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venerdì 9 gennaio 2015

The Rocky Horror Picture Show

Regia: Jim Sharman
Origine: USA, UK
Anno:
1975
Durata:
100'





La trama (con parole mie): Brad e Janet, reduci da un matrimonio, decidono di dare finalmente libero sfogo ai loro sentimenti e di sposarsi a loro volta. Quando, però, sulla strada del ritorno a casa, un violento temporale li costringe a chiedere aiuto agli occupanti di un castello visto in lontananza, le loro vite cambiano. Quella cui si trovano a bussare è infatti la dimora di Frank 'N Further, venuto dal lontano pianeta Transylvania per portare l'assoluta libertà nel sesso e nei costumi sulla Terra, dedito ad esperimenti e feste decisamente lontani dagli standard dei futuri sposini.
Accompagnati da personaggi inquietanti e grotteschi come Riff Raff, i due giovani finiranno prede del vortice di libidine orchestrato dallo stesso Frank, in attesa di rivelare quella che dovrebbe essere la sua più grande creazione - Rocky - senza sapere che l'intervento dell'ingestibile Eddie e le macchinazioni di alcuni suoi conterranei potrebbero mescolare completamente le carte in tavola.








La mia prima volta come spettatore del Rocky Horror Picture Show fu la migliore che si potrebbe chiedere ad un cult assoluto ed indimenticabile come il musical firmato da Richard O'Brien divenuto negli anni un fenomeno di massa planetario con schiere di fan incalliti di Frank 'N Further e soci: ero all'inizio dell'ultimo anno delle superiori, ed una sera fui portato da un gruppo di amici già appassionati al Cinema Mexico di Milano, locale storico che, da trent'anni, propone ogni settimana la versione cinematografica delle disavventure di Brad e Janet parallelamente ad una live con attori e partecipazione attiva - molto, molto attiva - del pubblico.
Per quanto, senza dubbio, il Ford di allora finì per divertirsi e lasciarsi andare in misura molto minore di quanto non farebbe il Ford attuale, quell'esperienza fu una delle più incredibili che la settima arte ed il potere che la stessa genera sarebbe stata in grado di farmi provare sulla pelle - in molti sensi -: e senza dubbio contribuirono alla creazione di questo ricordo gli amici che erano con me, l'atmosfera splendida del Mexico, il riso lanciato, l'acqua e i balli scatenati.
Ma nulla sarebbe stato lo stesso, senza il Rocky Horror.
Per quanto abbia amato, nel corso della mia successiva carriera di spettatore, musical meravigliosi come West Side Story - forse il mio preferito di sempre -, Cats o Hedwig, nessuno nel mio cuore avrà infatti mai la considerazione, l'amore e la capacità di farmi godere più della strampalata, caotica, travestita, ribollente, creatura di Jim Sharman, un affresco tra i più divertenti, sexy ed allo stesso tempo clamorosamente impacciati e grotteschi di sempre condito da una colonna sonora ed una selezione musicale praticamente perfette: eppure, nonostante gli innumerevoli pregi di questo affresco decisamente sopra le righe, niente potrebbe prendersi il merito della sua affermazione quanto la clamorosa galleria del cast of charachters, dall'indimenticabile Frank 'N Further, paladino della libertà di esprimere se stessi e del sesso sfrenato fino all'irrefrenabile Eddie, passando da Riff Raff e Magenta fino ai già citati quanto improbabili Brad e Janet.
Un gruppo variegato ed indimenticabile, in grado di fornire al pubblico tutte le differenze e diverse più o meno umanità in modo da stabilire da subito un contatto molto stretto - quasi quasi carnale - con i propri preferiti, sfruttando un meccanismo che, anni dopo, avrebbe reso così importante un lavoro come Lost, imitato alle feste e da una parte e dall'altra dello schermo praticamente fin dai primi giorni della sua uscita nelle sale: avremo dunque chi si immedesimerà in Brad e Janet, progressivamente conquistati e, chissà, per una certa morale, "corrotti", chi si crogiolerà nei panni dell'incontenibile Frank - che, considerati i Gallagher, pare fare del suo nome una sorta di garanzia -, chi si godrà semplicemente Magenta, altri che perderanno il sonno nel tentativo di spiegare il curioso e mellifluo Riff Raff, e ci sarà chi verrà travolto dall'istinto puro come Eddie o, semplicemente, finirà per chiedersi stranito cosa sta accadendo accanto a lui come Rocky.
Ed è profondamente giusto così.
Il Rocky Horror è infatti uno dei più importanti inni alla diversità positiva del Cinema, e se fosse possibile, sarebbe bello che ognuno di noi lo leggesse - o rileggesse - in maniera nuova e sorprendente, diametralmente opposta a tutte le altre: non che questo voglia necessariamente significare essere eccentrici o sopra le righe a tutti i costi, quanto un appello a chiunque ha tenuto tra le mutande ed in tutte le sue zone erogene la carica giusta per sorprendere la vita almeno quanto la stessa sorprese anche me al Cinema Mexico ormai quasi vent'anni fa.
Liberatevi di tutto, dal raziocinio al buon senso, e tuffatevi.
Sarà una delle prime volte più goduriose che possiate immaginare.
Che siate dalla parte di chi la sperimenta, o da quella di chi la insegna.




