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mercoledì 21 gennaio 2015

These final hours

Regia: Zak Hilditch
Origine: Australia
Anno: 2013
Durata:
87'




La trama (con parole mie): a seguito di un'immane ed imminente catastrofe, la Terra si prepara a vivere il suo suo ultimo giorno. Nei dintorni di Perth, in Australia, un giovane uomo ossessionato dall'idea di non voler soffrire nel momento della morte abbandona l'amante, che scopre essere incinta, per tornare ad una festa selvaggia in città dove lo attende la fidanzata. 
Quando, per caso, si imbatte nella piccola Rose, che ha smarrito il padre e si trova preda di due psicopatici, James - questo il nome dell'uomo - decide di salvarla ritrovandosi, ora dopo ora, a proteggerla ed avvicinarsi a lei come se fosse un fratello maggiore, o un genitore.
Proprio il rapporto con Rose cambierà le priorità dello stesso James, che a ridosso della fine deciderà di correre contro il tempo per poter sistemare, almeno idealmente, tutti i suoi sospesi.








Di tanto in tanto al Saloon come, penso, in qualsiasi altro luogo di ritrovo di appassionati della settima arte, si sente il bisogno come l'aria di titoli che possano in qualche modo far rifiatare il cervello senza per questo essere necessariamente dei monumenti al trash, o schifezze atomiche in grado di scatenare tempeste di bottigliate: è il caso di prodotti come These final hours, giocattolone survival di atmosfera apocalittica made in Down Under - e tutti voi sapete quanto io ami l'Australia - tagliato con l'accetta, girato in una sorta di ipotetico quasi tempo reale e recitato da cani che, con tutti i suoi difetti, è riuscito ad intrattenermi per un'ora e mezza quasi senza pause, come di norma solo gli horror ben fatti o i miei cari action anni ottanta riescono a fare.
Giocato interamente sulla riflessione legata alla follia collettiva che si scatenerebbe a fronte della certezza della fine della Terra - o quantomeno, di noi che la popoliamo - e sulla crescita umana del protagonista - James, tra l'altro, cui presta volto ed una notevole fisicità Nathan Phillips, che una decina d'anni fa interpretò il sopravvissuto del primo Wolf Creek - il lavoro di Zak Hilditch, per quanto piuttosto semplice, porta a casa la pagnotta grazie ad un pizzico di follia da horror - il setting ricorda molto quello dei più recenti zombie movies, da 28 giorni dopo in poi -, un pò di sano pulp - la liberazione di Rose da parte di James ed il confronto tra quest'ultimo, la sua fidanzata, il fratello di lei e la scombinata in cerca della figlia pronta a mettere gli occhi sulla giovanissima protetta del protagonista - ed un'atmosfera che, seppur di fatto ludica, finisce per essere in grado di stimolare riflessioni non da poco nel pubblico.
Cosa fareste, infatti, voi, una volta presa coscienza della certezza di un'apocalisse incombente? Personalmente, non penso mi rifugerei nel suicidio come molti dei personaggi mostrati nel corso di questi tiratissimi novanta minuti, o nella follia - sia essa omicida, come nel caso del primo uomo incontrato da James una volta lasciata la casa della sua amante, o semplicemente sconnessa, si veda il fratello della fidanzata del main charachter -, quanto più in un buon pranzo consumato alla presenza delle persone che amo e di una robusta dose di alcool - in questo senso, Rose e la madre di James risultano i charachters più equilibrati ed umani della pellicola -: certo, parlare a mente fredda è sempre cosa facile, e non si può mai sapere quello che accadrebbe in una situazione di quel genere - la stessa "metamorfosi" di James, partito come una sorta di sballato in fuga dalle responsabilità e terminata con una fin troppo sopra le righe dichiarazione d'amore di fronte alla fine, ne è la dimostrazione -, eppure il fatto che un film di grana grossa come questo riesca quantomeno a solleticare corde certamente importanti senza per questo perdere dal punto di vista del puro intrattenimento è segno della validità - e lo ripeto, con tutti i suoi limiti - dell'operazione, ennesima dimostrazione di quanto sia vivo il Cinema australiano, pronto a sfruttare anche gli spazi sconfinati di cui dispone per Natura uno dei Paesi più incredibili e meravigliosi del mondo.
Se, a questo tipo di cornice, si aggiungono elementi come il rapporto tra James e Rose - forse, a dispetto dell'età, la più matura, in quanto a reazioni ed approccio, dell'intera opera - pronto a ricordare al sottoscritto cose come The last of us o, più semplicemente, il rapporto che si crea tra un genitore - anche se, in questo caso, parliamo in senso figurato - ed un figlio, tutto torna, finendo per permettere ad un puro intrattenimento di suscitare anche emozioni più profonde di quanto non si potesse pensare.
Certo, quel finale ricorderà forse più il disastroso Pompei che non il meraviglioso Take Shelter, ma considerate le premesse, i mezzi e la resa - quantomeno emotiva - finale, direi che queste non sono certo le "ultime ore" di Zak Hilditch.



