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lunedì 11 maggio 2020

White Russian's Bulletin



Seconda settimana di Fase 2 e primi tentativi di ritorno alla vita "esterna" che, tra lavoro e questioni personali, hanno finito per alimentare, al netto delle serate Cinema con i Fordini, il ruolo fondamentale di massaggiatore dei neuroni di PES: accanto alla Play, serie tv nordiche che continuano ad essere ripescate dal bacino di Netflix, film chiacchierati in rete ultimamente e recuperi che finiscono per incontrare bottigliate che, ai tempi, non avevano ricevuto neanche alla lontana. 
Ma del resto, il Tempo ha il potere di cambiare davvero un sacco di cose.


MrFord



BORDERTOWN - STAGIONE 2 (Netflix, Finlandia/Francia, 2018)

Bordertown Poster

La quarantena e la Fase 1 sono state senza dubbio un'occasione, qui al Saloon, per riscoprire una serie di titoli di stampo thriller/crime nordici che, per mancanza di tempo e impegni quotidiani, sarebbe stato decisamente arduo recuperare in altri momenti: quello più interessante, senza dubbio, è stato Bordertown, una sorta di versione finnica del nostrano Rocco Schiavone con protagonista un profiler dei metodi e dai modi curiosi che, a seguito della malattia della moglie, da Helsinki decide di trasferirsi a Lappeenraalta, città al confine con la Russia, in cerca di una tranquillità maggiore che ovviamente non arriverà.
Dopo una prima stagione di rodaggio, occorre fare un plauso agli autori che, con la seconda annata, alzano l'asticella mantenendo la struttura dei due episodi dedicati ad una sola storia ed incastrando una serie di casi decisamente più interessanti di quelli visti all'esordio: una buona conferma, dunque, per Kari Sorjonen ed il suo cast di comprimari, in attesa della pubblicazione sulla piattaforma di Netflix della terza stagione, già uscita in patria. 
Menzione d'onore per la storia del cecchino, che mi ha ricordato le atmosfere tipiche di Nesbo.




GUNS AKIMBO (Jason Lei Howden, UK/Germania/Nuova Zelanda, 2019, 98')

Guns Akimbo Poster

Applaudito e generalmente ben accolto dalla rete, con protagonista un Daniel Radcliffe che si conferma come un attore inquieto ed incapace di sedersi sugli allori che lo vedranno, suo malgrado, associato ad Harry Potter a vita - e in questo occorre fargli dei gran complimenti -, Guns Akimbo ha destato la curiosità del Saloon tempo fa, e saperlo approdato sulla piattaforma di Prime ha finalmente messo a tacere la curiosità che si era creata da queste parti: onestamente, però, mi aspettavo qualcosa di più da questo fumettone tamarro e incasinatissimo, considerato che alle tamarrate sono abituato da oltre trent'anni e che cose molto più datate come Crank ancora oggi risultano, a mio parere, più divertenti e spassose di questa.
A remare contro sono senza dubbio una regia troppo insistita sul gusto gamer/videoclipparo anni novanta - all'ennesimo treesessanta mi è venuto da sparare un gancio al buon Howden - ed una storia decisamente ripetitiva, "a livelli" per usare un termine da videogioco, che passata la sorpresa dell'inizio e la simpatia per il protagonista finisce presto per stancare.
Niente di particolarmente grave, ma sulla cara mi aspettavo decisamente di meglio.




CRIMINAL MINDS - STAGIONE 15 (CBS, USA, 2020)

Criminal Minds Poster

Si chiude un'epoca, al Saloon, con il saluto a Criminal Minds.
Iniziato nel lontano duemilasette all'inizio della convivenza con Julez, passato attraverso cambi di personaggi e di protagonisti, momenti di grande potenza - l'ho sempre considerato superiore ai vari CSI ed affini - ed altri decisamente dimenticabili - del resto, quindici stagioni sono tante -, Criminal Minds saluta i fan nel modo migliore, con dieci episodi di una qualità che negli ultimi quattro o cinque anni non avevo più trovato, complice forse la sensazione di essere all'ultimo giro di giostra.
In questo senso fondamentali la figura di un villain giunto dalla stagione precedente - ennesima buona prova di Michael Mosley - ed un ultimo episodio tra nostalgia e lacrime in agguato che sancisce l'addio ad una delle serie simbolo del Saloon, che ha accompagnato i Ford da quando, ancora neppure trentenni, si trovarono in un appartamento da artisti nel centro di Milano a oggi, con le strade verso il futuro che si sono aperte davanti a noi.
E per non lasciarsi andare solo alla malinconia per il passato, questa stagione sarà sempre ricordata per la personale interpretazione della sigla d'apertura della Fordina, che chiudeva con un plateale "Poliziott!". Da antologia.




