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mercoledì 1 agosto 2018

Notte Horror 2018 - Scanners (David Cronenberg, Canada, 1981, 103')

 


Come ogni anno, e pur affrontando forse i dodici mesi peggiori della blogosfera che possa ricordare in termini di visite, commenti, entusiasmo dei suoi abitanti, l'intramontabile gruppo di F. I. C. A. anche per questa caldissima estate duemiladiciotto ha riportato sugli schermi Notte Horror, iniziativa tra le più amate di noi vecchi cinefili della rete. Pur se con un lieve ritardo rispetto alle ventitre preannunciate dal programma, anche il Saloon risponde presente rispolverando un vecchio titolo firmato da quello che, oggi, è considerato un mostro sacro: David Cronenberg.






Fatta eccezione per gli stanchi lavori più recenti, ho sempre considerato David Cronenberg come uno dei cineasti più importanti che il Nordamerica abbia regalato alla settima arte, autore di cult assoluti e noti come La mosca, Videodrome e Crash, gioelli meno noti - Inseparabili - e veri e propri Capolavori - A history of violence e La promessa dell'assassino -: il lavoro del regista canadese, legato a doppio filo alle mutazioni ed agli estremi, fossero essi fisici o mentali, ebbe inizio e si sviluppò grazie all'incontro tra horror, thriller e sci-fi delle sue prime opere, tra le quali spicca senza dubbio Scanners, amatissimo da una parte della critica di nicchia e degli appassionati che consolidò la fama dell'allora non così noto David e lo lanciò verso una carriera di successi.
Ricordavo poco di questa pellicola che ai tempi, per l'appunto, di Notte Horror, rividi diverse volte accanto a mio fratello, che credo la ami alla follia ancora oggi, fatta eccezione per il mitico Michael Ironside, caratterista che per quanto mi riguarda è un simbolo di un certo tipo di personaggi nei film "di paura" anni ottanta e novanta: senza dubbio tutti i semi della ricerca di Cronenberg sono presenti, così come l'idea di un futuro distopico come allora poco ancora si immaginava, legato ad un immaginario che pescava tra le altre cose dai fumetti - in un certo senso, gli Scanners possono essere associati ai mutanti Marvel - e trasformava in angoscia l'idea di avere un "superpotere" - quello che accadrà poi con il già citato La Mosca qualche anno dopo -.
Senza ombra di dubbio, per quanto valido e piacevole da riscoprire come un oggetto vintage, Scanners appare però prigioniero della sua epoca - se non addirittura degli anni settanta -, quasi datato se filtrato attraverso gli occhi e la realtà attuali, ben più smaliziati a prescindere dagli effetti, l'atmosfera ed i costumi: la visione, dunque, diventa d'affetto o "di storia" se intrapresa da appassionati o studenti di Cinema, interessante se affrontata con lo spirito dell'amante della settima arte e del percorso di un regista che, nonostante il declino degli ultimi anni, è senza dubbio da considerarsi grande, ma assolutamente nemica del pubblico attuale o comunque meno legato a titoli che non siano popcorn movies o proposte disimpegnate da weekend.
Certo, Ironside con quell'espressione che ricorda Jack Nicholson è un cattivo d'eccezione, le teste che esplodono a seguito dei poteri degli Scanners rendono molto bene l'idea del concetto di splatter che Cronenberg non ha mai nascosto di amare, la tensione e l'utilizzo della corporazione come organo di controllo e potere ha sempre il suo fascino - mi ha ricordato l'atmosfera di un altro grande film del regista, La zona morta -, eppure perfino questo vecchio cowboy ha patito almeno in parte gli anni che cominciano a pesare sulle spalle di questo lavoro, un pò come quando si ascolta un disco che un ventennio prima si è consumato e che, ripreso a distanza, pare incapace di regalare le stesse emozioni.
Ma il bello di Notte Horror è anche questo: un pò di sana, vecchia nostalgia fuori tempo massimo per quei momenti magici in cui pare che il tempo si fermi e non possa mai andare avanti.
Quei momenti che si vivono solo da bambini, quando ci si copre gli occhi ma si tiene sempre uno spiraglio aperto per avere il gusto del brivido.
E che, da adulti, si possono rivivere solo attraverso i catalizzatori di quei ricordi.



