fin nel profondo e ben sapendo che il suo calore difficilmente si trasformerà nel malessere del "day after": il lavoro di Nicholas Jarecki, infatti, ripercorre le orme dei legal thriller dal sapore vagamente eighties che nel corso della mia infanzia funzionavano alla grande nel weekend, quando in casa Ford si riusciva, di tanto in tanto, a raggrupare tutta la famiglia davanti a titoli che mettessero d'accordo due onnivori affamati di pellicole come me e mio fratello - allora senza whisky - e spettatori occasionali come i nostri genitori, che non sono mai stati grandi amanti della settima arte.
Come se non bastasse, considerate le aspettative pressochè assenti che nutrivo alla vigilia, devo ammettere che la riflessione sul Potere e la sua gestione è riuscita a mantenere vivo il mio interesse dal primo all'ultimo minuto con una discreta facilità evitando al contempo di perdere troppi colpi dal punto di vista della logica, sfruttando una più che buona prova di Richard Gere, che porta sullo schermo un personaggio che pare la versione "romantica" del Gordon Gekko di wallstreetiana memoria.
Certo, la vicenda di Robert Miller e la sua lotta per mantenere a galla un impero milionario proiettando sempre e comunque l'immagine del vincente infallibile non sarà una novità e neppure una visione che sconvolgerà il vostro panorama del Cinema nel corso di questo 2013, eppure il meccanismo gira senza intoppi, stimola curiosità nello spettatore e giunge alla sua conclusione sfoderando anche una chiusura quasi autoriale con una neppure troppo velata critica ad un sistema che privilegia e privilegerà sempre gli squali ed il Potere - sia esso dato dal denaro, dalla politica o dai rapporti che si creano in una coppia o in famiglia - a scapito di chi lotta e si dibatte affinchè un giusto ordine delle cose possa essere di nuovo costituito - emblematico il personaggio del detective Bryer interpretato da Tim Roth, cornuto e mazziato nonostante i tentativi di mettere alle strette Miller/Gere inchiodandolo alle sue evidenti bugie e manipolazioni -.
Restiamo comunque nell'ambito del patinatissimo prodotto hollywoodiano, ma occorre dare merito a Jarecki di aver trovato un invidiabile equilibrio nel proporre una vicenda che in mano ad altri avrebbe rischiato retorica, confusione e conseguenti copiose bottigliate come fosse un compromesso tra il gusto del grande pubblico, una strizzata d'occhio ad un genere che negli ultimi anni ha certamente perso il suo antico splendore e perfino diversi risvolti quasi "di nicchia", ovviamente ben celati probabilmente per non incorrere in tagli o modifiche da parte di una produzione che avrà voluto senza dubbio e con forza l'impostazione laccata che Arbitrage porta - volente o nolente - nel profondo di ogni suo fotogramma.
In periodi di calma cinematografica come quello del post-Oscar, prodotti di questo genere, onesti e senza troppe pretese, realizzati con professionalità nonostante la forte impronta mainstream e quasi televisiva - l'influenza delle serie tv di stampo crime è evidente - sono perfetti per accompagnarci in serate senza troppo impegno e, chissà, anche ricordare visioni che hanno fatto parte della nostra formazione di appassionati.


MrFord


"I need a dollar dollar, a dollar is what I need
hey hey
well I need a dollar dollar, a dollar is what I need
hey hey
and I said I need dollar dollar, a dollar is what I need
and if I share with you my story would you share your dollar with me."
Aloe Blacc - "I need a dollar" -


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