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sabato 22 dicembre 2018

Thursday's child in very late Christmas Edition



In occasione delle Feste e prima di lasciare spazio alle consuete classifiche di fine anno, la rubrica dedicata alle uscite cinematografiche condotta da questo vecchio cowboy e dal finto giovane Cannibal Kid torna a festeggiare il Natale in casa Ford come lo scorso anno nientemeno che con la signora Ford in persona, Julez: un triangolo "perfetto" per pranzi e cenone con fuochi d'artificio assicurati.
Intanto, auguri a tutti e a risentirci con questa rubrica nel duemiladiciannove!


"Non riesco a capire di quale Mary Poppins stiano parlando questi bloggers."
Amici come prima (dal 19 dicembre)

"Non vedo neppure un White Russian, razza di finto giovane: se non vuoi essere licenziato, procuramene subito uno!"
JZ – “Amici come prima, mi costa una fortuna riuscire ad ammettere che… è stato solo un gioco, un affare da poco, ma sono innamorato di te”. Ecco il film delle feste per Ford e Cannibal. Sarà la volta buona che trasformeranno questo loro sodalizio artistico in qualcosa di più? Io sono pronta alla famiglia allargata, a patto che Cannibal faccia i mestieri di casa al posto mio.
Cannibal Kid: Cara JuleZ, l'unico compito che posso fare in casa è quello del Massimo Boldi di turno, ovvero scorreggiare. Il “film” comunque pare che sia ispirato al rapporto di nemicamicizia tra me e Ford, quindi se incassa bene dovremmo chiedergli una parte dei profitti. Io spero comunque che non vada a vederlo nessuno.
Ford: purtroppo mi trovo d'accordo con Cannibal e spero anch'io che nessuno vada a vedere questa roba fuori tempo massimo. Molto più divertente una bella fiera delle gag per un'ipotetica cena di Natale con i Ford tutti e Cannibal solo.

Il ritorno di Mary Poppins (dal 20 dicembre)

"Evvai! Ho trovato qualcuno più vecchio di me: è Ford!"
JZ – mi pareva di aver già visto questo film su Pornhub, ma poi Cannibal e Ford mi hanno fatto notare che non c’era la M tra la o e la p. Peccato. Sarebbe stato di sicuro molto più interessante di questa roba che ha tutta l’aria di essere “una cagata pazzesca”.
Cannibal Kid: Il film su PornHub è imperdibile. Riguardo a quello della Disney invece ho un solo dubbio: lo odierò quanto o ancora di più dell'insopportabile originale degli anni '60? E lo odierò persino più di Ford? Ho l'impressione che non basterà un poco di zucchero per mandare giù questa visione amara.
Ford: considerato come sono andati questi ultimi mesi di uscite cinematografiche, ho come l'impressione che Pornhub scalzerà presto Netflix, mentre è quasi impossibile che questo inutile sequel o reboot o qualunque cosa possa essere riesca nell'impresa di convincermi a concedere più di trenta secondi di visione. Neanche fosse un film di Von Trier o un titolo d'autore consigliato da Cannibal.

Bumblebee (dal 20 dicembre)

Il trasformer Fordot discute di Cinema con il Cucciolo Eroico.
JZ – stavo per parlarne male (così a priori), ma mi si è risvegliata l’ormonella. Dylan O’Brien e Justin Theroux, una combo più che soddisfacente per me.
Cannibal Kid: Calmo subito i bollori della Signora Ford, evidentemente poco soddisfatta dalla prestazioni del maritino troppo impegnato a giocare a Red Dead Redemption II, dicendo che Dylan O'Brien presta qui la voce al Maggiolone giallo e quindi non compare sul grande schermo. Inoltre in Italia sarà doppiato dal campione di volley Ivan Zaytsev, perciò non sentiremo manco la sua voce. Poco male per me, comunque, visto che Hailee Steinfeld e l'ambientazione anni '80 sono due motivi più che sufficienti per renderlo a priori il miglior film della saga dei Transformers.
Ford: la saga dei Transformers al Cinema mi ha sempre fatto cagare, e questo film non mi pare possa aggiungere davvero qualcosa. Certo, gli anni ottanta ed Hailee Steinfeld potrebbero essere validi motivi, ma penso che, piuttosto, dedicherò un bel paio d'ore a Red Dead Redemption II.


Old Man & the Gun (dal 20 dicembre)

"Posso abbattere il Cannibale anche sparando a salve con le dita."
JZ – la vera storia di Mister James Ford: Robert Redford ha pagato fior di soldi per poterlo interpretare sugli schermi. Ora infatti abbiamo una villa alle Bahamas.
Cannibal Kid: Che fai, JuleZ, mi rubi le battute? Non è che pure tu sei ai ferri corti con il tuo (ormai quasi ex?) marito?
Ford: finchè abbiamo la villa alle Bahamas, Cannibal, direi che sto in una botte di ferro grazie a RedDeadFord che ha promesso anche di finanziare personalmente tutta la campagna promozionale del prossimo romanzo di Julez.

Cold War (dal 20 dicembre)

"Questo paesaggio è una tristezza." "Già. Pare di stare a Lodi, o a Casale Monferrato."
JZ – film in bianco e nero, amore impossibile, osannato dalla critica. Spero non mi faccia incazzare, perché in realtà mi ispira parecchio.
Cannibal Kid: Film che da buon radical-chic ho già visto. Esteticamente è uno dei lavori migliori dell'anno. A livello emotivo invece è un po' freddino. D'altronde aspettarsi qualcosa di diverso da una pellicola polacca intitolata Cold War sarebbe come aspettarsi la pace tra me e Ford.
Ford: da non radical chic ma amante del Cinema d'autore fatto bene, questo Cold War potrebbe essere uno dei titoli più importanti di quest'anno scialbissimo. Senza contare che il regista è lo stesso di Ida, che riuscì a mettere d'accordo perfino due più o meno nemici come Cannibal e il sottoscritto. Se poi fosse un pretesto per convincere Julez a tentare una visione "d'essai", tanto di guadagnato.

Ben Is Back (dal 20 dicembre)

"Non mi frega nulla di Julia Roberts! Anche io volevo passare il Natale in casa Ford, proprio come Cannibal!"
JZ – buoni sentimenti, lacrimoni faciloni, retorica all’ammmericana, tutto condito con feste di Natale. Mancano giusto le bestemmie per renderlo un cult. Quelle, alle feste, le porto io insieme al panettone. Non c’è niente da temere.
Cannibal Kid: Spero proprio che JuleZ abbia descritto il Natale in casa Ford e non il film.
Ford: Cannibal, fai un salto a Milano il 25 e potrai vivere l'esperienza live del vero Natale in casa Ford. In caso fammi sapere per tempo, così preparo un bel ring.