STAR WARS - LA SECONDA TRILOGIA (George Lucas, USA, 1999/2005)

Star Wars: Episodio III - La vendetta dei Sith Poster

A grande richiesta dei Fordini, dato il "tanto tempo" trascorso dalla prima trilogia, è tornata sugli schermi del Saloon la saga di Star Wars, a distanza di una decina d'anni dall'ultima volta che anche io l'avevo rispolverata: e devo ammettere, pur se a malincuore, che a parte La vendetta dei Sith - che resta un film valido -, rivedere questa seconda trilogia è stata davvero una tortura. I primi due film sono davvero terribili e invecchiati male, e vedendoli a poca distanza da Il signore degli anelli, di fatto loro contemporaneo, è sconvolgente osservare il clamoroso divario in termini di effetti, scrittura, narrazione. Ci si salva con il terzo capitolo, incentrato sullo sprofondare di Anakin nel Lato Oscuro, che pur se non perfetto riesce quantomeno a portare spessore e drammaticità a tre pellicole che, altrimenti, avrebbero avuto una loro importanza solo in termini di merchandising ed operazioni commerciali.
Anche i Fordini stessi, tolte le parti di battaglia e gli ultimi quaranta minuti de La vendetta dei Sith, si sono ritrovati decisamente poco coinvolti, a riprova del fatto che il confronto con le prime tre pellicole è quantomeno impietoso.





PIANETA ASSURDO (Netflix, USA, 2020)

Pianeta assurdo Poster

Sempre in materia di Fordini, una segnalazione doverosa va alla fuori di testa Pianeta assurdo, docuserie targata Netflix incentrata sulle stranezze che ci regala il regno animale: narrata da Madre Natura - !?!?!? - e giostrata dagli autori neanche fosse una sorta di episodio di Spongebob sotto lsd, questa serie ha lasciato il segno dal piglio, per l'appunto, assurdo, alla sigla di chiusura, adorata in tutte le salse da queste parti.
Senza dubbio il suo valore sia come documentario che come prodotto cinematografico resta molto basso, a prescindere dalla qualità delle immagini - così incredibili sempre grazie alla suddetta Madre Natura -, eppure da queste parti ci si è divertiti parecchio grazie al tono surreale e sopra le righe del prodotto, senza contare che la passione del Fordino per gli animali ha reso tutto più facile, compresa una visione incredibilmente quasi priva delle interruzioni che, di norma, i più piccoli di casa Ford garantiscono.


lunedì 13 gennaio 2020

White Russian's Bulletin



Prosegue la carrellata di titoli da grande e piccolo schermo passati dalle parti del Saloon nel corso delle vacanze natalizie, occasione buona per rilassarsi - almeno sulla carta - per qualche ora in più rispetto alla routine quotidiana ed evitare di addormentarsi secchi sul divano ad ogni visione.
A giocare un ruolo da protagonista è sempre Netflix, che come le realtà che ha generato sta occupando uno spazio sempre più rilevante nell'economia delle visioni domestiche, segnale che il futuro - anche del Cinema - passa sempre più da questo tipo di canale.


MrFord


NELLA MENTE CRIMINALE (Netflix, USA, 2017)

Risultati immagini per inside the criminal mind netflix

Da sempre in casa Ford ci si è interessati, in termini di letture e visioni, del lato oscuro - o quantomeno di uno dei tanti - dell'Uomo, in particolare quello che porta alcuni tra noi a percorrere strade che parrebbero agghiaccianti perfino se paragonate a horror o thriller mozzafiato: questa miniserie in quattro puntate analizza fenomeni ben definiti - serial killers, rapimenti, leader di sette e boss criminali - sfruttando esempi noti per sottolinearne le caratteristiche principali.
Nulla di trascendentale o rivoluzionario, quanto più un'infarinatura utile per chi non conoscesse questo tipo di crimini approfonditamente e volesse compiere un primo passo all'interno della zona d'ombra che inesorabilmente portano con loro.
Non fondamentale, ma comunque utile per un ripasso.




6 UNDERGROUND (Michael Bay, USA, 2019, 128')

6 Underground Poster


Giunto dalle parti di Casa Ford con tutte le aspettative della tamarrata buona per alleggerirsi la mente e superare le "fatiche" delle Feste, il lavoro di Michael Bay che tanto pare una strizzatona d'occhio al filone che originò con Pulp Fiction Tarantino negli anni novanta e con il tempo portò a cose interessanti - The Snatch, a loro modo i due Crank - e molte altre decisamente meno si rivela essere una baracconata non così esaltante, decisamente troppo lunga e priva di quel minimo spessore che determina il confine tra il divertissement ed il giocattolone realizzato solo per mostrare effetti speciali ed affini.
Un peccato, perchè le possibilità di portare a casa qualcosa di davvero divertente c'erano tutte, mentre a conti fatti le poco più di due ore in questione, passati i primi momenti di ambientamento, finiscono per apparire una sequela troppo lunga di macchine ribaltate e momenti action montati troppo velocemente.




GIU' LE MANI DAI GATTI: CACCIA A UN KILLER ONLINE (Netflix, USA, 2019)

Giù le mani dai gatti: caccia a un killer online Poster


La vera chicca del periodo di visioni delle Feste: consigliato da mio fratello e sua moglie, questo inquietante documentario ricostruisce la vera vicenda di uno psicopatico che, non troppi anni fa, postò online un video che lo ritraeva togliere la vita a due gattini, scatenando la rabbia ed il desiderio che la giustizia facesse il suo corso di un gruppo di appassionati della rete che si attivarono in modo da identificarlo e consegnarlo alle autorità.
Questo portò a due anni di indagini e alla scoperta che quello stesso individuo non si sarebbe fermato agli animali, ma avrebbe tolto la vita - ed in modo agghiacciante - anche ad una persona: un viaggio da brividi nella mente di un killer e negli occhi di chi si dedicò alla sua ricerca che colpisce e lascia sconvolti come i migliori episodi della serie Blu Notte, raccontando una storia vera più incredibile di qualsiasi film e perdendo punti soltanto con la chiusa finale, un pò troppo furbetta e a suo modo moralista.
Nonostante quel piccolo scivolone, però, un prodotto consigliatissimo e senza dubbio da recuperare.