MrFord



venerdì 1 luglio 2016

Turbo Kid

Regia: Francois Simard, Anouk Whissell, Yoann-Karl Whissell
Origine: Canada, USA, Nuova Zelanda
Anno: 2015
Durata: 93'







La trama (con parole mie): in un futuro prossimo in cui il mondo è devastato dall'olocausto post-atomico e vige la legge della giungla, un orfano cresciuto nel mito di un eroe dei fumetti che ha visto i genitori trucidati davanti ai suoi occhi per mano degli sgherri dello spietato Zeus, dispotico leader che controlla l'acqua nel territorio in cui il ragazzo vive, conosce nel corso di una delle sue peregrinazioni nelle wasteland Apple, una giovane stralunata che si rivela da subito interessata a lui.
Quando viene rapita dagli uomini di Zeus ed il giovane viene casualmente in possesso dell'equipaggiamento dell'eroe che pensava esistesse soltanto tra le pagine degli albi e nella sua immaginazione, le cose cambiano: divenuto Turbo Kid, l'improvvisato paladino del bene si metterà in cammino in modo da soccorrere la sua amica, dando inizio ad una vera e propria lotta all'ultimo sangue contro il despota ed i suoi sgherri.
Riuscirà dunque a portare a termine un'impresa così epica?










Quando, qualche anno fa, grazie al tam tam della blogosfera, recuperai Bellflower, opera alternativa, giovane e decisamente affascinante nata dall'impatto che Mad Max aveva avuto sull'immaginario dei suoi autori, pensai che non mi sarei più ritrovato in una condizione simile da spettatore: fortunatamente, invece, ogni tanto il Cinema mi smentisce ancora in positivo.
Giunto sugli schermi del Saloon sempre grazie al passaparola, Turbo Kid raccoglie di fatto il testimone del lavoro di Glodell sopracitato regalando al pubblico una storia scombinata, splatter, romantica e divertentissima che pare shakerare in un cocktail dal gusto davvero niente male i videogiochi e la cultura pop anni ottanta, Ken il guerriero, il già citato Mad Max, il primo Raimi ed i carpenteriani Fuga da New York e Fuga da Los Angeles - che prima o poi dovrò davvero decidere di riproporre qui al Saloon - sfruttando un protagonista fresco e molto "goonie", quasi una versione ancora più nerd dei vari Scott Pilgrim e soci, affiancato per l'occasione da una compagna tanto stramba da sembrare uscita dalla più stramba opera firmata da Charlie Kaufman e da una spalla spaccaculi che se non mi fossi ritrovato davanti guardando questo film, avrei giurato di aver inventato e scritto io stesso.
Se, a tutto questo, aggiungiamo un villain d'eccezione intepretato dal mitico Michael Ironside ed una serie di sgherri esteticamente perfetti - a cominciare dal muto e spietato braccio destro di Zeus -, uno spirito citazionista per nulla fastidioso ed una storia in grado di prendersi i suoi tempi per esplodere letteralmente in flash improvvisi di sangue e violenza da violento incubo tarantiniano, il gioco è fatto: Turbo Kid rappresenta, in questo senso, una delle ventate d'aria fresca più interessanti della scorsa, scialbissima - almeno in sala - primavera, quasi avesse raccolto il testimone dei cult dello scorso anno Kung Fury e The final girls, pellicole che hanno pescato a piene mani dal fortunatamente rivalutato decennio eighties presentando comunque e nonostante le ispirazioni marcate un'originalità ed una voglia di raccontare invidiabili in un'epoca cinematografica in cui pare latitare proprio l'ispirazione "buona".
Probabilmente, così come le pellicole citate poco sopra, anche Turbo Kid non è considerabile come "per tutti", e l'ideale, se non siete avvezzi al genere, sarebbe affrontare la visione accanto a qualcuno che, al contrario, in questo tipo di prodotti sguazza come uno squalo in una piscina di surfisti, pronto a mostrare tutte le potenzialità di produzioni di tal fatta figlie di questa nuova "corrente", purtroppo per ora colpevolmente ignorata dalla distribuzione italiana, che preferisce intasare le sale con film che si dimenticano già dai titoli di coda piuttosto che rischiare puntando su lavori come questo.
Poco importa, comunque: da queste parti crediamo forte in eroi come Turbo Kid, che riescono a raccontare e trasformare in immagini il grande amore per il Cinema che la mia generazione di appassionati prova, dagli outsiders in cerca di riscatto ed amore ai cowboys solitari e cazzuti.
In fondo, la strada verso il sogno è la stessa.
Cambia solo il modo di percorrerla.