Capri-Revolution (dal 20 dicembre)

Tipica immagine molto radical chic di stampo cannibalesco.
JZ – con un titolo così mi aspettavo una merda. Invece la trama è interessante e Martone non è proprio l’ultimo dei fessi. Non dico che è il primo nella “to watch list”, ma ci entra di soppiatto.
Cannibal Kid: Ed ecco che JuleZ si scopre radical-chic. Come, e forse persino di più, del suo consorte. Hey, chi l'avrebbe detto?
Ford: questa non me l'aspettavo neanche io da Julez. Che sia una sorpresa di Natale legata ad un aperitivo di festeggiamento? Ora mi aspetto solo che Cannibal dica di amare il wrestling e poi posso ritirarmi felicemente nel lungo tunnel alcolico delle feste. Ci rivediamo a gennaio.

Spider-Man – Un nuovo universo (dal 25 dicembre)

"Non ci saranno un pò troppi supereroi, oltre che a troppi Spider Man?"
JZ – io capisco benissimo (e subisco) il fascino dei supereroi e di Spider-man. Però avete rotto il cazzo eh!
Cannibal Kid: Io non ho mai capito né tantomeno mai subito il fascino dei supereroi come JuleZ. D'altra parte lei è rimasta affascinata persino da uno come James Ford, e quindi che le vuoi dire?
Se però hanno rotto il cazzo (i supereroi e sospetto anche Ford) pure a lei, figuriamoci a me.
Ford: io rompo il cazzo per contratto, ma oggettivamente i supereroi - e Spidey è uno dei miei favoriti - stanno facendo perfino peggio.

La Befana vien di notte (dal 27 dicembre)

"Certo che questi bloggers prendono molto sul serio le loro delusioni cinematografiche!"
JZ – io amo Paola Cortellesi. Tanto che vorrei essere lei. Però sto film. EDDAI! Ma che davero davero? Ma perché? Ma perché? La befana. Ma perché? Nel trailer giusto due battute simpatiche (probabilmente le uniche del film). Non ci punterei due soldi.
Cannibal Kid: Paola Cortellesi mi sta simpatica e come attrice non se la cava niente male. Considerata l'approvazione sia su Pensieri Cannibali che su WhiteRussian del recente Come un gatto in tangenziale, mi sa che questa Befana sarà tra le poche pellicole del periodo a fare visita sia nella mia lussosa dimora, che nella capanna dei Ford ahahah
Ford: nella capanna dei Ford, invece, penso ci sarà spazio per il consueto ed intramontabile Una poltrona per due, e che la Befana dovrà passare solo per offrirmi un paio di settimane di detox dai festeggiamenti. La Cortellesi mi sta simpatica ed è anche brava, ma questo film mi attrae meno di Cannibal che volteggia vestito da strega su una scopa volante il sei gennaio.

Moschettieri del re – La penultima missione (dal 27 dicembre)

"Ragazzi, ho bisogno che mi copriate le spalle: se Ford mi mette le mani addosso, mi riduce peggio di Cannibal Kid."

JZ – Stavo per massacrarlo, immaginandolo una di quelle trashate italiane che mi fanno venire l’ulcera. Ma il trailer mi ha fatto ridere per cui. Vada per la penultima missione. E speriamo che non sia l’ultima spiaggia.
Cannibal Kid: Io rimango dell'idea che sia una trashata clamorosa. E poi io le storie di Dumas, davvero troppo fordiane per me, non le ho mai sopportate. Nemmeno La maschera di ferro. E considerando che lì c'era l'idolo DiCaprio e qui c'è il sanremese Favino, fate voi...
Ford: potrà aver fatto ridere la signora Ford, ma la presenza di Papaleo renderebbe per me indigesto perfino un film di Kubrick. Neanche fosse Ceccherini.

Suspiria (dall'1 gennaio)

Il regalo di Natale di Ford per Cannibal.
JZ – cinquanta sfumature di Argento. Non so cosa aspettarmi da questo remake, ma c’è da dire che Guadagnino ha mantenuto intatta l’atmosfera anni ’70 del primo film. Per sicurezza lo vedrò, con Ford da una parte e Cannibal dall’altra, sul nostro divano allargato da famiglia allargata.
Cannibal Kid: Questo film lo attendo così tanto che sarei disposto a vederlo addirittura in casa Ford...
Quale ambientazione più horror di quella?
Ford: Cannibal, casa Ford è sempre aperta per una visione interessante. Molto meno interessante il fatto che questo film potrebbe perfino metterci d'accordo.

Ralph spacca internet (dall'1 gennaio)

"Ragazze, ma tra voi principesse manca Katniss Kid! E' inaccettabile!"
JZ – che me ne faccio di Ralph quando ho già Ford spacca palle e Cannibal spacca famiglie?
Cannibal Kid: Ford, ma che stai combinando in questo periodo per farti odiare da JuleZ ancora più che da me? Le hai proposto una delle tue mortali rassegne cinematografiche? Tra i personaggi Disney recenti, in ogni caso, Ralph e la mitica Vanellope sono tra i miei preferiti, quindi se proprio devo vedermi una bambinata, punto su questa.
Ford: Ralph e Vanellope sono un pò come me e Cannibal, dunque nel nome della famiglia allargata direi che questo potrebbe essere il film delle Feste da vedere con i Fordini.

Aquaman (dall'1 gennaio)

"Il modello di Ford per quanto riguarda l'essere tamarro sono io, non The Rock!"
JZ – so già cosa succederà durante la visione di questo film. Ci sarà molta, molta, moltissima acqua in casa Ford. Uno tsunami. (Lo vedrò rigorosamente da sola)
Cannibal Kid: Jason Momoa scatena l'ormone di JuleZ. Certo che le piacciono proprio i tamarri scatenati!
Ford: se non le fossero piaciuti non sarebbe finita con un tamarro della mia specie. Vorrà dire, comunque, dato che mi ispira poco e niente, che mentre lei si dedicherà allo tsunami io rivolgerò la mia attenzione al Mary Poppins giusto.

