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lunedì 23 settembre 2019

White Russian's Bulletin



Proseguono - incredibilmente - i post in anticipo e programmati del Saloon, guadagnati a partire dalle purtroppo ormai lontane vacanze estive e che finiranno per presentare titoli freschi d'uscita in differita di qualche settimana: a questo giro tocca a serie e film che hanno imperversato poco dopo il rientro e prima che Venezia dichiarasse i suoi vincitori, nell'attesa anche qui di scoprire se saranno davvero tali anche quando giungeranno al mio bancone.
Intanto, tra serial killers e mostri, la compagnia qui è ben assortita.


MrFord



MINDHUNTER - STAGIONE 2 (Netflix, USA, 2019)

Mindhunter Poster


Chi frequenta il Saloon da qualche anno sa bene quanto abbia nel tempo sponsorizzato e caldeggiato la lettura di Mindhunter di John Douglas, autobiografia dell'omonimo agente FBI tra i fondatori dell'Unità di analisi comportamentale del Bureau: da quello stesso lavoro, oltre a numerosi romanzi e film di genere, due anni fa era stata tratta una serie molto interessante legata alla nascita della stessa unità, costruita su una serie di interviste svolte nelle carceri americane con protagoniste le superstar di questo decisamente inquietante mondo.
Gente come Manson, Kemper, Bergowitz e soci che, grazie alle chiacchierate con gli agenti, fornivano informazioni sempre più utili per comprendere - o tentare di farlo - cosa accade nella mente di un serial killer: alle spalle una prima stagione decisamente convincente, gli autori ed il cast tornano a confermare quanto di buono era stato fatto grazie all'incrocio di momenti cult - l'incontro con Manson -, indagini tese - gli omicidi di Atlanta - ed un lavoro ottimo sulla costruzione dei protagonisti, talmente buono da oscurare quello che, sulla carta, dovrebbe essere il main charachter in favore delle sue "spalle".
A questo si uniscono una regia che rispecchia in pieno lo stile di uno dei suoi "deus ex machina" David Fincher ed un'inquietudine diffusa ma mai gridata, più che altro suggerita e serpeggiante, quasi come quando tornando a casa in una notte tempestosa si ha il timore di essere seguiti.
Mindhunter è quel timore che diventa realtà.




IT - CAPITOLO DUE (Andy Muschietti, Canada/USA, 2019, 169')

It - Capitolo due Poster


It è stato - a prescindere dalla comunque dubbia qualità del film tv - uno dei supercult dell'infanzia di questo vecchio cowboy, grazie ad una storia di amicizia in pieno stile Goonies o Stand by me e all'interpretazione pazzesca di Tim Curry nel ruolo di Pennywise, charachter strepitoso creato da Stephen King che rappresentava e rappresenterà, fondamentalmente, la paura che il mondo può esercitare su ognuno di noi, con tutto il suo potere di celare mostri anche dietro il più innocuo degli angoli. Il primo capitolo di questa nuova versione firmata Muschietti mi aveva colpito molto favorevolmente, il lavoro di Bill Skarsgard era stato strepitoso e l'atmosfera in stile Stranger Things aveva rispolverato lo spirito di "quei tempi".
Con Julez abbiamo approfittato di una delle serate da "libera uscita di coppia" regalate dalla sempre preziosa suocera Ford per chiudere i conti con il Clown Danzante, portandoci a casa spunti notevoli e qualche dubbio: il prodotto è solido e ben realizzato, Skarsgard spacca ancora e in modo ancora diverso - la capacità del ragazzo di passare da patetico a inquietante spostando solo le sopracciglia è degna dei migliori trasformisti -, il "mostro" dietro Pennywise, chiaramente legato al bullismo e ai suoi surrogati, è ben portato sullo schermo, il vecchio Bowers - interpretato da Teach Grant - è perfetto, così come l'utilizzo di Stan non come esempio di vigliaccheria ma di coraggio e collante per i suoi amici.
Di contro, senza dubbio è mancato il coinvolgimento emotivo - del resto, anche io, come i Perdenti, sono invecchiato parecchio dal mio primo incontro con It -, alcuni passaggi non convincono pienamente e l'impressione è che Derry non sia stata calcolata a dovere - in alcuni momenti pare quasi che il gruppo di amici sia solo in tutta la città -, senza contare che, a proposito di giochi con il finale - mitica la comparsata di King, tanto per rimarcare le cose -, mi è mancato quello della tanto vituperata miniserie televisiva con Bill e Audra.
La visione, comunque, rende, e tra gli entusiasti e i criticoni mi metto nel mezzo, apprezzando un lavoro che, probabilmente, sarà sempre troppo stretto al materiale portato sulla pagina dal Re del brivido.