JUMANJI - THE NEXT LEVEL (Jake Kasdan, USA, 2019, 123')

Jumanji - The Next Level Poster


Attesissimo dai Fordini - ma anche da me, inutile prenderci in giro - il secondo capitolo del nuovo franchise di Jumanji con protagonista The Rock si è rivelato un altro ottimo esperimento di Jake Kasdan, che pur senza strafare - nonostante i numerosi cambi e le divertenti evoluzioni degli avatar passati da un charachter all'altro la vicenda scorre abbastanza prevedibile, ed il villain della storia appare poco caratterizzato - porta a casa la pagnotta con un giocattolone godibilissimo e piacevole, pronto a strappare ben più di qualche risata ed intrattenere grandi e piccini sfruttando il meccanismo del videogioco applicato al concetto del vecchio film d'avventura anni ottanta.
Oltre al sempre più convincente in questo tipo di ruoli Dwayne Johnson, un plauso va ai vecchietti Danny DeVito e Danny Glover, così come a tutti gli interpreti degli avatar del gioco, bravissimi nel replicare anche fisicamente i loro alter ego al di fuori dello stesso.
Sarà pop e decisamente poco autoriale, ma una proposta del genere, a mio parere, fa respirare tutti e funziona sempre.




INSTANT FAMILY (Sean Anders, USA, 2018, 118')

Instant Family Poster

Chiude la carrellata un recupero di quelli buoni per le serate da divano e pieno relax legato al regista di Daddy's Home - un guilty pleasure assoluto per il sottoscritto -, forse un pochino troppo politically correct e buonista ma comunque piacevole da guardare, in particolare per chi ha voluto e dovuto confrontarsi con la durissima realtà dell'essere genitore - in questo caso amplificata, considerato che parliamo di famiglie affidatarie -: Mark Wahlberg è sempre una certezza in quanto a fordianità e pane e salame, la storia è giusta per questo tipo di produzione, la visione scorre senza intoppi.
Anche in questo caso non si è certo di fronte al titolo della vita, ma ad una di quelle visioni che, di tanto in tanto, comunque fanno bene, se non altro per farsi quattro risate insieme e, magari, per i più sensibili, anche un paio di lacrime di quelle buone.


lunedì 23 settembre 2019

White Russian's Bulletin



Proseguono - incredibilmente - i post in anticipo e programmati del Saloon, guadagnati a partire dalle purtroppo ormai lontane vacanze estive e che finiranno per presentare titoli freschi d'uscita in differita di qualche settimana: a questo giro tocca a serie e film che hanno imperversato poco dopo il rientro e prima che Venezia dichiarasse i suoi vincitori, nell'attesa anche qui di scoprire se saranno davvero tali anche quando giungeranno al mio bancone.
Intanto, tra serial killers e mostri, la compagnia qui è ben assortita.


MrFord



MINDHUNTER - STAGIONE 2 (Netflix, USA, 2019)

Mindhunter Poster


Chi frequenta il Saloon da qualche anno sa bene quanto abbia nel tempo sponsorizzato e caldeggiato la lettura di Mindhunter di John Douglas, autobiografia dell'omonimo agente FBI tra i fondatori dell'Unità di analisi comportamentale del Bureau: da quello stesso lavoro, oltre a numerosi romanzi e film di genere, due anni fa era stata tratta una serie molto interessante legata alla nascita della stessa unità, costruita su una serie di interviste svolte nelle carceri americane con protagoniste le superstar di questo decisamente inquietante mondo.
Gente come Manson, Kemper, Bergowitz e soci che, grazie alle chiacchierate con gli agenti, fornivano informazioni sempre più utili per comprendere - o tentare di farlo - cosa accade nella mente di un serial killer: alle spalle una prima stagione decisamente convincente, gli autori ed il cast tornano a confermare quanto di buono era stato fatto grazie all'incrocio di momenti cult - l'incontro con Manson -, indagini tese - gli omicidi di Atlanta - ed un lavoro ottimo sulla costruzione dei protagonisti, talmente buono da oscurare quello che, sulla carta, dovrebbe essere il main charachter in favore delle sue "spalle".
A questo si uniscono una regia che rispecchia in pieno lo stile di uno dei suoi "deus ex machina" David Fincher ed un'inquietudine diffusa ma mai gridata, più che altro suggerita e serpeggiante, quasi come quando tornando a casa in una notte tempestosa si ha il timore di essere seguiti.
Mindhunter è quel timore che diventa realtà.