Van Gogh – Sulla soglia dell'eternità (dal 3 gennaio)

"Amico, tu sei pazzo, mica Van Gogh!"
JZ – tu sei pazzo, mica Van Gogh, se pensi che guarderò questo film. Già i biopic non sono il mio genere preferito, poi da quando ho visto Antichrist di Von Trier Willem Defoe non lo tollero più. Piuttosto mi taglio un orecchio e lo servo per cena a Ford e Cannibal (che di regola dovrebbe apprezzare).
Cannibal Kid: Adoro i film biopic, ho amato il recente geniale Loving Vincent, quindi mi guarderò anche questo nuovo lavoro su Van Gogh. Sgranocchiando durante la visione qualche pop-corn e l'orecchio gentilmente offerto da JuleZ.
Ford: tu sei pazzo, mica Van Gogh, se pensi che mi faccia contagiare dal radicalchicchismo di Cannibal. In realtà adoro anch'io i biopic e Van Gogh, e nonostante l'antipatico Defoe questo lavoro pare interessante. Ma dato che non voglio essere troppo d'accordo con il mio rivale, attenderò di leggere la sua recensione per poi decidere di snobbarlo o sperare di massacrarlo.

Il gioco delle coppie (dal 3 gennaio)

"C'è poco da ridere, bello mio: se non mi servi un White Russian ti faccio fare la fine che Ford fa fare al Cannibale ad ogni Blog War."
JZ – film francese con Juliette Binoche sulla crisi di mezza età. Ciaone. Starò ancora asciugando a terra il disastro combinato con Aquaman.
Cannibal Kid: Capolavoro annunciato del radical-chicchismo francese, potrebbe avere su di me lo stesso effetto che Aquaman avrà su JuleZ. E manco l'osceno titolo italiano che richiama alla mente un programma che davano quando io ero un bambino, e Ford era già un anziano, riuscirà a farmi desistere dal guardarlo.
Ford: Assayas è un regista interessante da sempre, ma questo film pare una radicalchiccata davvero eccessiva per questo vecchio cowboy. Meglio spassarsela con un bell'action che aiuti il già citato detox del post festività.

Vice – L'uomo nell'ombra (dal 3 gennaio)

E' Dick Chaney l'uomo dietro alla misteriosa pace natalizia tra Ford e Cannibal!?
JZ – finalmente un film che mi sembra interessante. Un cast all star, una storia vera, una regia che pare bella tensiva come piace a me. Christian Bale irriconoscibile, Sam Rockwell (che adoro) e Steve Carell. Mi aspetto molto da questa pellicola. Forse l’unica che potrebbe mettere d’accordo la nuova famiglia Ford/Cannibal.
Cannibal Kid: Il regista de La grande scommessa torna a collaborare con l'eroe cannibale Christian Bale in quello che si preannuncia come uno dei filmoni del 2019. Su questo tutti d'accordo e così chiudiamo quest'ultimo appuntamento con la rubrica sulle uscite cinematografiche del 2018 in stile volemose bene disneyano. Mi viene da vomitare e lo farò rigorosamente addosso a Mr. James Ford. Questo è il mio regalo di Natale per te, mio caro.
Ford: una chiusura disneyana in pieno stile fordiano e alla facciazza di Cannibal per un film che probabilmente farà iniziare con il botto il duemiladiciannove, che si spera possa rivelarsi cinematograficamente migliore dello scialbo diciotto. La grande scommessa, del resto, aveva messo pienamente d'accordo i due rivali per antonomasia della blogosfera, e qui ci sono tutte le premesse perché la cosa si verifichi di nuovo. Non accadrà due volte, invece, che il Cucciolo possa vomitarmi addosso, perché sarà impegnato a contare i lividi provocati da una serie pressochè infinita di People's Elbow. E questo è il mio regalo di Natale per te, caro mio.

martedì 25 ottobre 2016

Cafè Society (Woody Allen, USA, 2016, 96')





Ho sempre considerato Woody Allen un grande del Cinema USA, anche se, in qualche modo, il suo talento come sceneggiatore - soprattutto per quanto riguarda i dialoghi - per quanto mi riguarda ha sempre superato quello come regista, e ho amato alla follia molti dei suoi lavori, dai classici Io e Annie e Manhattan ai più recenti Accordi e disaccordi, Match point e Midnight in Paris.
Quello che non ho mai compreso, almeno a partire dalla metà degli anni novanta ad oggi, è la sua necessità di sfornare, quasi fosse un rito scaramantico, una pellicola a stagione, in barba alla volontà di molti cineasti di completare un'opera solo quando se ne sente intimamente il bisogno: sono molte, infatti, le delusioni cocenti che il regista newyorkese mi ha rifilato in questo senso, dal terribile e sopravvalutato Vicky Christina Barcelona all'orrido Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, e a quanto pare - non ho ancora avuto il coraggio di recuperarlo - il penultimo Irrational man.
Dunque, come sempre negli ultimi anni, Cafè Society rappresentava una scommessa, l'ennesima ripetizione dell'ormai classica domanda "sarà l'Allen dell'anno buono?": il risultato, seppur non memorabile, quantomeno mi fa affermare che sì, si tratta dell'Allen dell'anno buono, forse confortato da un setting che ormai gli calza a pennello - quello della prima metà del Novecento - e dalla sua abilità di rendere quasi digeribili attori che non sopporto - Jesse Eisenberg - e quasi bravi altri che ritengo cani maledetti - Kristen Stewart -.
Cafè Society, dunque, si inserisce tranquillamente nel filone "carino" della sua produzione accanto a titoli come Magic in the moonlight o Scoop, racconta una storia a metà tra ironia e malinconia, e riesce a strappare risate così come sospiri legati alle opportunità non colte, o, più semplicemente, alle cose che il Destino non ha voluto andassero come avrebbero voluto i loro protagonisti, cui non resta che rifugiarsi nei sogni per accarezzare l'idea di come sarebbero state.
Probabilmente il vecchio Woody sa di giocare in casa, dalla consueta ma rispettosa ironia ebraica alla preferenza per la Grande Mela rispetto a Los Angeles - capisco meno quella per la già citata Kristen Stewart rispetto a Blake Lively, ma questa è un'altra storia -, dai riferimenti al mondo del Cinema dei tempi alle storie d'amore mai risolte, da un protagonista al limite dell'antipatico che si segue con partecipazione minore rispetto al fratello gangster portato sullo schermo come una macchietta grottesca alla capacità di raccontare l'amore - che finisca bene o male, poco importa - e tutte le sue sfumature assurde e quasi ridicole.
Tutto è scritto, diretto e confezionato senza sbavature, come un ingranaggio ben oliato, e forse è proprio per questo che, alla fine, il bello finisce quasi per risultare essere il finale che non vorremmo, in cui tutti - quantomeno i protagonisti - nascondono qualcosa e celano ombre, e finiscono per rifugiarsi nei sogni non tanto per evadere da una realtà che comunque soddisfa e rende felici quanto per pensare ad un'altra possibilità, un'altra vita, un'altra storia.
Un pò come quando, grazie al Cinema, per un'ora e mezza diventiamo qualcuno, visitiamo un'altra epoca, immaginiamo come sarebbero andate le cose se ci fossimo trovati in un altro posto, in un altro momento: del resto, "la materia di cui sono fatti i sogni" è alla base del cocktail che gustiamo grazie alla settima arte, che si tratti di un locale di lusso figlio della Cafè Society o dei loschi traffici dei gangsters dei bassifondi.