WHEN THEY SEE US (Netflix, USA, 2019)

When They See Us Poster


Proprio quando Chernobyl pareva già avere la strada spianata per conquistare il titolo di serie dell'anno del Saloon, ecco giungere su questi schermi When they see us, miniserie targata Netflix dedicata all'eclatante caso dei 5 di Central Park, accusati ingiustamente sul finire degli anni ottanta per questioni prevalentemente razziali di stupro e costretti a subire riformatorio e carcere per buona parte della loro giovinezza.
Ammetto che, per la durezza e la rabbia, al termine del primo episodio ho avuto il dubbio se proseguire nella visione, considerato che lavori come questo - o come Diaz, o Sulla mia pelle, o qualsiasi altro che tocchi il tasto dell'ingiustizia - finiscono per solleticare il mio lato ribelle, "da bombarolo", come canterebbe De Andrè e mi ricorderebbe Julez come monito: fortunatamente, ho proseguito.
E ho avuto la fortuna di incrociare il cammino con uno dei titoli più sentiti, potenti e vivi degli ultimi anni, che dovrebbe toccare chi è genitore, perchè un calvario del genere è inconcepibile da provare dall'altra parte, per chi è vivo, perchè farsi privare della giovinezza non è nulla rispetto a qualsiasi risarcimento, perchè questa è una ferita aperta nel cuore degli USA almeno quanto l'Undici Settembre, a prescindere dal numero delle vittime. E perchè gente come Trump, più che occupare posizioni di potere che influenzano il mondo, dovrebbe giusto scaldarsi il culo sulla poltrona del salotto senza rischiare di compromettere cose decisamente più grandi della loro limitata visione del mondo.
Per quanto mi riguarda, i 5 di Central Park, o di Harlem, o come li vogliamo chiamare, potrebbero essere Presidenti. Ma non credo gli interesserebbe.
Perchè, per quello che hanno dovuto subire e per quello che vogliono costruire, credo vogliano per prima cosa occuparsi davvero degli altri.
E che i loro figli possano non passare quello che hanno passato loro.





LE IENE (Quentin Tarantino, USA, 1992, 99')

Le iene Poster


Spinto dalla curiosità per l'ultimo Tarantino, sono andato a rispolverare il primo.
E a distanza di ventisette anni - quasi non ci credo sia passato così tanto tempo -, Le iene sa ancora essere una bomba atomica pronta a prendere a calci in culo una marea di pellicole uscite dopo di lei, ed altre che ancora devono vedere la sala.
Il primo film del buon Quentin è un dramma shakespeariano che pare una versione hard boiled di Americani, un concentrato di dialoghi pazzeschi e tensione continua, interpretazioni e scene cult ed un vero e proprio manuale per lo sceneggiatore: dall'apertura da antologia nella caffetteria alle prove da infiltrato, passando per il taglio dell'orecchio ed il finale senza speranza, Tarantino mescola i Cani arrabbiati al Bardo, il classicismo con sangue e merda, le risate al dramma profondo.
E lo fa con uno stile impeccabile, unico, indimenticabile.
Le iene, come altri titoli firmati dal regista di Knoxville, va visto, rivisto, vissuto, più che recensito o spiegato. E' il colpo di genio, la rottura, quel qualcosa che qualsiasi fan aspetta, e prega di vivere sulla pelle nel momento in cui esplode.





ARMADA (Ernest Cline, USA, 2015)