MrFord





"Evviva il cross, evviva il motocross
rischiavo la mia pelle, evviva il motocross.
Lei lo metteva in moto e mentre uno aspettava accanto a un paracarro,
quell'altro mi picchiava
e non guardava dove
e se ne sono andati in tre sul mio motore,
lasciandomi soltanto la rabbia da ingoiare, la rabbia da ingoiare..."
Ivan Graziani - "Motocross" -






mercoledì 22 agosto 2012

Top gun

Regia: Tony Scott
Origine: USA
Anno: 1986
Durata: 110'




La trama (con parole mie): Maverick è un pilota tra i più promettenti della marina, ma il suo temperamento sbruffone e sopra le righe spesso e volentieri lo mette in cattiva luce rispetto a compagni e superiori. Quando durante una ricognizione riesce assieme al suo secondo Goose ad osservare da vicino dei MIG sovietici portando al contempo in salvo il compagno di squadriglia Cougar preso da un attacco di panico, si spalancano per lui le porte della Top Gun, l'accademia che forma l'elite dell'aviazione ed i futuri istruttori.
A dirigere il programma Maverick troverà Viper, ex compagno di suo padre considerato il riferimento per ogni pilota, ed un avversario pronto a tenergli testa, il più disciplinato e sempre preciso Iceman.
Ma non solo: perchè l'astrofisica Charlie diverrà il suo primo amore.