MrFord



 

mercoledì 13 gennaio 2016

La grande scommessa

Regia: Adam McKay
Origine: USA
Anno: 2015
Durata:
130'








La trama (con parole mie): siamo nei primi anni duemila quando alcuni outsiders, geni, giovani rampanti e folli legati al mondo della finanza americana profetizzano quello che era da sempre considerato impensabile, l'implosione del mercato immobiliare, da sempre sostenuto fondamentalmente dalle truffe legalizzate perpetrate dalle banche a partire dai mutui.
Michael Burry, Jared Vennett, Mark Baum e Ben Rickert - di fatto mentore dei giovani Jamie Shipley e Charlie Geller - decidono di lanciare una sfida all'intero sistema attendendo come squali il momento in cui le loro intuizioni si riveleranno fondate: il tempo richiesto finirà per essere più del previsto, le difficoltà e i dubbi decisamente maggiori, ma quando alla fine i nodi verranno al pettine, per questo insolito manipolo di uomini arriverà l'attimo non solo della vittoria, ma anche dell'affermazione e della ricchezza.
Peccato che, di fatto, questo avrà significato la bancarotta per un intero Paese.










Non ho mai capito nulla, di finanza e simili.
E non sono mai stato attaccato ai soldi, come concetto o anche fisicamente.
Nel corso della mia vita, ho sempre speso quel poco che ho guadagnato, finendo per mettere a frutto l'amore per l'esperienza rispetto a quello che potrebbe dare un conto in banca ben ingrassato.
In un mondo come quello descritto con ironia pungente e sagacia da Adam McKay, ispiratosi ad un romanzo ed a fatti reali, probabilmente, risulterei fuori luogo almeno quanto in canotta e bermuda con tatuaggi in vista in una festicciola di radical chic hipster.
E forse anche di più.
Ammetto, dunque, di essermi sentito un povero stronzo in più di un'occasione, nel corso della visione de La grande scommessa, pronto a raccogliere i suggerimenti - spassosissimi - delle varie Margot Robbie o Selena Gomez chiamate a spiegare a noi comuni mortali cosa accade nei corridoi dell'alta finanza usando esempi e termini più vicini a quelli cui siamo abituati nella vita di tutti i giorni: in un certo senso, il lavoro del buon McKay ha riportato alla mente del sottoscritto la visione di Margin Call, più di quella di The Wolf of Wall Street, e la coscienza del fatto che, essendo così poco legato ai soldi, probabilmente finirò per essere per tutta la vita fregato da chi tira le fila del mondo in questo senso, spinto come sono più dal senso di sopravvivenza e dalla dedizione al succhiare il midollo della vita che non a preoccuparmi di tenere i conti o del fatto che la mia banca mi stia allegramente inculando con il mutuo.
Del resto, io non controllo neppure il cedolino della busta paga, giusto per darvi un'idea.
Ad ogni modo, La grande scommessa è senza dubbio uno dei titoli più interessanti di questo inizio anno molto promettente, un film corale che non è un film corale, una sorta di docu-fiction legata a fatti realmente accaduti che riesce a mantenere la giusta distanza dall'eccessiva freddezza della cronaca così come dall'enfasi a rischio retorica della grande pellicola strappa-Oscar, interpretato da applausi da un cast in grandissimo spolvero - su tutti, gli ottimi Christian Bale, sempre strepitoso, e Steve Carell, ormai diventato una garanzia - ed impreziosito da una serie di espedienti - l'utilizzo di Ryan Gosling e degli "ospiti" del regista prima di tutto - pronti ad alleggerire quello che, diretto diversamente, sarebbe apparso come un polpettone buono giusto per gli studenti di economia e gli aspiranti yuppies.
Pur riconoscendo il valore dell'opera, però, devo ammettere di aver amato La grande scommessa molto meno di quanto avrei voluto, finendo per giudicarlo "solo" un gran bel film, interessante e divertente ad un tempo, nonchè una denuncia per nulla sottile di un sistema - il nostro, figlio del consumismo e della corsa al possesso - che non può e non potrà fare nient'altro che danni e rimanere uguale a se stesso - emblematico il finale, in questo senso -: probabilmente, per un tipo pane e salame e poco interessato all'argomento come il sottoscritto, un prodotto di questo genere potrà sempre e solo apparire distante, e privo dell'emozione che, ogni volta che mi siedo sul divano, davanti al computer o in sala mi aspetto di ricevere come se fosse il bicchiere bello pieno dall'uomo dietro il bancone.
Di fatto, in casi come questo, è come se mi si porgesse un calice di vino - per quanto strepitoso - al posto di un Islay, o di un whisky giapponese.
Da par mio, dunque, scommetto sul valore de La grande scommessa pur non avendolo sentito così nel profondo, rimanendo a distanza con il bicchiere in mano pensando a quanti criminali sono a piede libero nel mondo senza neppure avere le palle per essere criminali veri, e quanto riesce ad essere davvero grande il Cinema americano quando si libera dalla retorica e decide di raccontare una storia, anche quando quella stessa storia è distante anni luce da quella che vorremmo ascoltare.





MrFord





"Master of puppets I’m pulling your strings
twisting your mind and smashing your dreams
blinded by me, you can’t see a thing
just call my name, ‘cause I’ll hear you scream
master
master
just call my name, ‘cause I’ll hear you scream
master
master."
Metallica - "Master of puppets" - 






lunedì 16 marzo 2015

Foxcatcher - Una storia americana

Regia: Bennett Miller
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 129'






La trama (con parole mie): Marc e David Schultz sono due fratelli, entrambi medaglia d'oro nella lotta alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984, profondamente legati dagli allenamenti ai suggerimenti sul quadrato. Il primo, solitario e scostante, vive come in bilico, mentre il secondo, legato a moglie e figli, appare solido e sicuro, sempre.
Quando il miliardario John Du Pont, abituato a comprarsi con il denaro tutto ciò che può o non può avere ed appassionato di wrestling decide di fare da mecenate al primo affinchè si prepari al meglio per i Mondiali ed i successivi Giochi Olimpici di Seoul, l'equilibrio tra i due fratelli cambia.
Marc, desideroso di emanciparsi dalla figura di David, cercherà in tutti i modi di compiacere Du Pont fino a quando le incompatibilità caratteriali tra i due porteranno anche lo stesso David alla sua corte.
A questo punto le premesse per le nuove Olimpiadi diventano tutt'altro che buone, ed il destino dei tre diverrà drammatico archiviate le stesse.