Tornato agli standard di lettura di quasi cinque anni fa, subito dopo Winslow ed in attesa di Nesbo ho deciso di buttarmi su un altro fordiano acquisito, Ernest Cline, che qualche anno fa mi conquistò con Ready Player One. Purtroppo, però, questo Armada risulta patire la sindrome del "sequel" - anche se di sequel non si tratta -, rimanendo lontano anni luce - per usare un termine che piacerebbe all'autore - dal romanzo che lo portò alla ribalta: i riferimenti sono divertenti, si fa leggere, per chiunque sia nato o cresciuto negli anni ottanta regala senza dubbio qualche chicca, eppure pare la versione fan - e Hollywood - service del già citato lavoro portato sugli schermi - a mio parere senza successo - da Spielberg.
I tempi di narrazione lasciano più di un dubbio, alcuni passaggi vengono giustificati in poche righe, l'atmosfera vintage pare più nerd che non sincera, vissuta e amata, quasi come Armada fosse la versione da sfigato rancoroso di quello che era stata la "rivincita dei nerd" di Player One.
Un peccato, perchè finisce per far dubitare di un autore che prometteva davvero un gran bene, anche se, dall'altra parte, ha avuto il merito di alleggerire come un cuscinetto il passaggio tra due mostri come Winslow e Nesbo.


mercoledì 18 aprile 2018

Wonder (Stephen Chbosky, USA/Hong Kong, 2017, 113')





Anno dopo anno, da appassionato e spettatore ho senza dubbio - anche se il Cannibale obietterà - migliorato il mio gusto e la capacità di analisi critica rispetto ai film che vedo, nonostante a braccetto con queste due caratteristiche stia al calduccio e confortevole uno dei più grandi nemici dell'umanità: il pregiudizio.
Quando Wonder uscì in sala, mesi fa, bollai l'operazione come la solita, bieca, buonista favoletta all'ammeregana strappalacrime in grado di scatenare le bottigliate delle grandi occasioni perfino in uno spettatore pane e stelle e strisce come il sottoscritto, complici il bimbo protagonista e la sua malformazione ed una storia che ricordava molte, d'autore e non, portate alla ribalta nel corso degli anni e molto spesso di successo.
Tenuto nel cassetto per settimane e rispolverato in occasione di un pomeriggio da solo in casa con la Fordina, il lavoro di Stephen Chbosky - regista dell'amatissimo, da queste parti, Noi siamo infinito - si è rivelato una piacevole sorpresa, una piccola favola per famiglie per nulla ruffiana, attuale - analizza problematiche legate al mondo scolastico negli ultimi anni divenute materia sociale chiacchierata ed analizzata - e nonostante l'inevitabile stuzzicare di corde da lacrima facile intelligente ed in grado di toccare perfino uno stronzo in attesa del pretesto buono per distruggerlo come il sottoscritto.
Merito, forse, di una struttura "a capitoli" che permette a tutti i personaggi principali di emergere senza rubare spazio agli altri, incastrandosi quasi fossero tessere di un unico puzzle, o schegge più o meno impazzite di una famiglia che si poggia sul protagonista Auggie e si evolve a seconda delle individuali inclinazioni e caratteri, di un cast azzeccato che porta sullo schermo vicende perfettamente normali - il desiderio della felicità dei figli, l'amicizia, l'amore, l'instabilità adolescenziale, il rapporto con il mondo esterno che inizia a costruirsi dal complicato ecosistema della scuola - senza che appaiano lontane o hollywoodiane nel senso più dorato ed irrealizzabile del termine: il fatto che il catalizzatore sia un bambino come Auggie con i suoi problemi è in realtà solo un pretesto, un mezzo per portare in scena le fragilità ed i punti di forza di un'intera famiglia e delle persone che sono legate ai suoi membri, senza lungaggini o ricatti morali rivolti all'audience.
E perfino con il crescendo finale, che strizza l'occhio a tutti i grandi film dall'alto potenziale retorico eppure entrati nell'immaginario collettivo e nella cultura popolare come L'attimo fuggente o Scent of a woman, tutto scorre con naturalezza senza apparire forzato o ruffiano, alimentato addirittura da una sequenza che, da padre e da spettatore di questo film in compagnia della sua bambina, mi ha quasi commosso - lo spettacolo teatrale di Via, sorella maggiore di Auggie - pensando a quando e se dovesse capitare al sottoscritto di vedere la stessa bimba che ora si aggrappa al mio petto come se fosse il posto più sicuro del mondo muovere i primi passi nella sua giovinezza e al di fuori della propria casa.
Una sorpresa su tutta la linea, dunque, che seppur lontana dai fasti del già citato Noi siamo infinito conferma il talento di Chblosky come narratore delle inquietudini della crescita, ed un potenziale ottimo prospetto per il futuro rispetto al Cinema di formazione e da ragazzi: dalla progressiva esplosione di Auggie rispetto al mondo esterno alla bellissima sequenza della rissa al campeggio - che mi ha riportato alla mente Stand by me -, Wonder riesce nell'intento di sorprendere un pò come quando incontrate qualcuno che pensate di poter sottovalutare e prima che possiate rendervene conto quello stesso qualcuno è diventato la persona più importante della vostra vita.
Una "meraviglia" decisamente non da poco.