IT - CAPITOLO DUE (Andy Muschietti, Canada/USA, 2019, 169')

It - Capitolo due Poster


It è stato - a prescindere dalla comunque dubbia qualità del film tv - uno dei supercult dell'infanzia di questo vecchio cowboy, grazie ad una storia di amicizia in pieno stile Goonies o Stand by me e all'interpretazione pazzesca di Tim Curry nel ruolo di Pennywise, charachter strepitoso creato da Stephen King che rappresentava e rappresenterà, fondamentalmente, la paura che il mondo può esercitare su ognuno di noi, con tutto il suo potere di celare mostri anche dietro il più innocuo degli angoli. Il primo capitolo di questa nuova versione firmata Muschietti mi aveva colpito molto favorevolmente, il lavoro di Bill Skarsgard era stato strepitoso e l'atmosfera in stile Stranger Things aveva rispolverato lo spirito di "quei tempi".
Con Julez abbiamo approfittato di una delle serate da "libera uscita di coppia" regalate dalla sempre preziosa suocera Ford per chiudere i conti con il Clown Danzante, portandoci a casa spunti notevoli e qualche dubbio: il prodotto è solido e ben realizzato, Skarsgard spacca ancora e in modo ancora diverso - la capacità del ragazzo di passare da patetico a inquietante spostando solo le sopracciglia è degna dei migliori trasformisti -, il "mostro" dietro Pennywise, chiaramente legato al bullismo e ai suoi surrogati, è ben portato sullo schermo, il vecchio Bowers - interpretato da Teach Grant - è perfetto, così come l'utilizzo di Stan non come esempio di vigliaccheria ma di coraggio e collante per i suoi amici.
Di contro, senza dubbio è mancato il coinvolgimento emotivo - del resto, anche io, come i Perdenti, sono invecchiato parecchio dal mio primo incontro con It -, alcuni passaggi non convincono pienamente e l'impressione è che Derry non sia stata calcolata a dovere - in alcuni momenti pare quasi che il gruppo di amici sia solo in tutta la città -, senza contare che, a proposito di giochi con il finale - mitica la comparsata di King, tanto per rimarcare le cose -, mi è mancato quello della tanto vituperata miniserie televisiva con Bill e Audra.
La visione, comunque, rende, e tra gli entusiasti e i criticoni mi metto nel mezzo, apprezzando un lavoro che, probabilmente, sarà sempre troppo stretto al materiale portato sulla pagina dal Re del brivido.





WHEN THEY SEE US (Netflix, USA, 2019)

When They See Us Poster


Proprio quando Chernobyl pareva già avere la strada spianata per conquistare il titolo di serie dell'anno del Saloon, ecco giungere su questi schermi When they see us, miniserie targata Netflix dedicata all'eclatante caso dei 5 di Central Park, accusati ingiustamente sul finire degli anni ottanta per questioni prevalentemente razziali di stupro e costretti a subire riformatorio e carcere per buona parte della loro giovinezza.
Ammetto che, per la durezza e la rabbia, al termine del primo episodio ho avuto il dubbio se proseguire nella visione, considerato che lavori come questo - o come Diaz, o Sulla mia pelle, o qualsiasi altro che tocchi il tasto dell'ingiustizia - finiscono per solleticare il mio lato ribelle, "da bombarolo", come canterebbe De Andrè e mi ricorderebbe Julez come monito: fortunatamente, ho proseguito.
E ho avuto la fortuna di incrociare il cammino con uno dei titoli più sentiti, potenti e vivi degli ultimi anni, che dovrebbe toccare chi è genitore, perchè un calvario del genere è inconcepibile da provare dall'altra parte, per chi è vivo, perchè farsi privare della giovinezza non è nulla rispetto a qualsiasi risarcimento, perchè questa è una ferita aperta nel cuore degli USA almeno quanto l'Undici Settembre, a prescindere dal numero delle vittime. E perchè gente come Trump, più che occupare posizioni di potere che influenzano il mondo, dovrebbe giusto scaldarsi il culo sulla poltrona del salotto senza rischiare di compromettere cose decisamente più grandi della loro limitata visione del mondo.
Per quanto mi riguarda, i 5 di Central Park, o di Harlem, o come li vogliamo chiamare, potrebbero essere Presidenti. Ma non credo gli interesserebbe.
Perchè, per quello che hanno dovuto subire e per quello che vogliono costruire, credo vogliano per prima cosa occuparsi davvero degli altri.
E che i loro figli possano non passare quello che hanno passato loro.





LE IENE (Quentin Tarantino, USA, 1992, 99')

Le iene Poster


Spinto dalla curiosità per l'ultimo Tarantino, sono andato a rispolverare il primo.
E a distanza di ventisette anni - quasi non ci credo sia passato così tanto tempo -, Le iene sa ancora essere una bomba atomica pronta a prendere a calci in culo una marea di pellicole uscite dopo di lei, ed altre che ancora devono vedere la sala.
Il primo film del buon Quentin è un dramma shakespeariano che pare una versione hard boiled di Americani, un concentrato di dialoghi pazzeschi e tensione continua, interpretazioni e scene cult ed un vero e proprio manuale per lo sceneggiatore: dall'apertura da antologia nella caffetteria alle prove da infiltrato, passando per il taglio dell'orecchio ed il finale senza speranza, Tarantino mescola i Cani arrabbiati al Bardo, il classicismo con sangue e merda, le risate al dramma profondo.
E lo fa con uno stile impeccabile, unico, indimenticabile.
Le iene, come altri titoli firmati dal regista di Knoxville, va visto, rivisto, vissuto, più che recensito o spiegato. E' il colpo di genio, la rottura, quel qualcosa che qualsiasi fan aspetta, e prega di vivere sulla pelle nel momento in cui esplode.