MrFord




"Don't get strung out
by the way I look
don't judge a book by its cover
I'm not much of a man
by the light of day
but by night I'm one hell of a lover
I'm just a sweet transvestite
from Transexual, Transylvania."
Richard O'Brien - "Sweet transvestite" - 






domenica 28 dicembre 2014

Ford Awards 2014: i film (N°20 - 16)

La trama (con parole mie): ed eccoci giunti all'inizio della carrellata più importante dei Ford Awards, quella dedicata al meglio uscito in sala nel corso di questo duemilaquattordici ormai agli sgoccioli. Una classifica strana, che rispetto alle scorse edizioni ha trovato una scoraggiante desolazione nelle proposte, tanto da indurmi a ridurre i titoli da quaranta a venti, in modo da selezionare davvero solo il meglio della stagione.
Mi dispiace molto di aver messo le mani su cose enormi come Vita di Adele o Still life in ritardo, perchè avrebbero potuto dire la loro sia nella classifica dello scorso anno che in questa, così come di non aver ancora avuto modo di gustarmi il tanto chiacchierato Il sale della terra, Mommy o Winter Sleep.
Ma poco importa, ora: fuoco alle polveri, e che vinca il film migliore.




N°20: DRAGON TRAINER 2 di DEAN DEBLOIS



Ad inaugurare la classifica dei venti migliori film uno dei meglio riusciti sequel degli ultimi anni, che si parli di animazione e non solo. Tematiche profonde, azione serrata, spettacolo assicurato per grandi e piccini. Una piccola rivincita per i cari, vecchi "cartoni animati", che quest'anno si sono giocati poche ma ottime carte.


N°19: THE LEGO MOVIE di PHIL LORD, CHRISTOPHER MILLER



La vera, grande rivelazione animata di questo duemilaquattordici.
Fresco, divertentissimo, ricco di ironia e citazioni ma anche a suo modo commovente, ed impreziosito da un tormentone musicale che ha conquistato praticamente ogni spettatore che l'abbia approcciato, appassionato di Lego oppure no.


N°18: LONE SURVIVOR di PETER BERG



Senza se e senza ma, l'action dell'anno.
Peter Berg, già creatore del supercult Friday night lights, torna sul grande schermo scegliendo di raccontare una storia decisamente a stelle e strisce che, partita dal rischio di un eccessivamente alto tasso di retorica finisce per fotografare l'assurdità della guerra e la sua inaudita violenza.
Stunt e sequenze d'azione spaventosamente ben realizzati.

N°17: GUARDIANI DELLA GALASSIA di JAMES GUNN


Giocattolone perfetto ed ennesimo tassello del grande affresco dipinto sullo schermo dalla Marvel negli ultimi anni, Guardiani della galassia, con ironia, una colonna sonora da urlo ed un paio di passaggi davvero irresistibili ha finito per vincere la concorrenza di altri pur ottimamente realizzati film ad argomento supereroi usciti in sala negli ultimi dodici mesi.
E con quella chicca dopo i titoli di coda, il suo valore è cresciuto anche più di quanto si potesse immaginare.

N°16: DUE GIORNI, UNA NOTTE di JEAN PIERRE E LUC DARDENNE



E a chiudere questa prima cinquina decisamente "ludica", l'ultima fatica dei Fratelli Dardenne, fotografia dell'incertezza lavorativa ed umana di quest'epoca.
Un film forse a tratti troppo schematico, eppure un ritratto di pancia e morale dallo spessore notevole, reso ancora più grande da una scelta quasi "ottimistica" nel finale di quelli che sono da sempre gli alfieri del pessimismo su grande schermo.
Avercene, di spunti come questo.