MrFord




 

martedì 16 maggio 2017

13 reasons why (Netflix, USA, 2017)




SPOILER ALERT.



Cara Hannah Baker,
se stai leggendo queste righe dal cellulare, dal tablet, dal computer o da qualche mezzo spirituale sconosciuto ovunque tu sia ora, sappi che nella tua tanto chiacchierata epopea televisiva qualcosa non ha funzionato.
Parecchi qualcosa, a dire il vero.
Ma andiamo con ordine: in realtà, 13 reasons why, in termini di serial televisivo, funziona eccome.
Avvince, fa parlare e discutere, tiene bene tempi e ritmi, ha una colonna sonora notevole ed una cura di alcuni dettagli altrettanto importante.
Ma a volte, e tu lo sai bene, le cose semplicemente non bastano.
Dunque ho deciso di scriverti, e raccontarti in tredici passi - ti ricorda qualcosa? - per quali motivi considero questo titolo come uno dei più gonfiati fenomeni della cultura pop del passato recente.

1) La sceneggiatura manca a più riprese di logica.
Alcuni esempi: per quale motivo una coppia di genitori che della propria figlia non sa praticamente nulla - come capita a quasi tutti i genitori di quasi tutti gli adolescenti -, al suicidio della stessa - e senza alcuna lettera o indicazione che lo giustifichi - decida di intentare una causa alla scuola che frequentava perchè convinta che ci sia qualcosa che non va all'interno dell'istituto?
Per quale motivo il "prescelto" Clay passa dall'essere uno sfigato che non ha mai bevuto un goccio d'alcool in vita sua pronto a sbronzarsi con una birra a partecipare alle feste senza preoccuparsi di bere o sorseggiare uno scotch con il suo nemico numero uno, o il ragazzo con il quale tutte vogliono uscire?
Per quale motivo Tony, che nei flashback compare poco o nulla, e pare non avere un ruolo attivo non solo nella vicenda narrata, ma nella tua vita, cara Hannah, di punto in bianco viene considerato l'angelo custode delle cassette?

2) Il sensazionalismo.
Ho avuto a più riprese la sensazione non proprio piacevole di trovarmi in una versione più indie del salottino da pomeriggio Mediaset di Barbara D'Urso, o di Studio Aperto, pronti a capitalizzare luoghi comuni e dolori grandi e piccoli che tutti provano nel corso degli anni più duri della vita, quelli dell'adolescenza.

3) L'incoerenza.
Dieci persone - undici, contanto Tony - ascoltano le cassette seguendo le istruzioni perchè minacciate da un'eventuale resa pubblica delle stesse - ma non si lottava contro il bullismo? - facendo finta di niente e proseguendo nelle loro vite, poi arriva l'undicesima, che con loro c'entra poco e nulla in termini sociali, e di colpo tutti finiscono per cagarsi sotto perchè potrebbe scatenare un vespaio quando avrebbero semplicemente potuto "saltare un giro" come Clay decide di fare nell'ultimo episodio con la dodicesima.

4) Il pressapochismo.
Il fatto che ognuno di noi sia fallibile è un dato di fatto. E nel corso della vita, ad ognuno sarà capitato di soffrire e far soffrire, e spesso non in egual misura.
Dunque per quale motivo le tue sofferenze, Hannah, dovrebbero avere più valore rispetto a quelle degli altri?

5) La vendetta.
13 reasons why non è un racconto di formazione, o una storia atta a formare o sensibilizzare su temi molto importanti come, per l'appunto, il bullismo. E' una sorta di revenge movie a capitoli.

6) L'invidia.
Anna, parliamoci chiaro, ti rode il culo.
Fin dal principio, quando manifesti il desiderio di farti il ragazzo della tua amica in partenza, è chiaro che vorresti essere la reginetta della scuola, la studentessa figa che tutti vorrebbero seguire, e che tutti idolatrano e venerano. In un certo senso, vorresti essere i vari Zack, Justin, Bryce.
Dev'essere per quello che l'unico che di fatto rifiuti con convinzione e violenza - verbale - sia proprio Clay, l'unico che, almeno sulla carta, desideri che ti ami.