ARMADA (Ernest Cline, USA, 2015)


Tornato agli standard di lettura di quasi cinque anni fa, subito dopo Winslow ed in attesa di Nesbo ho deciso di buttarmi su un altro fordiano acquisito, Ernest Cline, che qualche anno fa mi conquistò con Ready Player One. Purtroppo, però, questo Armada risulta patire la sindrome del "sequel" - anche se di sequel non si tratta -, rimanendo lontano anni luce - per usare un termine che piacerebbe all'autore - dal romanzo che lo portò alla ribalta: i riferimenti sono divertenti, si fa leggere, per chiunque sia nato o cresciuto negli anni ottanta regala senza dubbio qualche chicca, eppure pare la versione fan - e Hollywood - service del già citato lavoro portato sugli schermi - a mio parere senza successo - da Spielberg.
I tempi di narrazione lasciano più di un dubbio, alcuni passaggi vengono giustificati in poche righe, l'atmosfera vintage pare più nerd che non sincera, vissuta e amata, quasi come Armada fosse la versione da sfigato rancoroso di quello che era stata la "rivincita dei nerd" di Player One.
Un peccato, perchè finisce per far dubitare di un autore che prometteva davvero un gran bene, anche se, dall'altra parte, ha avuto il merito di alleggerire come un cuscinetto il passaggio tra due mostri come Winslow e Nesbo.


martedì 4 giugno 2019

White Russian's Bulletin


Con la nuova settimana giunge puntuale anche il ritardo del Bulletin dopo quello della rubrica dedicata alle uscite: con l'inizio dell'estate, ai recuperi dei mesi scorsi hanno cominciato ad aggiungersi le classiche visioni disimpegnate tipiche del periodo, perfette soprattutto perchè ormai, considerati impegni e stanchezza, difficilmente riesco a sfondare il tetto delle due visioni impegnate a settimana.
Ecco dunque cosa è passato dalle parti del Saloon a cavallo tra una primavera monsonica ed un'estate arrivata di fretta.


MrFord



BETTER WATCH OUT (Chris Peckover, Australia/USA, 2016, 89')

Better Watch Out Poster

Se non fosse stato consigliato dal mio fratellino Dembo, a causa della sua ambientazione natalizia avrei atteso il prossimo inverno per effettuare il recupero di questo insolito home invasion che strizza l'occhio a Mamma ho perso l'aereo e, in parte, al Cinema di genere figlio degli anni ottanta - ho da sempre un'avversione per i recuperi fuori stagione -: forse, però, e non me ne voglia il mio suddetto grande amico, non avrei perso granchè ad aspettare, considerato che il lavoro di Peckover, nonostante alcune idee di fondo davvero molto valide ed alcune soluzioni di violenza creativa notevoli mostra diverse pecche sia in termini di sceneggiatura che di logica - problema in comune a molti horror, del resto - che rischiano di stancare o comunque limitare l'apprezzamento del pubblico prima dell'escalation della parte finale, forse la parte migliore del lavoro.
A conti fatti, Better watch out resta una curiosa alternativa all'intrattenimento thriller/horror senza impegno buono per una serata natalizia diversa dalle altre e soprattutto senza le aspettative della vigilia che hanno scottato gli occupanti del Saloon: se presa in quel modo, potrebbe anzi addirittura risultare sorprendente.




THE OA - STAGIONE 2 (Netflix, USA, 2019)

The OA Poster


Qualche anno fa The OA aveva travolto la blogosfera come un fenomeno accolto come un vero e proprio miracolo da buona parte del pubblico e dalla quasi totalità dei radical, e, anche se con riserva, aveva convinto perfino me. Con la seconda stagione la creatura scritta e pensata da Brit Marling e dal suo compagno dal nome poco pronunciabile mantiene gli stessi folli binari riuscendo a rimanere convincente neanche fosse una figlia dell'immaginario di Lynch, finendo per risultare magnetica anche quando, a conti fatti, di quello che racconta e porta sullo schermo si finisce per non capire un bel cazzo.
Visivamente impressionante, costruita con grande intelligenza, resa ancora più affascinante dalle variazioni sui suoi protagonisti e dall'inserimento della fordiana figura del detective, perfetta nella sua digressione metacinematografica finale. Un prodotto di quelli che si continuerebbero a guardare anche quando non si sa davvero perchè.



TED BUNDY - FASCINO CRIMINALE (Joe Berlinger, USA, 2019, 110')

Ted Bundy - Fascino criminale Poster


Ted Bundy è una delle figure più note, quando si parla di serial killers statunitensi: passato alla Storia per il suo fascino e le sue doti persuasive, per quanto non uno dei miei "favoriti" in quest'ambito, è senza dubbio uno dei profili criminali sui quali chi affronta questo argomento deve necessariamente considerare come d'esempio.
Portato sullo schermo ispirandosi al libro scritto dalla sua confidente, il lavoro di Joe Berlinger è interessante sulla carta e rispetto all'idea di non mostrare mai - o quasi - il lato oscuro di Bundy, dimenticandosi la strada del biopic tradizionale per concentrarsi sul punto di vista distorto di una persona che per anni non ha mai visto chi c'era davvero dietro la persona che frequentava e alla quale si era legata: peccato che, nonostante le premesse, il film risulti troppo spezzettato e freddo, privo di una scrittura davvero in grado di coinvolgere partendo dal lato apparentemente normale di questo serial killer che rese "l'apparenza inganna" il suo motto.
Di fatto, un'occasione sprecata, anche se non così "malvagia".