MrFord



"Cause you had a bad day
you're taking one down
you sing a sad song just to turn it around
you say you don't know
you tell me don't lie
you work at a smile and you go for a ride
you had a bad day
the camera don't lie
you're coming back down and you really don't mind
you had a bad day
you had a bad day."
Daniel Powter - "Bad day" - 



venerdì 6 dicembre 2013

Facciamola finita

 Regia: Evan Goldberg, Seth Rogen
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 107'



La trama (con parole mie): Jay Baruchel vola a Los Angeles - città che non ama particolarmente - per passare un weekend in compagnia dell'amico Seth Rogen, lontani dagli eccessi dello stardom hollywoodiano. Quando il buon Seth, dopo una giornata passata davanti alla tv tra cannoni e videogiochi, propone a Jay di trascorrere la nottata a casa di James Franco, che pare abbia dato una festa destinata a restare negli annali, il secondo accetta a denti stretti solo per ritrovarsi catapultato, insieme a tutti i suoi colleghi attori, in una sorta di Inferno in Terra scatenato da quella che pare proprio essere l'Apocalisse.
E mentre i giusti vengono risucchiati nel cielo dalla luce divina, i nostri si ritrovano a dover lottare per la sopravvivenza proprio nella villa di James Franco, in attesa di scoprire quello che sarà il loro destino eterno.





