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mercoledì 12 aprile 2017

Smetto quando voglio - Masterclass (Sydney Sibilia, Italia, 2017, 118')




E' chiaro ormai da almeno un paio d'anni - se non fosse già bastato il mio background esterofilo - che rispetto al Cinema italiano tendo ad andare molto cauto, e ad essere stretto di manica quando si tratta di voti e giudizi: tutto questo, per quanto possa apparire il contrario, perchè in realtà io amo molto la Storia della settima arte del Nostro Paese, da De Sica a Visconti, passando per la grandiosa stagione che ha visto i Fellini, i Pasolini, i Bava, i Leone, i Monicelli e via discorrendo dare il via ad un quasi ventennio in cui senza ombra di dubbio la Terra dei cachi rappresentava l'eccellenza assoluta quando si parlava di Cinema.
Dunque pensare che, in tempi recenti, siano stati considerati quasi dei Capolavori film soltanto buoni o discreti ha finito per rendermi un critico più severo verso produzioni che, grazie alle origini ed al fatto di vivere la realtà italiana sulla pelle, sento di poter comprendere molto più di altre figlie di culture e fenomeni a volte anche molto distanti da quelli che coinvolgono noi abitanti del vecchio stivale.
Uno dei titoli, seppur piacevole, che considero in questo senso più sopravvalutati degli ultimi anni è senza dubbio Smetto quando voglio, annunciato ai tempi quasi fosse la versione nostrana e cinematografica di Breaking Bad rivelatosi un divertissement e poco più: con questo secondo capitolo, ed una squadra quasi immutata, Sidney Sibilia ed Edoardo Leo - che continuo a considerare sopravvalutato ancora più dei film che scrive, dirige o interpreta - continuano di fatto il lavoro svolto con il primo capitolo, concentrandosi forse più sulla componente "action" e lasciando perdere la questione sociale - fuga dei cervelli, situazione paradossale dei laureati in Italia e via discorrendo - se non sfruttandola come aggancio per introdurre i nuovi charachters.
Il risultato, forse perchè affrontato con aspettative più basse rispetto al precedente, è praticamente lo stesso: un filmetto leggero e godibile che si dimentica il giorno seguente - se non lo stesso -, senza infamia e senza lode, che diverte ma resta lontano anni luce dalla possibilità di poter essere considerato anche vagamente - o in misura trash - un cult.
Dunque, le vicende dell'ex banda dei ricercatori riciclata dalla Polizia in modo da poter essere usata per incastrare tutti gli aspiranti nuovi volti delle smart drugs - una specie di Suicide Squad molto "pizza, spaghetti e mandolino", che sconfina spesso e volentieri nel macchiettismo - scorre senza colpo ferire dall'inizio alla fine con un pò meno profondità o presunta tale del primo capitolo e pronta a buttare l'esca per un terzo supportato da quello che potrebbe essere un "villain" d'eccezione: eccessivo, ancora una volta, parlare di qualcosa di memorabile neppure nell'ambito dell'intrattenimento ma allo stesso modo esagerato massacrarlo senza quartiere quando in giro - e non solo in Italia - si trova roba decisamente peggiore.
In un certo senso, si potrebbe considerare questo brand come una versione italiana della serata da rutto libero e patatine che di norma è la partita in casa per i filmacci ammeregani, e che, se non si hanno troppi pregiudizi quando si parla di Terra dei cachi, potrebbe assolutamente starci, a patto di non aspettarsi che la visione possa cambiare la vita agli spettatori neanche fosse un ricercatore universitario magari tendenzialmente sfigato che scopre di poter diventare il geniale creatore di una qualche nuova droga.
Eisenberg, a conti fatti, sta davvero su un altro pianeta.



MrFord



lunedì 28 luglio 2014

Smetto quando voglio

Regia: Sidney Sibilla
Origine: Italia
Anno: 2014
Durata:
100'




La trama (con parole mie): Pietro, ricercatore laureato e genio della neurobiologia, fatica a trovare un impiego fisso all'interno dell'Università, così come i suoi vecchi amici Alberto – chimico divenuto lavapiatti -, Mattia e Giorgio – latinisti benzinai -, Bartolomeo – dall'economia dinamica al poker con zingari circensi -, Andrea – antropologo alla ricerca di un posto in uno sfasciacarrozze – e Arturo, impiegato presso il Comune di Roma come sovrintendente nei cantieri ove vengono rinvenuti reperti
storici, archeologo. 
Illuminato casualmente da una notte passata ad inseguire uno studente cui da ripetizioni, l'uomo viene travolto dall'idea di sintetizzare una droga basata su una molecola non inclusa nelle liste del Ministero e dunque sulla carta legale e buttarsi nella vendita al dettaglio nelle discoteche.
Il successo arriva, così come i soldi: ma per la banda di produttori e spacciatori improvvisati i guai diventeranno più ingestibili della normale situazione di precarietà.