LA LLORONA - LE LACRIME DEL MALE (Michael Chaves, USA, 2019, 93')

La Llorona - Le lacrime del male Poster


E' vero, è scoppiata l'estate. E come si conviene, qualche serata immolata sull'altare dei filmetti horror ci sta tutta. Anche quando, con ogni probabilità, si sa già di andare incontro all'ennesima ciofeca che il purtroppo bistrattato genere "di paura" rischia di propinare.
Quando in casa Ford abbiamo scelto di affrontare la visione de La llorona eravamo ben coscienti dei rischi, ma non di quanta banalità fosse stata condensata in un'ora e mezza di luoghi comuni che il più classico - e non in senso buono - dei film d'orrore è in grado al suo peggio di regalare: situazioni ben oltre i limiti della logica - assistente sociale vedova che lascia i figli in età neppure da scuola media a casa da soli a prepararsi la cena, fare i compiti e secondo me anche a finire le pulizie prima che rientri a tarda sera, utilizzo delle forze dell'ordine quantomeno da fantascienza e così via -, classica storia di spiriti senza la benchè minima speranza non dico di spavantare, ma quantomeno di turbare in minima parte, finale con resa dei conti talmente teso da farmi crollare secco gli ultimi dieci minuti costringendo Julez all'inusuale ruolo di incaricata del riassunto del film dopo che l'altro ha deciso di abbracciare Morfeo.
Più che da piangere, qui, c'è da lottare per rimanere con gli occhi aperti. Peccato si chiudano per il sonno e non per la paura.


venerdì 14 settembre 2018

Criminal Minds - Stagione 13 (CBS, USA, 2018)




- Ci sono alcuni titoli, come Grey's Anatomy e Criminal Minds, che fanno così parte dei ricordi di Casa Ford dai tempi dei primi giorni di convivenza miei e di Julez, che penso non potremo mai lasciarli alle nostre spalle neppure volendo fino alla loro chiusura definitiva.

- La passione per il profiling, i serial killers e la parte oscura della natura umana, benchè decisamente meglio rappresentata da produzioni come True Detective, Mind Hunter, Manhunt: Unabomber, esercita sempre un fascino irresistibile per questo vecchio cowboy.

- Criminal Minds, che fino a qualche stagione fa poteva essere considerata la migliore produzione "pop" legata a tematiche come la caccia agli assassini seriali, in barba ai vari CSI, si è da tempo seduta sul suo format standard e, benchè si continui a cercare di trovare nuovi spunti, attraversa senza dubbio una fase di stanca molto, molto pesante.

- Tra i ventidue episodi di questa stagione tredici solo una manciata sono parsi davvero al livello di quelli dei tempi d'oro, e benchè l'arrivo nella squadra della BAU dell'agente Simmons, ottimo sostituto dell'indimenticato Derek Morgan di Shemar Moore, che ricompare brevemente come ospite, porti un pò di aria fresca, il poco approfondimento dei protagonisti e le indagini decisamente lontane in termini di atmosfera dal thrilling dei primi anni non aiutano di certo.

- Gli appassionati continueranno a volere bene alla proposta, seguiranno i profiler FBI alla ricerca di squilibrati, santoni, assassini e chi più ne ha, più ne metta, ma continueranno principalmente per affezione e abitudine che non per reali meriti. L'ideale, in questo senso, sarebbe una svolta più decisa ed oscura oppure una stagione di chiusura che saluti in modo degno i protagonisti.

- A favore dell'annata vanno il ciclo di episodi dedicati al confronto tra la squadra capitanata da Prentiss e dell'agente pronta a fare da supervisore e regolatore della squadra - per quanto molto pilotata e forzata nel finale - e la buona tradizione di far dirigere a quasi tutti i protagonisti almeno un episodio, spesso dedicato proprio al loro charachter.



MrFord



 

giovedì 26 aprile 2018

Hannibal - Stagione 2 (NBC, USA, 2014)