TO BE CONTINUED...

martedì 4 novembre 2014

Guardiani della Galassia

Regia: James Gunn
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 121'




La trama (con parole mie): Peter Quill, rapito da un'astronave aliena ancora bambino e cresciuto nello spazio profondo, è un avventuriero con un rapporto non propriamente risolto con la Legge autoribattezzatosi Starlord. Quando mette le mani su un antico manufatto con l'intenzione di venderlo e diventare spaventosamente ricco, viene a contatto con Gamora, letale emissaria dell'impero Kree e di Ronan l'accusatore, che ha promesso in cambio della distruzione di un pianeta avversario a Thanos di recuperare per lui l'oggetto.
Finito in carcere proprio con Gamora ed una coppia curiosa di cacciatori di taglie sulle sue tracce - Rocket e Groot -, Peter finirà per improvvisarsi eroe quando il male assortito gruppo - al quale in carcere si unisce Drax il distruttore, assetato di vendetta rispetto a Ronan - dovrà mettere una pezza affinchè Thanos non entri in possesso di qualcosa di molto più potente di quanto ci si potesse aspettare.







Negli ultimi anni - forse, ultimamente, finendo per abusare della visibilità guadagnata - il genere supereroistico ha, di fatto, invaso le sale conquistando uno spazio decisamente ampio nella fetta di mercato dei blockbuster, a partire dalla meravigliosa - con i suoi alti ed i suoi bassi - trilogia di Nolan con protagonista Batman fino a Watchmen per quanto riguarda il meglio della produzione DC Comics, e gli Spider Man di Raimi - cui sono seguiti due non eccezionali reboot - e l'universo degli eroi classici in casa Marvel.
Rispetto ai loro diretti concorrenti, però, gli adepti di Stan Lee - che continua ad essere in una forma invidiabile a più novant'anni, sempre pronto ad una fugace apparizione nelle pellicole con protagoniste molte delle creature nate dalla sua penna - hanno sviluppato l'idea di una sorta di universo anche cinematografico che permettesse di creare un mosaico di singole pellicole parte di un'epopea unica complessiva con al centro gli Avengers, protagonisti di un film spettacolare un paio d'anni or sono, di uno in arrivo il prossimo e di un terzo che dovrebbe portare a compimento l'intero progetto.
E in mezzo ai Captain America, agli Iron man e ai Thor, ha finito per trovare spazio anche un gruppo praticamente sconosciuto ai non appassionati di nuvole parlanti, tra i più curiosi ed interessanti del panorama cosmico made in Marvel: i Guardiani della Galassia.
Affidati a James Gunn - che già mi sorprese in positivo con l'ottimo Super - i cinque male assortiti antieroi finiscono per riesumare il gusto per il kitsch della seconda metà degli anni settanta - non a torto questo film ha richiamato alla mente di molti elementi della prima trilogia di Star Wars - e l'approccio tamarro e fracassone degli eighties, regalando al pubblico una pellicola forse meno intensa ed esaltante di quella dedicata agli Avengers stessi ma che, di fatto, non solo propone volti nuovi in questo affollato panorama, ma anche un piglio decisamente più sbarazzino già pronto a sputarci addosso un sequel che già attendo ansiosamente e, soprattutto, uno spin-off che noi residuati degli anni ottanta non vediamo davvero l'ora di vedere sullo schermo - la scena di chiusura oltre i titoli di coda mi ha letteralmente fatto saltare sulla sedia per l'hype -.
Il risultato di tutti questi elementi è un giocattolone roboante e vintage dagli effetti ottimi, trainato da un quintetto di protagonisti spassosi e resi molto bene - perfino da Bautista/Batista, ex wrestler che a stento riesce ad articolare, figuriamoci a recitare - capitanati da un Rocket splendido - doppiato nella versione originale da Bradley Cooper - e da un Firelord pronto a lanciare nell'Olimpo dei cool Chris Pratt, ottima argomentazione per convincere le proprie fidanzate o mogli a presenziare alla visione. Niente male davvero anche Zoe Saldana nuovamente in versione aliena e le rappresentazioni cinematografiche di Ronan l'Accusatore e Thanos - che dovrebbe fare ritorno in pompa magna con il terzo film dedicato ai Vendicatori, per l'appunto -, gli effetti speciali ed una colonna sonora spettacolare, pronta a pescare a piene mani dall'immaginario musicale corrispondente all'infanzia di Peter/Firelord, un appartenente fiero alla generazione del sottoscritto.
Per il resto non c'è nulla di particolarmente innovativo, dalla struttura che vede un gruppo che definire poco coeso di antieroi risulta quantomeno eufemistico dapprima battersi come avversari e dunque da alleati ed amici quasi fraterni pronti a contrastare un male comune prendendo coscienza delle proprie responsabilità ad un finale aperto e decisamente pompato - in termini di esaltazione e scelte fracassone, ma anche di un certo spirito goliardico, si vedano le citazioni di Footloose -, eppure la confezione è ben curata, il risultato eccellente ed alcune sequenze irresistibili - la prima apparizione di Firelord alla ricerca dell'Orb a ritmo di musica, l'evasione dal carcere -: tutti gli ingredienti giusti, insomma, per un film d'intrattenimento come si conviene, in grado di regalare colori, esplosioni, personaggi interessanti e due ore di divertimento senza ritegno a chiunque sia disposto a saltare su quest'astronave decisamente sopra le righe e lasciarsi trascinare a suon di botte nel cuore di un Universo così grande e variegato da far apparire "troppo terrestri" perfino tutte le meraviglie Avengers-style.