Finalmente, dopo un'attesa decisamente troppo lunga - avrei voluto vederlo già in sala - è approdato al Saloon Facciamola finita, fatica divertita e divertentissima firmata da Evan Goldberg e Seth Rogen che riunisce sotto un unico cielo - decisamente apocalittico - tutta la banda che, negli ultimi dieci anni, ha reso grande il cosiddetto Apatow-style sfoderando chicche di genere come Funny people, Strafumati o SuXbad, cultissimi assoluti di casa Ford.
Chiusa la meravigliosa Trilogia del Cornetto di Edgar Wright in casa Ford si sentiva il bisogno di respirare un'atmosfera simile - pur se sguaiata come solo gli americani sanno renderla - per colmare il vuoto lasciato nei nostri cuori dalla straordinaria saga inglese, ed occorre ammettere che Rogen e soci riescono nella non facile impresa di consegnare al pubblico una piccola bomba destinata a rimanere impressa nella memoria di chiunque sarà in grado di accoglierla a braccia aperte, senza scandalizzarsi troppo per linguaggio o battutacce e godendosi tutta l'autoironia messa in campo dagli attori chiamati ad interpretare loro stessi - dal divismo "cool" di James Franco alla supponenza di Baruchel, dal finto buonismo di Jonah Hill al meraviglioso e cocainomane Michael Cera, senza contare le fugaci apparizioni di Paul Rudd, Rihanna ed Emma Watson, che con l'accetta in mano fa davvero una porchissima figura - in questo survival da fine dei giorni infarcito di citazioni mai invasive - bellissimi i richiami a Rosemary's baby e L'esorcista - ed alcune trovate assolutamente geniali - il sequel fatto in casa del già citato Strafumati su tutti -.
Considerato l'intento principalmente ludico dell'intera operazione, nata da un'idea dello stesso Rogen, direi che Facciamola finita riesce nell'impresa di imporsi come commedia dell'anno made in USA, colpendo molto basso lo stardom hollywoodiano - letteralmente stupefacente la fugace apparizione di Channing Tatum - così come la fragilità umana pronta ad esplodere in situazioni estreme che comportano la sopravvivenza propria posta spesso e volentieri innanzi a quella altrui: in questo senso, l'escalation finale con i nostri alle prese con il giudizio divino è praticamente perfetta, tanto quanto risultano divertenti le sequenze all'interno della casa - la discussione a proposito dell'eventualità di stupro di Emma Watson, il razionamento del cibo e delle bevande, la pistola di James Franco - e l'inseguimento a montaggio alternato tra Jay Baruchel, Craig Robinson ed un demone da una parte e la premiata ditta Rogen/Franco in fuga dal posseduto Jonah Hill dall'altra, un vero e proprio gioiellino che ha riportato alla mente i fasti di Shaun of the dead.
Ma assolutamente nulla, e proprio nulla, di quello che potrà avervi divertito potrà dare l'idea dell'effettiva portata della chiusura, una delle più divertenti, assurde, sopra le righe e geniali cui abbia assistito quest'anno, impreziosita da una chicca che riporta l'orologio indietro alla metà o poco più degli anni novanta, e rende l'apoteosi della vicenda da Armageddon di Rogen e soci un vero e proprio trionfo, un colpo di coda al limite del trash che è quasi poesia, e finisce per oscurare anche perle come l'erba in Paradiso - "Ma in Paradiso c'è l'erba?" "Certo, altrimenti che Paradiso sarebbe!" - o il desiderio di possedere un sigway.
Voi tenetevi forte, godetevi le risate, il rutto libero, ed aprite le porte del regno dei cieli.
Ad attendervi ci sarà una sorpresa che andrà ben oltre il Giorno del Giudizio.
Roba che ancora adesso sento dentro il desiderio di ritrovarmi di colpo a ballare completamente vestito di bianco.


MrFord


"A che ora è la fine del Mondo? 
A che ora è la fine del Mondo? 
A che ora è la fine del Mondo, che rete è? 
Destra, sinistra, su, giù, centro, fine del Mondo con palle in giramento 
che chi è fuori è fuori e chi è dentro è dentro, e fuori TV non sei niente."
Ligabue - "A che ora è la fine del mondo?"



venerdì 25 gennaio 2013

Cercasi amore per la fine del mondo

Regia: Lorene Scafaria
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 101'




La trama (con parole mie): Dodge è stato da non troppo tempo lasciato dalla moglie Linda, vive solo, ha una donna delle pulizie messicana troppo affezionata al suo lavoro, un rapporto irrisolto con il padre e si tiene stretta una routine che in realtà lo chiude ancor più del dolore.
Come se non bastasse, un asteroide sta per colpire la Terra, ed entro tre settimane il mondo conoscerà la sua fine.
Quando Penny entra nella vita dell'uomo da una finestra - letteralmente - tutto cambia: e da un viaggio surreale alla ricerca degli equilibri perduti potrebbe finire per nascere qualcosa di inaspettato in grado di salvare queste due malinconie traformandole in qualcosa di più grande proprio nel momento del botto che dovrebbe porre fine a tutto.