7) Lo scarico delle responsabilità.
Che io non sia il tipo da suicidio è chiaro da un sacco di tempo.
Ho impiegato più di un anno per accettare quello del mio amico Emiliano, che ha deciso di andarsene in pace e senza rompere i coglioni a nessuno.
Ma è troppo, troppo facile dire "voglio essere salvata".
Equivale ad andarsene dicendo "la palla è mia, e se non si gioca come voglio allora nessuno gioca".

8) L'omertà.
Se questa è una serie realizzata in modo da sensibilizzare soprattutto il pubblico giovane su un argomento importante come il bullismo - una volta ancora -, mi pare eticamente e moralmente fuori bersaglio.
Per poter combattere certe dinamiche occorre che le stesse vengano denunciate, portate a galla, mostrate per quelle che sono.
E no, non vale neppure fare come Clay, che sbologna le cassette al counselor e dice "decida lei cosa farne".
E ripenso a Scent of a woman.

9) Il crimine.
A prescindere dal fatto che ognuno può buttare la sua goccia nel mare e non sapere che quella goccia potrebbe essere quella che fa traboccare il vaso e che se tutti ci trattassimo meglio sarebbe tutto più bello e che gli asini volano, quasi nessuno degli "accusati" ha fatto qualcosa di davvero grave per meritare un fardello come quello che hai deciso di scaricare sulle sue spalle.
Certo, hanno combinato cazzate, ma quale adolescente non l'ha fatto?
A ben guardare, gli unici davvero colpevoli di qualcosa sono Bryce - la violenza sessuale non ha alcuna giustificazione o attenuante -, Justin - che consegna la sua ragazza a Bryce, rendendosi complice di uno stupro - e te, Hannah.
L'omissione di soccorso è un reato penale, principessa.
E tu sei colpevole quanto i due colpevoli principali della storia.

10) L'egocentrismo.
Cristo santo, Baker, ma ti sei accorta di quanto questo tuo "metodo" sbugiardi quello che denunci?
A prescindere dal fatto che, da genitore, penso che far penare così due persone che ti volevano bene sia proprio da stronza fatta e finita, e non ci sono sofferenze che tengano, con le tue azioni tu porti non una, due, tre ma tredici esseri umani a forzare la mano decisamente più - per la maggior parte delle volte - di quanto loro non abbiano fatto con te.

11) Le contraddizioni.
Queste posso concedertele.
Non sono più adolescente da un pezzo, e forse mi sono dimenticato di quanto si può essere stupidi a quell'età. Almeno in parte.

12) La rabbia.
C'è livore, nelle tue azioni. Del resto, ho già scritto di invidia e vendetta.
La verità è che quello che hai fatto, l'hai fatto solo ed esclusivamente per te stessa.
Niente di meno di quello che farebbe un Bryce qualsiasi.

13) Il bullismo.
La verità è che, nel corso della visione, ci ho pensato più volte.
Non credo che 13 reasons why sia un'opera che si possa associare al bullismo.
Al crimine, questo sì. Ma non al bullismo.
Quantomeno quello scolastico, lavorativo, sociale del quale tutti, soprattutto nel corso dell'adolescenza, abbiamo fatto esperienza.
Ma se così fosse, tu saresti il primo dei bulli.
Giudichi, ti imponi, costringi gli altri a stare alle tue regole.
Non lasci scappatoie che non siano violente, che si tratti di qualcosa di fisico, o mentale.
Ti metti al di sopra delle parti perchè sai bene che sono le parti che non ti vogliono con loro.
E riduci un povero cristo come Clay a sentirsi perfino in colpa per una serie di scelte che sono esclusivamente tue - sempre violenza a parte, si intenda -.
Sei tu il bullo, Hannah Baker.
E quindi, dato che a me non piacciono i bulli, te lo dico sinceramente.
Fanculo.
Una parola che vale per tutte e tredici le ragioni.