La morte improvvisa di Tony Scott, fratello sfigato di Ridley come mi è sempre affettuosamente piaciuto chiamarlo, ha sorpreso e colpito molti appassionati, principalmente a causa del fatto che il suddetto è stato autore di molti più blockbusteroni e film d'intrattenimento decisamente noti di quanto non si potesse pensare.
Senza dubbio, uno dei titoli simbolo della sua carriera fu uno dei più grandi successi degli anni ottanta al botteghino, una pellicola in grado di diventare un cult generazionale al quale ancora oggi molti sono profondamente legati affettivamente: sto parlando, ovviamente, di Top gun.
Probabilmente neppure impegnandosi al massimo si troverebbe, nella produzione statunitense dell'epoca, un'opera così intrisa di reaganesimo e voglia di stelle e strisce, con tanto di storia d'amore travolgente, hit musicale - Take my breath away è, senza dubbio, una delle più note canzoni tratte da una colonna sonora di tutti i tempi -, struggimento e sensi di colpa debellati da coraggio e voglia di dimostrare di essere sempre e comunque i migliori, senza dimenticare la rivalità che, ai tempi, coinvolgeva il Cinema in quelle che sarebbero stati gli ultimi fuochi da Guerra Fredda.
Eppure, nonostante tutto questo e molto di più - sarebbe assurdo negare che si tratti di un titolo da grana grossa e scarso valore artistico, tolte forse le ottime riprese degli aerei in volo - Top gun riesce a farsi voler bene anche ora, alimentando le speranze di chi sogna un sequel e solleticando l'amarcord di chi, negli anni ottanta, trovò nelle imprese di Maverick il brivido dell'avventura - se bambino - e la voglia di pilotare jet allora all'avanguardia, nuove ispirazioni rispetto al look - gli occhiali a specchio ed i giubbotti in stile aviazione la facevano da padrona, tra i miei compagni di scuola, e nel corso della visione li ho rivalutati anche oggi, da buon tamarro -, una passione travolgente di quelle che in tv avrebbero tagliato - e che è stata ampiamente presa per il culo in una sequenza leggendaria di Hot shots - ed un'aura mitica che lo rendeva già cult alla prima visione.
Più che anacronistico o fuori tempo massimo, un titolo come questo oggi assume una connotazione unica almeno quanto gli action movies dello stesso decennio, principalmente perchè in questo momento non sarebbe possibile per nessun regista riuscire a creare un'atmosfera così kitsch e sopra le righe senza necessariamente scadere nel ridicolo più o meno volontario: certo, esistono sempre gli omaggi - The Expendables 2 docet -, ma tutti noi che abbiamo vissuto quegli anni e sognato grazie a quelle pellicole sappiamo bene di aver assistito ad una stagione irripetibile, che continueremo a portarci dietro cercando di trasmetterne la magia anche ai nostri figli e nipoti.
Ed è così che mi piace ricordare Top gun: come una giostra del larger than life che all'epoca avrà fatto storcere il naso a tutti i figli del Cinema d'autore anni settanta e che, invece, rappresenta alla perfezione l'idea dell'intrattenimento e del brivido che solo da bambino puoi provare appieno e da adulto ti coccoli anche quando non sembra il caso di gridarlo ai quattro venti.
Maverick - ruolo perfetto per il giovane ed arrembante Tom Cruise - è l'eroe per eccellenza dell'epoca degli yuppies, con la sua moto lanciata a tutta velocità, il sorriso da sbruffone e la consapevolezza di poter sempre e comunque raggiungere la meta - prima fra tutte la Charlie di Kelly McGillis, che senza considerare il suo tracollo attuale non appariva certo come un sex symbol neanche allora -: e attorno un cast di comprimari che paiono esistere solo per fargli da spalla, dall'Iceman di Val Kilmer al mitico Goose di Anthony Edwards - che avevo adorato in Toccato! e avrei ritrovato in E. R. -, senza contare veterani come Tom Skerrit e Michael Ironside.
Le schermaglie con i MIG russi, con i loro piloti dal viso sempre oscurato, rigorosamente vinte dal talento spesso incontrollabile di Maverick, sono un perfetto esempio del gigionismo a stelle e strisce di allora - ma solo di allora? - in grado comunque di scatenare nel pubblico quella sensazione di esaltazione liberatoria che pareva una prerogativa dell'azione a quei tempi.
Non so quali siano stati i motivi che hanno portato il buon Scott a farla finita, e di certo non sono qui per disquisirne: posso solo affermare che, per quanto clamorosi siano stati alcuni suoi scivoloni, con un titolo come questo - IL blockbuster per definizione - il vecchio Tony si è assicurato un posto d'onore nella memoria di milioni di spettatori in tutto il mondo.
Da una parte all'altra dell'ex Cortina di ferro.
E a volte, in barba all'autorialità sfrenata, è anche questo grande Cinema.


MrFord


"Watchin' every motion in my foolish lover's game  
on this endless ocean, finally lovers know no shame  
turnin' every turn to some secret place inside  
watchin' in slow motion as you turn around and say  
take my breath away  
take my breath away."
Berlin - "Take my breath away" -



martedì 31 luglio 2012

Starship troopers

Regia: Paul Verhoeven
Origine: Usa
Anno: 1997
Durata: 129'




La trama (con parole mie): Johnny Rico, la sua ragazza Carmen Ibanez e l'inseparabile amico Carl Jenkins sono all'ultimo anno di liceo in una Buenos Aires di un futuro in cui l'uomo vive in un mondo dall'impronta militaresca in cui i Cittadini - ex militari - hanno possibilità ben maggiori rispetto ai Civili. Un mondo in cui gli abitanti della Terra sono in guerra con insettoidi figli di un sistema dall'altra parte della galassia, che i vertici dell'esercito vorrebbero liberato dai suoi occupanti per la sicurezza del nostro pianeta.
Quando Carmen e Carl, terminati gli studi, corrono a farsi reclutare - la prima come pilota, il secondo come genio dell'intelligence - per Rico pare non esserci altra scelta che la Fanteria, vera e propria carne da macello pronta a disinfestare gli angoli più remoti popolati dagli bellicosi aracnidi.