Ai tempi della divulgazione delle nominations agli ultimi Oscar, rimasi stranito rispetto alla scelta di assegnarne ben cinque allo sconosciuto - almeno ai tempi qui in Italia - Foxcatcher, legato ad una vicenda realmente accaduta negli States e profondamente legato alla cultura a stelle e strisce ed al wrestling olimpionico: questo fino a scoprire che l'uomo dietro la macchina da presa era Bennett Miller, che qualche anno fa colpì al cuore questo vecchio cowboy con lo splendido Moneyball, vicenda sportiva spunto per riflessioni decisamente più profonde in ambito umano.
E, posso dirlo con grande soddisfazione, devo ammettere che Miller, ancora una volta, centra il bersaglio in pieno: Foxcatcher, infatti, è un solido e classico prodotto made in USA, che sfrutta la cornice sportiva di nicchia del wrestling - come fece anche l'ottimo Win Win - per raccontare, di fatto, la solitudine dai due lati della barricata, e da entrambi ugualmente drammatica.
Lo fa sfruttando il Marc Schultz di Channing Tatum - in quella che penso possa essere considerata la sua migliore interpretazione in carriera -, lottatore nel corpo più che nello spirito, cresciuto nel disagio ed all'ombra del fratello maggiore David così come visceralmente legato a quest'ultimo, ed il John Du Pont di un quasi irriconoscibile Steve Carell - forse un gradino più in basso del giovane protagonista, ma comunque ottimo nello sfruttare principalmente lo sguardo per rendere l'abisso dell'animo del suo personaggio -, miliardario abituato ad avere proprio grazie alla sua fortuna tutto quello che vuole come fosse un bambino cresciuto in un negozio di giocattoli delle dimensioni del mondo.
Bennett Miller, però, non deve amare troppo i sensazionalismi, dunque bandita assolutamente la retorica e sfruttato un ritmo dilatato da film più che indie assolutamente autoriale si occupa dei suoi protagonisti con passione mitigata da un approccio apparentemente glaciale che, paradossalmente, non toglie nulla ad uno dei film più interessanti che il panorama americano abbia offerto in questa prima parte dell'anno, una cronaca nerissima legata allo scontro di due disperazioni pronte a far pagare il dazio più pesante all'unica figura, al contrario, equilibrata ed al centro di un'esistenza piena e basata sull'amore.
In una cornice bucolica che pare uscita da un film in costume - la tenuta di Du Pont, avvolta dalla Natura ed a suo modo simbolo dell'isolamento del suo "sovrano" - in cui tutto pare passare da un dittatore infantile dominato da un rapporto più che distorto con la madre si consuma dunque uno dei drammi sportivi e di cronaca nera più assurdo che gli States abbiano conosciuto nella loro Storia recente, neanche si trattasse di una versione asciugata e priva di ogni eccesso ed orpello del grottesco ed altrettanto nero Pain&Gain: il sogno americano di Du Pont, autoproclamatosi "Golden Eagle", e quello degli Schultz, ragazzi cresciuti quasi esclusivamente solo con le loro forze che sul quadrato finiscono per riversare la loro voglia di distruggere - Marc - e di costruire - David -, trova un compimento più che amaro attraverso una vicenda che pare triste e grottesca, a volte così assurda da non apparire neppure un fatto documentato di cronaca.
Addirittura, e scomodando paragoni importanti, osservando Du Pont di fronte al televisore che mostra il documentario autocelebrativo da lui stesso commissionato, mi è parso di tornare all'incubo casalingo di Capturing the Friedmans, osservando un uomo scomparire all'interno della propria ricchezza imponendo a chiunque gli stia attorno non solo di riconoscere una grandezza soprattutto emotiva che probabilmente non ha mai posseduto, ma anche di ringraziarlo per questo.
Un incubo ad occhi aperti che fin dal principio troverà nei fratelli Schultz i capri espiatori perfetti, fragili esponenti di una realtà che impone di lottare, sempre e comunque, per poter raggiungere i propri obiettivi, invece che dare libero sfogo a desideri che sono compensazioni di squilibri affettivi attraverso il portafoglio ed il potere.
E a ben guardare, amaramente, è quello che accade ogni giorno, ovunque, da sempre.
Pochi eletti con quasi ogni mezzo a disposizione, ed un'enormità di individui disposti a lottare per le briciole intorno.
Fortunatamente, ci sono cose che nessuna fortuna potrà mai comprare.
Come la morte. E soprattutto la vita.



MrFord




"Money can't buy back
your youth when you're old
or a friend when you're lonely
or a love that's grown cold
the wealthiest person
is a pauper at times
compared to the man
with a satisfied mind."
Johnny Cash - "A satisfied mind" - 



mercoledì 7 maggio 2014

C'era una volta un'estate

Regia: Nat Faxon, Jim Rash
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
103'





La trama (con parole mie): Duncan, timido quattordicenne pronto ad affacciarsi ai difficili anni dell'adolescenza, parte per le vacanze estive con la madre Pam ed il suo nuovo compagno, il decisamente poco paterno Trent accompagnato dalla decisamente poco simpatica figlia. Travolto da un ambiente in cui non si riconosce e che pare presagirgli un'estate da dimenticare, Duncan troverà la forza di crescere e muovere i suoi primi passi da quasi adulto grazie al legame che si costruirà con la figlia dei vicini Susanna e soprattutto con Owen, coetaneo di sua madre ed eterno bambino - o quasi - pronto a mostrare a Duncan un lato solo apparentemente spensierato che lo trasformerà nella figura paterna della quale il ragazzo aveva disperatamente bisogno.