I film Sundance-style sono sempre piuttosto strani, da affrontare: il rischio di trovarsi di fronte schifezze d'autore da tempesta di bottigliate e cacca sullo zerbino così come piccoli cult per i quali perdere la testa è pressochè lo stesso, e proprio per questo motivo qui al Saloon la circospezione è praticamente di casa, quando si affrontano proposte di questo genere.
Il lavoro di Lorene Scafaria - attrice e sceneggiatrice al suo debutto dietro la macchina da presa - cui non avrei dato troppo credito alla vigilia, si pone in una giusta via di mezzo guadagnandosi il credito necessario a non passare per qualcosa di dimenticabile riuscendo a stimolare con discreta facilità qualche riflessione niente male lasciata passare attraverso le risate e le lacrime.
Certo, il plot non è una bomba di originalità e i due protagonisti non sono certo i migliori sulla piazza - Steve Carell, per quanto mi possa stare simpatico, non è che sia proprio Al Pacino, e Keira Knightley pare peggiorare ad ogni film che passa -, eppure qualche apparizione gustosa - come quelle di Martin Sheen nel ruolo del padre del protagonista e di William Petersen, che i fan di CSI conosceranno bene, nella curiosa parte dell'uomo che ha ingaggiato un sicario per ucciderlo prima della fine neanche ci trovassimo in un film di Kaurismaki - ed il contesto, oltre allo spirito da road movie - che sul sottoscritto esercita da sempre un fascino particolare - comportano un risultato finale tutto sommato piacevole, pur se non irresistibile.
Principalmente, nel corso della visione, passando da momenti di profonda malinconia ad altri al limite dell'assurdo - senza contare la storia d'amore che progressivamente vede coinvolti Dodge e Penny -, la cosa più interessante per il sottoscritto è stata quella di immaginare cosa accadrebbe se anche qui dalle nostre parti fosse annunciata la fine del nostro pianeta entro tre settimane: sarebbe una bella fregatura, questo è certo, soprattutto ora che è nato il Fordino, eppure cosa sarebbe del Saloon?
Si affronterebbe l'imminente fine con rassegnata tranquillità e pace zen oppure ci si dedicherebbe a tutto quello che la routine quotidiana tiene a bada?
Cosa fareste, voi, avendo a disposizione soltanto ventun giorni prima di vedere il sipario calare su questo mondo e queste vite?
Vi improvvisereste dei cercatori naif come Penny o il rifugio sarebbe la routine, come per Dodge?
Il pensiero andrebbe all'ingaggio di un killer - e torniamo a William Petersen - o a feste da salotto senza freni - almeno rispetto al contesto sociale comune -?
Esemplare, in questo senso, il party dato da Connie Britton e compari ad inizio pellicola, nel corso del quale i genitori propinano un cocktail dietro l'altro ai figli, si fanno di eroina e si lasciano andare ad ogni qualsiasi piacere pur di provare qualcosa di mai assaporato fino ad allora in vista della fine: e a cosa varrebbero tutte le possibilità elencate, di fronte al fatto di un'imminente distruzione planetaria?
Forse nulla.
Forse Dodge e Penny hanno ragione, a tentare di restare in movimento per capire alla fine che tutto quello che serve è loro accanto, e forse c'è un modo per salvarsi che va oltre l'improvvisazione e l'esagerazione senza criterio. O forse no. E nel momento di uno schianto come quello dell'asteroide che porrà fine alla Terra si sarà tutti uguali, come al cospetto di un gigantesco interruttore che, di colpo, spegnerà la luce.
Ed ecco, improvvisamente, che tutto pare non essere poi così divertente, grottesco, stralunato.
Forse la fine del mondo è una cosa seria.
O forse, più semplicemente, come ogni altra cosa della vita - morte compresa - andrebbe affrontata con lo spirito migliore possibile, tirato fuori con le persone che vorremmo accanto e in una cornice che possa abbracciarci come se esistesse una sicurezza per la quale nessuna fine avrà potere.
Perchè la salvezza potrà essere un'utopia, un sogno da film romantico destinato a non realizzarsi.
Ma non è detto che ci si possa sentire comunque al sicuro.
Perfino dagli asteroidi.
Perfino da noi stessi.