Ero ancora al liceo quando un mio vecchio amico dalle preferenze politiche ben definite - diciamo molto a destra della destra - con il quale condividevo le disavventure dell'ultima fila in classe nonchè dei personaggi scomodi di un gruppo fin troppo collaudato, la musica e le uscite il sabato sera, venne da me esaltatissimo per un film che aveva visto quasi per caso e che l'aveva conquistato nel profondo.
Il titolo in questione era, per l'appunto, Starship troopers: ricordo che la prima visione mi divertì non poco, e per parecchio tempo continuai a rivederlo come una sorta di enorme giocattolone dal gusto un pò kitsch ovviamente privo di quell'aura quasi mitica ed esaltante che il suddetto amico continuava ad attribuirgli.
Vennero poi gli anni in cui mi rifugiai nel Cinema d'autore come il peggiore dei radical chic, e capitò che, guardando un'intervista a Jodorowsky tra i contenuti extra di un dvd, scoprii che uno dei film preferiti del regista cileno era proprio Starship troopers, che lo stesso reputava geniale per l'ironia con la quale approcciava i concetti alla base del fascismo - che lui, come i nostri nonni qui in Italia, deve aver conosciuto e sperimentato sulla pelle -: tornai così a rispolverare quello che avevo catalogato come una tamarrata sci-fi e a distanza di anni decisi di osservarlo con occhi diversi, rimanendo stupefatto per il piglio che Verhoeven aveva cercato di attribuire alla sua creatura, un pò come era accaduto per Atto di forza o Robocop - agghiacciante la pubblicità della Federazione con i soldati che regalano i proiettili ai bambini nel parco, peraltro clamorosamente attuale -.
Tra i tre titoli, sicuramente Starship troopers è il più debole: velenoso ed intelligentissimo eppure incapace di uscire dalla sua cornice di film action per assestarsi come una critica al militarismo ed alle credenze di "onore e gloria" tipiche delle dittature - anche democratiche - di stampo militaresco.
Un vero peccato, perchè le vicende di Rico e compagni, se scritte e girate in totale libertà dal regista olandese - forse pressato dalla produzione - avrebbero potuto assumere le fattezze di una gigantesca burla in barba agli errori dei governi del secolo scorso e a quelli ben più recenti degli Stati Uniti targati Bush Senior e Junior ben più pesante di quelle mosse da Michael Moore ed affini.
D'altro canto, il lavoro di Verhoeven potrebbe nascondere più di un trabocchetto, dato che lo spettatore, inevitabilmente, finisce per fraternizzare e solidarizzare con Rico e compagni - e stiamo parlando della Fanteria, ovvero i manovali di un esercito che pare sempre insolitamente lontano dalla battaglia e dalla lotta quando si tratta dei suoi vertici - e buttarsi al loro fianco sperando in una vittoria contro gli aggressivi aracnidi che, a loro modo, paiono figli di una società in qualche modo simile a quella terrestre, in cui un'elite viscida e cervellotica manda a morire migliaia di ragazzi "partiti per un ideale, una truffa, un amore finito male", per dirla come De Andrè.
Ottimo, in questo senso, l'utilizzo dei personaggi di Carmen e Dizzy, che incarnano le due nature - o le due politiche? - pronte a battersi per il cuore - o i servigi? - di un combattente nato come Rico.
Interessante anche il cast, caratterizzato da volti discretamente noti del grande e piccolo schermo, dai caratteristi storici Michael Ironside e Clancy Brown - il Kurgen di Highlander, per intenderci - a Denise Richards - che tutti gli adolescenti anni novanta ricorderanno come star di Sex crimes -, passando da attori sconosciuti eppure familiari a tutti gli appassionati di serie tv come Dina Meyer e Neil Patrick Harris, o figli d'arte come Jake Busey, figlio del mitico Gary di Un mercoledì da leoni e Point break.
Senza dubbio, e nonostante un risultato certamente non perfetto, dunque, un cult tutto anni novanta da recuperare per gli appassionati del genere e non solo, che potrebbe riservare sorprese soprattutto nell'ambito delle riflessioni politiche e sociali anche ora, nel pieno degli anni della guerra al terrore e delle morti di tanti ragazzi partiti - e torna di nuovo alla mente il Fabrizio nazionale - come Piero, quelli che "per morire di maggio ci vuole tanto, troppo coraggio".
Quelli come Rico, Dizzy ed Ace.
Quelli che lottano, come noi, perchè credono che è così che debba andare, e finiscono per morire in onore di qualche cervellone floscio che non vuole alzare il culo dalla sua poltrona.
In questo, Umani e Insetti non paiono poi così diversi.