Ci sono film che è davvero un piacere, incontrare.
E non importa che siano a loro modo piccoli, o raccontino storie che tutti noi ben conosciamo, e che dunque potrebbero risultare quasi già sentite, o non siano destinati, di fatto, a fare la Storia della Settima Arte.
Si incontrano, e finiscono per entrarti dentro.
Lo stile Sundance, negli anni, è riuscito a regalare al sottoscritto diverse di queste esperienze, da The station agent a Little Miss Sunshine, senza dimenticare Adventureland o Sideways.
C'era una volta un'estate entra dritto nel novero di questi gioiellini pane e salame pronti ad arrivare dritti al cuore con genuina semplicità, parlando come se conoscessero il pubblico anche nelle parti degli stessi costruite sui ricordi di chi li ha scritti, diretti o interpretati.
E proprio da questo dovrei partire, rintracciando nel lavoro dietro la macchina da presa di Faxon e Rash, nella sceneggiatura che pare uscita da un film di formazione adolescenziale anni ottanta e nel variegato ed ottimo cast - in particolare il sempre grande Sam Rockwell - tutti i motivi per i quali ho amato moltissimo questa visione, con tutti i suoi limiti: ma non lo farò.
In fondo, quando scrivo di un film preferisco sempre quando lo stesso riesce a toccare corde che mi permettono di divagare mettendo vita ed esperienza al servizio delle parole, piuttosto che farmi soffermare sugli argomenti tecnici analizzati per non chiudere il post dopo una manciata di righe: The way way back - decisamente più funzionale titolo originale - è uno di questi.
Osservando, infatti, l'evoluzione del rapporto tra Owen e Duncan, mi è parso di essere spettatore di un miracolo temporale, e di assistere, di fatto, all'incontro tra il Ford di oggi e quello di una ventina d'anni fa, timido ed incasinato come il protagonista di questo film, uscito in pompa magna da un Noi siamo infinito non così fortunato come quello mostrato dall'appena citato - e meraviglioso - film.
Potendo, infatti, tornare indietro ed avere la possibilità di un confronto con il mio io di allora, sfrutterei tutta la faccia da cazzo di oggi per stimolare il carattere e la voglia di vivere che, ai tempi, parevano sepolti sotto una tonnellata di insicurezze e di paure, ed al contempo penso che sarei stato grato al Destino se, allora, avesse posto sul mio cammino una figura di riferimento così importante, invece che lasciare che fosse solo l'esperienza sulla pelle a mostrare al sottoscritto come stavano le cose.
Dalla partita a Pac-Man, dunque, fino all'ultimo saluto, nel legame tra questi due protagonisti così diversi per età, approccio, stile e chi più ne ha, più ne metta, ho riscoperto una buona parte di me stesso, finendo per lasciare libero spazio ai sentimenti e alle sensazioni, più che all'occhio critico e all'analisi "dura e pura" del film, godendomelo davvero e come una liberatoria estate, di quelle destinate a cambiare la direzione della nostra vita - almeno nel loro piccolo e per un certo periodo -, ed in grado di trasformare episodi semplici ed apparentemente da nulla come il bacio dato ad una ragazza in qualcosa di unico, epocale, mitico.
Qualcosa che possa permettere a noi che lo stiamo vivendo di sentirci, almeno per una volta, "fuori scala", o ai Goonies per sempre della mia risma in gente "da dieci", perchè sempre e comunque anche al massimo delle nostre possibilità non riusciremo ad andare oltre il nove, che sia per volontà, per caso o semplicemente per aver combinato qualche casino.
Duncan e Owen, il primo a sognare di vivere eternamente in quel luogo ed in quel momento, ed il secondo a ricordargli quanto sia importante sognare e rompere le regole e quanto, d'altro canto, sia fondamentale tenere conto dell'inverno, quando luoghi da sogno e pronti a regalare magie per una vita diventano vuoti e quasi tristi.
Duncan e Owen, due versioni di me stesso incontratesi al di fuori del Tempo.
Ed in mezzo Steve Carell ed il suo insopportabile Trent, che è riuscito a regalarmi il momento migliore della visione di questo piacevolissimo e prezioso film: all'ennesima stronzata dispotica del compagno della madre di Duncan, mi sono rivolto al Fordino dicendo "se per caso papà dovesse un giorno dirti una cosa del genere, sei autorizzato a prenderlo a pugni".
Julez, d'istinto, ha incalzato: "Puoi prendere a pugni papà quando vuoi, ma lui non ti parlerà mai in questo modo".
Nonostante non abbia avuto un Owen a farmi da guida, posso dirmi orgoglioso della strada che mi ha portato fino a qui.
Estate dopo estate.



MrFord



"When I met you in the summer
to my heartbeat sound
we fell in love
as the leaves turned brown."
Calvin Harris - "Summer" - 




venerdì 25 gennaio 2013

Cercasi amore per la fine del mondo

Regia: Lorene Scafaria
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 101'




La trama (con parole mie): Dodge è stato da non troppo tempo lasciato dalla moglie Linda, vive solo, ha una donna delle pulizie messicana troppo affezionata al suo lavoro, un rapporto irrisolto con il padre e si tiene stretta una routine che in realtà lo chiude ancor più del dolore.
Come se non bastasse, un asteroide sta per colpire la Terra, ed entro tre settimane il mondo conoscerà la sua fine.
Quando Penny entra nella vita dell'uomo da una finestra - letteralmente - tutto cambia: e da un viaggio surreale alla ricerca degli equilibri perduti potrebbe finire per nascere qualcosa di inaspettato in grado di salvare queste due malinconie traformandole in qualcosa di più grande proprio nel momento del botto che dovrebbe porre fine a tutto.