Nel corso degli ultimi mesi – per essere generosi - l'Italia ha attraversato una crisi cinematografica tra le più terribili della sua Storia, evidente specchio della desolante situazione culturale e lavorativa che ci troviamo tutti costretti ad affrontare ogni giorno, con un occhio oltre confine ed un altro ai conti di fine mese.
Una delle sorprese più interessanti in sala è stato proprio questo Smetto quando voglio, commedia d'azione che richiama piccoli cult come Santa Maradona celebrato qui nella blogosfera e dalla critica più canonica: senza dubbio, quando il pensiero corre alle proposte giunte dalla Terra dei cachi nel passato recente, l'esperimento di Sidney Sibilla è senza dubbio riuscito, fresco e divertente, dal taglio
americano condito da una strizzata d'occhio non indifferente al Capolavoro Breaking Bad, una tra le opere più importanti mai prodotte per il piccolo schermo.
Eppure l'impressione che ho avuto seguendo le tragicomiche vicende di questo gruppo di geniacci improvvisatisi produttori e spacciatori è stata quella di un'opera in grado di far gridare al quasi miracolo principalmente per la pochezza delle alternative, più che per il suo effettivo valore: non che non me la sia goduta, o che non abbia trovato assolutamente perfette alcune sue sequenze – la rapina alla farmacia è un pezzo da antologia -, o non si percepisca tutta l'inquietudine che tocca tutti noi allo stato attuale delle cose – laureati o no, poco cambia -, ma da qui a considerare Smetto quando
voglio un fulmine a ciel sereno devono passare diversi bicchieri di robusti cocktails.
In particolare, è lo script a mostrare il fianco ad una certa facilità di fondo nell'evoluzione della trama, condita perfino di qualche eccesso che poteva essere risparmiato – il fatto che perfino il temuto gangster Murena sia un laureato reinventatosi criminale equivale a tirare un po' troppo la corda, ad esempio -, e che non rende giustizia fino in fondo alla riflessione assolutamente vera ed allarmante a
proposito dello scarso impiego delle risorse dei nostri studenti e ricercatori, che spesso e volentieri, più che finire a produrre nuove droghe, fuggono all'estero cercando lidi più sicuri, remunerativi ed organizzati.
Lo stesso rapporto tra Pietro e la sua fidanzata – una come di consueto cagna maledetta Valeria Solarino – scricchiola in più di un passaggio – come il cambio di atteggiamento della conclusione, con il passaggio dall'ostilità in tutto e per tutto rispetto alla nuova attività del compagno al sostegno di una nuova condizione ed occupazione all'interno del mondo del crimine, pur se in una misura diversa, dello stesso -, confermando il fatto che lo script non fosse la priorità del regista, più impegnato a fondere un'estetica moderna e giovane ad un piglio a metà tra il già citato Santa Maradona e i primi lavori di Aldo, Giovanni e Giacomo.
Non voglio, comunque, che questo post diventi un tiro al bersaglio contro questo film, che mi ha coinvolto – sia parlando di divertimento, sia di riflessioni sulla condizione attuale in termini di lavoro e precarietà soprattutto di Julez – ed intrattenuto decisamente bene, e se paragonato alla media della produzione tricolore attuale risulta senza dubbio superiore – fatta eccezione per La grande bellezza e lo “straniero” Still life, per trovare qualcosa di un livello superiore dovrei tornare con la memoria a La migliore offerta -: c'è da sperare dunque che la musica cambi, per noi e soprattutto per i nostri figli, in Italia, perchè le alternative che non riguardino una carriera – destinata facilmente a finire male – nel crimine cominciano ad essere davvero poche.




MrFord




"I won't pay, I won't pay ya, no way
now why don't you get a job"
say no way, say no way ya, no way
now why don't you get a job."
The Offspring - "Why don't you get a job?"




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