MrFord


"Dove sono i generali
che si fregiarono nelle battaglie
con cimiteri di croci sul petto.
Dove i figli della guerra
partiti per un ideale
per una truffa, per un amore finito male.
Hanno rimandato a casa
le loro spoglie nelle bandiere
legate strette perché sembrassero intere."
Fabrizio De Andrè - "La collina" -


 

domenica 3 giugno 2012

Atto di forza

Regia: Paul Verhoeven
Origine: Usa
Anno: 1990
Durata: 113'



La trama (con parole mie): Douglas Quaid, felicemente sposato, con un buon lavoro ed una vita assolutamente ordinaria e tranquilla, è perseguitato da sogni che lo portano su Marte, accanto ad una donna che non ha mai visto prima, in lotta per la causa dei ribelli che vorrebbero la caduta di Cohaagen, l'uomo al potere sul Pianeta Rosso.
Nonostante la moglie non approvi, Quaid si rivolge alla Rekall, un'azienda che permette di impiantarsi ricordi di vite mai vissute come fossero propri, in modo da poter pensare di essere stato almeno una volta fuori dalla Terra: l'operazione risulterà più complicata del previsto, e rivelerà ai tecnici che non soltanto Douglas è già stato nei luoghi che sogna ogni notte, ma che la sua mente è stata manipolata.
Il suo vero nome è infatti Hauser, ed è un agente segreto divenuto il fulcro della lotta della Resistenza marziana.