MrFord



"I can't stop this feeling
Deep inside of me
Girl, you just don't realize
What you do to me."
Blue Swede - "Hooked on a feeling" -



 

giovedì 10 gennaio 2013

Beasts of the Southern Wild

Regia: Ben Zeitlin
Origine: USA
Anno: 2012
Durata:
93'




La trama (con parole mie): Hushpuppy vive con il padre nel pieno delle terre selvagge oltre la diga che protegge tutta quella gente che festeggia soltanto una volta l'anno e piange lacrime amare ad ogni morte.
Hushpuppy danza e racconta la sua storia agli scienziati del futuro, che la ricorderanno come una piccola, coraggiosa creatura pronta ad ascoltare il battito del cuore di ogni animale di questa terra e scoprire che crescere, a volte, è un mestiere più duro che sopravvivere.
Nel frattempo, mentre i ghiacci del Polo Sud si sciolgono e chi vive oltre il confine vorrebbe proteggere quelli come lei, Hushpuppy si prepara ad affrontare l'arrivo degli Aurochs, liberati dalla loro ibernazione e pronti a correre verso di lei come le bestie più incontrollabili dell'estremo Sud.




Forse il 2013 cinematografico ha deciso in qualche modo di rendere il sottoscritto uno spettatore felice per festeggiare l’attesa ormai agli sgoccioli per l’arrivo del Fordino: dopo le rivelazioni che sono state Vita di Pi e Cloud Atlas – due pellicole alle quali non avrei dato un soldo bucato, e invece mi ritrovo ad incensare – ecco spuntare un titolo che il tam tam della blogosfera aveva già reso a suo modo un cult negli ultimi tempi e che si propone come serio candidato al Ford Award 2013 per i titoli non distribuiti in Italia – perché tanto so che purtroppo qui nella Terra dei cachi non arriverà mai e poi mai -: Beasts of the Southern Wild.
Ora, cercare di tradurre adeguatamente in parole un’esperienza visiva ed emozionale come quella legata al lavoro di Ben Zeitlin suonerebbe riduttivo rispetto ad una favola nera, una magia per gli occhi, uno squarcio sulla nostra realtà – in particolare, il dramma dell’uragano Katrina – rivisitata secondo una mitologia nuova: basterebbe la magnifica Hushpuppy, che vive a Bathtub con il sanguigno padre in mezzo agli animali aspettando lo scioglimento dei ghiacci ed il sopraggiungere dei temibili Aurochs ed osserva il mondo oltre la diga, dove vivono tutte quelle persone incapaci di ascoltare le sincronie dei battiti del cuore, che mangiano cibo confezionato preso dai supermercati e festeggiano solo una volta l’anno, mentre a Bathtub si festeggia ogni giorno, e quando qualcuno muore non si versano lacrime, ma si brinda.
Basterebbero le immagini della festa che aprono allo spettatore il mondo di questa strana città in attesa di essere sommersa, con la bambina che ci corre incontro portando delle stelle tra le mani per dare la dimensione di un miracolo che prende forma proprio di fronte ai nostri occhi, accompagnato da una colonna sonora splendida, dalla selvaggia poesia che rese grande il primo Malick – più volte mi è parso di ritrovare Badlands in questo fulminante esordio cinematografico -, da un gruppo di personaggi che danzano attorno ad una protagonista indimenticabile che è già la Ree – ricordate Winter’s bone – di questo nuovo anno – e attenzione alla giovanissima attrice, è un fenomeno -, da un crescendo che è un brivido dopo l’altro, anche nei passaggi più oscuri o ermetici che richiederebbero una seconda – e una terza, una quarta, e così via – visione, che qui al Saloon sarà sempre concessa a perle grezze e travolgenti come questa.