I film Sundance-style sono sempre piuttosto strani, da affrontare: il rischio di trovarsi di fronte schifezze d'autore da tempesta di bottigliate e cacca sullo zerbino così come piccoli cult per i quali perdere la testa è pressochè lo stesso, e proprio per questo motivo qui al Saloon la circospezione è praticamente di casa, quando si affrontano proposte di questo genere.
Il lavoro di Lorene Scafaria - attrice e sceneggiatrice al suo debutto dietro la macchina da presa - cui non avrei dato troppo credito alla vigilia, si pone in una giusta via di mezzo guadagnandosi il credito necessario a non passare per qualcosa di dimenticabile riuscendo a stimolare con discreta facilità qualche riflessione niente male lasciata passare attraverso le risate e le lacrime.
Certo, il plot non è una bomba di originalità e i due protagonisti non sono certo i migliori sulla piazza - Steve Carell, per quanto mi possa stare simpatico, non è che sia proprio Al Pacino, e Keira Knightley pare peggiorare ad ogni film che passa -, eppure qualche apparizione gustosa - come quelle di Martin Sheen nel ruolo del padre del protagonista e di William Petersen, che i fan di CSI conosceranno bene, nella curiosa parte dell'uomo che ha ingaggiato un sicario per ucciderlo prima della fine neanche ci trovassimo in un film di Kaurismaki - ed il contesto, oltre allo spirito da road movie - che sul sottoscritto esercita da sempre un fascino particolare - comportano un risultato finale tutto sommato piacevole, pur se non irresistibile.
Principalmente, nel corso della visione, passando da momenti di profonda malinconia ad altri al limite dell'assurdo - senza contare la storia d'amore che progressivamente vede coinvolti Dodge e Penny -, la cosa più interessante per il sottoscritto è stata quella di immaginare cosa accadrebbe se anche qui dalle nostre parti fosse annunciata la fine del nostro pianeta entro tre settimane: sarebbe una bella fregatura, questo è certo, soprattutto ora che è nato il Fordino, eppure cosa sarebbe del Saloon?
Si affronterebbe l'imminente fine con rassegnata tranquillità e pace zen oppure ci si dedicherebbe a tutto quello che la routine quotidiana tiene a bada?
Cosa fareste, voi, avendo a disposizione soltanto ventun giorni prima di vedere il sipario calare su questo mondo e queste vite?
Vi improvvisereste dei cercatori naif come Penny o il rifugio sarebbe la routine, come per Dodge?
Il pensiero andrebbe all'ingaggio di un killer - e torniamo a William Petersen - o a feste da salotto senza freni - almeno rispetto al contesto sociale comune -?
Esemplare, in questo senso, il party dato da Connie Britton e compari ad inizio pellicola, nel corso del quale i genitori propinano un cocktail dietro l'altro ai figli, si fanno di eroina e si lasciano andare ad ogni qualsiasi piacere pur di provare qualcosa di mai assaporato fino ad allora in vista della fine: e a cosa varrebbero tutte le possibilità elencate, di fronte al fatto di un'imminente distruzione planetaria?
Forse nulla.
Forse Dodge e Penny hanno ragione, a tentare di restare in movimento per capire alla fine che tutto quello che serve è loro accanto, e forse c'è un modo per salvarsi che va oltre l'improvvisazione e l'esagerazione senza criterio. O forse no. E nel momento di uno schianto come quello dell'asteroide che porrà fine alla Terra si sarà tutti uguali, come al cospetto di un gigantesco interruttore che, di colpo, spegnerà la luce.
Ed ecco, improvvisamente, che tutto pare non essere poi così divertente, grottesco, stralunato.
Forse la fine del mondo è una cosa seria.
O forse, più semplicemente, come ogni altra cosa della vita - morte compresa - andrebbe affrontata con lo spirito migliore possibile, tirato fuori con le persone che vorremmo accanto e in una cornice che possa abbracciarci come se esistesse una sicurezza per la quale nessuna fine avrà potere.
Perchè la salvezza potrà essere un'utopia, un sogno da film romantico destinato a non realizzarsi.
Ma non è detto che ci si possa sentire comunque al sicuro.
Perfino dagli asteroidi.
Perfino da noi stessi.


MrFord


"It's the end of the world as we know it 
it's the end of the world as we know it
it's the end of the world as we know it and I feel fine."
R. E. M. - "It's the end of the world as we know it (and I feel fine)" -


sabato 25 agosto 2012

40 anni vergine

Regia: Judd Apatow
Origine: USA
Anno: 2005
Durata: 116'




La trama (con parole mie): Andy ha ormai raggiunto il traguardo dei quaranta, vive solo dedicandosi completamente ad una lista infinita di hobbies da nerd e a serate passate con i vecchi coniugi del piano di sopra senza essersi mai concesso una sana, goduriosa, piacevole scopata.
Quando un gruppo di suoi colleghi scopre questa scomoda verità, tutti si prodigheranno per far compiere ad Andy il grande passo: Jay, dedito ad una lunga serie di tradimenti alla sua gelosissima fidanzata, gli consiglierà di dedicarsi alla cura del proprio corpo per fare conquiste, David, distrutto dalla fine di un rapporto, lo asseconderà rispetto alla mancanza di sesso invitandolo a sfogarsi con vagonate di porno, mentre Cal gli caldeggerà l'approccio dell'ascoltatore un pò stronzo che finisce sempre per andare a segno.
Ma le cose per Andy continueranno a non migliorare, ed il suo rapporto con Trish, l'unica che pare interessare davvero all'uomo, rischierà di essere messo in crisi proprio per la reticenza del protagonista nel rivelare il suo passato non passato sessuale.





Negli ultimi anni l'Apatow style ha di fatto reinventato lo stantìo standard della commedia romantica made in Usa o pseudo tale, conciliando le pellicole fino a qualche stagione or sono spesso e volentieri suggerite da mogli e fidanzate e sempre in grado di suscitare l'orticaria al pensiero nelle loro metà maschili allo stile sguaiato e sboccato reso celebre nel pieno degli anni novanta da Kevin Smith.
Personalmente, e pur avendolo scoperto in ritardo rispetto alla sua esplosione, ho apprezzato molto la spinta che il regista e produttore di Molto incinta e Funny people è stato in grado di dare al genere, e tendenzialmente ho quasi la certezza, quando si tratta di passare una serata in relax e scioltezza, che mi basterà scegliere un titolo tra quelli della sua scuderia per andare a colpo sicuro.
40 anni vergine era uno dei pochi film usciti dalla fucina di idee del clan del buon Judd che ancora mancava all'appello in casa Ford, e devo dire che il risultato rientra perfettamente in quello che ho appena scritto a proposito di questo tipo di proposta: leggero, divertente, piacevole come una serata tra amici che si ha profondamente voglia di passare senza troppi patemi o sforzi cerebrali, uno stacco dal lavoro e dalla vita quotidiana conciliante quanto la sensazione che sta tra l'essere brilli e ritrovarsi a vomitare sandwich ai gamberi in faccia alla gente.
Sicuramente al lavoro scritto a quattro mani dal regista e dal protagonista Steve Carell - già amatissimo dalle parti del Saloon per i suoi ruoli in Little Miss Sunshine e Crazy stupid love - mancano la verve e la volgarità di cose come SuXbad o Strafumati, così come le tematiche più profonde affrontate nel già citato Funny people, l'atmosfera è un pò troppo easy, forse circola in eccesso aria da "buoni" e la durata è decisamente importante - due ore piene - per una proposta di questo tipo, eppure 40 anni vergine si lascia guardare e scorre via che è un vero piacere, rivelandosi perfetto per un periodo di scarso impegno autoriale come questo e decisamente in grado di soddisfare sia il pubblico maschile che femminile, dosando al meglio sguaiatezza e romanticismo.
Gran parte del merito è sicuramente del cast, che raccoglie alcuni dei volti più noti ed amati dai fan di Apatow come Paul Rudd e Seth Rogen - curioso che il suo personaggio finisca per mettersi con quello interpretato da Elizabeth Banks, quasi un anticipo per quello che accadrà anche nel bellissimo Zack&Miri - ed un quasi esordiente Jonah Hill, tutti in grande spolvero e sempre pronti a mettersi in gioco con (auto)ironia descrivendo il clima da amicizia virile tra colleghi di lavoro - anche nell'eccesso di zelo, come accade con Andy "vessato" dai consigli dei suoi nuovi coach pronti a portarlo al successo nel rimorchio della sua prima donna - decisamente alla perfezione.
Non mancano le scene esilaranti - dall'uscita nel locale con tanto di vomito ai gamberi, già citata, al colloquio nel consultorio -, eppure l'impressione che ho avuto da questa visione è che Apatow riesca a dare il suo meglio nelle vesti di produttore prima ancora che di regista: probabilmente la sua influenza, specie se rivolta a sceneggiatori e cineasti giovani e cazzoni quanto i protagonisti delle sue opere, ha il potere di scatenare il "peggio" rendendo i risultati finali ancora più divertenti e coinvolgenti.
Ma poco male: il risultato c'è e si sente, e non si potrà dire che la serata possa considerarsi un buco nell'acqua. 
Un pò come quando ci si incontra con i propri buddies più fidati: potranno saltare tutti i programmi, giungere sbronze devastanti e blackout a sopresa, piovere guai e situazioni al limite dell'assurdo, eppure il giorno dopo non si potrà negare di aver vissuto una "notte da leoni".