E' curioso come alcuni titoli di serie televisive, pur colpendo positivamente gli occupanti del Saloon, finiscano per riposare in attesa neanche fossero single malt da far invecchiare: di recente abbiamo riscoperto Ray Donovan, che inaugurò la sua presenza in casa Ford anni fa con la prima stagione per poi restare in standby ed essere recuperato con la bellezza di quattro stagioni viste in un anno, e a seguito di quest'ultimo si è deciso di riprendere anche un altro paio di titoli che, nonostante il "favore della critica", erano rimasti impietosamente fermi ai box.
Uno di questi è Hannibal, ispirato dai romanzi di Thomas Harris che al Cinema hanno regalato perle del calibro di Manhunter e Il silenzio degli innocenti, incentrato sulla figura dello psichiatra cannibale Hannibal Lecter e su quella della sua nemesi, Will Graham, interpretati da Mads Mikkelsen - fordiano ad honorem - e Hugh Dancy, pronti a prestare volto e follia a due lati della stessa medaglia in un prodotto complesso e diverso dai classici crime da piccolo schermo, curatissimo esteticamente - fotografia e taglio sono maniacali almeno quanto la cucina di Lecter - e poco disposto a fare concessioni allo spettatore, ma ugualmente entusiasmante, oltre che a livello estetico, per la tensione ed i riferimenti ad episodi già raccontati, pur se in modo diverso dai due filmoni citati poco sopra - ricordo benissimo la sequenza della sedia a rotelle infuocata fatta scivolare sulla rampa del garage in Manhunter, o i disegni a memoria di Lecter nella cella della struttura coordinata da Chilton -.
Il duello a distanza tra Hannibal e Will, giocato sia a livello mentale che fisico, sul dubbio e l'illusione, rende alla perfezione il rapporto che si instaura tra rivali che si ammirano, odiano e, in una certa misura, amano, quasi fossero una versione da studio psichiatrico di Joker e Batman, e l'equilibrio dell'uno fosse dato, inevitabilmente ed inesorabilmente, da quello dell'altro.
Ottimo il cast dei comprimari, che vede partecipazioni importanti come quella di Lawrence Fishburne, Gillian Anderson e Michael Pitt, splendide le cornici e le ambientazioni così come le ricostruzioni dei delitti di Lecter, talmente artistici nella loro messa in scena da risultare quasi estranei all'efferatezza degli atti compiuti dal folle psichiatra: osservando l'incedere della storia e l'ottima chiusura di stagione, personalmente aumenta il rimpianto non solo di aver atteso così tanto per proseguire questa cavalcata, ma anche che un titolo con potenzialità di questo livello sia stato interrotto con il finire della terza stagione, per la quale ovviamente ora in casa Ford l'hype è alle stelle anche perchè vedrà i protagonisti incontrare Donahue, il "Dente di fata" del di nuovo citato Manhunter di Michael Mann, personaggio cardine del romanzo Red Dragon - ovviamente sempre di Harris - riproposto in tempi più recenti in una pellicola decisamente lontana dal livello dell'originale o di questo serial.
Nel frattempo, ripenserò ai piatti in stile Masterchef estremo di Lecter - portati in scena e realizzati interamente da Mikkelsen, allenatosi con uno chef per l'occasione - così come a tutto quello che porterà la caccia nella prossima serie: in fondo, quando due menti e personalità così complesse e problematiche si scontrano, una tempesta è il minimo che ci si possa aspettare.
Se poi si riflette a proposito del fatto che quelle stesse menti siano figlie di nature predatorie, il gioco è fatto: non c'è niente di più affascinante, accattivante, sanguinoso, di uno scontro tra creature assetate - mentalmente, oppure no - di sangue.



MrFord



lunedì 11 dicembre 2017

L'uomo di neve (Tomas Alfredson, UK/USA/Svezia, 2017, 119')





Tutti gli avventori del Saloon sanno benissimo quanto ami Jo Nesbo ed il suo personaggio principe, Harry Hole, detective alcolista e tormentato che, sulla pagina, ha girato il mondo e stanato serial killers in Norvegia dalla fine degli anni novanta a oggi, seguendo o quasi per età il suo creatore.
E chi segue questo vecchio cowboy conosce bene anche tutte le riserve che nutrivo a proposito di questa trasposizione cinematografica de L'uomo di neve, romanzo che lanciò il già citato Nesbo nell'Olimpo dei best sellers internazionali, in parte date dal fatto che si trattasse del settimo romanzo della saga e non del primo, in parte legate alle assurde scelte di casting - Fassbender sarà pure bravo e famoso, ma con Hole non c'entra proprio una fava secca, per non parlare della tostissima Bratt trasformata in una specie di bambolina indie -, in parte perchè se di norma il romanzo è superiore al film ispirato dallo stesso la sensazione, in questo caso, era quella di un replay del terrificante - e non in senso buono - Io sono leggenda di qualche anno fa, che da un Capolavoro della Letteratura snaturato portò sullo schermo una merda fumante.
Purtroppo, rispetto a L'uomo di neve, i timori si sono rivelati più che fondati.
Conscio, mi rendo conto, dell'influenza del romanzo, ho finito per considerare non solo assurdo l'adattamento - forzatamente cambiato per la maggior parte delle vicende narrate -, ma anche l'utilizzo dei particolari - tutti i fan di Hole sanno che il suo veleno favorito è il Jim Beam, noto bourbon americano, mentre nella pellicola il detective, che più che un alcolista pare essere vulnerabile alla bevuta facile e poco più, compare solo ed esclusivamente in compagnia di bottiglie di vodka da discount -, senza considerare il ritmo soporifero e l'intensità non pervenuta che ha trasformato Hole da personaggio ferito, tormentato ed in qualche modo romantico nel senso letterario del termine al tipico protagonista da giallo cinematografico scandinavo buono per gli appassionati di thriller da seconda serata nel weekend televisivo.
Un calvario per un appassionato come il sottoscritto che, anche se osservato cercando di rimanere all'esterno dei panni di fan della saga letteraria, finisce per risultare anonimo e privo di personalità, la più classica operazione prettamente commerciale pronta ad approfittare dello spettatore occasionale o del sentito dire senza alcun rispetto o considerazione per l'opera d'ispirazione o per l'intelligenza degli spettatori.
Un peccato mortale considerate le potenzialità di autore, serie e personaggio, che, continuo a ribadirlo, meriterebbero un'attenzione maggiore ed un panorama da piccolo schermo nella sua versione meglio curata - un nome solo: HBO -, piuttosto che trasposizioni così prive di personalità da risultare identiche a qualsiasi altra abbia regalato al pubblico uno dei registi dalla concentrazione di Valium più importante degli ultimi anni, Tomas Alfredson, che pare essere in grado di trasformare anche adrenalina pura in una bella tazza di camomilla.
Come se tutto questo non bastasse viene fornita una spiegazione assolutamente priva di originalità rispetto all'originale delle giustificazioni che muovono l'Uomo di neve, si preferisce un finale "giustizialista" e si finisce per perdere inesorabilmente il rapporto ed il legame che si stabilisce tra main charachter ed antagonista: un fallimento, dunque, su tutta la linea per quanto mi riguarda, e che porta alla delusione di aver visto, più che un film oggettivamente brutto o da incazzatura, una terribile occasione sprecata considerato il materiale dal quale si partiva.