Queste Bestie del profondo Sud, che giungono macinando Spazio e Tempo neanche suonassero la carica per una rivincita rispetto ai millenni passati lontane dalla Storia, paiono giunte per scuotere il mondo intero – del Cinema, e non solo -, e nel loro incontro con Hushpuppy che si pone di fronte alla loro cavalcata c’è tutta la potenza della settima arte, da I 400 colpi a Take shelter.
Hushpuppy non si rifugia da nessuna parte, però: cerca, esplora, corre, salva, mangia, da fuoco alla sua baracca, gioca, guarda il mondo e lascia un’eredità per gli scienziati del futuro, quelli che studieranno la storia di Bathtub e chissà, forse scopriranno un segreto che salverà loro la vita.
Hushpuppy che è accanto a suo padre come una compagna, e vive il ricordo della madre come una visione che prende forma e voce, e guida le sue piccole mani ed il cuore che batte attraverso il mondo.
E lei lo percorre tutto, questo pianeta strano, selvatico, splendido e spietato, perché non si farà mai prendere prigioniera dalla parte che vegeta oltre la diga, lontana dall’acqua e dal cuore, dove le tute protettive e le pareti sono troppo spesse per poter appoggiare l’orecchio sulla nuda pelle e sentire quel ritmo vertiginoso ed ipnotico salire, scandendo i passi della danza che dalla nascita ci porta fino alla morte.
E neppure quel momento fa così paura a questa eroina dall’incedere sconnesso da neonata e dalle mani salde di Madre, perché un cuore che si spegne è soltanto il prologo di uno che comincerà a cantare, e non ci sono lacrime – o almeno, come direbbe Gandalf, non quelle che possono nuocere – in grado di togliere qualcosa alle sue conquiste, all’esperienza di un percorso che è proprio come quello delle Bestie del selvaggio Sud, che ruggiscono la loro voglia di libertà e corrono fino a sfinirsi per poi mangiarsi l’un l’altra, perché sono animali, e non possono fare altro che assecondare gli istinti.
E chissà che questo uragano di wilderness non possa insegnare qualcosa a questi misteriosi e lontani scienziati del futuro, che un giorno troveranno l’eredità di Hushpuppy e scopriranno di avere tra le mani la scintilla in grado di accendere un fuoco che non ha pari: quello della Vita.
Un primo battito, un vagito, un grido, un canto.
Questa è Hushpuppy di Baththub, che affrontò a viso aperto gli Aurochs.
Hushpuppy che viveva con suo padre, che festeggia ogni giorno, che guarda avanti senza farsi rubare spazio dalle lacrime.
Hushpuppy che porta stelle tra le mani.
Hushpuppy che seguirei in capo al mondo, senza smettere di ballare.
Perfino io, una Bestia del selvaggio Sud che ringhia e corre e sbrana.


MrFord


"But on the south side of Heaven
wont you take me home
cuz i've been broke down in Texas
so long it's getting cold."
Ryan Bingham - "Southside of Heaven" -


sabato 3 settembre 2011

Take me home tonight

Regia: Michael Dowse
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 97'







La trama (con parole mie): Matt Franklin, ex genio dei tempi del liceo e laureato all'M.I.T. si ritrova senza una direzione esatta da dare alla propria vita e commesso di un negozio di musica in un centro commerciale. Approfittando di una festa organizzata dal fidanzato di sua sorella Wendy decide di prendersi una rivincita sul passato cercando di ottenere il numero di telefono di Tori, reginetta della scuola dei tempi e prima, vera, indimenticabile cotta non corrisposta di Matt.
Ad accompagnarlo in quella che sarà una folle notte figlia degli altrettanto folli anni ottanta, oltre a sua sorella, ci sarà l'incontenibile amico di una vita Barry Nathan, venditore d'auto che non ha mai conosciuto gli "anni da college" di Matt e dei suoi vecchi compagni di scuola: inutile dire che sarà un vero e proprio tripudio di situazioni al limite dell'assurdo, risate, trionfi e un pò di malinconia.