MrFord


"It's the end of the world as we know it 
it's the end of the world as we know it
it's the end of the world as we know it and I feel fine."
R. E. M. - "It's the end of the world as we know it (and I feel fine)" -


lunedì 28 maggio 2012

Bellflower

Regia: Evan Glodell
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 106'




La trama (con parole mie): Aiden e Woodrow sono amici da una vita, appassionati di Mad Max e pronti ad affrontare l'apocalisse post-atomica del personaggio reso noto da Mel Gibson a suon di lanciafiamme, auto modificate che sputano fuoco e distillano whisky ed una robusta dose di ironia.
Dal Wisconsin si trasferiscono in California, dove una notte conoscono in un locale Milly, una ragazza decisamente rock in giro con alcune amiche che da subito mostra una certa simpatia per Woodrow: al primo appuntamento i due viaggiano in macchina fino in Texas, ed inizia tra loro una storia che sconvolge gli equilibri e le amicizie.
Quando giungerà il momento della rottura, per il ragazzo si apriranno scenari decisamente più apocalittici di quelli presentati dal suo film preferito, e verranno messe in discussione tutte le sue relazioni, dal sogno alla realtà. Tornare in piedi non sarà affatto facile.




Ringrazio il buon Vincent per la sua segnalazione di questo titolo.


A volte si incontrano film che sono come quelle storie in cui tutto è sbagliato: c'è sempre qualcosa che non funziona, si litiga di continuo, si tira fuori il peggio da una parte e dall'altra.
Eppure l'attrazione - fisica o mentale che sia - tiene inesorabilmente legati, impedendo di recidere un legame senza dubbio dannoso: a volte è la chimica, a volte gli interessi, a volte il modo di approcciare il mondo, il più delle volte il sesso.
Bellflower è come una di quelle storie.
Un film sconnesso, rozzo, spigoloso, costruito, che ha il potere di irritare e colpire spesso e volentieri quando meno te lo aspetti, eppure clamorosamente cool, funzionale, potente, genuino e, di fatto, veicolo di una sbronza che pare un trip di un'ora e quarantacinque vissuto con il piede premuto sull'acceleratore anche quando pare di stare schiantati al sole come una lucertola in hangover.
Tutto quello che avevo scoperto sorprendente ed interessante nel Kaboom di Gregg Araki è portato ad un livello superiore, creando un cocktail che deve certamente più di qualche citazione alla saga di Mad Max - che ora mi ritrovo con una voglia pazzesca di rivedere - e che diviene una vera e propria bomba ad orologeria grazie ad evidenti influenze di cult degli anni passati come Fight club o Cuore selvaggio spolverati con un bel pò dell'estetica grindhouse che dai tempi di A prova di morte, Planet Terror e La casa del diavolo ha conosciuto una sorta di seconda giovinezza.