MrFord




martedì 21 novembre 2017

Mindhunter - Stagione 1 (Netflix, USA, 2017)




Ho sempre ritenuto affascinanti le figure ora classificate come serial killers: in fondo, uno dei misteri più difficili da portare alla luce è riferito senza dubbio alla complessità ed alla profondità - anche oscura - della Natura umana, ed il fatto che alcuni tra noi, nel corso quantomeno dell'ultimo secolo e mezzo - ma ci sono molte prove che il fenomeno è legato all'Uomo fin dai tempi delle prime grandi civiltà -, abbia manifestato apertamente atteggiamenti predatori neanche fosse il più selvaggio degli animali anche in casi in cui il quoziente intellettivo era molto alto rende l'intera questione decisamente interessante.
Ricordo anche quando passai da letture legate a questo campo da "grande distribuzione" a Mindhunter, autobiografia che l'ex agente speciale della sezione Analisi comportamentale dell'FBI John Douglas realizzò collaborando con lo scrittore Mark Olshaker, ad oggi ancora uno dei miei libri preferiti: per la prima volta, infatti, scoprii come aveva vissuto il faccia a faccia con molti serial killers noti anche grazie a Cinema e televisione qualcuno che era stato un pioniere dello studio dei loro comportamenti, e cercavo di capire come ci si sarebbe sentiti a trovarsi di fronte a Edmund Kemper, Charles Manson, Figlio di Sam e via discorrendo: che effetto può fare, del resto, guardare negli occhi qualcuno che ha tolto deliberatamente la vita ad una "preda", e che lo ha fatto in modi che tu non potresti neppure immaginare?
Al Cinema l'atmosfera incredibile di quel libro era stata tradotta da Michael Mann con Manhunter e Jonathan Demme con Il silenzio degli innocenti - ancor più che da Fincher, coinvolto in questo progetto, con il suo Se7en -, ma sul piccolo schermo, malgrado alcuni ottimi prodotti, non mi era mai capitato di avvertire quella sotterranea tensione, la sensazione che mescola disagio, terrore e curiosità, i brividi che alcuni uomini ed alcune situazioni possono mettere anche a chi è abituato, per mestiere, a conoscere il peggio del nostro mondo, o quantomeno alcuni lati di quello stesso peggio, almeno fino a questo Mindhunter.
Ispirato al già citato testo firmato da John Douglas - anche consulente -, questo silenzioso e sotto le righe crime può tranquillamente essere considerato, da un appassionato di questa materia come il sottoscritto ma anche di Cinema più in generale come una delle chicche più interessanti di un anno che ha presentato senza ombra di dubbio più novità e proposte interessanti sul piccolo schermo che sul grande, segno evidente che i tempi sono cambiati e che la rivoluzione iniziata con Lost poco più di dieci anni fa è una realtà ormai consolidata.
Sfruttando due protagonisti sulla carta agli antipodi - il giovane, ambizioso, intuitivo Ford ed il roccioso, spigoloso e più maturo Tench, che paiono la versione crime di Cannibal e del sottoscritto - spalleggiati dal un personaggio femminile ancora poco definito - ma credo ci sarà tempo di scoprire anche la Dottoressa Carr di Anna Torv - assistiamo ad una vera e propria discesa negli inferi della mente criminale che prende il suo tempo, muove un passo alla volta, fa riflettere - l'episodio dedicato alla situazione del preside della scuola elementare che solletica i piedi ai bambini invece che punirli per i comportamenti non adeguati - e culmina in un season finale che rievoca uno dei passaggi fondamentali del romanzo dal quale quest'opera è stata tratta - il concetto del "ognuno ha il suo sasso" - e chiude con un confronto da tensione alle stelle tra Ford ed Edmund Kemper, che fu uno dei pilastri del progetto di profiling di Douglas - il primo ad ammettere il legame molto forte che si creò con il serial killer delle studentesse californiane, uno degli assassini con il quoziente intellettivo più alto mai registrati, al contrario di altri palesemente quasi disprezzati come i già citati Manson e Figlio di Sam - ed aumenta a dismisura curiosità e hype per la seconda e già annunciata stagione.
Del resto, l'abisso che ci portiamo dentro ha profondità che non abbiamo ancora neppure immaginato.
E se il risultato sono prodotti come questo, sono pronto a continuare l'esplorazione.




MrFord




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