Regia: Paolo Virzì
Origine: Italia
Anno: 2013
Durata: 109'
La trama (con parole mie): in un Nord
Italia a metà strada tra la crisi economica e le speranze che
dall’adolescenza proseguono fino all’età adulta rispetto ad un
modello dato dai “nuovi ricchi” si muovono le famiglie Bernaschi ed Ossola.
I primi, di successo, conosciuti e riveriti, a proprio agio
in ogni occasione, specie se ad alti livelli, si trovano legati a
doppio filo ai secondi quando il rapporto irrisolto dei due figli –
che fingono di stare insieme anche quando non lo sono più da un
pezzo – funge da catalizzatore per un’improbabile inserimento in
un affare da capogiro – e da squali della finanza neppure troppo
lecita – di Dino, capofamiglia degli Ossola.
Ad aggiungersi a questo guaio, i
crescenti tormenti della moglie di Giovanni Bernaschi, affascinata da un ritorno
al passato e al teatro, ed un incidente che costa la vita ad un
cameriere, del quale sembra essere responsabile il giovane Massimiliano,
tornato a casa ubriaco dopo una festa.
Almeno fino a quando non viene
portato a galla dalla polizia il coinvolgimento di Serena Ossola nell'accaduto.
Virzì è un regista di quelli che, al
Saloon, trovano sempre facilmente un posto a sedere ed un brindisi ad
accoglierli, tra i pochi in questo ormai più che disastrato Bel
Paese ad avere la forza e l’impegno necessari per raccontare ad un
certo livello e con una buona profondità.
Da Ovosodo a Caterina va in città,
fino allo splendido La prima cosa bella – forse il migliore tra i
suoi lavori -, l’autore livornese ha sempre portato grande
attenzione a quella che era la situazione in cui versava il Nostro
Paese nel momento della realizzazione della pellicola di turno,
specchiandole tutte nel presente e nel passato di un’Italia che, di
fatto, ha sempre basato la sua determinazione – quando ha avuto
voglia di manifestarla – sulla forza necessaria a superare e
lasciarsi alle spalle i problemi, piccoli o grandi che fossero.
Il capitale umano, passato in colpevole
ritardo qui al Saloon e giunto in occasione della sua investitura ufficiale a candidato italiano per l'Oscar, portava sulle spalle non solo la
responsabilità del suo regista e delle ottime recensioni ricevute, ma anche di un momento certo non florido della settima
arte nostrana, in bilico tra la crisi economica che ormai da tempo
soffoca il progresso non solo italiano e quella culturale – che
potrebbe essere perfino peggiore – e proposte interessanti che
ormai si contano, nel corso della stagione, sulle dita di una mano.
Il risultato è stato un successo a
metà, reso possibile in positivo dalla scelta di una narrazione
divisa per capitoli e punti di vista differenti, dalla selezione degli
attori “navigati” – ottimo Bentivoglio, bravi Gifuni e la Bruni
Tedeschi – e da un piglio da thriller sociale decisamente
interessante ed in negativo da un vero e proprio crollo rispetto alle
concessioni da film di grande distribuzione sul finale – davvero
pessimo lanciare il sasso e ritrarre la mano, per un regista da
sempre impegnato come Virzì -, da una nuova leva di interpreti
decisamente non all’altezza – i due figli protagonisti della
vicenda dell’incidente al limite dell’imbarazzante, di poco sopra
il giovane sbandato Luca – e dalla sensazione che lo stesso cineasta livornese
non avesse un’idea precisa a proposito della direzione da dare
all’intera opera: quello che è dietro, infatti, a Il capitale
umano è una presa di posizione potente e decisa contro una società
che premia un certo tipo di aggressività da classe alta ed abbiente
rispetto ad una bassa ed operaia relegata a risarcimenti moralmente
deplorevoli – il capitale umano del titolo – oppure una versione
d’autore e più profonda dei drammi mucciniani che andavano per la
maggiore una quindicina d’anni fa?
La crisi ha di fatto colpito anche
Virzì, oppure il suo intento era quello di mescolare le carte in
modo da raccontare un disagio che è presente e radicato da una parte
e dall’altra della barricata?
Al termine della visione, non credo di
aver trovato una risposta chiara e valida a queste domande, così
come non mi sono sentito affatto convinto di applaudire a questo film
come molti altri colleghi della blogosfera e non, quasi dietro ad
esso si celasse una scomoda aura di parziale ipocrisia che potrà
apparire ai vecchi irriducibili di Ovosodo come un vendersi da parte
del buon Virzì e ai suoi detrattori come un’accusa neppure troppo
velata e decisamente goffa ad un sistema che, di fatto, sta ancora e
come sempre dando ragione agli squali.
Che non paiono essere stufi di
nuovo sangue.
MrFord
sono replicanti, sono tutti identici guardali
stanno dietro a machere e non li puoi distinguere.
Come lucertole si arrampicano, e se poi perdon la coda la ricomprano.
Fanno quel che vogliono si sappia in giro fanno, spendono, spandono e sono quel che hanno."
Frankie Hi-NRG - "Quelli che benpensano" -