Il giovane regista Evan Glodell - autore della sceneggiatura nonchè protagonista nel ruolo di Woodrow -, dimostra di avere talento se non altro nel mescolare elementi che non sono farina del suo sacco riuscendo nell'impresa di farli apparire rivisitati secondo una sua mitologia personale - geniali i continui riferimenti a Lord Humungus -, senza dimenticare quanto l'ironia torni utile in casi come questo, in cui la spocchiosità da presunto artista è in agguato dietro ogni singolo fotogramma.
L'aspetto più interessante, comunque, del suo lavoro, resta l'approccio totalmente grottesco e da "paura e delirio" rispetto a quello che è il motore del film: la decostruzione di una storia d'amore, con i suoi colpi bassi e quei momenti in cui pare di toccare il cielo con un dito - e non solo con quello -, il sesso e le ferite - dentro e fuori - che restano a farci compagnia ben oltre i limiti del rapporto, le amicizie ed i tradimenti, i se e i ma che ci si incollano addosso sul terreno minato per eccellenza dell'emotività.
Neanche fossimo a bordo della spettacolare Medusa assemblata dai due inseparabili amici - ho trovato magnifico il legame tra i due protagonisti, simbiotico eppure mai oppressivo, costruito sulla presenza costante eppure completamente scombinato - assistiamo con la rottura tra Woodrow e Milly ad un vero e proprio cambio di marcia della pellicola, che ci sbatte contro i sedili e prende a sputare fuoco e fiamme dai tubi di scappamento, proiettandoci nel pieno di un viaggio allucinato e violento, sconnesso e totalmente istintivo ma progressivamente sempre più lucido, in uno dei crescendo conclusivi migliori che il genere sentimentale mi abbia riservato negli ultimi mesi.
Perchè una storia capace di sconvolgerci la vita è quasi sempre un'illusione che la stessa possa cambiare grazie a lei?
Giochiamo ad illuderci chiudendo gli occhi a tutto quello che ci sta intorno - prime tra tutti le persone che tengono davvero a noi - convinti che la lotta non potrà che farci del bene, e portare a qualcosa di più grande: quante cazzate combiniamo quando crediamo sia amore.
Woodrow le prova sulla pelle, una dopo l'altra, in una spirale che pare senza ritorno, e come un elastico lo porta avanti e indietro su un'ascensore sconnessa che pare il più fulminato degli ottovolanti da luna park uscito da una specie di horror emozionale figlio degli ultimi fuochi dei seventies selvaggi: e si schianta, come in una vhs riavvolta fino a mangiarne il nastro.
Fino a svegliarsi.
O dormire per sempre.
E trovarsi di fronte alla leggenda di se stesso.
Lord Humungus non può essere sconfitto.
Lord Humungus prende quello che vuole senza chiedere.
Lord Humungus schiaccia quello che non gli sta bene.
Ma Woodrow non è Lord Humungus.
E neppure Mad Max.
Nessuno di noi lo è.
Specialmente quando c'è di mezzo il cuore.
E ancor più quando lo stesso si trasferisce in mezzo alle gambe.