Doveva essere ancora il pieno degli anni novanta, quando vidi per l'ultima volta Atto di forza, uno dei cult assoluti della mia pre-adolescenza: ricordo quando mio padre mi portò in sala, la prima visione in tv, la videocassetta, le decine di volte in cui, con mio fratello, la inserimmo nel videoregistratore portandolo allo sfinimento.
Gli effetti speciali, l'idea di un futuro lontano ma non troppo e dei viaggi spaziali, lo stile sporco da fumetto di serie b ed una storia coinvolgente rendevano la pellicola firmata Verhoeven assolutamente unica nel suo genere, ed una garanzia dell'allora casa Ford - in fondo, lo stesso regista aveva firmato uno dei cult totali dei miei anni ottanta, Robocop -: in realtà ai tempi ignoravo che la sceneggiatura fosse tratta da un racconto di Philip Dick, praticamente lo Shakespeare della fantascienza cinematografica, l'autore in grado di garantire un successo anche a cineasti non particolarmente clamorosi come, di fatto, Verhoeven.
Rivedere Atto di forza ora, nel pieno del nuovo millennio che si prepara a sfornarne il remake - previsto per fine anno, con Colin Farrell come protagonista - è stato come visitare una sorta di capsula del tempo, riuscendo comunque ad assaporare il gusto vintage di una pellicola volutamente tamarra e sopra le righe - la dice lunga la scelta di Schwarzenegger come protagonista, espressivo come un paracarro - incentrata solo a livello di ossatura sulle riflessioni indotte dal lavoro di Dick, e concentrata in primo luogo sugli effetti - prodigiosi, per i tempi - e l'atmosfera pienamente debitrice di tutta la fantascienza degli anni settanta.
Il risultato è stato un gradevolissimo ritorno al passato per una pellicola decisamente sottovalutata dalla critica illustre eppure ancora oggi funzionale, divertente ed ottimamente realizzata, che fu un vero e proprio successo al botteghino e segnò ben più di una generazione di spettatori, non necessariamente legati ad un genere fisiologicamente nerd come la sci-fi: azione e adrenalina a partire, dunque, da un punto di vista quasi filosofico - come per ogni lavoro di Dick - e lo stesso reso base per quello che, senza un punto di partenza valido, sarebbe stato l'ennesimo Demolition Man portato sugli schermi da uno dei protagonisti del decennio appena lasciato alle spalle in modo da convincere il pubblico - e se stesso - di non stare per nulla invecchiando.
Il tutto senza dimenticare una buona dose di ironia - il beffardo finale, le deformazioni legate sempre agli effetti e al trucco - che conferma uno spirito decisamente leggero sfruttato per muovere l'intera opera, coinvolgente quanto un action "duro e puro" ed interessante come ogni buona pellicola di fantascienza dovrebbe essere, spinta da pensieri legati a confini varcati e nuovi mondi: in questo senso torna di nuovo utile Dick - e ci mancherebbe altro -, con le sue trame di ribellione rispetto ad un sistema solo apparentemente funzionale e pacifico nonchè intrecciate all'uso e al controllo della mente, come si era già visto nell'immortale Blade Runner e si vedrà nell'altrettanto interessante A scanner darkly.
I mutanti marziani, inoltre, omaggio al gusto freak che ha un sapore quasi vittoriano, rendono la trasferta del risvegliato Hauser sul Pianeta Rosso ancora più interessante, fornendo una base non indifferente per quella che sarà una delle pellicole meno incensate - erroneamente - di John Carpenter, Fantasmi da Marte.
Si aggiungano al cocktail scene cult a profusione - lo scheletro sullo schermo del metal detector, la lotta tra la una giovanissima Sharon Stone e la compagna di Hauser interpretata da Rachel Ticotin, la sequenza conclusiva -, un cast di caratteristi noti a tutti gli appassionati del Cinema trash - ma non solo - del periodo - Michael Ironside, Ronny Cox, Marshall Bell - ed una sorta di insicurezza di fondo che lo script ed il regista paiono voler istillare nello spettatore ed avrete un prodotto perfetto per una serata amarcord, una a neuroni spenti ed una, al contrario, che rispolveri la voglia di confrontarsi con i massimi sistemi.
In fondo, cosa credete possa significare, questo viaggio all'ultimo sangue, oltre che all'ultima frontiera?
Quaid è davvero Hauser, e viceversa? Marte è un sogno avventuroso o una violenta realtà?
Dove finiscono i nostri desideri, ed inizia una vita che spesso e volentieri chiede un tributo pesante per essere vissuta?
Domande inaspettate e decisamente profonde per un film senza alcuna pretesa, eccetto lo stupore.
Miracoli di Verhoeven? Difficile, ma non impossibile.
Di Philip Dick? Molto più probabile, anche quando, come in questo caso, non sono richiesti a gran voce dagli autori.
Di Schwarzy? Questa sì, che è fantascienza.
Eppure siamo qui, a più di vent'anni di distanza, a meravigliarci ancora.


MrFord


"I'm gonna send him to outa space, to find another race
I'm gonna send him to outa space, to find another race
I'm gonna send him to outa space, to find another race
I’ll take your brain to another dimension
I’ll take your brain to another dimension
I’ll take your brain to another dimension
pay close attention."
The Prodigy - "Out of space" -


 
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