A volte ci sono film che paiono quasi toccati da una bacchetta magica, in grado di coinvolgere e rapire lo spettatore per trasportarlo in un'altra epoca, in un tempo più o meno lontano in cui perdersi o ritrovarsi, quasi si trattasse di una sorta di incantesimo che prende forza quanto più l'epoca in questione è legata all'audience stessa.
Per quanto mi riguarda, mi rendo conto di quanto, in questo senso, abbiano effetto su di me i film ambientati negli anni ottanta, o che, in qualche modo - che sia per spirito o "look" - rimandino all'atmosfera che le produzioni di allora portavano con loro, e che ormai identifico come uno dei ricordi più vividi e coinvolgenti della mia infanzia.
Take me home tonight, in questo senso, parte sotto i migliori auspici: uno stereo in primo piano e Video killed the radio star, colori sparati e la netta impressione non solo di essere spettatori di una pellicola a sfondo amarcord, quanto di un film girato e realizzato proprio allora, nel pieno di quegli anni ruggenti.
I protagonisti, a partire da Topher Grace - davvero in spolvero, considerato che non gli darei neppure la parte di comparsa in condizioni normali - sono azzeccati, scritti e descritti con affetto e divertenti, le situazioni e le dinamiche dei tempi perfettamente rese da regista e sceneggiatori - in fondo, da quasi quarantenni, si ritrovano abbastanza in linea con il periodo -, il background calza a pennello alla pellicola e la colonna sonora - complici molti dei grandi successi di allora - strepitosa.
Dunque, cosa manca a questo film per diventare quasi da subito uno dei piccoli cult di questo 2011?
Ora Cannibale, che l'ha molto apprezzato, penserà che io dica come al solito che è stata l'anima a latitare, e invece dichiaro ufficialmente che mi pare che l'anima stessa sia uno dei punti di forza di questo lavoro.
Quello che manca, purtroppo per Michael Dowse, è il guizzo di talento in grado di trasformare quello che pare proprio un omaggio al decennio di Take on me e Bette Davis Eyes - stupenda la scena dell'arrivo di Tori alla festa sulle note di questa indimenticabile hit - in qualcosa di più del classico film di formazione che prende tutti i clichè del genere e li riporta fedelmente neanche fossero un compitino da bravo primo della classe.
Perchè purtroppo è questa l'impressione che si ha del lavoro di Dowse con il passare dei minuti, un pò come quando l'euforia di una festa comincia a scemare con la progressiva discesa sugli invitati dei primi sintomi da sbronza triste: resta la sensazione di aver partecipato a qualcosa, ma non si sa bene a cosa.
E soprattutto, la malinconia non tanto del passato, della fine delle vacanze o dell'inizio della vita adulta, quanto di un'occasione mancata, si fa strada nel cuore di chi - come il sottoscritto - aveva sperato fin dalla già citata prima inquadratura di ritrovarsi di fronte ad un'altra delle pellicole manifesto da aggiungere a quelle che, tra qualche decennio, avranno definito la nostra epoca e giovinezza, e sarà un vero piacere - nascondendo qualche lacrimuccia - mostrare a figli e nipoti.
Lo stesso personaggio schizzato di Barry Nathan - che pare scritto apposta per Jack Black, nonostante Dan Fogler se la cavi più che bene -, con il passare dei minuti, si trasforma da spalla imprevedibile e divertente in una di quelle figure un pò tristi che alle suddette feste ritrovi sempre all'alba al centro della pista vuota a ballare da sole oppure fuori, sedute sul marciapiedi a piangere cercando inutilmente di fare le sciolte.
Ed è un pò così anche questo film, partito per essere il beniamino dei nostri ricordi nostalgici e finito per essere quello che noi dovremmo consolare: un pò come se a una festa incontrassimo la nostra cotta dei tempi per scoprire che è diventata la triste ombra del ricordo che avevamo di lei.
Poco conta che a Matt vada tutto a gonfie vele.
Lui è lì nel mezzo, noi siamo già passati oltre.

MrFord

"And she'll tease you
she'll unease you
all the better just to please you
she's precocious
and she knows just what it
takes to make a pro blush
she got Greta Garbo Stand off sighs,
she's got Bette Davis eyes."
Kim Carnes - "Bette Davis eyes" -




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