MrFord


"I've got nothing to do, but hang around and get screwed up on you
I've got nothing to do, but hang around and get screwed up on you
your beauty makes me feel alone
I look inside but no one's home
screw that
forget about that
I don't want to think about anything like that."
Therapy? - "Screamager" -


mercoledì 8 febbraio 2012

Take shelter

Regia: Jeff Nichols
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 120'



La trama (con parole mie): Curtis, operaio edile con un impiego solido, una vita onesta, una buona assicurazione sanitaria ed una famiglia in cui tutto pare funzionare, dall'amore per la moglie Samantha a quello per la figlia sordomuta Hannah, comincia ad avere problemi di relazione con il mondo esterno quando incubi apocalittici lo vedono affrontare una tempesta enorme.
L'uomo, allarmato da questi sogni e turbato dal ricordo della madre che fu schiacciata dalla schizofrenia comincia a costruire un rifugio che, ai suoi occhi, sarà la speranza per la sua famiglia quando arriverà il momento del cataclisma: attorno diffidenza, timore e preoccupazione per la sua condizione si propagano allontanandolo da tutto e tutti.
Solo Samantha e la piccola Hannah continuano a credere, non senza fatica, in lui: come finirà, dunque, il loro mondo fino a poco tempo prima perfetto?




Ci sono cascato, e con tutte le scarpe.
Jeff Nichols, neanche fosse il Maestro dell'illusione Welles o il suo erede odierno Christopher Nolan è entrato in casa Ford pensando bene di farmi credere che il Curtis interpretato da un gigantesco Michael Shannon fosse davvero pazzo, con i suoi sogni dal respiro apocalittico in bilico tra un Von Trier finalmente divenuto grande cineasta ed uno Shyamalan una volta per tutte tornato ad essere regista e quel procedere per attese e silenzi.
Ha pensato bene di farmi credere di essere di fronte ad un film sopravvalutato impreziosito da una tecnica decisamente notevole e due protagonisti in stato di grazia - perchè Jessica Chastain risponde per le rime al già citato Shannon, imponendo uno standard altissimo al suo partner sullo schermo - ma privo di quell'anima in grado di renderlo grande.
Ha pensato bene di costruire la tensione per qualcosa che potessi prima negare, dunque affrontare chiedendomi dove avrebbe portato, restare ammirato di fronte al coraggio di Samantha di viverlo sulla pelle accanto al marito, non chiedermi il perchè di una riconciliazione e dunque rimanere impietrito di fronte all'evidenza di una verità folgorante.
Perchè Take shelter non è un film sulla follia, come parrebbe presentarsi: o almeno non come noi vorremmo che fosse, osservando Curtis sprofondare nel terreno costruendo un rifugio che porti in salvo le due donne della sua vita da una tempesta che scuoterà il mondo mentre noi, dall'altra parte, arriviamo quasi a compatirlo, a pensare a quanto è dura quando è la mente ad ammalarsi, e non il corpo, perdendosi senza possibilità di tornare indietro anche quando si è presenti fisicamente.
Take shelter è un film sulla fede, ma non come noi ci aspetteremmo che fosse: è la storia di una donna che vede una vita apparentemente perfetta sgretolata da visioni in cui non sa se credere, il marito chiudersi al mondo e perdere progressivamente il lavoro, l'assicurazione sanitaria, gli amici, la faccia - magistrale la sequenza della cena di gruppo ed il confronto tra Curtis e Dewart -, la figlia navigare in un mondo di silenzio che i suoi coetanei, ancora troppo piccoli, non sono in grado di esplorare eppure, aggrappandosi a nient'altro che la sua famiglia, le persone che ama, si ritrova a fare da testimone ad un evento straordinario.
Ed è così che mi sono sentito, al termine della visione: sconvolto dal movimento delle mani della piccola Hannah, dipinto con tutta l'innocenza che quello stesso mondo di silenzio le garantisce; commosso dallo sguardo di Curtis, che apparentemente vinti i suoi incubi non può che chiedere conferma alla donna che l'ha sostenuto di quello che ha davanti agli occhi; liberato da quel quasi impercettibile assentire di Samantha, che pare togliere dalle spalle di Curtis tutto il peso di una follia che non c'è.
O forse sì, ma dall'altra parte: in un mondo in cui le regole stanno cambiando, ma che nessuno pare pronto a fronteggiare.
Un mondo che aggredisce senza guardare in faccia a nessuno.
Un mondo che spazza via tutte le certezze che abbiamo.
Ed è allora che non resta altro se non stringerci a chi amiamo e proteggere quello che nessuna tempesta è in grado di toglierci.
Mettersi al riparo, prima che piova troppa merda.
Gli ombrelli non servono più, e mi torna in mente la meravigliosa graphic novel di Will Eisner, Verso la tempesta, in cui i giovani americani in partenza per il fronte europeo della Seconda Guerra Mondiale andavano incontro ad una perturbazione che avrebbe cambiato il mondo.
Questa è una tempesta diversa, come lo sono i tempi.
Ma non è detto che faccia meno danni.
Ed è diverso anche questo film.
Perchè non parla di follia, ma di fede.
Non di isolamento, ma di unione.
E lo fa con una potenza che ha pochi pari nel panorama cinematografico attuale.
Mettetevi al riparo, gente.
Tenetevi stretti chi amate e guardate arrivare l'opera di Nichols.
Il vostro mondo, dopo, non sarà più lo stesso. 


MrFord


"Oh, a storm is threat'ning
my very life today
if I don't get some shelter
oh yeah, I'm gonna fade away."
The Rolling Stones - "Gimme shelter" -



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