MrFord


"Cause it's the heat of the moment
the heat of the moment
the heat of the moment
the heat of the moment showed in your eyes."
Asia - "Heat of the moment" -


 

mercoledì 28 settembre 2011

Crazy stupid love

Regia: Glenn Ficarra, John Requa
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 118'




La trama (con parole mie): Cal ed Emily Weaver, una coppia apparentemente collaudatissima, tre figli, una bella casa, una vita tranquilla, decidono di divorziare.
Emily, infatti, è in profonda crisi dopo aver tradito Cal con il collega David Lindhagen, e la stessa notizia porta allo sconforto Cal, che si rifugia in serate solitarie in un locale alla moda. Qui è avvicinato da Jacob Palmer, un casanova impareggiabile che, spinto da una sorta di compassione, decide di trasformare l'impacciato uomo di mezza età in un seduttore come lui.
Così, mentre Cal si reinventa come una macchina da sesso pur rimpiangendo la vita in famiglia, suo figlio minore Robbie scopre di essere perdutamente innamorato di Jessica, la babysitter dei Weaver, a sua volta segretamente cotta dello stesso Cal.
David, intanto, non desiste dal corteggiare Emily e Jacob trova l'amore in Hannah.
Ma le sorprese non sono affatto finite.



Sono davvero sorpreso.
A volte, nonostante le presentazioni, le impressioni, la distribuzione e la pubblicità completamente fuorvianti, c'è anche la possibilità di ritrovarsi di fronte ad una pellicola fresca, divertente e piacevole come Crazy stupid love, un vero gioiellino del suo genere che rappresenta, senza dubbio, il meglio della commedia sentimentale made in Usa di quest'anno accanto all'altrettanto interessante Easy A, cui risulta legato dalla presenza di Emma Stone e di Nathaniel Hawtorne, che con il suo La lettera scarlatta torna a far parlare di sè in una delle sequenze più divertenti che coinvolgono Robbie, il figlio adolescente o quasi di Cal ed Emily.
Ma le sorprese che Crazy stupid love è in grado di offrire sono molte, distribuite con equilibrio, ed intelligentemente in bilico tra la risata sguaiata e fracassona e la riflessione malinconica e quasi amara: dal divorzio e le sue implicazioni alla magnifica macchietta interpretata da Marisa Tomei - sempre più milf e sempre bravissima -, dal rapporto tra genitori e figli alla costruzione di una delle amicizie sullo schermo che più ho gradito negli ultimi tempi, quella tra l'inizialmente sfigatissimo Cal/Steve Carell ed il tutto d'uno pezzo Jacob/Ryan Gosling, che ribaltano il concetto maestro/allievo - ottime le citazioni di Karate kid - e si tuffano quasi senza volerlo - grande merito della sceneggiatura - in quello tra padre e figlio, complice la storia personale di Jacob, svelata soltanto con il passaggio del ruolo dello stesso giovane da seduttore ad innamorato.
Tornando al già citato Robbie, inoltre, va sottolineato un lavoro eccellente in fase di script, tanto da rendere il piccolo Weaver uno dei personaggi più azzeccati e ben strutturati dell'intera pellicola - da urlo il suo faccia a faccia con David Lindhager nell'ufficio di sua madre -, senza contare che l'intero cast pare clamorosamente in forma e a proprio agio nel portare in scena i protagonisti della vicenda, regalando al pubblico momenti magici come l'inconsueta "riunione di famiglia" che porta tutte le storie a confluire in una situazione clamorosamente grottesca nel giardino dei Weaver, curato maniacalmente da Cal anche dopo la sua separazione da Emily, in gran segreto, neanche fosse la più losca delle relazioni extra coniugali.
Il tutto senza mai perdersi in sbrodolate inutilmente romantiche o nella consueta gestione della risoluzione delle vicende - uno dei grandi drammi delle commedie sentimentali è proprio dato non tanto dal lieto fine, quanto dalla banalità dello stesso -, qui, seppur non con un'inventiva da film d'autore rivoluzionario a tutti gli effetti, gestita con grande sensibilità ed un occhio ad un pubblico ben più attento ed esigente di quello da distributore automatico in stile bancomat del film da vedersi sul divano il mercoledì sera tanto per non rischiare la coda al Cinema.
Un lavoro riuscitissimo, dunque, sotto ogni punto di vista, che vale una e più visioni e non rischia in alcun modo di stancare lo spettatore: e da lui a lei, passando per la prole eventuale o i gruppi di amici, non c'è un protagonista che non rappresenti almeno in parte lo spettatore, quasi come se potessimo in qualche modo prenderci una pausa e, senza accorgerci di guardare a noi stessi, potessimo scoprire, riscoprire e farci una risata su uno dei più grandi misteri della vita: l'amore.
Pazzo stupido amore, per l'appunto.
E, a volte, anche un pò stronzo.
Parola di Nathaniel Hawthorne. E di Robbie.

MrFord

"This thing called love I just can't handle it
this thing called love I must get round to it
I ain't ready crazy little thing called love."
Queen - "Crazy little thing called love" -
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