MrFord



mercoledì 16 marzo 2016

The gift - Regali da uno sconosciuto

Regia: Joel Edgerton
Origine: USA, Australia
Anno: 2015
Durata: 108'






La trama (con parole mie): Simon e Robyn sono una coppia di successo - lui esperto di sicurezza informatica, lei designer di interni - appena trasferitisi da Chicago a Los Angeles per ricominciare a seguito del cambio di lavoro di lui e della volontà di lasciarsi alle spalle la gravidanza finita male di lei l'anno precedente. Quando, in un negozio, incontrano per caso Gordo, vecchio compagno di liceo di Simon, e quest'ultimo comincia a ricoprire la coppia di attenzioni e regali, Robyn resta incuriosita mentre il marito pare rifiutare l'uomo, memore del fatto che ai tempi della scuola venisse considerato strambo e poco raccomandabile.
Quando proprio Simon tenta di chiudere i rapporti con Gordo ed il cane della coppia sparisce, l'inquietudine cresce, e rischia di esplodere fino a quando, di colpo, il quadrupede fa ritorno e tutto pare tornare alla normalità: ma cosa si nasconde dietro l'ossessione di Gordo per la coppia? E quali segreti cela lo stesso Simon?









Se, neppure troppo tempo fa, qualcuno mi avesse garantito che sarei uscito più che soddisfatto dalla visione di un film non solo interpretato - non l'ho mai considerato particolarmente dotato in questo senso -, ma anche scritto e diretto da Joel Edgerton, ragazzone australiano salito alla ribalta qualche anno fa grazie a Warrior - anche se, di fatto, la sua performance migliore resta a mio parere quella offerta in Il grande Gatsby -, avrei potuto giurare che il tasso alcolemico nel sangue del diretto interessato fosse decisamente fuori scala.
E invece, dopo aver raccolto i saggi consigli di Ink, Lazyfish e Dembo, e recuperato The gift - Regali da uno sconosciuto, stendendo un velo pietoso sull'adattamento italiano, mi sono dovuto ricredere: facendo riferimento ad un impianto classico da thriller "di persecuzione" - da Misery ad Attrazione fatale, per intenderci -, Edgerton scrive e dirige con discreta perizia un lavoro che tiene più che bene dall'inizio alla fine, ed offre un punto di vista originale rispetto a questo tipo di pellicole grazie al "twist" legato al passato di Simon e Gordo, pronto a ribaltare più di un punto di vista dell'audience e trasformare radicalmente la pellicola nella sua seconda parte.
Il fatto, poi, di analizzare almeno in parte una tematica scottante ed attuale come quella del bullismo filtrandola attraverso i concetti di solitudine, vendetta e visione ideale di una famiglia che non si può o potrà avere - ed aver incluso nel cocktail anche il dramma vissuto da Simon e Robyn con la perdita del bambino - funziona alla perfezione e permette non solo al regista di osare con un paio di momenti ad alta tensione e salto sulla sedia, ma anche di lavorare sulla sua stessa interpretazione di Gordo e su quella di un sorprendente Jason Bateman, che negli ultimi anni siamo stati più abituati a vedere al lavoro in parti molto più leggere e scanzonate.
Altro punto a favore del film è dato dall'utilizzo, come arma, prima ancora della violenza fisica, quella verbale unita alla calunnia, spesso e volentieri in grado di colpire e lasciare segni più profondi di un livido o un taglio: arbitro della contesa e punto di vista più vicino al pubblico diviene dunque il personaggio di Robyn, pronta ad attraversare l'ora e quaranta abbondante della visione in uno stato di costante tensione emotiva, che si parli di Gordo o di Simon, proprio mentre è alla ricerca di una strada che la riporti a guardare il mondo con la testa alta e la voglia di ricominciare dopo una perdita come quella subita prima del trasferimento in California.
Un esperimento riuscito, dunque, che pur non considerabile all'altezza dei Classici del genere - non siamo certo di fronte ad un novello Hitchcock - convince ed avvince per tutta la sua durata, e solletica il dubbio nel sottoscritto se il futuro di Joel Edgerton non sia più roseo dietro la macchina da presa - o da scrivere - che non a favore della stessa: non sarebbe certo il primo attore rivelatosi più incline ad una carriera "dietro le quinte" - l'idolo fordiano Eastwood è l'esempio più eclatante in questo senso -, e, forse, a quel punto non sarebbe più così improbabile aspettarsi da un film di Joel Edgerton qualcosa di assolutamente positivo.




MrFord




"La calunnia è un venticello
un'auretta assai gentile
che insensibile sottile
leggermente, dolcemente,
incomincia a sussurrar.
Piano piano terra terra
sotto voce sibilando
va scorrendo, va ronzando
nelle orecchie della gente."
Gioacchino Rossini - "La calunnia è un venticello" - 







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